Di amor la voluttà ed il desire

E degli amanti il favellìo segreto

Quel dolce favellìo che anco de' saggi

Ruba la mente,

e trattone fuori un pugno di lusinghe e di dolcezze, lo sparge loro sul

capo a mo' che i principi gettano le monete di oro alle turbe nel giorno

della loro incoronazione; poi ordina alla natura che canti con la voce

di tutte le sue creature:

Amate, amate, che domani ad altri

Sensi potrei chiamarvi, e doman forse

Chi sa se il cielo coprirà la terra.

Gli amori nati appena, e che si trovano all'aurora dei sospiri, ella

confida alla condotta di Amore fanciullo, che li guida a rinfrescarsi

l'ale testè nate su la superficie del lago, e in cerca di altri amori

che a loro acconsentano... così le rondini, corso gran tratto di aria,

con magnifica curva radono le acque a caccia dello insetto, delizia dei

loro conviti...

— Come! Dunque l'amore a suo parere è un insetto? Dunque come lo insetto

l'amore si appetisce e si cerca?

— Sì signora, poichè mi mette con le spalle al muro le dirò che amore

come rondine vola, come rondine, animale di passo, presto viene e presto

parte; come le rondini e i re è animale carnivoro. Ma ahimè! questa

strappata mi ha rovesciato dal mio pegaseo; spento il lume della

lanterna magica, i vetri figurati della fantasia non si riflettono più

su le pareti del mio cervello: _valete_, spettatori; torno al racconto.

*

I nostri personaggi presero stanza proprio sul lago, nel bellissimo

albergo aperto accanto al palazzo della Regina.

Qual regina? Carolina Amalia Elisabetta di Brunswick. E di qual re

moglie? Di Giorgio IV d'Inghilterra. Ed ora che ve l'ho detto, voi ne

sapete meno di prima. E sì che vissero e morirono ai giorni nostri; e si

lasciarono indietro uno strascico d'infamia, la quale in difetto di

altro servea mantenere per qualche tempo i nomi dei re sopra la soglia

della morte. Costei fu meno cosa di Messalina; costui più cosa di

Claudio.

Il debito fu pronubo delle nozze inauspicate, imperciocchè il Parlamento

non acconsentisse pagare i debiti del principe, se non a patto che

mandasse giù una moglie senza ostia.[42] Quando prima il principe vide

la sposa la baciò, _subito dopo chiese un bicchiere di acquavite_;[43]

nel primo pranzo egli le impose che sopportasse commensale al fianco la

sua baldracca,[44] lady Jersey; la prima notte egli ubbriaco l'accolse

nel talamo, che metà passò sopra e metà sotto il letto, dove ruzzolò

sozzo sacco di vivo.[45]

[42] Le pillole s'ingollano involtate nell'ostia.

[43] Memorie del conte di Malmesbury.

[44] Memorie del conte di Malmesbury.

[45] Memorie del conte di Malmesbury.

E pure da cotesto bestiale mescolamento in capo a nove mesi nacque un

bel giglio di amore, che, sposato a Leopoldo di Sassonia Coburgo, morte

recise nel dare alla luce il primo figliuolo: per lei il Byron,

selvaggio amatore di libertà, compose versi stupendi, dove così si

esprime: «la libertà obliò le sue mille sventure per la sventura suprema

di avere perduto questa donna, sopra la testa della quale ella vedeva

splendere il suo arcobaleno... e noi ci compiacevamo nel presagio che i

nostri figli avrebbero _obbedito_ al suo figliuolo.»[46] Vedi

contradizione di poeta, a cui quando meno se lo aspetta la passione ruba

la mano del giudizio.

[46] Carlo IV dello _Child Harold._

La regina d'Inghilterra, non solo a Como, ma per l'Europa, per l'Africa

e per l'Asia, come il capo comico conduce la compagnia dei suoi strioni,

menava una turba di paltonieri per rappresentarci un dramma solo —

quello del più lurido adulterio; e se ne teneva, ella regina, madre e

donna di ben cinquant'anni matura! Al volgare adultero Bergami, ella,

insanita, procacciava titolo di barone e insegne equestri, monili al

collo e campanelle agli orecchi; a Malta gli comprò la croce dei

cavalieri di San Giovanni; a Gerusalemme, con sacrilego oltraggio,

quella del Santo Sepolcro!

Lo indegnissimo marito, comecchè troppo più di lei imbestiato in ogni

maniera di turpitudini, ardisce apporle colpa di adulterio, e raccoglie

da diverse contrade, massime dalla Italia,[47] a prezzo di oro,

testimonianze della sua vergogna, pigliando piacere a propagarla al

mondo come il matto ad appiccare il fuoco alla casa. Nè la morte di

Messalina fu colpa di Claudio, bensì di Narciso, pauroso di perdere il

credito presso Cesare, e col credito la vita; tanto vero ciò, che

Claudio il giorno stesso che gliel'ammazzarono di stoccata nel core, non

la vedendo a mensa, interrogò perchè tardasse a venire;[48] all'opposto

la morte di questa regina fu opera per bene venti anni premeditata dal

Claudio inglese.[49]

[47] Lord Brougham, difensore della regina, per iscreditare

testimoni italiani disse: «credo che di tutti i paesi del mondo

il paese più opportuno per trovare testimoni _falsi_ sia il

paese di _Augusto_ e dei _Borgia!_» Rimesteremo noi l'orrida

massa di fimo e di sangue dei processi inglesi per gettarla in

faccia a lord Brougham? No, pur troppo il mondo va pieno

d'infamie, che invece di rimproverarci scambievolmente sarebbe

meglio guarire. Ma il Brougham era avvocato a cui pare che tutto

sia permesso per difesa dei clienti.

[48] Così afferma Svetonio nella vita di Claudio; diverso

Tacito: «a Claudio fu detto, mentre mangiava, Messalina essere

morta, ned ei cercò se di sua mano o di altrui; _chiedette bere

e seguitò a mangiare_.»

[49] La regina Carolina morì il 7 agosto 1821 di 53 anni; la sua

morte fu attribuita all'angoscia sofferta di essere stata

respinta dalla incoronazione del suo marito all'abbazia di

Westminster; la ultima infermità fu qualificata _infiammazione

intestinale_. Corse voce comune che l'avvelenassero: su questo

proposito io mi stringerò a ripetere quello che il Voltaire

scrisse intorno alla morte di Alessandro, figlio di Pietro I di

Russia: «egli è certo che di questo principe sventurato si

desiderava la morte, e che la Corte di Pietroburgo era provvista

di una spezieria celebre per copia di ogni maniera di droghe...»

Le rappresentanze della colpa e quelle del giudizio furono date _gratis_

al mondo; il popolo somministrò il danaro per le spese: quelle della

regina costarono un bel circa venti milioni di lire; quelle del re non

si possono sapere; — quel popolo che sepolto nelle miniere mena una vita

che poco è più morte; e nelle fabbriche si travaglia quindici e più ore,

a sette centesimi per ora; e poi i cortigiani fanno le stimate quando

sentono dire che la monarchia è venuta in abominio di Dio, del diavolo e

di quanti sopra la terra possiedono discorso di ragione.

*

Tanto è, Omobono non era lieto; in ogni atto della sua vita si mescolava

uno struggimento per cui egli restava ad un punto sorpreso e sbigottito:

gustava _miele amaro_, tanto in pregio presso gli antichi romani, che ne

imposero eccessivo tributo alla Corsica che n'è produttrice feconda; e

bene sta che da puro cuore soltanto sgorghi la gioia pura. Il torpore

gli s'insinuava nel sangue sottile come la malaria, tedioso a sè sempre,

e qualche volta all'Amina, a fatica parlante e sbadato: gran parte del

dì e' pare che dondoli tra gli sbadigli e i sospiri; svogliato di quiete

e di moto, di veglia e di sonno, di cibo, di tutto: affacciato per

ordinario al balcone, guarda fiso le acque del lago, le nuvole del cielo

senza pensare a nulla; gli pesa il cervello; anzi non piglia nè manco

diletto a contemplare il trasformarsi continuo che le nubi fanno in

diverse sembianze, dove il riguardante mira quello che più gli piace

trovarci; nella notte, ore intere, col braccio intorno alla vita di

Amina, specula il cielo, e se gli avvenga mirare staccarsi dal fondo

dell'emisfero due stelle, e dopo descritta una lunga curva di fuoco

spegnersi a un tratto vicino alla terra o all'acqua, ripete sommesso:

— Perchè non così anche noi? Codesti fuochi dal cielo muovono verso la

terra, e noi, Amina, spiccandoci dalla terra dovremmo quetare in cielo.

— E chi para?

E qui amplessi e pianti con l'altra procella di affetti, la quale

impedisce che le acque di Amore stagnando impadulino.

*

— Orsù, Amina, un bel giorno disse, levandosi per tempissimo, che cosa

facciamo qui? Moviamoci, nel moto sta la vita; mira come leggiere

s'increspano le acque del lago, senti come soave ci venta in faccia la

brezza montanina; — prendiamo una barca e andiamo a fare un giro: io

porterò meco il mio portafogli, e quando mi capiti sotto qualche orrida

scena, ovvero elegante, io mi piglierò diletto a schizzarlo.

— Ed io?

— Angiolo mio, tu ti spasserai a vedermi disegnare, o piuttosto fa' una

cosa, provvediti di una lenza e pescherai.

— A cannetta?

— A cannetta.

— Ma sai tu che cacciare a civetta, pescare a cannetta e prestare a

sicurtà, son tre castronerie che l'uomo fa; — basta, come ti piace,

Amina mia, contenta tu, contento io.

Amina, senza lasciarla bollire nè mal cocere, esce fuori di stanza, e

corre su e giù per l'albergo chiedendo, ordinando e mettendo in moto

quanti incontra, camerieri e famigli; a tutti dice e non rifinisce mai

di ripetere che le cerchino buona barca e rematore capace; tornerà a

pranzo, ma se la vedessero tardare non l'aspettino; volersi godere quel

paradiso terrestre; quante rinverrà fate, tante manderà ospiti alla

locanda; esulti il padrone, perchè le fate hanno per costume pagare i

conti in moneta di diamanti; alla più trista in oro senza lega;

ammannisse i corbelli per metterceli dentro. In un attimo ecco barca

_nazionale_, rematore _nazionale_ (aveva remato almeno due terzi della

sua vita agli austriaci, ma ciò non rileva; oggi è _nazionale_)

bandiera, lenze, corbe, _et reliqua_, tutto _nazionale_.

Spoltrati! spoltrati! È lesta ogni cosa, — e sì dicendo Amina mette il

cappello in capo ad Omobono, e presolo per la pistagna del vestito seco

lo trae alla barca accostata alla riva, dove l'acqua è profonda; lì

giunta ella ci entrò di un salto, che fece stupire i bighelloni accorsi,

come avviene nei piccoli paesi d'Italia, dove la poltroneria culla il

popolo e la curiosità gli canta la nanna. Omobono stava per andarle

dietro, quando ella di un tratto esclamò:

— Il portafogli! Non hai avvertenza a nulla; e sì che ti aveva

raccomandato non dimenticare il portafogli; va' a pigliarlo... fa'

presto.

Allora Omobono rifece le scale a quattro a quattro, e preso il

portafogli torna addietro col medesimo abbrivo: ansava come un mantice e

con parole rotte, sporgendo il portafogli all'Amina, diceva:

Eccolo! eccolo!

Amina stende la mano per agguantarlo; Omobono piega più del dovere la

persona per porgerglielo; ella non incontra il portafogli; egli non

trova contrasto, spendolato troppo sbilancia, balena e col capo in giù

dà il tuffo nel lago: esperto nel nuoto, non avrebbe corso pericolo nè

manco vestito come era, pure, prossimo alla riva, non gli mancò di ogni

maniera aiuti, sicchè poteva cavarsi d'impaccio senza altro danno di un

bagno involontario: di passeggiata non si parlò più; ma nel mettere il

piede sopra la soglia dell'albergo, Amina, dandosi forte della mano su

la fronte, esclama:

— Il portafogli! Ahimè! il portafogli, Omobono.

— È cascato nell'acqua.

— Oh! che disgrazia! Oh! che disgrazia! Su, datevi moto; ripescatelo per

amore di Dio; fate di tutto per riaverlo; cento... duegento... fino a

trecento lire di mancia a chi lo ripesca.

Omobono, osservando Amina fuori di sè per la smania, non cura nè manco

andare a mutarsi di vesti, e così grondante come si trova si riaccosta

alla sponda urlando a sua posta:

— Il portafogli! Chi ripesca il portafogli?

Amina e Omobono eccitavano la gente a tuffarsi, la quale per la cupidità

del premio saltava nell'acqua a mo' dei ranocchi se odano cosa che metta

loro paura. Fruga e rifruga, non venne fatto di trovarlo a veruno, o

perchè quivi l'acqua fosse troppo alta, o perchè qualche corrente lo

avesse trasportato altrove: comecchè di estate, pure, declinando il

giorno, Omobono con quell'umido addosso cominciò a sentir freddo;

pertanto si ritrasse a casa; rimase Amina, arrotandosi sempre alla

ricerca del portafogli; all'ultimo, stracca, tornò anche ella

all'albergo, avendo distribuito prima qualche moneta ai pochi fortunati

palombari, pure molto raccomandandosi non ismettessero i tentativi: a

cui riuscisse trovare il portafogli, sempre fermo il premio; anzi lo

crescerebbe del proprio.

Per tutto quel dì e per l'altro appresso non si fece che tattamellare

del portafogli; molti e diversi andarono attorno i discorsi e

sgangherati tutti, i quali poi si appuntarono in quest'uno, che il

portafogli conteneva un tesoro in biglietti di banca e gioie; lo screzio

rimase nel giudizio della somma, la quale, secondo la fantasia dei

giudici, saliva a milioni o calava a lire centomila circa.

Omobono comprendeva ottimamente il dispiacere dell'Amina per la perdita

del portafogli, dove certo ella conservava disegni così propri come

altrui, carissimi per rimembranze, per pregio insigni, ma non sapeva

farsi capace della croce che se ne dava; ond'è che ingegnandosi

consolarla le diceva:

— Cara mia, non ti disperare; te ne comprerai un altro che tu

illustrerai con disegni più belli dei primi. I tuoi sono sicuri; temi

forse ti vengano a mancare gli altrui? O che ti butti a madonna fallita?

Avrai quanti desideri adoratori che crederanno toccare il cielo con un

dito appiccando voti alla tua immagine.

— Ti compatisco, gli rispose Amina, perchè non sai qual tesoro di

affetto si contenesse là dentro; lascio i disegni miei, che sono

miseria, tuttavia cari per testimonianza di giorni giocondi che non

torneranno più; e gli altrui, oltre all'essere mirabili per eccellenza

di arte, mi davano ricordo di sensi gentili e di cortesia; ciò di cui

non posso consolarmi è la perdita delle lettere del padre, dei

congiunti, degli amici, delle persone caramente dilette; ma più che

tutto mi addolora la perdita dell'anello sul quale mi giurasti fede di

amante e di marito, e delle tue lettere... le tue lettere!... vero

metallo arroventato tratto fuori allora allora dalla fornace; — ah! tu

non sapresti più adesso scrivermene delle uguali... se tu ti

c'impancassi faresti cosa di riverbero... reminiscenze, non getti di

vena: ed io le custodiva a sommo studio per mostrartele il dì che avessi

dovuto rimproverarti di scemato amore e dirti: «miratici dentro e guarda

se tu sei quello di prima.»

— Lo specchio di Ubaldo a profitto di Armida, notò sorridendo Omobono, e

qui baciari, abbracciari e motti profumati in essenza di amore e

promesse giurate, non però registrate, nè recognite dal notaro, ch'ella

non si troverebbe mai al caso di provocare così uggioso paragone.

Anco i fiori in mano agli uomini ed in quella della natura altresì tu

riscontri arnesi di morte; in Sibari le rose; nei giardini le bocche di

lione, dove se avvenga che le farfalle incaute s'inoltrino, ecco si

chiudono loro sopra e trovansi sepolte vive a morire di delizia; così

Omobono; ma a strapparlo da cotesta indolenza valse un successo, che più

presto o più tardi doveva pure accadere; standosene un dì coll'Amina, o

che questa veramente chiamassero, ovvero a lei paresse essere chiamata,

si levò precipitosa dal fianco di lui per correre in altra stanza,

lasciando sul tavolino la sua borsa da lavoro. Fu meno che non si dice,

Omobono fruga la borsa e trova una lettera. Veniva da Milano e pareva

indirizzata a non so quale contessa (o non è curiosa questa, che alle

donne appena uscite di casa piace affibbiarsi sempre un titolo; alla più

trista quello di contessa; alle democratiche due volte più che alle

altre); ella era aperta ed Omobono lesse.

*

Questa è un'azione villana, mi scappa fuori a intronarmi le orecchie la

mia censora; i segreti delle signore si vogliono rispettare; _lei_ mi è

andato a pescare i suoi personaggi nelle bettole dei sobborghi di

Milano.

— Scusi, rispondo io, io cavo i miei personaggi da per tutto; mi astengo

da cavarli _fuori da certi luoghi_, per giusto timore di non avere ad

andare _dentro io in certi altri_; nè io ho assunto a descrivere

angioli, ma sì uomini dei suoi tempi, signora...

— E dei suoi...

— E dei miei; e gli uomini, ella lo sa, moltissime cose fanno di celato,

che in palese condannano, e piacesse a Dio che non fossero più triste di

questa di Omobono; ancora da parecchi giorni egli non sapeva niente di

Milano, sicchè si potrebbe dire ch'egli _si trovasse costituito in

istato di legittima curiosità_: per ultimo, che Omobono e l'Amina

essendo ormai come Gildippe ed Odoardo amanti e sposi, fra loro non ci

potevano cascare segreti...

— Adagio; misura tre volte e taglia una; anzi, appunto per questo...

— Tenga la lingua a sè, mi faccia la carità; e allora....allora, o chi

le dice che l'Amina non lo abbia fatto a posta per dargli la sassata e

nascondere la mano? Il tenore della lettera questo.

*

«Signorina. Appena ho tempo di scriverle. Mi rincresce in coscienza, ma

come dicono le gazzette io proprio le posso scrivere: _noi lo avevamo

preveduto_; qui in casa tutti sottosopra: urli, pianti, disperazioni, e

perpetui i rinfacci d'ingratitudine; se non vedo meglio mi pare che,

uscendone, ella si sia chiusa dietro la porta. In città un tananio, uno

schiamazzo che mai il maggiore. Le donne poi... apriti cielo!

Scandalizzate da cima in fondo, e come di regola in capo lista le

amiche, che hanno già fatto e sono in bilico di fare come lei; però

questo è chiaro, da lei si buttarono fuori di finestra la casa e la

città: adesso non sarebbe aria di tornare; non ci pensi nè manco par

sogno; la si è voluta rompere il collo; e poi per chi? Basta, dei gusti

non si disputa, ma non può negare che il suo patito non abbia la faccia

gialla come un fiore di pisciacane; quello che mi arrapina si è che qui

tutti ne vogliono la vita; la si figuri le meglio parole che mi tocca a

udire: traditore, rinnegato, ladro. Il suo nonno Omobono, adesso assunto

in cielo fra sant'Ambrogio e san Carlo da quegli stessi che se ne

lavavano maggiormente la bocca, lo compiangono come assassinato dal

proprio sangue; chi dice che l'abbia portato due, chi quattro, e non

manca chi sostiene sei milioni. Mamma mia! Il vecchio, _o spinte o

sponte_, si prevede che avrà a fallire: aggiungono come cosa sicura, che

manderanno ad arrestare il nipote: anzi le gazzette sbraitano perchè a

quest'ora non l'abbiano chiuso _in domo Petri_. Tanto per suo governo:

secondo il nostro accordo, appena saprò cosa importante, le scriverò a

Genova ferma in posta sotto il medesimo nome; procuri farla ritirare.»

Avverto che la lettera fu rinettata dagli svarioni di sintassi e di

ortografia, perchè arieggiavano la _cameriera_ lontano un miglio.

Quando Amina tornò nella stanza rinvenne Omobono che stringeva convulso

la lettera con ambe le mani; livido come morto; strabuzzati gli occhi:

deposta la lettera, si abbottona il soprabito fino all'ultimo occhiello,

forte si calca il cappello sul capo, e disse:

— Vado a Milano.

L'Amina conobbe a volo che il cavallo, arrivato troppo sul vivo dallo

sprone, stava sul punto di rovesciarsi, però messe da parte le parole

importune, forse pericolose, legatasi il cappellino sotto la gola,

avvoltasi entro una mantiglia, risoluta confermò:

— Andiamo a Milano.

— Tu hai da rimanere.

— Io devo venire con te. Chi sono diventata io? Come mi lasci? Chi mi

sostiene? Da te in fuori non mi avanza altro rifugio; capisci, bisogna o

perire o salvarci insieme; e se ti vince la malignità umana, anche a te

quale asilo ti resta oltre il seno di tua moglie? Qui vieni, le mie

chiome sciolte (e possedeva copiosissimi capelli) copriranno la tua

faccia e la mia sfregiate dal perverso destino, non già dalla colpa.

— Amina, io vado a combattere; e vincerò... forse; almeno la buona

coscienza mi assicura, perchè sono e mi sento incolpevole; tu pure pensi

così, e di questa tua fede grazie; ma te non voglio compagna della lotta

mortale; la tua ansietà mi leverebbe il coraggio; e il tuo stesso

silenzio mi tornerebbe più tormentoso dei lamenti, perchè il dolore

inesplorato sovente si teme più profondo di quello che in verità sia...

— E alla tortura della incertezza non pensi... non ai terrori della

solitudine... non al delirio della disperazione; io non ti lascio... mi

attacco a te; se tu mi mozzassi le mani ti agguanterei pei denti.

Omobono dinanzi a cotesto ostacolo impreveduto tentenna, e Amina, che si

accorge di quel momento di perplessità, rincalza favellando risoluta:

— A che questa risoluzione tanto ruinosa? Tutto quello che ciondola non

cade, e poi donde ci vengono le notizie? Dalla mia donna di servizio;

donna dozzinale, facile ad accettare per contanti tutto quello che sente

dire, ad esagerarlo occorrendo. Omobono mio, considera che chi si

risolve presto si pente a comodo: qui ci vuole giudizio: non t'impegnare

in modo da non poterti, volendo, ritrarre; a bruciare le navi saremo in

tempo sempre: certo, tu buono, tu quanta onestà vive nel mondo,

perversissimo l'avo, ma per dichiarare la tua innocenza bisogna che tu

passi sopra il corpo di lui: scansiamoci di qui, dove forse più che non

crediamo ci conoscono, procuriamoci più sicure notizie, delibereremo poi

con piena cognizione di causa.

Ora il partito di recarsi a Milano era nuovo nell'animo di Omobono:

sorto improvviso dallo impeto della passione, non aveva avuto tempo di

mettere le barbe, però non riusciva arduo all'Amina farglielo mutare;

decisero dunque trasferirsi cautamente su quel di Genova e quindi

attendere gli eventi. Trasferironsi a Nervi, e colà presero stanza

presso certa vedova _discreta_, che teneva casa elegantemente accomodata

sopra la riva del mare.

Le cure non si fuggono a cavallo, chè teco salgono in groppa e ti

accompagnano da per tutto, dice il proverbio, e parla d'oro; difatti ci

arrivò Omobono con la febbre in corpo di avere notizie da Milano:

spedirono pertanto uomo a posta a Genova per pigliare le lettere, e

quando gli parve ch'ei potesse essere di ritorno, senza avvisarne Amina,

gli mosse incontro a cavallo; trovato l'uomo a breve distanza da Nervi,

quegli senza sospetto gli consegnò le lettere, dacchè le lettere fossero

due, e ciò pel motivo che la Elvira era stata dalla cameriera messa a

parte del _segreto_ (se cosa confidata a femmina, ovvero a simile

generazione di femmine quali Elvira e la cameriera erano). La Elvira

insomma scriveva che posta giù l'ira, il suo cuore non aveva sofferto

lasciare in abbandono la figliuola prediletta in tanto estremo;

annunziava peggiorate a dismisura le condizioni del caso; dichiarato il

fallimento della ragione Boncompagni; il vecchio Omobono preso sul punto

che tentava troppo tardi salvarsi in Isvizzera e tradotto in prigione;

il mandato di cattura del giovane Omobono trasmesso ai giandarmi, che lo

cercavano seguendone le orme. Il signor Egeo averle confidato che il

commesso, cui Omobono costituiva suo procuratore, passato con armi e

bagaglio dalla parte dei creditori, aveva fatto toccare con mano col

confronto dei libri delle due ditte lui essere stato la causa principale

della rovina; quando pure Omobono potesse scolparsi, in mal punto lo

tenterebbe adesso e invano; il meglio per lui sul momento cansarsi: si

manderebbe per Amina, che Egeo condurrebbe alla chetichella a Locarno

presso una sua parente; col tempo si provvederebbe meglio, e forse si

assetterebbero le cose: risposta sollecita, che qui davvero lo indugio

pigliava vizio.

Omobono, tostochè ebbe letto la lettera, scese da cavallo, chè preso da

capogiro temè stramazzare, ed avvoltosi la briglia intorno al braccio

continua pedestre la via: declinata la faccia incomincia a istituire

mentalmente un conto a partita doppia delle ragioni che lo consigliavano

a vivere di fronte alle altre che lo persuadevano a morire; poi tirò le

somme e chiuso il conto esclamò: — Non ci è caso, bisogna morire. — Io

mi passo da riferire i molti e sottili motivi di cotesto strano _Dare_

ed _Avere_; solo dirò che accadeva dei suoi pensieri come degli uomini

usciti dai denti del serpente seminati da Cadmo, i quali, appena nati,

pugnavano fra loro fino alla morte.

Il secolo che muore, vol. III · 第 15 / 23 段