Omobono non li vide, perchè tenendo la faccia bassa sopra il seno di

Amina, meditasse che, se caso mai avesse dovuto morire, fin d'ora

lasciava per testamento volere essere sepolto vivo là dentro: io vidi sì

corruscare gli occhi all'Amina al modo stesso che balenano alle bestie

feroci nel punto che stanno per avventarsi sopra la preda; ond'ella, più

_felinamente_ carezzevole che mai gli fosse stata, stazzonò i capelli e

le guancie di lui e interrogò poi con voce che sì e no pareva lamento:

— Ed ora, sposo, può la tua moglie sapere che cosa tu intenda fare?

— Forse mi avanza la scelta? Ecco in succinto l'unica via che mi para

davanti il destino. Io fuggirò, portando meco del mio danaro quel tanto

che mi basti per condurmi in America traversando la Svizzera; il danaro

potrei in coscienza appropriarmi tutto, perchè me lo sono guadagnato con

industria onesta del pari che indefessa; e se il mio nonno per lo

addietro mi provvide di capitali, io glieli ho restituiti con usura: se

i suoi affari da parecchio tempo tracollano in un baratro senza fondo, i

miei, meno voraginosi ma più solidi, prosperavano; pure glielo lascerò

tutto o quasi. Io so bene che lo sciagurato lo farà sparire, e so

eziandio, perchè non si tenne dall'ordinarlo in mia presenza al suo

computista, che saranno acconciate le scritture in guisa d'apparire io

debitore di parecchi milioni alla ragione di lui, e ciò per dare, se gli

riesce, un po' di vernice alle oblique operazioni dentro le quali egli

si era abbandonato a testa bassa: mi pare di vedere ch'egli in fine de'

conti altro non farà che insaccare nebbia; poco filo è il mio per poter

bastare al rammendo dei suoi strappi: pure io non mi devo per questo

tirarmi indietro da sagrificarmi per lui. Amina mia, amore e gratitudine

non conoscono abbaco nè seste; perchè se prima di pagare il debito

avvenga ch'essi si pongano a fare i conti, va' pur sicura che essi non

finiranno mai il calcolo. Vivrò ramingo come potrò... e quando

l'acerbità del dolore di averti perduta... perduta per sempre... e il

peso della infamia immeritata mi si farà insopportabile... e il tedio

dello esilio avrà roso ogni fibra vitale del mio cuore, quando infine le

cause del morire supereranno quelle del vivere, allora, chiesto prima

perdono a Dio, col tuo nome su le labbra, mia adorata Amina, io mi farò

dire da una palla nel cranio: tu hai vissuto abbastanza.

— Noi moriremo insieme! esclama Amina, e nello impeto sfrenato

dell'entusiasmo con ambedue le mani strigne il capo di Omobono, e la sua

bocca salda alla bocca di lui, talchè sembra volerci riversare la

propria anima; per lunga ora la passione soverchia non concesse loro

pronunziare parola: confondevano baci, sospiri, palpiti e lacrime,

liquore stillato dalle palme del paradiso.

Non è vero niente. In paradiso non crescono palme, e chi ci è stato ne

fa testimonianza: cotesto che io vi ho detto è liquore anodino, che in

certo giorno di armistizio nelle guerre durate fra il cielo e la terra

si posero a comporre di amore e d'accordo insieme angeli e demoni. Gli

uomini, per non restare indietro, dicono che il giorno di poi

fabbricassero in terra l'aceto dei sette ladri, e tutto questo fecero

tanto su quanto giù in sollievo della umanità condannata da suo padre al

dolore e alla morte. A considerarla bene, questa è una gran cosa.

Saturno, padre eterno degli antichi, si mangiava i propri figli, il

Padre Eterno nostro non monda nespole, sicchè resta chiarito che a

barattare padri eterni più che guadagnare si scapiti; io ho detto ciò,

non per disprezzo dei padri eterni vecchi o nuovi, ch'io venero tutti,

bensì per ammonire quelli che avessero talento di mutare un'altra volta.

Passò cotesta fiumana di affetto come tutto passa quaggiù; ma l'Amina

continuò a tenere con le due mani Omobono, quasi venuta in sospetto che

le avesse a fuggire.

Se Carneade quando andò a Roma c'incontrava Amina, per gelosia si

sarebbe impiccato: non vanti più la Grecia i suoi retori, tacciano le

scuole dei tomisti e degli scotisti; dentro un sacco e in mare

disputatori, controversisti e avvocati, imperciocchè veruno di loro

avrebbe potuto reggere il paragone con Amina; se voi l'aveste udita vi

sareste persuasi a un tratto com'ella avrebbe fatto la barba, non che ad

altri, a Demostene. Tutto ella seppe mettere in opera per tirare Omobono

ai suoi voleri, quanto il sofisma escogita di più sottile, la dialettica

di più strignente e la logica di più calzante. Che se alcuno volesse

sapere chi le fu maestra nella eloquenza, io glielo dirò senza ambagi;

la natura, suprema educatrice degli animali che hanno discorso di

ragione; in vero, se l'arte (lo certifica il Dante) è nipote di Dio, gli

è manifesto che deve avere avuto per madre la natura: ora, se tanto

l'arte potè, creando università, studi, licei, ginnasi, Giovanni Lanza

ministro d'istruzione pubblica, ed un armento di docenti, o perchè la

natura non potrà fare senza tante invenie quello che l'arte in grazia

dei suoi molti trovati appena può? Forse Orfeo frequentava le scuole dei

reverendi padri gesuiti? O fu visto Omero col cartolare a tracolla

recarsi alla lezione dei non meno reverendi padri Scolopi? Natura si

passa molto bene dell'arte, ma arte non può fare senza natura.

A cui natura non lo volle dire...

con quello che seguita.

Una volta sarebbe stato concesso credere che Amina inspirasse Mercurio,

il quale, fra i vari suoi attributi, possedeva quello della eloquenza;

di vero gli antichi lo effigiarono talora con le catene di oro pendenti

dalla bocca, e tal'altra col cigno in forma di cimiero al sommo del

petaso; — ma ohimè! se la religione di Mercurio un dì era merito, oggi

dalla chiesa si danna come eresia, ed io non vo' screzi con la Chiesa,

perchè se non brucia più gli eretici, potrebbe tornare a farlo, massime

per virtù dei nostri guidaioli, che si arrotano a riavvivarla di sanne e

di artigli. Tuttavia in riga di dubbio, ma poi mi rimetto al giudizio

della sacra congregazione dei canoni, mi parrebbe che se tanto rimase

fra gli uomini il culto di Mercurio, dove invece di scemare ogni giorno

cresce, e i suoi tempii si moltiplicano[39] e le are, potrebbe benissimo

la Chiesa accoglierlo nel suo grembo e metterlo in paradiso allato a san

Matteo pubblicano. I romani non istettero a un pelo di assumere Gesù

Cristo al fianco di Venere? Per quanto si narra, ciò propose Tiberio in

Senato; quest'altro nel collegio dei cardinali potrebbe proporre Pio IX:

entrambi pontefici massimi.

[39] È noto che Mercurio era il dio dei ladri; un dotto e pio

ecclesiastico osserva che i cristiani non ne hanno bisogno, come

quelli che possiedono san Nicola, e va bene; ma chi protegge,

domando io, i ladri ebrei?

*

Ai giorni che corrono, nei quali si vive a salti convulsi e la più parte

degli uomini renunzia alla eternità, come a cosa troppo lunga, sarei

maldestro se riportassi punto per punto la orazione di Amina; in corti

accenti ve ne spremerò il sugo. Dapprima ella distinse il padre

dall'avo; i doveri verso colui che ci generò non si possono estendere ad

altri, e s'intende da sè che l'atto generativo non si opera per

delegazione, nè si crea con la immaginativa: e mise innanzi altresì una

nuova distinzione fra l'avo paterno e il materno; più cosa il primo,

imperciocchè di lui portiamo il nome e produciamo la famiglia, ond'ella

tenere per fede che padre veramente non sia quegli che le giuste nozze

dimostrano, bensì colui che ci nudrì fanciulli, educò giovani, uomini

sovvenne e sempre amò. Ora, qual cura e quali i benefizi dell'avo

materno verso di lui? Egli lo scelse per comodità propria come un

cavallo o un cane; ma per uso mille volte peggiore, perchè al cavallo

non si chiede altro che correre, al cane abbaiare, mentre adesso l'avo

esige dal nepote cose contro la natura, le leggi ed i buoni costumi. In

tempi barbarissimi i padri si fecero padroni della vita dei figliuoli,

non però mai dell'onore. Anche Dio non andò più in là che chiedere ad

Abramo tagliasse la gola al figliuolo Isacco, e Abramo, se avesse

mandato pei giandarmi e fatto arrestare Dio come istigatore di

parricidio, si sarebbe meritato la croce della Corona d'Italia: ma

allora i giandarmi non usavano e Moisè non aveva ancora bandito i

comandamenti della legge di Dio, dove sta scritto _non ammazzare_; e poi

le leggi nelle monarchie assolute, di cui è suprema la monarchia di Dio,

non obbligano chi le fa; tuttavolta l'onore d'Isacco lasciò stare; e

Iefte che disse alla figlia? Niente altro che questo: adattati ad essere

sagrificata per la maggior gloria di Dio: gli è vero che quella povera

vergine avrebbe dovuto rispondergli: sagrifica te, se ne hai voglia, e

denunziarlo alla polizia perchè lo chiudessero nell'ospedale dei matti;

pure sta in fatto che in altri tasti Iefte non entrò; e così del pari

Agamennone, cui i greci dopo la strage d'Ifigenia dovevano lapidare, non

assumere al sommo imperio dell'oste contro Troia. L'onore preme troppo

più della vita, perchè vita ch'è mai? È conscia attività del corpo

transitorio, mentre l'onore è coscienza della dignità dell'anima che

dura: la vita si può affermare proprietà dell'uomo, l'onore spetta meno

a lui che alla sua famiglia e alla sua patria; la morte lascia una

lacuna nelle famiglie, la infamia una macchia: la prima finisce e si

circoscrive nell'uomo, la seconda contamina i successori; essi non

peccarono, e tuttavia porteranno il peso della iniquità dei padri.

Impertanto conchiudo che niente da te si deve all'avo iniquo. Se per

istinto di virtù gentile tu vorrai procedere benefico con lui, io non ti

tengo, anzi ti lodo, di ciò acquisterai merito presso la tua coscienza e

il mondo: ma appartiene a te solo giudicare il tempo, il modo e la

misura con i quali intendi usare questa tua benevolenza: da quando in

qua si presumerebbe imporre la regola al benefattore? Ciò tanto più vale

col tuo nonno, quantochè perduto il lume dagli occhi non sa più quello

che si faccia, e mentre te precipita sè non salva. Se il danaro che

possiedi fu guadagnato legittimamente da te, e tu tientelo. Non

acconsentire sieno alterati i libri della tua ragione: procura riporli

in fidata custodia. Dei consigli dell'avo accetta quello di

allontanarti, perchè non puoi rimanere in paese senza correre il rischio

di mettergli la fune al collo, e questo non hai a fare. Là dove

compiacendo alle sue impronte richieste tu commetti l'errore, o

piuttosto di' colpa, di accalorarlo nell'agonia dei naufraghi, di

attaccarsi ai rasoi; noi spassionati comprendiamo com'egli ormai bisogna

che anneghi, e se ei fa tanto di aggrapparsi a te affogherete ambedue:

mettiti da parte, e allora vedrai ch'egli rinsavirà: dando le spese al

cervello, attenderà a salvare quello che per lui può salvarsi: vo' dire

che non muoia di miseria. Certamente egli riparerà in Isvizzera, e te lo

farà sapere, e tu, se sia rimasto privo di facoltà davvero, lo sovverrai

allora, non secondo i suoi meriti, ma la tua misericordia. Sedato il

primo trambusto, noi torneremo, e i tuoi libri faranno prova della tua

innocenza. Allora, caso mai qualche avventato o qualche maligno avesse

tolto argomento dalla tua assenza di calunniarti, non solo avrà a

ricredersi, bensì a darti lode di cortese e di pio, come quello che

aborrì aggravare il padre di sua madre, amara stretta alla quale non

avresti potuto sottrarti restando.

Ho detto, ed è vero, che per vincere Omobono Amina non adoperò

blandizie, nè lacrime; però, più che tutto, a fermare la mente incerta

di lui valse la risoluzione da lei palesata in modo assoluto di volerlo

accompagnare dovunque ei si conducesse; considerarsi ormai sua moglie, e

quindi per debito di religione e per affetto obbligata a seguitarne le

fortune. Omobono, in adorazione davanti a lei, le baciava le mani e

quasi benediceva la sventura che lo aveva colpito, come quella che gli

rivelava tanta parte della divinità della sua donna: non era avvezzo

udire amore a favellare così nobile linguaggio; gli parve essere

diventato maggiore di sè; quasi si sentì crescere l'ale dopo le spalle;

quasi credè abbracciato con lei volare su e giù per le sterminate volte

dei cieli.

*

Il Nassoli si condusse la domane per tempo al banco di Omobono; lo

rinvenne chiuso; tornò più tardi e con fortuna niente migliore;

all'ultimo, verso le dieci, potè entrarvi; al porre il piè sopra la

soglia gli parve un'aura di solitudine ventargli nella faccia,

quantunque mirasse seduto al suo posto il commesso principale della

casa, a cui volgendo il discorso domandò:

— Ben levato, signor Carpoforo, o che mi saprebbe dire dove si trova il

signor Omobono?

— Partito.

— E per dove, di grazia?

— Non lo so.

— E torna?

— Non lo so.

— Diavolo! O che mi permetterebbe ch'io mi ponessi a lavorare intorno ai

libri della sua ragione, come siamo andati d'accordo con lui?

— Non posso; sto dietro a metterli in pari io.

— In pari! Oh! che bisogno ci è di metterli in pari?

— O come farebbe _lei_ in diversa maniera il bilancio?

— Bilancio! Oh! che vuol fallire il signor Omobono?

— Vuole liquidare: e a me lasciò la procura per condurre a termine

questa operazione.

Il Nassoli capì la ragia e, cauto com'era, diede volta al timone, e

ritirate le labbra verso le orecchie scoperse i denti acuti come lesine

(era la sua maniera di ridere), prese commiato dal laconico ragioniere:

scendendo le scale una considerazione gli si posò in cima della mente,

come una mosca su la punta del naso, e come questa importuna, più la

scacciava e più riveniva:

— Quel benedetto uomo non l'ha mai voluta capire che piantando broccoli

non si possono raccogliere ananassi.

E per la prima volta la venerazione ch'egli professava altissima pel suo

principale sofferse un picchio solenne. Venuto al cospetto di Omobono,

asciutto asciutto gli espose il caso, e con sua sorpresa vide come

costui non si scotesse punto; stette alquanto su di sè, si fregò con la

manca la fronte, si arruffò, più che non erano, i peli delle

sopracciglia, ed alla fine esclamò:

— Meglio così. Dal divoratore uscirà il cibo e dal forte la

dolcezza;[40] io mi salverò naufragando... Nassoli, di poca fede... tu

hai dubitato.

[40] Enimma di Sansone.

Il Nassoli sentì rimettersi il cuore in corpo, ed aumentò di due cotanti

la stima verso il suo principale.

Amina ed Omobono con mentito nome recaronsi a Como, non avendo potuto in

tanta angustia di tempo procurarsi il passaporto in regola.

Como! E poi dite che la fortuna passando sul mio capo non ci abbia

rovesciato la sua cornucopia: si può immaginare occasione più destra per

descrivere le magnificenze di Como? qui tutto; prima la emulazione, la

quale è tanta parte delle opere umane, mi pone le perette sotto la coda;

una legione intera di letterati, che vanno per la maggiore o per la

minore, le celebrarono in prosa e in versi. — Cesare Spalla, Giovanni

Berchet, il Corbellini, il Torti, il Gentili e il Turati le presero a

tema delle loro poesie. Gli storici e gli scienziati metto da parte,

però che mi farebbero comporre nuove litanie, le quali solo a Torquato

riuscì rendere amabili nei suoi estri religiosi: però non si possono

tacere Plinio, Cassio e lady Morgan; alla quale è mestieri che noi

perdoniamo molto, perchè ci amò molto e ci confortò a non disperare,

mentre da tutto il mondo qui conveniva gente a cantarci l'esequie fino

alla Speranza. Mi tengo unicamente a quelli che sciuparono carta ed

inchiostro (intelletto non conta) a dettare: _sogni d'infermi e fole da

romanzi;_ e qui potrei dire come il Bertolotti ponesse la scena del

_Sasso rancio_ e della _Isoletta dei Cipressi_, il Grossi del _Marco

Visconti_ e di _Ulrico e Lida_, il Carcano dell'_Angiola Maria_, il

Bazzoni di _Falco della Rupe_, e di altri mi passo. Alcuni di questi

libri galleggiano sempre, altri si vedono sì e no fra due acque come

cosa che affoga; taluno riposa sopra un guanciale di limo in fondo a

Lete, ma ciò gli avvenne non mica per vizio di forma, secondochè taluno

crede, bensì per manco di virtù negli autori. Forse perchè pigliarono

sembianza di epici, mille poemi si salvarono dal duro sonno e dalla

inremeabile morte? Godetevi le vostre trombe epiche, noi ci contenteremo

degli scacciapensieri quando si chiamino _Promessi Sposi_, _Gil Blas_,

_Nostra Dama di Parigi_, _Don Chisciotte_, _Ivanhoe_, l'_Ebreo errante_,

il _Viaggio sentimentale_.

Ed ecco, quanto più poggi in alto, più vasti orizzonti si dilatano

avanti a te; vedi quanti uomini grandi ti porgono la loro fama come tela

ai tuoi dipinti; ecco qui Plinio il Vecchio co' suoi 180 volumi di

storie naturali e politiche, di milizia, di eloquenza, di grammatica, di

tutto; egli fu un feroce scrittore come Nembrod cacciatore dinanzi a

Dio; — eccolo co' suoi governi in Ispagna, il suo ammiragliato della

flotta romana al Miseno, la eruzione del Vesuvio, e la morte incontrata

voluttuosamente per la irrefrenabile cupidità di sapere, dacchè ei ci

lasciasse come farmaco ad ogni sventura questa sentenza: «il miglior

dono fatto all'uomo dalla Divinità è il potersi togliere la vita; dono

che i fati non consentirono alla stessa Divinità». Dopo il Vecchio, ecco

Plinio il Giovane, di cui il panegirico a Traiano, mosaico di piaggeria

cortigianesca composto di frammenti repubblicani, ingannò anche

l'Alfieri, il quale con sommo studio lo volse dall'idioma latino nel

sermone nostro; — però, come a tutti apparisce, così non parve al signor

Giulio Janin, che ci fa sapere come l'Alfieri _convertisse codesto

panegirico in una satira scritta_ in latino, _dove si compiace denigrare

quanto di grande fu operato nello imperio del magnanimo Traiano_. — Le

sono cose da non credersi! Ma che non è lecito a _monsieur Janin_, il

quale ci racconta nei suoi viaggi in Italia, nella foresta dei cipressi

del camposanto di Pisa avere udito il fiotto del mare, mentre la

spiaggia del Gombo dista almeno tre miglia, e dei cipressi ne ha due;

uno in cima, l'altro in fondo al quadrilatero, come l'_alfa_ e l'_omega_

sopra le lapidi delle sue sepolture. Quasi tutti i francesi nei giorni

della nostra sventura ci dileggiarono o c'infamarono; in quelli del

risorgimento ci astiarono e ci astiano; quasi tutti gli italiani nei

giorni della sventura dei francesi augurano a loro sorti meno triste,

mente migliore.

E come ti basterebbe l'animo di dimenticare il buon Martino della Torre,

il quale, vinti per virtù di arme i Ghibellini suoi nemici, non sofferse

si mettessero a morte i prigioni; «perchè, egli diceva, non essendomi

venuto fatto di dare la vita ad alcuno, nè manco voglio che a veruno sia

tolta?» In coscienza non lo potresti dimenticare, non fosse altro per

confrontarlo al Thiers, uomo civile di questo secolo civilissimo, il

quale, comecchè orbo di figli al pari del Torriano, nelle quotidiane

stragi piglia diletto quanto e più le vecchie divote nella recita del

rosario.

Nè passerai sotto silenzio Paolo Giovio, vescovo di Nocera, di cui

l'ossa giacciono[41] e lo spirito vive in Firenze, non fosse altro per

iscolpare gli odierni gazzettieri dimostrando a prova che non incomincia

da loro il mestiere di battere moneta alla zecca della calunnia e

dell'adulazione; non da loro la usanza di menare le Muse al mercato, non

si potendo al macello; levate dunque dai vostri trogoli il muso, o

gazzettieri, e consolatevi, voi potete vantare auspice e compagno nella

vostra infamia anche un vescovo. Il Giovio tirava a palle rosse su

l'Aretino, e l'Aretino su lui; la batteva tra il rotto e lo stracciato:

a quello più della mitra calzava un remo; a questo, invece di un collare

di gemme, una catena al piede; pure l'Aretino, meno maligno del vescovo

(di bontà con costoro non si ha da parlare), prima perchè non era prete,

e poi qualche affetto sentiva, non fosse altro per Giovanni delle Bande

Nere.

[41] Nei chiostri di San Lorenzo.

Se volete papi, eccovi papi; ce n'è per tutti i gusti: qui vi mostro

Innocenzo XI, che Luigi XIV a sollievo degli ozi regali aveva messo a

bersaglio dei suoi strali, plaudente la Francia; e qui il Rezzonico, di

cui non avanza di memorabile altro che il sepolcro scolpito da Canova,

il quale ci effigiò due leoni che ci hanno proprio che fare quanto una

pianeta addosso alla statua di Tiberio imperatore; e dopo i due papi, le

due sonatrici di violino, sorelle Ferni, non estranee al papato come di

prima giunta sembrerebbe, dacchè se Pio VI, pel suo andare in girone a

Vienna e in Francia, si meritò il nome di _pellegrino apostolico_, a

maggior diritto le Ferni, tanta parte di Europa circuendo a suono di

violino, possono pretendere il titolo di _pellegrine armoniche_.

Ma sopra i Plini, i Giovi, i papi e le Ferni inchinatevi ad Alessandro

Volta. I francesi sempre superlativi (qualcheduno dice sgangherati)

scrissero del Franklin, che strappò il fulmine dal cielo e lo scettro ai

tiranni, e non è vero niente: quanto a fulmine, anche ieri la folgore mi

ammazzò una vacca; quanto a scettro, me ne rimetto ai lettori. Le storie

raccontano che Luigi XVI, essendosi impermalito di cotesta epigrafe,

facesse ritrattare il Franklin con la sua lode in fondo ai _canteri_; i

francesi a posta loro se ne impermalirono, e arrapinati smoccolarono la

testa a quel povero figliuolo di San Luigi; non per questo la monarchia

fece più lume. Ma il Volta agguantò davvero il fulmine per la gola, lo

infrenò, lo assottigliò per guisa ch'egli ebbe dicatti accettare

l'ufficio di fattorino della posta. Calibano trovò Prospero; così, in

grazia del Volta, in meno di un'ora seppi il tracollo di Luigi Napoleone

bandito senza neppure la grandezza di Ottone, che incominciò col tôrre

la vita ai francesi e finì col chiedere a loro la elemosina di un voto,

e in due minuti mi dà notizia il nipote che viene a tenermi compagnia a

desinare da Livorno... però il telegrafo non sempre è messaggero di

liete novelle, ed io lo so: non importa; benedetto sempre, imperciocchè

ad ogni modo egli abbrevi la incertezza, tortura vera dell'anima: un

colpo e via: a testa tagliata non dolgono i denti.

Ma più che tutto mi pena ad avermi a strappare dalle dilette lusinghe

della natura, di quelle delle Sirene più poderose assai, poichè queste è

fama che allettassero unicamente con la voce, la quale scende per le

orecchie al cuore, e a ciò si rimedia, secondo lasciò scritto Ulisse,

con un po' di cera, e al bisogno può bastare anche il cotone, ma la

natura, oh! la natura ti agguanta per tutti i versi; in vero, o come

farò a salvarmi dall'aure felici, dalle brezze vitali, dai venticelli

soavi, che spirano dai colli e dai rivi di questa terra incantata? Qui

sempre limpide le acque, qui sempre verdi le piante, che mormorano

sempre fra loro come se si raccontassero i casi di amore che nascosero

con l'ombra dei rami, o trasportarono lontano sopra il dorso, ovvero

alternassero i presagi degli amori avvenire ovvero ancora i propri amori

si confidassero, perchè Dio trasfuse in tutto il creato senso di amore,

e quindi parlano di amore le fiere, le piante e i sassi... Lettore! Per

amore di Dio passa in punta di piedi e non destare il poeta.

Il cielo è innamorato di sè, ed ha ragione; egli adopera la piana

superficie del lago di Como a mo' di uno immenso specchio della fabbrica

di Murano, per contemplarvisi dentro ed esultare, Narciso immortale,

nell'orgoglio della propria bellezza: per servire a Dio sarebbe povera

cosa; Dio, quando vuol guardare la propria immagine, piglia l'oceano,

dove si affaccia procelloso tra i fulmini. Ma se il cielo non ama il

lago, il lago ama i figli del cielo: il sole, la luna e le stelle; ad

ogni dichiarazione di amore che gli fanno con parole di luce egli

risponde con sorrisi di luce; perchè anch'egli con l'affetto possiede

potenza di fosforo per significarlo. Verso sera, dalla parte di

occidente la luce si tinge di vermiglio, e richiama al tuo pensiero la

donna innamorata, che pudibonda e lieta si accosta al talamo dello sposo

che l'aspetta. Qui le rugiade inebriano più del liquore della vite,

imperciocchè penetrino nei pori del tuo corpo madide del canto

dell'usignolo e dell'odore del fiore di arancio (lasciatemelo dire,

domani me ne confesserò al curato della parrocchia di Pondo).

Venere dea ebbe delubri ed are a Cipro, a Rodi, a Pafo, a Coo, a Citera

e altrove, ma a Como impera regina e dea, ed ella qui conduce l'armento

dei suoi devoti, come Proteo i suoi vassalli marini: gli amori vecchi

ella mette in cura nelle case di salute dei suoi amici Como e Lieo; è

vero pur troppo che la primavera pei mortali non si rinnuova, però vi

hanno autunni che non aprono mai l'uscio al desiderio della primavera;

sopra gli amori adulti, affinchè dallo amore attingano perenne virtù di

amore, ella, messa la mano dentro al cinto, ove si trovano confusi

Il secolo che muore, vol. III · 第 14 / 23 段