quella che intendo recisamente ricondurla a casa; desidero che ella ne
sostenga la convenienza... la utilità... la necessità... la mia carrozza
è comodissima, vostra signoria ci accompagnerà a Genova, occorrendo a
Milano: e' sarà mestieri accomodare mezza carrozza a modo di lettuccio,
provvedere medicine, cordiali... dottore, la supplico, pensi a tutto
_lei_, perchè, vede, se io non do la volta, è un miracolo: non badi a
spesa, sa? Eccole un biglietto da mille; poi faremo i conti.
Lasciato il medico in asso, la Elvira tira da parte il prete e gli dice:
— La mi dia la mano.
— O che ne vuol fare?
— Mi conceda che io gliela baci.
— O signora marchesa, ma che le pare?
— La mia figliuola è salva! Ottenni la grazia, e non gabbo i santi io.
Prenda questi due da mille e questi altri quattro da cinquecento, che in
tutti fanno quattromila; mariti fanciulle a suo piacimento; siamo
intesi. Adesso bisogna che anche _lei_ si metta dattorno al pretore
perchè non m'impedisca ricondurre meco la mia figliuola a Milano; che
importa averla salvata dal veleno, se poi la si vessa con tante
molestie, che avrà da morire d'angoscia? Innanzi ch'ella si rimetta chi
sa quante cure bisognerà ch'io spenda... dirò come ha detto dianzi
_lei_, reverendo, lo vedrebbe anche un cieco.
— Non ci è dubbio... non ci è dubbio.
Allora tutti in _acie ordinata_ uniti mossero contro al pretore, il
quale stava seduto al tavolino rapito in estasi, come dev'essere stato
san Giovanni quando dettava l'_Apocalisse_, a stendere la relazione
informativa pel prefetto. Cascasse il mondo, prima la relazione; ogni
altra cosa dopo; udita la istanza dei supplicanti, rispose secco non
potere attendere per ora; lo lasciassero alle gravi incumbenze del suo
ufficio: trasportassero la inferma alla pretura. Delegava il maresciallo
dei giandarmi a frugare con somma cura tutti (e per ciò si comprendevano
anche le tutte) quelli che uscivano dalla stanza, perchè come dice lo
Statuto? La legge è uguale per tutti. Non doversi levare niente dalla
stanza, nè manco una spilla, _nequidem acicula_. All'Elvira non parve
vero, e fra sè disse: _Siamo a cavallo_; invece all'Amina diede un tuffo
il sangue; ma dalla paura in fuori non ci fu altro danno. Il maresciallo
dei giandarmi era troppo educato per ardire di stendere la mano su donne
di alto affare; e poi nell'esercizio della sua professione aveva appreso
come il precetto che la legge è uguale per tutti sia una delle tante
cose che nella società umana si dicono, si scrivono e si stampano, ma
che però non si eseguiscono se non _caute_, _sano modo_, _prudenter_, e
con le altre più forme che le fabbriche dei R. P. Gesuiti provvedono a
tutti i governi di questo mondo, ed io credo anche di quell'altro.
Elvira, Amina, il prete, Luigi Bigi, scortati da grande accompagnatura
di gente, arrivarono a casa del pretore, dove li accolse la moglie e la
caterva dei suoi figliuoli; quella mezzo melensa, come _l'aura spiritale
di amore_ del canonico Petrarca per troppo frequenti gravidanze,[52]
questi orribili a vedersi più dei diavoli dipinti dall'Orgagna nel
camposanto di Pisa, nell'atto di rubare l'anima ai frati; ella si
profferse intera all'Elvira, ma che le poteva dare? Dall'acqua in fuori
la poverina non possedeva altro; questi nel solito arnese, scarduffati,
scalzi e sudici, si misero attorno all'Elvira, toccandole i panni e
lasciandovi impressa l'impronta delle cinque dita, nella medesima guisa
che gli animali antidiluviani fecero sopra il terreno stemperato, onde i
naturalisti ebbero poi notizia della loro esistenza nel mondo e ne
ricostruirono la forma. Elvira sentiva pizzicarsi le mani di agguantare
tre o quattro di cotesti cosi e scaraventarli fuori di finestra, ma la
necessità la costrinse di appiccare la sua voglia all'arpione,
all'opposto si adattò fino ad accarezzarli e a dire co' denti stretti
alla povera mamma: come sono _interessanti_! E la povera mamma,
facendosi coscienza di accettare senza ammenda cotesto elogio, aggiunse:
se non fossero tanto insolenti! — Elvira, per levarseli dattorno,
ricordò in buon punto di avere addosso la scatola dei confetti,[53]
arnese diventato oggi necessario nel _mondo muliebre_, onde, recatasela
in mano, l'aperse e ne gittò il contenuto nell'altro lato della stanza:
se si dicesse che ci si avventarono sopra come i porci alle ghiande,
sarebbe troppo gentile paragone, perocchè essi nello strapparseli di
mano si graffiassero e mordessero: divorati i confetti tornarono a
infestare la gente più impronti che mai: allora risolverono cacciarli
via; sì, e' furono novelle! Sgusciavano dalle mani, strisciavano per le
gambe, sotto le gonnelle si appiattavano, strillavano come galline
spaventate; all'ultimo, ghermiti chi per le gambe, chi pei capelli e chi
pel collo, furono chiusi dentro un bugigattolo, dove continuarono a
sbizzarrirsi fino a giorno.
[52] Così è, Laura Sade aveva il corpo rifinito _crebris
partubus_.
[53] Bonbonnière.
Elvira, ripreso fiato, narrò (era la quarta volta che la raccontava,
sempre con aggiunte e correzioni) la pietosa storia alla pretoressa, la
quale ne pianse tanto da immollarne due fazzoletti; allora Elvira
conchiuse col pregarla ad esserle favorevole per ismovere il pretore a
non impedirle di ricondurre la figliuola a Milano; ella non poteva
trovare il terreno più sollo, perchè ci ebbe appena pigiata la vanga che
ci entrò fino al manico, e le diceva: «non se ne desse pensiero;
lasciasse fare a lei; non ci era a dubitarne nemmeno; niente niente
nicchiasse il pretore, l'avrebbe dovuto contrastare con _lei_.» E così
via, come costumano le donne, quantunque eccellenti, dove si reputino
cardini della famiglia. — Elvira, tratto fuori un biglietto da
cinquecento lire, lo esibì alla povera donna, la quale, diventata rossa
come una fiamma di fuoco, lo rifiutò esclamando: «O che per un po' di
opera buona ci è mestieri pagamento? Da quando in qua si usa comprare
anche due parole di carità?»
— No, buona signora, rispose Elvira, la carità non si compra, nè si
vende; ma poichè la beata Vergine mi ha fatto la grazia di salvare
questa mia diletta figliuola, è debito di cristiano mostrare la propria
gratitudine alla madre di Dio facendo un po' di bene al proprio simile;
e questo debito tanto più preme a me, che la Provvidenza volle colmare
di ricchezze. Avrei pertanto voluto spedirle da Milano una cassa di
vestitini per i suoi _interessanti_ bambini, ma ella, ch'è donna di
giudizio, comprende a colpo di occhio che troppo triste cure mi
attendono a Milano, ond'io possa, come pure vorrei, badare a ciò: quindi
la prego a volersi pigliare questo carico per conto mio, e ciò con tanta
maggiore opportunità, che qui il sarto li potrà provare alle creature
prima di cucirli e a questo modo farli tornare a pennello a loro dosso.
Ah! interesse, interesse, quando tu ti ci metti in casa entri sempre,
perchè se tu picchi all'uscio nel medesimo modo, diverso è il grido col
quale accompagni il picchio, ed ora preghi per lo amore di Dio, ora per
l'amore del prossimo, ora per l'amore dei figliuoli, sicchè l'amore tira
la corda e si accorge tardi avere albergato un serpente.
Il pretore tornò a casa all'alba, nè solo; con lui vennero
l'albergatrice di Amina e il Merlo, rinvenuto dalla sconcia ubriachezza;
la Elvira, appena lo vide, gli fece una squartata da levare il pelo: bel
capitale ci era da fare di lui, dominato ogni dì più dal turpe vizio del
vino; troppo abusare della sua bontà; pensasse che ogni libro aveva il
suo fine; quello della pazienza come ogni altro. Ma il Merlo, fattolesi
dappresso, a voce bassa e in atto di ossequio le susurrò.
— Ci conosciamo, buona lana; se tu mi hai lasciato ubriacare, senza
ubriacarti, è segno che ci avrai avuto le tue buone ragioni: quante
volte ci siamo ubriacati insieme! Smettila una volta, che mi sento stufo
di essere maltrattato da te, hai capito?
— Andiamo via, Merlo, fatevi perdonare il trascorso passato attendendo
ad eseguire quanto sarò per comandarvi.
Ora si tira innanzi la vedova locandiera dell'Amina, e implora
piangolosa pagamento del fitto e indennità per la rovina patita; era
stiantata di sana pianta; chi da ora in poi avrebbe abitato casa sua? Si
raccomandava _in visceribus_; e fu vista inginocchiarsi e così
genuflessa camminare dietro Elvira, la quale, uggita della
improntitudine, si volse a Merlo dicendogli:
— Vedete di accomodare per la meglio questa donna. Non sono mica morta
io in casa sua; nè il morto mi appartiene, senonchè per la trafitta che
mi ha dato nel cuore: d'altronde egli lascia una eredità; si faccia
pagare da quella.
— Aggiusterò io questa faccenda, intervenne a questo punto il pretore,
ed Elvira con bel garbo gli disse:
— L'avrò per grazia; — e qui ella si volse da capo al curato con queste
parole: — Reverendo, io non le chiedo accompagnare quel povero morto al
camposanto.
— Di fatti io non la potrei servire.
— Ma non ci sarebbe verso di fargli dire un po' di bene.
— _Impossibile!_
— Me ne rincresce; avrei voluto erogare un po' di danaro in suffragio
dell'anima sua... non ne parliamo più.
— Ecco, signora, come si potrebbe fare: ella avrebbe a commettermi quel
numero di messe che a lei sembrasse spediente, da celebrarsi secondo la
sua intenzione, ed ella le applicherebbe in pro dell'anima del defunto:
io voglio credere che le faranno bene, alla peggio male non glie lo
faranno, e' sarà come della nebbia, che lascia il tempo che trova.
Così rimase stabilito con mutuo gradimento; gli altari smagliarono di
candele; le chiese echeggiarono dei soliti canti; di su, di giù la
solita schiera fosca dei preti, come formiche alla busca del grano.
Il pretore, battuto in breccia da tante parti, non seppe negare la
istanza che le reiterava la marchesa, molto più che il maresciallo gli
faceva osservare fin lì non esserci querela, nè egli poteva pigliarsi da
sè le parti di giudice istruttore: quanto spettava a diligente
magistrato essere stato da lui adempito. Assicurato tutto; dalla stanza
mortuaria non estratta nè manco una spilla, _nequidem acicula_; di ciò
essersi accertato mercè la perquisizione rigorosissima anche su le
persone, senza distinguere qualità nè sesso; ciò resultare dal suo
rapporto; cavato appena dalla stanza il cadavere si apporrebbero i
sigilli; e buona notte sonatori. E come vorrebbe ritenere egli la
giovane signora? In carcere? Dio ne liberi! Gli correrebbero dietro fino
le pietre e potrebbe uscirne chi sa che diavolìo anche pel governo, il
quale (a quest'ora il pretore lo avrebbe a sapere com'egli maresciallo)
ama lo zelo e lo raccomanda, a patto che non metta campo a rumore. O
piuttosto la lascerà a _piede libero_? E allora, o che difficoltà trova
che ella così si stia a Milano, piuttostochè a Nervi? Molto più che a
Milano dovrà istruirsi il processo.
E fu alla Elvira efficace avvocato il maresciallo, uomo atticciato,
tuttavia giovane e svelto da levare il fumo alle schiacciate. La Elvira,
un po' pensando al presente e molto all'avvenire, gli volle donare un
bellissimo anello, e ad accettarlo non potè dire avere patito violenza
il maresciallo. Questo anello, non senza sua grande sorpresa, l'Elvira,
dopo un mese lo rivide a Milano in dito alla marchesa Zelmi. O com'era
ita? chi lo può dire? Rammentate voi quel siciliano che, condottosi a
Roma, fu trovato rassomigliarsi al magno Pompeo come gocciola a
gocciola? Questi, avendolo saputo, volle vederlo, e riscontrato che la
cosa stava appunto come glie l'avevano raccontata, esclamò: la è strana,
perchè mio padre, ch'io sappia, non andò mai in Sicilia. Però ti
avverto, rispose l'arguto siciliano, che mio padre soventi volte venne
qui in Roma. La marchesa Zelmi erasi trattenuta per le bagnature a Nervi
fino ai primi di ottobre...
Insomma Elvira si condusse seco Amina in mezzo alle benedizioni di tutto
il popolo di Nervi, il quale non potè astenersi da esclamare: piacesse
alla Madonna santissima mandarci spesso di questi avvelenamenti; la
sarebbe una manna per tutti!
La ipocrisia, avendo presentito questo negozio, ci si era messa di mezzo
nello intento del ciarlatano che va alla fiera; confidava smerciare dei
suoi prodotti in buon dato; ma presto conobbe che la ipocrisia antica,
la ipocrisia classica a mo' che la descrive Cesare Ripa nella sua
_Iconografia_, non era più di usanza. Le ipocrisie venivano a nugoli
dall'Affrica in compagnia delle cavallette _puniche_; queste rimasero
tutte in Sardegna; la più parte di quelle capitarono in Italia. Allora
la ipocrisia classica si profferse al generale dei gesuiti, che
l'accolse cortese, le usò un mondo di finezze e le diede a bere la
cioccolata, ma le disse che i conventi e i collegi dei gesuiti si
servivano di lavori fatti in casa; la ipocrisia si ripose in viaggio e
se ne andò a Roma per favellare al santo Padre, ma non lo potè vedere,
perchè lo trovò carcerato in segreta dentro undicimila stanze! Si fece a
rendere visita a cardinali, arcivescovi, vescovi, e di maniera prelati,
non lascio indietro abati, abatucci e abatini, e tutti rinvenne
provvisti di barattoli d'ipocrisie messe in guazzo come le ciliege: per
disperata si fece a trovare i ministri del _bello italo regno_, e si
mise in quattro per renderli capaci di adoperare ipocrisie decenti, che
non avessero le toppe bianche su le gonnelle nere, mentre quelle che
tenevano a nolo l'erano sgualdrine sguaiate che solevano andare dietro
la _ritirata_[54] dei soldati; ma i ministri la chiarirono come non si
potessero mettere in ispese inopportune, imperciocchè presentissero
avvicinarsi il tempo in cui, dato il puleggio a tutte le ipocrisie
vecchie e nuove, nobili e plebee, sarebbe corso l'andazzo di buttar
carte in tavola dicendo fuori dei denti: così la penso e così la voglio,
e a cui fa male si scinga.
[54] _Ritirata_ chiamasi pure il segno dato ai soldati colle
trombe o coi tamburi di raccogliersi ai loro quartieri. GRASSI
_Diz. milit._, coll'esempio del CINUZZI. Manca al Voc. della
lingua.
La ipocrisia classica, per non andare a rifinire sopra uno scalino di
chiesa, si accomodò a entrare nei conservatorii delle damigelle, alle
quali insegnò scrivere le lettere per capo di anno a papà e pel giorno
natalizio a mammà, e su su fino a reggere loro la mano quando esse
vergarono la _prima_ lettera di amore; la _prima_, perchè alla _seconda_
non ebbero più bisogno di lei; dicono che, presi in uggia i
conservatorii, siasi ridotta a fare da cucina a certi deputati
repubblicani che siedono a sinistra nel Parlamento a Roma, ma io non ci
credo, quantunque m'intronino gli orecchi col dirmi: che tu sia
benedetto, vorresti che i deputati italiani fossero da meno dei cavoli?
Mira quante mai le specie di questi erbaggi! Nella sola del cavolo
cappuccio ecci il _cavolo pisano_, il _cavolo lombardo_, il _cavolo
veronese_, il _cavolo bianco piacentino_, _il cavolo nero napolitano_,
il _cavolo a piccole teste_, che abbonda nel Fiorentino, e delle altre
specie si tace.[55] Or dunque, tra deputati diritti e deputati mancini,
tra ventreschi destri e ventreschi sinistri, non ci possono incastrare
ancora i deputati repubblicani-monarchici-costituzionali?
[55] _Tesoro delle Campagne_, compilato da Antonio Balbiani.
Milano, tip. Politti, Vol. un., p. 623.
CAPITOLO XIX.
LE SIGNORE ED I SIGNORI.
Parve all'Elvira (e lo notai) avere omesso cosa d'importanza grave, alla
quale si era ripromessa riparare quanto prima poteva, e volendo che la
dimenticanza non la sorprendesse la seconda volta, fece un nodo al
fazzoletto, e per giunta si punse il pollice mancino: di fatti con tante
cautele non se ne scordò più; sicchè nel primo momento che rimase sola
con Amina le disse:
— Adesso, Nina mia, occorre che bruciamo tutte le lettere che ci siamo
scritte: dove hai tu le mie?
— Le ho qui allato.
— Ed io pure le tue; ma non basta; tu mi hai da scrivere una lettera
alla liscia, dove esposta prima la disgrazia del portafogli accaduta a
Como, mi tratterrai della crescente cupezza di Omobono, della sua paura
di cascare in mano alla giustizia, e finalmente della sua disperazione;
calcherai sopra il suo proponimento di ammazzarsi, e tu pure, per
l'amore grande che gli porti e per lo stato in cui il tuo mal passo ti
ha ridotta, avere risoluto tenergli compagnia nella morte come già
gliela tenesti in vita; questa lettera nuova riporrò nella busta
dell'antica, procurando che la data della marca postale corrisponda a
quella della lettera, e bisognerà pure che ci abbiano fede, e chi gliela
nega provi il contrario.
Nè queste sparvierate femmine sperimentarono le Provvidenze loro inani,
imperciocchè appena giunte a Milano ecco entrare loro in casa un topo
insinuante e rodente, cioè il questore, ovvero il cancelliere
criminale... insomma uno di quelli che vanno attorno per città e per
ville a raccattare gli escrementi che si lascia dietro il delitto, per
portarli al tribunale a concimarvi la giustizia.
Le donne sonavano accordate più dell'arpa del re Davidde: spedirono
persona svelta a Como per pigliare odore delle cose, e trovarono che le
informazioni corrispondevano a capello; però da questa parte giudicarono
spediente interrompere i lavori di ricerca, almeno per ora.
Seguitando un altro filone, il tribunale prese a instituire indagini
sottilissime su i libri delle ragioni Omobono Boncompagni e C., e
Omobono Onesti, e apparvero, come veramente erano, ai più svegliati
ragionieri laberinti veri da non venirne a capo nè manco col filo di
Arianna. Dai libri della ditta Boncompagni e C. resultava avere essa
somministrato a quella Onesti somme da prima non esorbitanti, e con
queste la ragione Onesti aveva impreso operazioni regolari nel modo,
quanto lucrose nel fine; di un tratto si vede una vera fiumana di valori
irrompere dalla prima nella seconda ditta, nè si giungeva a capire bene
a quale scopo: guadagno l'Onesti non ci aveva fatto su; pareva piuttosto
che i negoziati conchiusi con cotesti valori fossero per interesse
altrui; di vero non si mescolavano con le altre operazioni particolari
alla banca Onesti; donde si poteva conchiudere che i danari versati
dalla banca Boncompagni e C. servissero ad acquistare _recapiti_ sopra
le piazze estere, e dopo acquistati alla medesima si consegnassero; e
stando le cose come si supponeva, appunto non si capiva il motivo di
ricorrere a seconde mani, e astenersi da cambiare direttamente da sè:
all'ultimo la fiumana avvertita diventa la cascata di Niagara nella
cassa dell'Onesti, avvenuta di un tratto, o a pochi giorni di distanza
scritta da mano diversa di carattere; e di questi ultimi valori non si
ha altro discarico, eccettochè nella fuga dell'Onesti, nella immersione
del portafogli nel lago, e per ultimo nella fine miserabile del giovane
Omobono.
Per ottenere un po' più di lume fu pensato mettere le mani addosso al
Nassoli, ma questi, fiutata l'aria, prese il largo, e non riuscì a
trovarlo. E perchè mai erasi allontanato costui? Di che cosa aveva a
temere? Veramente non era stato partecipe degl'illeciti guadagni, ma
consigliere di non poche marachelle egli fu, e le aggiunte su i libri
della ragione Onesti erano pure fatte da lui, epperò non si giudicava
netto come una tovaglia venuta mo' di bucato; ed anche pensando come il
dubbio e l'errore sieno due campanelle messe agli orecchi del genere
umano, e come i giudici per chiarirsi dieno subito di mano all'arnese
della prigione, reputò prudente riparare in luogo sicuro. Il Nassoli,
come altra volta fu dichiarato, era filosofo adoratore di due cose:
dell'_Ordine_ e del _Buon esito_; badava al fine riuscito a bene;
tutt'altro era metodo: pari agli eroi di Omero, per lui non correva
differenza tra valore aperto e frode: o se mai distingueva, preferiva la
frode, a mo' di Ulisse e di Diomede; e così il furto dei cavalli di
Reso, l'altro del Palladio e il tradimento di Sinone pari in merito alla
difesa delle navi greche assalite dai troiani: di uomini siffatti
possediamo copia adesso; fra questi il Thiers scrittore e attore
plaudente sempre ai felici; se fanno il tomo, ed ei lor suona le tabelle
dietro. La fede del Nassoli, posta da lui nel vecchio Omobono, dopo la
prima stincatura rimase incrinata; la ristagnava alla meglio, ma al
primo urto si ruppe, come suole, sul saldato. Non aveva preso in uggia
il procedere di Omobono come delittuoso, bensì come disordinato;
giudicava i delitti stonature in orchestra; egli avrebbe atteso con
uguale devozione a che Cristo si trovasse in mezzo l'altare come la
carruccola in mezzo della scala; con pari diligenza badato che i sei
candellieri sopra l'altare, come le scale su la forca, si trovassero
equidistanti fra loro. Con la virtù egli non ci aveva pratica, ma, per
quel poco che glie ne avevano detto, quel suo trovarsi spesso in balìa
dell'entusiasmo gli dava uggia; il male gli si mostrava più positivo e
da farci sopra fondamento maggiore, quindi, a mo' che i santi eremiti
per ispirazione divina si recarono nei deserti della Tebaide, egli
s'incamminò difilato nel convento dei gesuiti a Brusselle; quivi chiesto
del generale, gli fu risposto ch'egli era a Roma, ma che volendo avrebbe
potuto parlare col padre provinciale, che sarebbe lo stesso. Il Nassoli,
cui l'andata a Roma lì per lì non garbava, soggiunse che volentieri:
ammesso pertanto al cospetto del provinciale, espose candido le vicende
della sua vita, implorando essere ricoverato nel convento come in
fidatissimo porto; il provinciale lo respinse reciso; ma l'altro riprese
ch'egli non intendeva già mangiare a ufo alle spalle del convento;
avrebbe versato nella cassa dell'Ordine ventimila franchi, unico frutto
della lunga fatica; e siccome uscendo alquanto dal solito metro volle
calcare un po' troppo su l'ultima parte del suo discorso, il generale ne
arguì: dunque ei ne tiene in serbo almeno altri ventimila; onde, mutato
subito registro, gli domandò che cosa sapesse fare; e l'altro ingenuo
rispose: un po' di tutto.
Allora il provinciale proseguendo:
— Ma voi sapete come noi, seguaci veri di Gesù, pratichiamo sopra tutto
il precetto: chi si umilia sarà esaltato, e _per necesse_ la prima prova
che chiede ai suoi alunni è l'umiltà, massime da voi, che non potreste
essere accettato che per converso; e non oltrepassare giammai gli ordini
minori cominciando dall'ostiario.
— E ostiario che è?