speditale a Milano; la legge attenta e su la scorta di quella traccia un
po' di carta topografica del paese per raccapezzarsi; ciò fatto scende
in giardino, e, senza punto fermarcisi, quinci sul lido, dove agitata
prese a fare la lionessa.
La solennità dell'ora, la voce terribilmente arcana delle acque, anche
quando addormentate respirano, la distesa dei cieli, la dimostrazione
parlante, continua della nullità dell'uomo e della oltrapotenza della
natura non seppero suscitare in cotesta materia pensiero che non fosse
degno della più trista materia; le venne fatto di volgere il viso in su
e contemplare le stelle; le guardò un pezzo e finì col borbottare: «o
non sarebbe stato meglio che il Creatore mettesse lassù in cielo, in
iscambio di stelle, tanti marenghi, e due volte l'anno, per San Martino
e per San Lorenzo, li facesse piovere in casa mia?»[51] Impaziente di
più lunga dimora, cerca, trova la casa di Amina e si nasconde dentro una
folta siepe di allori: appunta gli occhi e mira dallo interno trasparire
un chiarore fioco, che talora si oscura. Non le consentendo la
inquietudine di restarsi più oltre ferma, rifà i passi, torna al
giardino, consulta l'orologio; — sono le dieci. — Ah! ore maledette,
bisbiglia, e con le mani fa l'atto delle pollaiole quando strozzano le
galline; e credo anch'io che costei, se avesse potuto, avrebbe strozzato
un paio di ore: si propose ricondursi sul posto camminando adagio, ma le
furono novelle; dopo venti passi ripiglia la corsa più celere di prima;
arriva; ah! il lume, il lume risplende smagliante alla finestra. Se io
paragonassi adesso il suo incedere al volo della rondine, io direi poco;
adagio adagio venne calato un involto; ella si rizza in punta di piedi,
leva quanto più può le mani per agguantarlo: — ah! lo tengo, brontola
cupamente nello avventarci le mani, o piuttosto gli artigli di falco.
Rasentando i muri, appiattandosi in qualche via traversa e quivi
trattenendosi, finchè non si fosse assicurata se la fantasia non l'aveva
illusa, o si allontanasse il viandante di cui le pedate le misero
addosso la paura, le riuscì rinvenire a colpo la rimessa ove il Merlo
aveva riposto la carrozza; l'aperse e la richiuse cauta: accese una
piccola lanterna di cui il raggio spandevasi per breve tratto; entrò la
carrozza; remosse, sdipanando certe viti, la spalliera imbottita, dietro
la quale comparve uno sportello ferrato; anche questo dischiuso, tentò
gettare dentro l'apertura il portafogli; ma invano, perchè troppo
angusta; non ci trovando altro partito, ruppe il fermaglio al
portafogli: alla vista di tanti bei biglietti nuovi di _stampa_ il suo
cuore si dilatò: e voi non siete tanti, ella esclamò, che io non sia
donna da finirvi in capo all'anno. Non potendo resistere all'agonia, ne
acciuffò una dozzina a conto, parte di 1000 e parte di 500 lire: molto
più che si trovava corta a quattrini; e meglio di ogni altro sapeva che
le ruote senza ungerle, o non girano, o girano male; rimise ogni cosa al
suo posto; richiuse la porta, e chiotta chiotta pel giardino rientra
inosservata in casa. Prima di tutto, al Merlo, sempre imbertucciato,
ripone la chiave della rimessa in tasca; muta poi calzatura e veste: per
ultimo chiama il locandiere, il quale la pregò umilmente a volersi
degnare di accettare il suo braccio; e così si avviarono alla canonica.
[51] Sono le notti in cui piovono dal cielo le stelle cadenti.
Il prete era tornato a casa inviperito peggio di un basilisco; per le
scale, sul pianerottolo, in sala e in camera, non rifinì di bestemmiare,
come bestemmiano i preti: — _per Cristallino, giuro a Dio Bacco_ — ed
altre più argute amenità che non si rammentano _per lo migliore_. Alla
Verdiana, che gli domandò se voleva mangiare un boccone, rispose: Va'
là, Verdiana, che dei bocconi ne ho inghiottiti più del bisogno, e Dio
sa se amari. Tutta la sera disdetta; per chiusa, quell'assassino di
pretore, con un goffo fulminante, mi ha ammazzato la più bella primiera
che si sia vista nel mondo. La Verdiana soggiunse: vuole che venga ad
aiutarlo a spogliarsi? Non vo' aiuti, disse il prete; e la serva: vuole
che le accenda la lucerna? Non vo' lumi, levamiti davanti, il prete
disse, in altra maniera, ma non si può ripetere: appoggiato al letto,
ecco egli butta una scarpa di qua, un'altra di là: nel tirarsi i
calzoni, volto il capo dove pendeva la immagine della Madonna, favella:
Ah! tu mandi i goffi al pretore perchè mi ammazzi le primiere; ebbene,
io mi terrò su la lingua le mie _avemmarie_; tu mi levi i quattrini di
tasca ed io non ti metto l'olio nella lampana...
— Signor curato... o signor curato... — urlando da disperata e forte
squassando la porta lo interrompe Verdiana; don Macrobio, co' calzoni in
mano tutto sbigottito, domanda:
— Ch'è stato? Ch'è stato? Ch'è stato?
E Verdiana: Ci è qua una dama accompagnata dal Bigi, il locandiere
dell'_Albergo Nazionale_, che le vuole parlare subito subito; mi ha dato
una carta perchè la consegni a lei. Apra l'uscio...
Il prete, co' calzoni in mano, va ad aprire, e Verdiana gli porge la
carta; ma, essendo buio, non la può leggere; ond'egli stizzisce e
borboglia:
— Sciatta! Sbadata! Questo accade perchè non hai portato il lume in
camera.
— O Signore! Oh! s'è stato proprio lei che non ce l'ha voluto.
— Chetati! Non istarmi a fare la rivoluzionaria volendo ragione... va'
pel lume.
Venne il lume, e don Macrobio lesse una litania di titoli uno più
appannato dell'altro. Adesso soprasta nuovo pericolo, chè la marchesa,
arrivata sopra la soglia, minaccia invadere la camera. Il prete,
vergognoso di esser colto in cotesto arnese, non gli sovvenendo meglio,
salta sul letto co' calzoni in mano e si nasconde sotto le lenzuola. —
Elvira irrompe e va, senza riguardo, a sedere sul seggiolone che il
prete teneva a capo del letto, poi ordina alla serva: — Posate la
lucerna su lo inginocchiatoio, andatevene e chiudete l'uscio.
Verdiana obbediva a bacchetta, strologando fra sè: — Caspita! la
dev'essere una signora altezzosa davvero; comanda con tanta superbia!
Don Macrobio sudava per la pena; e trovandosi per ventura sempre i
calzoni in mano, con quelli si asciugò il sudore. — Elvira ritornò sul
tasto della sua condizione, sè chiarì, ed era vero, figlia di conte,
gran cordone, senatore, generale, ministro, e se più ne hai più ne
metti; moglie di marchese, deputato; e si fermò per prendere respiro;
aggiunse essere madre, bene inteso madre di adozione, perchè quanto ad
età, fra lei e la figliuola adottata ci potevano correre tre anni o giù
di lì. La giovane da lei amata, come quella che di tenerissimo cuore
era, facilmente sedusse un giovane tenuto per capacità, per onore e per
ricchezza principe fra i principali: con maraviglia di tutti, eccolo
all'improvviso scomparso e seco avere trascinato la sua dilettissima
figliuola... Vi ha chi dice ch'egli abbia rovinato il suo avo banchiere,
anch'egli dei primi; altri sostiene che vadano d'accordo per ingrassare
sopra la miseria di centinaia, forse migliaia di famiglie: per me
giudico che la batta tra pirata e corsaro, e che il giovane, sentendosi
prossimo a dare la balta, uccellasse alla dote della mia figliuola per
rimettersi in palla. La fortuna ha guastato i disegni del giovane, e
questa volta con giudizio, perchè colpevole. La giustizia ha già messo
le mani in questo negozio, e per quanto affermano spiccò il mandato di
cattura contro il giovane Onesti: il nonno Boncompagni a questa ora si
trova in potestà del tribunale. Avvertito, il giovane fin qui è riuscito
a cansarsi, vivendo latitante, ora in questa ed ora in quella parte;
adesso egli è qui, e la sciagurata Amina seco. — Il tribunale ne ha
rinvenuto le traccie, ed a me non farebbe specie se da un punto
all'altro si vedessero comparire qui i giandarmi spediti da Milano per
arrestarlo.
— Oh! che mi racconta mai, signora marchesa. Che casi! Che casi!
— Nè qui sta il peggio, curato mio; il peggio sta in questo altro, che
il giovane, datosi alla disperazione, si è risoluto avvelenarsi.
— Mamma mia! _Misericordia Domini super nos!_
— E quasi tanto non bastasse, lo scellerato, abusando del perduto amore
che la meschina gli porta, ha persuaso, ahimè! anche lei ad avvelenarsi
seco.
— _Domine in adiutorium meum intende!..._
— E ieri... non più tardi di ieri, ebbi a Milano la lettera di questa
meschina, la quale mi avvisava della funesta risoluzione... mi chiede
perdono... e...
Elvira a questo punto ordinò ad una dozzina di lacrime di portarsi
subito di guarnigione nella congiuntiva degli occhi, ma o non vollero
obbedire, o prima di arrivarci sbagliarono la strada; ricorse al
supplemento dei singhiozzi; il prete la consolò, ella si fece facilmente
consolare e riprese a dire: — Dunque mi sono messa in viaggio, ho corso
tutta la notte e qui giunsi più morta che viva per lo spasimo e per la
fatica; affamata, assetata per tentare di salvarla; subito presi lingua,
ed ho saputo trovarsi qui. Ora non ci è tempo da perdere; su via, signor
curato, non consenta che ancora io mi getti alla disperazione; mi aiuti
per carità.
— Ma sa, signora marchesa, che se il giovane è un fiore di virtù, la sua
signora figliuola non monda nespole? La si figuri ch'ella ha avuto lo
stomaco, con cotesta posola in corpo, di venire stamani da me a
confessarsi e a comunicarsi; questo, non ci è caso, è un sacrilegio
bello e buono. O chi ha creduto ingannare ella? Me o Dio? Ma sa, che se
noi non arriviamo in tempo a farla vivere e pentire, ella se ne va allo
inferno diritta come un fuso?
— Così credo anch'io; però si affretti, impediamo che ciò avvenga... Oh!
che fa ella che non si muove e sta sempre lì co' calzoni in mano?
— La colpa non è mia, si compiaccia ritirarsi nell'altra stanza, tanto
ch'io mi vesta.
— Che importa?
— Se sono in mutande.
— Via, per contentarla mi volterò dall'altra parte, e intanto ch'ella si
veste continueremo a ragionare e non perderemo tempo...
— Veramente...
— E se la beatissima Vergine per sua intercessione mi fa la grazia di
ritrovare sana e salva la mia figliuola, io fo voto di lasciarle nelle
mani quattromila lire per dotare una fanciulla...
— E in mano di cui vuol'ella lasciare, signora marchesa, le quattromila
lire? — In quelle della Madonna?
— Nelle sue... nelle sue... signor curato; e se non bastano le
aumenteremo, perchè danari non mancano e ci sentiamo un cuore da Cesare;
dunque si vesta, che sia benedetto; emetici ne ho meco per far vomitare
anche il Conte Verde, ch'è di bronzo... e avverta che prima di andare a
sorprenderli bisognerà farne motto al pretore...
— Al pretore! esclamò stizzito il curato, rammentando come costui col
goffo gli avesse ammazzato la più bella primiera del mondo. E come ci
entra il pretore?
— Ci entra benissimo: perchè il giovane è un rompicollo finito; quattro
o sei ne ha su l'anima, tre di certo, ammazzati in duello; la si figuri
di che non è capace cotesto disperato; molto più che, anche a risico di
una tragedia, voglio portargli via la figliuola.
— Com'è così, la mi scusi, ma io non vengo — disse il prete tornando
risoluto a mettere sotto le lenzuola le gambe ormai vestite e i piedi
calzati con le scarpe dalle fibbie di argento.
— Ma senta, già prossima a dare nei mazzi prosegue Elvira, il pretore si
farà senz'altro accompagnare dai giandarmi; tocca a questi salire e
provvedere che non avvengano guai; non li paghiamo apposta?
— Sicuro eh! Noi li paghiamo dieci anni perchè si facciano ammazzare un
giorno... patti grassi per loro.
— Anche troppo.
Intanto il curato, sentendo come le cose sarebbero andate a modo e a
verso, si decise a uscire seguitando la marchesa, che lo tirava via per
la manica. Arrivato a mezze scale, costui si ferma in quattro e si mette
a gridare:
— Verdiana!
E questa, a capo di scala, gli rispondeva;
— Che cosa comanda, reverendo?
— La lucerna.
— To'! mormora Verdiana, gli è quasi in fondo e cerca il lume adesso; —
di rincorsa va in cucina, accende i tre becchi alla lucerna e raggiunge
il parroco, che stava per uscire fuori di casa, dicendo:
— Ecco la lucerna!
— Che tu possa andare a cena con gli angioli, che ho da farmi della
lucerna per la strada, io? La lucerna dico... la lucerna da mettermi in
capo; sbalordita! cervellona!
— Gua', o chi poteva credere un pari suo, che fa le prediche, tanto
smemorato da uscire di casa senza cappello!
— Quando ritorno faremo i conti; intanto sai che ti ho da dire,
Verdiana: che se tu non la smetti con queste scappate rivoluzionarie, io
ti fo baciare il chiavistello di casa.
Come a Dio piacque, si posero in via, Elvira, Don Macrobio e Luigi Bigi
il locandiere.
Il pretore già se n'era ito a dormire, se a dormire può dirsi,
imperocchè se ne stesse supino colla moglie, a cui veniva esponendo con
compiacenza le fortunate vicende del giuoco della serata; allo strepito
che ad un tratto intese farsi all'uscio di casa sbalza su in camicia e
va alla finestra, dove udita la voce del prete, che lo pregava ad aprire
tosto per l'amore di Dio, tirò la corda. I bimbi del pretore, scalzi, in
camicia, arruffati come istrici, si buttano giù dal letto strillando; la
mamma, per farli star cheti, urla più di loro; la serva, pel medesimo
fine, più di tutti: il cane, il gatto, si recano a debito di coscienza
di non negare la propria voce al coro; insomma un finimondo, _una vera
musica dell'avvenire_.
Alla meglio o alla peggio composto un tanto scompiglio, la Elvira ripete
al pretore il racconto già fatto al curato e ne implora il soccorso. Il
pretore, secondo il solito, era scannato intero, sbirro due terzi, ciuco
mezzo, e forse un po' meno, tutta viltà per di sotto, per di sopra e da
parte; povero uomo! da quaranta anni voltolava la sua vita rotonda di
sommissione, come lo scarabeo la sua pallottola senza poterla portare un
gradino più su. Penurioso di ogni bene di Dio, eccetto figliuoli, doni
frequenti della feconda consorte. Udendo di cotanta donna, quale la
Elvira pareva essere, e delle sue potenti aderenze, scorse di un tratto
la importanza del negozio e gli parve che la fortuna gli porgesse una
cima di cavo per tirare in terra la barca e ormeggiarla al sicuro. Si
veste in un attimo, manda pel maresciallo di gendarmeria, gli bisbiglia
i suoi ordini dentro l'orecchio; non dimenticò la brava _rivoltella_, e
via. Anch'egli però erasi dimenticato di una cosa, della sciarpa,
insegna della sua dignità; se la fece tirare giù dalla finestra. La
sciarpa egli aveva scordata, la pistola no, e a ragione; la forza in
questi, come in tutti gli altri casi, è quella che conta; il diritto
viene dietro col pialluzzo a ragguagliare quanto la forza cincischiò
coll'ascia.
*
Ed ora, voltata la ruota al timone, andiamo a vedere che sia accaduto
dei nostri amanti. Ai moti convulsi, ai discorsi deliri, subentrarono
quiete e silenzio penosi; si tenevano per mano e corrispondevano fra
loro con sospiri repressi. Il sole sembra affrettarsi a purificare nella
marina i suoi raggi insanguinati nel quotidiano pellegrinaggio per le
dimore degli uomini. Omobono si leva, lo seguita Amina, entrambi si
affacciano al balcone e scambievolmente si stringono a mezza vita; fissi
nel sole, stanno a vederlo immergere poco a poco nel cumulo delle acque;
quantunque tinti in rosso, cotesti raggi offendono la vista; che
importa? In breve essi non avranno più bisogno degli occhi, nè di altro
sentimento del corpo; ecco, su l'orlo estremo della marina resta un
terzo appena del disco solare, un quarto, una linea, un sospiro, è
prossimo ad esalare l'ultimo fiato; lo ha esalato.
— Ed ora anche per noi è tempo di andare a dormire, bisbigliò Omobono.
— Sì, rispose Amina; però innanzi io ti supplico compiacermi in un
ultimo desiderio; tu vestiti i tuoi abiti migliori, io farò lo stesso, e
poichè senza avvertirlo io chiusi nella valigia la ghirlanda dei fiori
di arancio, me la poserò adesso sul capo. Celebriamo le nozze; pronuba
la morte.
E come Amina desiderò fecero.
Alla luce moribonda del crepuscolo spartirono la morfina in sei boli;
dovevano essere tre per uno, ma Omobono per sè ne prese quattro, perchè,
come uomo e più forte, era naturale che gliene abbisognasse dose
maggiore.
Uno si assise dirimpetto all'altro; parevano di marmo; la vita intera
negli occhi. Omobono prese un bolo, lo mise nel cucchiaio, che empì di
acqua, lo accostò alla bocca, e levato il capo giù il primo. In questo
mentre l'Amina s'industriava scambiare i bocconi di morfina con quelli
già ammanniti di gomma arabica, ma non le riuscì; il freddo le penetra
le ossa e la paura le toglie il consiglio; sicchè a lei pure è forza
trangugiare un bolo di morfina. Omobono, preso ormai pei capelli dal
fato maligno, ingola il secondo; Amina, tremante a verga, si apparecchia
ad imitarlo. Chi la salva adesso? Quello che nè anche il diavolo ora
potrebbe, lo farà Amore.
Cotesta vista rimescolò nelle viscere il povero Omobono, che l'amava
tanto, onde balbuziendo parlò:
— Aspetta, cara infelice... mi manca il coraggio di vederti pigliare il
veleno... lascia ch'io mi volga altrove... e poi avvelenati... Amina,
abbi pietà di me.
E con supremo sforzo agguanta i due boli rimasti su la tavola, e senza
soccorso di acqua, cacciatisegli in bocca, li trangugia. Così Amina ebbe
agio di sostituire la gomma arabica al secondo bolo della morfina, la
quale si ripose in seno.
— Ora, soggiunse Omobono, adagiamoci sul letto; si levò, ma traballava,
non mica per virtù del veleno, che sarebbe stato presto, bensì per la
commozione; si versa un bicchiere da tavola di _cognac_ e lo manda giù
di un tratto; poi un altro: ed all'Amina che gli avvertì: — che fai? —
egli rispose ghignando: — tanto più che morire non si può. — Quindi con
la bottiglia in mano, che posa sopra la comoda da notte, a tastone trova
il letto e vi tracolla sopra di sfascio: — Ora, gorgogliando continua,
ora, Amina, vienmi a morire accanto.
Amina si sentiva impietrita: Omobono cominciava a tronfiare, indi a poco
piglia a lamentarsi: — Da bere... ahimè! ardo... da bere, e stesa la
mano alla boccia ingozza _cognac_. La efficacia del veleno si palesò in
lui oltre l'aspettativa sollecita; la salivazione tanto copiosa lo
molesta, che non potendo sputarla gli si rovescia per le guancie e pel
mento, lasciando su le labbra bolle di bava; con le mani sempre in moto
si straccia le vesti e la pelle, tanto lo tormenta acuto il prurito; i
tratti del viso da un punto all'altro gli si tramutano sì che non pare
più quello; per ultimo chiude gli occhi russando cavernoso.
— E tutto questo perchè se ora ti manca il coraggio di coglierne il
frutto! — per darsi di sprone diceva irridendo se stessa Amina,
sentendosi inchiodata sopra la seggiola; e cupidità vinse paura; sorse
in piedi, e le bastò l'animo di accostarsi al letto dove giaceva
Omobono, con l'indice e il pollice sollevargli le ciglia scrutandogli le
pupille, che riscontrò orribilmente contratte; lo chiamò eziandio più
volte: «Omobono, caro Omobono... sentimi, riscotiti... rispondimi, via,
amor mio». Nulla! — Adesso è il tempo, ella disse, e gli prese di tasca
la chiave del baule, lo aperse, n'estrasse il portafogli, che pose sopra
la tavola: smoccola la candela perchè mandasse più lume, e reggendosi a
stento si accosta alla finestra, ci si affaccia, e la voce di Elvira la
percuote subito che dice: «Sono qui».
Il portafogli fu calato, la finestra richiusa in fretta. Amina si fa a
serrare il baule e a rimettere la chiave in tasca ad Omobono: allora si
accorge come non abbia badato ad altro portafogli di volume molto
minore, il quale, aperto da lei, mostra un'altra quantità di biglietti
di banca; le pareva tentennare fra la morte e la vita, e tuttavia non
sofferse lasciarli; s'ingegnò adattarsi intorno alla vita il portafogli,
e sebbene cascasse dal sonno ci si rifece più volte, finchè non le parve
averlo celato per bene sotto l'abito stranamente foggiato che costumava
a quei dì. Allora soltanto pensò all'emetico, e, strano a dirsi, non gli
riuscì pigliarlo; per le membra le si era insinuato un torpore che non
le dava balìa di alzare le braccia; quanto più voleva tenere ritto il
capo, tanto le ricadeva sul petto peso come il piombo; ed anche la lunga
tensione dello spirito in opera di delitto l'aveva rifinita di forza
moralmente e fisicamente: si acchiocciolò sul letto voltando le spalle
al corpo di Omobono per paura di vederlo, se per caso le venisse fatto
di aprire gli occhi, e così stette finchè non sentì picchiare forte
l'uscio, e al colpo tenere dietro le parole: «Aprite in nome della
legge» e così per più volte; non rispondendo alcuno, con una spinta
solenne schiantarono l'uscio dagli arpioni, e dentro rovesciansi prete,
pretore, giandarmi, Luigi Bigi e l'Elvira. Alla vista del fiero
spettacolo mandarono tutti un grido di orrore. L'Elvira si precipita
sopra Amina, del suo corpo la cuopre, l'abbraccia, la bacia, co' più
cari nomi l'appella, e intanto le domanda sommesso:
— Hai preso il veleno?
— Sì.
Elvira levò la faccia al cielo quasi per chiedere una ispirazione, e la
ispirazione le venne, ma non dal cielo, e la ispirazione fu questa: —
Lasciala morire, ti piglierai tutta la moneta per te.
Senonchè Amina ammiccandole con gli occhi desse retta, le aggiunse: — Ma
ne ho preso poco; nè mi potrebbe uccidere; — levami di qui, Elvira; io
non posso più reggere.
Allora Elvira incominciò a gridare, si affanna, manda sottosopra ogni
cosa; ordina ammannissero caffè, corrano pel medico, vadano per lo
speziale, portino di ogni ragione emetici: acqua calda... acqua calda,
ci vuole.
Avuta acqua calda, la Elvira ministra all'Amina il solfato di zinco e
poi acqua; e intanto che a voce alta la conforta a darsi animo, a voce
bassa interroga:
— Le prese di morfina dove sono?
— Qui in seno.
Allora Elvira, al fine di divertire l'attenzione da lei, strepita:
— E voi altri movetevi; fate lo stesso con cotesto sciagurato; se non
può aprire i denti, schiudeteglieli a forza; cacciategli in bocca questo
vomitatorio; se riusciamo a farli recere, sono salvi... su, prete...
presto pretore... maresciallo, mi raccomando anco a voi... a lei, signor
Luigi Bigi, o che mi stilla lì ritto come un palo da pagliaio... Amina,
come ti senti? Come ti par di stare? Ti senti smovere? E voi altri, con
quel disgraziato, venite a capo di nulla?
— Di nulla; io lo faccio sbasito, rispose il maresciallo; e' pare che,
più che col veleno, si sia ammazzato col _cognac_.
— Ch'è il peggiore dei veleni, osservò Elvira, calunniando perfino
questo suo amico fedele.
— Mamma! mamma mia, reggimi il capo.
— Su, carina mia, coraggio... o Dio, o Dio, ti ringrazio, la medicina
opera.
E giù vomito a scroscio; mentre Amina appoggia il capo al seno della
Elvira, e vomita nella catinella, questa, fingendo aiutarla con le mani,
le cava dal seno i boli della morfina e li mescola col reciticcio.
Tranquillatasi alquanto la madre pietosa, le porge a bere caffè a
ciotole, mostrando tuttavia accesissimo zelo anche pel giovine
avvelenato; ma con lui erano pannicelli caldi: vennero il medico e lo
speziale.
Il medico, dopo visitata diligentemente Amina e le materie serbate nella
catinella, giudica che a parte le conseguenze del disturbo morale,
intorno a cui non si poteva garantire nulla, dove si continuasse la cura
del caffè e di altre bevande acidulate con aceto, limone, acido
tartarico e simili, la considerava fuori di pericolo: all'opposto, il
caso di Omobono parergli disperato; ad ogni modo avrebbe fatto ogni
sforzo, ma, per operare, di due cose avere supremo bisogno: quiete e
libertà; sgombrassero la stanza tutti, massime la giovane signora, della
quale la permanenza prolungata in cotesto luogo era di danno
inestimabile.
— Se però non fosse assolutamente necessario... osservò il pretore.
— Necessarissimo, _et in primis et ante omnia_, confermò il medico.
— Ma che diascolo! Lo vedrebbe un cieco, ribadì il prete, cui, memore
del goffo omicida della sua primiera, non parve vero di dare una
trafitta al pretore.
Allora Elvira, usa a chiappare le occasioni a volo, chiamato in disparte
il medico, lo tastò:
— O non sarebbe meglio che io me la riconducessi a Milano?
— Magari! Ma con questo boccone di scossa io non garantirei.