lettera a lui consegnata, timorosa di guai, corse tosto alla sua volta;
scortolo da lontano lo chiamava con voce e con cenni; ma invano;
giuntagli accosto lo tentennò forte per le braccia; allora egli si
scosse, le sue pupille oscillarono e ripresero la virtù obiettiva: come
se uscisse dal deliquio sospirò:
— Amina, sei tu?
— Sì, sono: perchè sconvolto così? Ti senti male?
— No, bene.
— Ebbene, che ci ha di nuovo?
— Ecco, e le sporse la lettera.
Amina lesse e rilesse; poi soggiunse:
— Ebbene, che hai pensato?
— Morire; rispetto a te, quanto più so e posso ti supplico ad accettare
la proposta della signora Elvira.
— Davvero?...
Se per me si possedesse la scienza musicale dei più famosi maestri, da
Jubal fino al cavaliere Verdi, io non saprei rendere a gran pezza le
infinite inflessioni di voce che fece Amina nel pronunziare cotesta
parola.
— E non ti riesce a capire, continuò risentita, che mezza della tua
maledizione si è rovesciata sul mio capo; la lebbra del tuo corpo si è
comunicata al mio? E ti basta l'animo di confortarmi a vivere una vita
di vergogna e di paura? Tu dunque pretenderesti ch'io vegliassi per
soffrire i miei dolori ed i tuoi? Tu mi respingi da dormire il sonno
eterno sul tuo guanciale? Ah! m'invidi la morte? Tutti voi altri sempre
così; sotto infinite apparenze in fondo il vostro unico, rigido,
sempiterno vantaggio. E chi ti dà diritto di supporti o più dignitoso o
più animoso di me? Ho letto di parecchie donne che ebbero con lo esempio
della propria morte a dare coraggio al marito codardo di fuggire,
morendo, la infamia; di mariti che uccidendosi insegnassero alle proprie
mogli a uccidersi non intesi mai.
— Amina, gemè Omobono, abbandonandosi con voce rotta dai singhiozzi
nelle braccia della sua donna, non amareggiare di più le ultime ore del
vivere mio, già troppo amare, non mi fingere disamorato per
trafiggermi... tu sei giovane... e tu bella... ho pensato che qualche
giorno, rimanendo in vita, possa sorgere meno fosco per te: la fortuna
muta...
— Ma non il cuore di donna innamorata, nè di moglie virtuosa. Vissi: non
si misura la vita col lunario. Quando tutto provammo e tutto godemmo e
tutto soffrimmo, la vita è compiuta. Tale in un battere di palpebre
vuotò intera la coppa della vita che altri in ottanta anni non ne bevve
mezza. Ad ogni evento, a morire basto sola.
— Amina, esclamava Omobono, vie più stringendosi l'amata donna al cuore,
tu coll'aprirmi interi i tesori della tua nobile anima mi consoli con
tanta dolcezza, che se potessi incontrare la morte la bacerei in bocca e
le direi: tu sola sei amica.
— Va bene; ma ora che abbiamo posto in sodo questa suprema risoluzione,
Omobono mio, concedimi che io ti domandi se veramente tu hai pensato che
sia necessario il morire?
— Sì; innanzi tratto io mi sento così stracco, così rifinito di forze,
che, anco potendo, non vorrei continuare questo sazievole viaggio; ma il
fatto sta che non posso; vedi! come quando porgendoti il portafogli,
perduto l'equilibrio, ebbi a cascare nel lago, adesso mi trovo
sbilanciato su l'orlo della vita. Considera i segni della notte che
m'investe: di minuto in minuto il buio s'infittisce: il cielo mi si
chiude sul capo ruggendo la tempesta: sotto le gambe mi si avvalla la
terra: le mani a cui fidava agguantarmi o si ritirano, ovvero si
allungano per respingermi. Il cane allevato in casa mi si avventa come
se io fossi il ladro: anche ieri sperava poter combattere e vincere;
adesso senza impugnare le armi mi confesso vinto, perchè le armi le
quali mi dovevano difendere da un punto all'altro mi furono rivolte
contro al petto. Il tradimento di Carpoforo mi ha tagliato i garretti.
Tuttavia poniamo che io volessi pigliare a morsi il destino... qual
profitto me ne viene? Io stesso con le mie proprie mani avrò spinto il
padre di mia madre sotto la macina del fisco, perchè me lo stritoli
anima e corpo. Non ti par questo parricidio? Non comprendi come sarebbe
lo stesso che comprarmi l'eterno rimorso? E se il rimorso consentisse a
darmi tregua, la gente non mi zufolerebbe perpetuamente dentro le
orecchie: parricida! parricida! Non avrei squarciato la nuvola donde si
sarebbe riversato un diluvio d'infamia sopra la madre, su tutta la
famiglia vivente, sopra me, su i posteri? Non basta?
— Dimmi, Omobono, in Dio ci credi? L'anima credi immortale, ovvero morta
col corpo?
— A me parve sempre presunzione di crani senza mandorla dimostrare la
esistenza di Dio, come la non esistenza. I nostri sensi non bastano e lo
intelletto è corto per siffatte dimostrazioni: io, per me, non credo nè
discredo: il futuro mi si para davanti come la nicchia della immagine
d'Iside coperta da una tenda nera; solo quando abbiamo varcato la soglia
della vita, la morte tira la cortina; allora, e allora soltanto, sarà
conosciuto se di là splenda la luce, oppure abbui la tenebra eterna.
Oltre al sepolcro i sacerdoti augurano perpetua la luce e la quiete: a
noi giovi trovarci l'una e l'altra; che se tanto non ci consentono i
fati, la requie eterna mi basta.
— Io poi — favellò Amina — su questo proposito non ho ragionato mai, e
creduto sempre, lasciandomi in balìa delle prime impressioni della
infanzia: grande per me fu eccitamento al bene e freno al male il
pensiero che, invisibile misurando i suoi ai passi miei, mi veniva
allato un angiolo buono, il quale del mio lodevole operare esultava e
del mio illaudabile si affliggeva. Sarà ch'io m'inganni, ma concetto
proprio divino e fonte inestimabile di bene reputai la fede, che non
solo le nostre azioni, ma i pensieri non pur nati ma per nascere sieno
tutti dipinti nel cospetto eterno, allo scopo di conformarci in guisa
che neanche la tentazione si affacci al nostro spirito, perchè s'è
meritorio combattere la tentazione quando è sorta, credo più sano
impedire che sorga. Dunque tu non ti avrai per male che io mi apparecchi
alla morte con la confessione e la eucarestia.
— Ma, Amina, hai tu pensato che andando a confessarti tu palesi il tuo
proponimento al confessore?
— Io confesserò i peccati commessi, ma quelli che sto per commettere non
hanno bisogno di confessione.
— Dunque tu hai peccati sull'anima che ti preme cancellare per via
dell'assoluzione?
— E chi non ha peccati? Non ne andarono esenti nè manco i santi. Che
disse Gesù a cui gli domandava se avesse a perdonare sette volte? Tu
perdonerai sette volte sette.
— Bisognava che Gesù pigliasse moglie, per vedere se sarebbe stato
sempre del medesimo parere. Ma quali peccati puoi avere tu?
— Li ha da udire il sacerdote, non il marito; molto più che io potrei
credere peccati certi atti, pensieri, omissioni che poi non fossero: sta
al confessore definirli.
— Ed il proponimento di darti la morte non giudichi peccato mortale?
— Sì, ma di questo chiederò perdono a Dio nell'altro mondo, e confido
nella sua misericordia, perchè amore me lo fa fare, e Dio mi sta
nell'anima come principio e fine di amore.
— Lasciamo questi pelaghi; quanto tempo ti ci vorrà per apparecchiarti
alla buona morte?
— Non saprei... tre... cinque.
— E se nel frattempo ci rovinasse sopra la persecuzione degli uomini?
— Allora avviseremo; chè necessità vince consiglio.
— Bene.
— Un'altra cosa, Omobono, ho da dirti; dammi la mano e senti se la tua
Amina trema... hai tu pensato al modo di darci la morte?
— La è presto fatta; tu appunti una pistola alla mia tempia; io alla
tua; spariamo; la soglia della vita è passata; ci troviamo nella
eternità.
— No, no, no, proruppe Amina spaventata; a questo non consentirò mai io;
il mio cranio in pezzi... il mio cervello in brindelli appiccicati al
muro, come un avviso di vapore in partenza: gli occhi, schizzati fuori
della fronte, giù penzoloni per le gote, i denti sparsi su la terra come
granturco pei polli... io diventata oggetto di ribrezzo; forse di
scherno... ma questo è terribile... ma questo, non pure crudele, è
villano...
— Ebbene, via, invece del capo, vuoi tu che ci spariamo la pistola al
cuore?
— Ma che ti pare! Tu, Omobono, verresti ad ammazzarti due volte, perchè
il mio cuore è pieno di te, e dove ti mise amore non ti ha a cacciare
via persona, nè anche tu.
— Allora non ci vedo altra via che pigliare una barca, andarcene in alto
mare e affogarci.
— Non ne verremo a capo, caro mio, perchè entrambi noi sapendo notare,
lo istinto della vita ci farà stare a galla su l'acqua.
— Ci legheremo un sasso al collo.
— La morte dei cani tignosi! Ohibò! Meglio impiccarci...
— Diavolo! Così finiscono i ladri. Raccomandiamoci al solito carbone.
— Peggio; prima di tutto non è sicuro; si prova fuori di misura
spasimevole; dopo molte ore di agonia non uccide: il suo effetto non si
manifesta uguale per tutti, e potrebbe darsi che mentre non potessero
richiamare alla vita te, potessero me... e allora immagina il mio
martirio! E a te pure, Omobono, non vengono i brividi addosso a pensare
che ci sentiremo morire poco a poco, come il coniglio ingozzato dal
boa... e ora di che ridi, Omobono? Paionti questi momenti da ridere?
— Non farne caso, anco i gladiatori feriti nel diaframma morivano
ridendo.
— T'intendo, sai? Tu dubiti, tu dubiti che io abbia paura... ch'io parli
come colui che avendo a scegliere l'albero per esserci impiccato, non ne
trovava uno di suo gusto; possibile tu non abbia pensato al veleno; e sì
che ci hanno ad essere veleni i quali fanno dormire, un veleno che ci
conceda vederci fino all'ultimo... chiudere la vita con un bacio.
— Non ci ho pensato davvero, perchè di morire in una maniera o
nell'altra a me importa poco, e non mi era mai caduto in mente di averti
compagna nella morte: ho sentito dire, ed anche ho letto, di veleni di
cui una gocciola basta per fulminare, non che un uomo, un bue, e certa
volta si narra due amanti versarono non so bene quale acido, se prussico
od idrocianico, dentro un cannello sottilissimo di vetro; quando vollero
uccidersi se lo introdussero in bocca metà per uno, co' denti lo ruppero
e in un attimo morirono entrambi l'uno nelle braccia dell'altro.
— O fortunati! Quanta invidia io vi porto.
— Potremmo rimediare... forse.
— E come?
— Ecco, io non saprei dirti il perchè, certo giorno mi prese vaghezza di
fare provvista di oppio. Tu sai come agli speziali sia vietato vendere
oppio ed altri tali veleni senza la ricetta del medico; se lo facessero
cascano in pena; ora, quello che agli speziali è proibito si concede ai
droghieri, i quali possono venderti impunemente tanto veleno da
attossicare una città; ricorsi pertanto a droghiere amico, che senza
ostacolo mi vendè mezz'oncia di _morfina_.
— E l'hai teco?
— L'ho.
— Ecco il fatto nostro; mostramela, la voglio vedere.
Egli la cercò, la trovò, gliela mostrò, e vistala riprese:
— È piacevole agli occhi, candida come l'innocenza, potente quanto Dio,
pare polvere caduta dall'ale della farfalla quando folleggia di fiore in
fiore. Adesso tutto è stabilito fra noi; — bando alla tristezza:
esultiamo; costringiamo la morte a sorriderci... Omobono, incoroniamo la
morte di rose.
E per dirla alla maniera di Omero, rallegrarono il cuore co' doni di
Cerere e di Lieo; e per essere in riva al mare forse non mancarono anche
quelli di Nettuno.
*
All'alba la donna andò alla messa, chiese del parroco, e gli aperse il
desiderio di fare la confessione generale: durante tutto cotesto giorno
procurerebbe esaminarsi la coscienza per bene; domani alla medesima ora
tornerà da lui; intanto le celebri una messa secondo la sua intenzione,
e gli porge un biglietto nuovo di banca di venticinque lire: certo, di
argento o di oro avrieno fatto meglio figura, ma quello che vi è dato
pigliate; lo dice anche il Vangelo; però il prete lo acciuffava con la
bramosia del gatto, e se il guanto non la riparava, avrebbe graffiato la
mano all'Amina: allora questa gli chiese in grazia di somministrarle il
necessario da scrivere lettera alla madre sua, perchè a casa non lo
avrebbe potuto fare liberamente a cagione... e qui chinò la faccia
suffusa di rossore, aggiungendo a voce bassa, quasi paurosa che altri la
sentisse, — a cagione di un uomo che la vigilava. Il prete mangiò, o
piuttosto credè mangiare la foglia per aria, e nel presagio che Dio non
si sarebbe rimasto a quell'unica mandata di manna, si affrettò
rispondere:
— Padrona, padronissima, favorisca in sagrestia che troverà
l'occorrente.
Amina, condottasi là dove la menò il prete, si mise a scrivere, empiendo
presto presto ben quattro pagine di carta; piegò, sigillò diligentemente
e si raccomandò al curato, affinchè portasse subito la lettera alla
posta e l'_assicurasse_. — Magari! disse il prete, disposto sempre ai
comandi di vostra signoria illustrissima, — e si separarono. Il curato,
avviandosi con celeri passi all'ufficio postale, lesse nella
sopraccarta: _Alla nobile donna la signora marchesa Elvira M. nata S._,
Via S. Carlo, n. 12. (_Urgentissima_). — Eh! eh! lo aveva detto io, qui
gatta ci cova. — E mentre sprofondato in cotesto pensiero non bada dove
pone il piede, ecco investe l'accattona solita a mettersi accoccolata di
fianco alla porta di chiesa, cagionandole una sconcia stincatura:
— Corvaccio! strillò costei, tu possa andare allo inferno prima di sera.
— E tu in paradiso subito — rispose il prete, e scappò via.
*
Sul fare del giorno, in una via traversa di Nervi, quasi nascosta sotto
i rami di un gruppo di salici, si vedeva ferma una carrozza polverosa;
se dentro ci fosse gente non si poteva scorgere, essendo le tendine
abbassate; il cocchiere a cassetta dormiva; un altro servo vegliava
ritto alla testa dei cavalli; dopo non breve ora la campana della
parrocchia squillò il primo rintocco dell'_Ave Maria_; allora si aperse
adagio adagio uno sportello della carrozza e ne uscì una donna avvolta
nel cappotto e incappucciata; accennò al servo vigilante, che le andò
incontro qualche passo, sicchè ella potè a voce sommessa susurrargli:
— Merlo, fa' di trovare l'albergo che ci hanno indicato; bisogna tu
riponga il legno in qualche scuderia affatto sgombra, perchè non vo' che
veruno lo guasti: e poi era guasto, non era; ci facciamo il sangue verde
e bisogna succiarci il danno; i cavalli poi metterai dove ti resta più
comodo; dirai al locandiere che avendo a parlare al signor curato, mi ci
sono condotta subito; molto più che avendo sentito sonare a messa non ho
voluto mancare di udirla; fa' allestire il quartiere più appartato che
sarà possibile: poi vienmi a prendere verso la chiesa, perchè mi sento
le ossa rotte ed una fame da lupi; e tu non devi canzonare; il vino non
ti raccomando; solo ti dico che berrai con me alle mie bottiglie; guarda
se trovi del _cognac_ buono: provvedi un mazzo di sigari, quelli che
aveva meco ho fumato tutti. — Fatti in là, furfante, disse la donna
dando una spinta solenne nel petto a Merlo, che gittatole un braccio al
collo pareva si disponesse a baciarla, ti sembra questo il tempo e il
luogo, e senz'aspettare altro si avviò verso la chiesa. Il servo dal
canto suo si allontanava come un can mastino bastonato.
Elvira, che la donna era dessa, s'imbrancò con certe vecchiarelle, le
quali mattutine s'incamminavano verso la chiesa, alternando passi e nodi
di tosse; ora, strette le ciglia per isbirciare meglio, mira il prete
sopra la soglia della chiesa, in atto di uomo che aspetta, e poco dopo
una signora affrettarsi a cotesta volta, come persona cui tardi farsi
attendere; Elvira rallenta il passo, e solo torna ad accelerarlo quando
vide entrati in chiesa il prete, la signora e qualcheduna delle vecchie
compagne del suo cammino; ella pure vi entrò di scancìo e si fermò in un
canto all'ombra per iscoprire marina; il prete e la donna già stavano
ristretti nel confessionale con la mano in pasta a fare il sacramento
della penitenza; allora strisciando lungo la parete giunse presso al
confessionale, dove presa una seggiola s'inginocchiò dinanzi a quella
con le gomita sul paglietto e il capo nascosto nel cappuccio inclinato
sopra le mani. Amina l'aveva di già avvertita, onde tirò a finire la
confessione, sicchè il prete, che si era già apparecchiato a sentirne di
quelle senza babbo nè mamma, rimase edificato delle mende leggiere della
sua penitente: tutto il baco stava nella troppa fede posta nel giovane
innamorato, che l'aveva tratta fuori di casa, non però a cattivo fine,
perocchè entrambi i giovani più che mai erano fermi a legittimare la
loro unione col sacramento del matrimonio, e magari se avessero potuto
farlo benedire da lui, curato di Nervi!
Il prete non capiva in sè dal giubilo, che gli pareva l'angiolo
dell'Apocalisse mettergli la falce in mano e gridargli _con gran voce:
Caccia dentro la tua falce e mieti perchè l'ora del mietere è
venuta_,[50] e impostele per penitenza non so che zacchere di
_avemmarie_ in onore della _sempre vergine e madre, figliuola e moglie_,
la licenziò, ammonendola che dopo un po' di preparazione egli avrebbe
celebrato la messa, al termine della quale le amministrerebbe il
santissimo sacramento della eucarestia. Quanti sacramenti in un picchio!
Fortuna che non fanno indigestione!
[50] Apocal., c. 14, n. 15.
Egli se ne andò in sagrestia, dove si lavò le mani; doveva anche lavarsi
l'anima, ma per siffatto lavacro manca troppo spesso il sapone ai preti.
Amina, tolta a sua posta una seggiola, la tirò chetamente accanto a
quella di Elvira, e postasi nel medesimo atteggiamento di lei
incominciarono a bisbigliare fra loro. Dopo parecchi discorsi, che non
importa riferire, Elvira disse:
— Dunque voi vi volete avvelenare coll'oppio?
— Mi è parso meglio di tutto.
— E ti parve bene; perchè con gli altri veleni, massime con gli
arsenicati, non si sa mai dove si vada a cascare: però il meglio sarebbe
che tu ti esimessi con destrezza da ingollare anche l'oppio: tutto sta
cogliere la opportunità; ecco qua un pacchetto di gomma arabica
soppesta; a non badarci troppo rassomiglia alla morfina; nel pacchetto
ho messo altresì ostie per involtarla, caso mai tu non ne avessi. Dove
tutto ciò non ti riesca... oh! zitto... entra la messa...
Il prete incomincia coll'_Introibo altare Domini_, e se ne va giù giù
con la dolce armonia della pentola che spicchi il bollore: quando ebbe
salito gli scalini, e però scostatosi dalle donne da non poterle udire,
Elvira, studiando con maggiore cautela la voce, continua:
— In queste due cartucce colore di rosa tu troverai due prese di solfato
di zinco: allorchè costui si sarà addormentato al sonno eterno, tu
pigliane una dentro un bicchiere di acqua e vomiterai l'oppio senza
sentirne altro danno che un po' di sbalordimento.
— Ma e se m'addormento ancora io?
— Per Dio! sei pure curiosa. Talora mi daresti venti punti ai quaranta;
talaltra inciampi in un filo di paglia e stramazzi; se quando ti fai il
bolo ci metti dentro minore dose di morfina che puoi, la sua virtù si
spiegherà meno intensa e più tardi.
— Io lo confesso, l'ultima mano mi manca, ma tu duce e maestra, mi
perfezionerò.
— Se lo scambio della morfina con la polvere della gomma arabica ti
riesce, allora fingi sonnolenza, spossatezza, conati al vomito; ti
gratterai le braccia e il collo come se un prurito insopportabile ti
tormentasse; l'emetico allora ti ministrerò io; da te non far nulla:
penserò io a mescolare il solfato di zinco col vomito; hai capito?
— Ho capito; ma da che mi accorgerò io che l'avvelenamento di Omobono è
diventato irrimediabile?
— Zitto... il campanello annunzia la elevazione dell'ostia;
raccomandiamoci a Dio che non ci levi le sue sante mani di capo...
Dopo la scampanellata finale, che annunzia ogni cosa al posto, Elvira
ripiglia:
— Sta' attenta; si presentano due periodi; nel primo egli si dorrà di
sete, di stimolo a spandere acqua e d'impotenza a farla; anche in lui i
conati al vomito e la languidezza; poco dopo la salivazione continua, le
pupille contratte, le sembianze abbattute; nel secondo periodo:
svagellamento, ubbriachezza, perdita di conoscenza, sonno profondo; tu
capisci come questi accidenti avvengano di tanto più presto quanto
maggiore sia la dose del veleno amministrato; posto che pigli la morfina
alle ore otto di sera, verso le undici la dovrebbe esser messa finita...
Oh! Dio, facciamo presto, che appunto la messa sta per finire, ed io ho
da dirti tante altre cose... Verso quest'ora verrò sotto le tue
finestre; tu mi getterai; no, meglio calare; hai fune in casa?
— No.
— L'ho portata io; eccola; nascondila sotto il cappotto.
— Intorno al giardino ricorre una siepe folta di allori; appiattati lì e
non ti movere se prima non vedi un lume alla finestra sotto la quale tu
devi venire...
— Sta bene... bisogna separarci; il prete ha finito... va' a
comunicarti.
Amina si accostò, per dirla in lingua chiesastica, alla mensa
eucaristica, a mangiarvi il pane degli angioli. Quando ella tornò al suo
posto, l'Elvira se l'era svignata; questa, trovato il Merlo, andò
all'albergo a mangiare, bere e fumare con lui; a dormire no, perchè
Merlo, anche quando ella traballando si alzò da tavola, ci volle
restare, dove dopo avere asciugato tutte le bottiglie, compresa quella
del cognac, stese le braccia, e su queste buttato il capo, prese a
tronfiare come un tasso. Scesa la notte, Elvira sorse da letto, ed
avendo trovato il Merlo sempre a tavola addormentato, gli levò
pianamente di tasca la chiave della rimessa, informandosi, senza parere
fatto suo, del luogo ov'era posta. Del Merlo non ci era da darsi
pensiero: se la vinolenza gli fosse passata alla dimane, avrebbe fatto
primiera con tre carte. Anche il cocchiere eccitato a bere (e non aveva
mestieri conforti), se non si ridusse nello stato del Merlo, un tiro di
cannone non ci correva. Assicurata di questo, Elvira pensò: fin qui le
cose mettono bene; adesso da capo si pose a strologare; sembrava
ripassasse nella mente il fatto e il da farsi; su di un punto parve si
pentisse di qualche errore commesso, perchè si morse il dito, ma poi
conchiuse: basta, si rimedierà; dentro la sopraccarta vecchia chi para
di mettere una lettera nuova? Su di un altro tentennando il capo a mo'
di pendolo, dava a divedere riuscirle difficile la risoluzione; tuttavia
all'ultimo anche qui si decise e sonò il campanello. Al cameriere, che
sollecito comparve, disse:
— Avvertite il vostro padrone che favorisca venire qui in camera; ho da
parlargli.
Indi a brevi istanti ecco il padrone con la berretta in mano, ed ella,
scarsa a parole e celere nel proferirle, lo pregava, e la preghiera
sonava comando, ad accompagnarla dal reverendissimo signor curato per
consultarlo su cosa di grandissima importanza. L'oste rispose come gli
osti rispondono in simili occasioni: sarebbe stato un onore ed un
piacere per lui, ma che a cotesta ora non ci era da pensarci nè manco,
perchè il signor parroco seralmente si recava dal pretore a giocare a
_goffo_ con altri maggiorenti del paese, ed a sturbarlo nel suo
passatempo prediletto si correva rischio di essere scomunicati in cera
gialla.
— E se qualcuno in procinto di morire abbisognasse dei conforti della
religione?
— Pei benestanti ci è il cappellano; pei nullatenenti il curato dice,
che per venire al mondo ci è mestieri la balia, ma che per uscirne si
può fare a meno di tutti.
— Pare che il signor curato sia addentro nelle grazie del signor
pretore.
— Faccia conto che le sieno due anime dentro un nocciolo.
— Ebbene, andremo a trovarlo dopo la sua partita.
— Ma sa ella che spesso fanno mezzanotte, prima delle undici mai; o non
sarebbe meglio domani?
— Mi occorre vederlo stanotte; se si potesse, subito. Verso le undici vi
farò chiamare; siatemi servizievole, che ve ne ricompenserò; voi lo
vedete, della mia gente non posso fare capitale in nulla... andate; ma
no; ditemi prima, potrei respirare un po' di aria aperta senza
avventurarmi sola per le vie del paese?
— Badi, signora, qui, per naturale costumatezza dei terrazzani e per
necessità di tenersi bene edificati a cagione dei bagnanti, si può
camminare a qualunque ora sicuri; tuttavia, la signora, volendo, può
scendere nel giardino di casa, il quale confina con la spiaggia,
ordinariamente deserta; qualora lo desideri, io le darò la chiave della
porta del giardino che mette sul lido.
— Sì, come volete: addio.
Il locandiere dopo alcuni altri minuti, sempre con la berretta in mano,
portò la chiave. La Elvira scriveva; senza levare gli occhi dal foglio
disse:
— Mettetela sul caminetto; mille grazie.