Fabrizio non si mostrò nell'arringa sobrio come nella scrittura, si

lasciò rubare la mano dall'abitudine della frondosa parlantina; nè gli

avvocati difensori diversi da lui; — grondanti tutti di parole esagerate

ed inani; ridevoli più del cane barbone che dopo il tuffo esca dal fiume

e si scuota l'acqua sul greto; però tra la eloquenza dell'accusatore e

quella del difensore un divario ci corre e grande: questa è unicamente

ridicola, l'altra ridicola a un punto e orribile. — Nei gesti scomposti

la croce dei santi Maurizio e Lazzaro (dacchè il ministro aveva

giudicato bene crocifiggerlo per tenerlo fermo) gli saltava dal petto

verso il viso e pareva si sforzasse ad allungarsi per dare di uno

schiaffo in faccia al rinnegato; ma la morte di Zaccaria dispensò

Fabrizio dalla parte di serva del boia, che va col paniere in mercato a

fare la spesa per la forca: quanto a lavori forzati non si lasciò

patire; i più a vita, meno di venti anni nessuno e nessuno assoluto.

Ai giudici borghesi, adesso ch'era levato di mezzo il caso di

sentenziare a morte, pareva andare a nozze; i lavori forzati sono

carabattole; perchè, rispetto a infamia, ormai è fuori di uso anco per

chi la merita, figuriamoci se nei delitti politici, che domani saranno

reputati gesti magnanimi, ed anche oggi a cento o dugento miglia dal

luogo dove furono condannati — e rispetto a pena non mancano le

raccomandazioni per alleviarla, e poi ci è la grazia, e poi e poi. —

D'altronde, si trattasse di omicidi... ti dia la peste, si potrebbe

correre! Ma di repubblicani che rompono i commerci, interrompono le

industrie, buttano la rendita all'inferno, spingono l'aggio in

paradiso... oh! allora taglia, che gli è rosso.

Io non mi so capacitare come taluno, osservando che i borghesi appaiono

anzichenò corrivi nel giudicare i reati di sangue, mentre poi procedono

indragati contro i ladri, i repubblicani, i demagoghi e gli altri tutti

sovvertitori di questo mare morto che si chiama quiete, ne abbia fatto

le maraviglie, perchè la ragione spiccia chiara come acqua di fontana;

del micidiale non temono, perchè dopo le ventiquattro in casa a cena e a

letto con la casta moglie, mentre i ladri vanno giusto in giro in

coteste ore ad insidiare le loro mercanzie indarno confidate a

chiavistelli amici dell'ordine — e i cospiratori sono, si può dire, i

primogeniti della notte.

San Sotero è il patrono dei borghesi, però che valga per lo appunto in

lingua greca _Conservatore_, ed in Italia primo a pigliarlo fu Milico

liberto, che tradì il suo benefattore Natale facendogli la spia nella

congiura pisoniana contro Nerone,[38] da cui lo eredarono i moderati,

ora vili, ora feroci e infami sempre. Un giorno, dopo aver fatto i

conti, trovandoci profitto, furono anch'essi perturbatori dell'ordine

pubblico; e ciò accadde quando i conti contavano e tenevano le città

ordinate a questo modo: un re che regna, una nobiltà che comanda, un

popolo che serve; allora costoro predicarono la fratellanza con le

plebi, sè uniti a queste salutarono popolo, e insieme puntando

superarono i grandi e presero lo Stato. Qui finiva la fratellanza, e la

plebe fu rimandata ai solchi e alle officine coll'onore di avere

abbattuto i grandi e sostituito i borghesi; se mormorava scontenta, la

saldarono a cannonate. Ora la plebe sta a casa con la commissione di

lavorare e generare; il lavoro le comprano a mezza gamba in pace, in

guerra accetteranno i figliuoli, onde si facciano ammazzare in difesa

dei loro interessi per nulla.

[38] Tacito, _Ann._, loc. cit.

La borghesia adesso sta di fronte alla plebe, come la nobilea un dì

stava di faccia alla borghesia; la potestà regia, che prima notò co'

sugheri nobili, oggi nota co' sugheri borghesi; qualche nobile arrembato

mantiene sempre nei vivai di Corte, perchè i borghesi ne piglino gelosia

e s'infervorino maggiormente nella servitù. Fermi tutti; _l'era delle

rivoluzioni è chiusa_; uscendone, il ministro Farini se ne tirò dietro

l'uscio. Non è solo Augusto re di Polonia sfrenato amatore di sè stesso,

che dai balconi aperti faceva bandire tutti i polacchi avere bevuto

quando era brillo: tutti così; dei re si mena maggior chiasso perchè in

vista più degli altri e perchè divorano per trentamila. I medici per

curarli dalla bulima ci sarebbero, ma essi invece di guarirli si mettono

a mangiare con loro.

I giudici borghesi, quando il fisco insanisce nei bestiali furori, fanno

pasqua, perocchè egli somministri loro comodità di acquistare fama di

temperatezza pure menando bastonate da orbi; _è gaudio da non potersi

ridire quello di mandare la gente in galera col titolo di benefattori

dell'umanità_; alieni pertanto da squilibrarsi da levante e da ponente,

messa l'anima a sedere su l'ago della bilancia della giustizia,

aborrirono di assegnare a veruno accusato la libbra intera di pena

richiesta dal fisco: — e poi, entrando nelle abitudini mercantili della

più parte di loro, sottoporre a tara ogni fattura, scalarono

moderatamente a tutti quattro, cinque, fino a sei anni di ergastolo;

uno, per non parere, rimandarono assoluto: poi strepitosi e ridenti si

rovesciarono giù per le scale, affrettandosi al pranzo. Taluno di loro,

mentre passava, sorrise stupidamente ai condannati, pensando che

avessero ad aver grata la sua sentenza come una fetta di panettone del

Biffi; tal altro tornato a casa, e richiesto dalla casta moglie se

avessero finito l'_affare_, rispose lepido: «anche questa è fatta, posso

dire come quegli che mise in forno la moglie.» Insomma parve a tutti

avere condotto a compimento tale una impresa, da aggiungersi in

appendice ai Fasti consolari di Roma; e se non dissero come Orazio:

_exegi monumentum aere perennius_, e' fu perchè non sapevano di latino;

sapendolo, forse non se ne sarebbero contentati.

Intanto che Fabrizio si disponeva a sua volta lasciare il tribunale,

venne a lui persona fidata per avvisarlo giù fuori della porta

accalcarsi una folla di popolo, che alle voci e ai gesti non lasciava

presagire nulla di buono; allora Fabrizio fieramente commosso domanda se

dei giandarmi ne fosse rimasto qualcuno nel tribunale, e rispostogli di

sì, li chiamava ordinando lo mettessero in mezzo e lo accompagnassero a

casa. Appena comparso in pubblico, da mille bocche uscì, come se si

fossero dati la intesa, un grido solo: «Ecco Giuda!» Egli finse non

sentire, e forse non udì, tanto pareva trasognato; ma di un tratto ecco

prorompere fuori dalla turba una donna con gli occhi stravolti,

scarmigliati i capelli, le braccia ignude, ognuna delle quali ricinge un

fanciullo a mezza vita, gli si inginocchia davanti e gli ruzzola tra le

gambe le creature urlando:

— Giuda! Il sangue del loro padre ti sia dato a bere nell'ora

dell'agonia.

E i bimbi, levando le manine, tenevano bordone alla desolata stridendo.

— Maledetto! Maledetto!

Fabrizio, atteggiandosi a fuggire, brontola con voce incavernata:

— Giù i coltelli! Liberatemi dai coltelli! E voi, che fate qui? Così i

regi giandarmi adempiono i loro doveri?

Il maresciallo, punto sul vivo dal rimprovero non meritato:

— Che colpa abbiamo noi se la paura le fa scambiare le braccia dei bimbi

per coltelli?

— Mi hanno minacciato co' coltelli.

— Tiri innanzi, non ci stia a badare.

— Mi hanno minacciato co' coltelli.

— No, no, le furono parole.

— Oh! che dissero?

— Ai condannati non si concedono tre giorni di tempo per isfogarsi

contro ai giudici?

— Sì, ma che dissero? Chi furono?

— Non franca la spesa informarcene.

— No, lo voglio sapere.

— Per obbedienza le dirò che essi imprecarono il sangue del loro padre

fosse dato a bere a vostra signoria illustrissima nel punto di morte.

— E chi erano essi? Come entro io con loro?

— Eh! se lo può figurare, sono i figliuoli dello isdraelita Zaccaria...

Fabrizio non fiatò più; chinato il viso, lo tenne basso fino alla porta

di casa sua: non prese cibo nè bevanda; si gettò vestito sul letto

accusando un fiero dolore di capo. Dopo un angoscioso dare di volta

prese ad appisolarsi, ma di corto saltò giù prorompendo in acutissimo

strido. Accorsa la Bianca, lo interroga spaventata che cosa si senta; ed

egli:

— Guardami qui! qui — e abbassava il capo per sottoporlo alla ispezione

della moglie — ci devo avere laceri... buchi profondi.... morsi....

vestigi di sanna.

— Nè manco per sogno: hai il tuo capo ravviato per bene, secondo il

solito; e quando te lo dico io ci puoi credere...

— E che non ho sentito il mio povero capo stritolarsi per un'ora e più

sotto le mascelle del diavolo? Poi ei l'ha sputato in faccia a un

dannato che gli bruciava di costa, dicendo: «Giuda, tu mi consumi il

carbone a tradimento; scroccone di fama... lascia quel posto e da' luogo

al tuo maestro.» Ahi, la mia testa! Ahimè, il mio cervello!

— Calmati, Fabrizio mio, come fa buio ce ne andremo ai _pater nostri_ in

San Filippo, dove ti farò ungere il capo coll'olio della lampada di

Maria dei sette dolori... vedrai... vedrai... ti farà la mano di Dio...

ma rispondimi di proposito, chè dianzi non sono riuscita bene a capire,

è egli finito il magno processo?

— Il processo! Ah! il processo... sì, è finito. Adesso comincia il mio.

CAPITOLO XVIII.

TUTTI I NODI GIUNGONO AL PETTINE.

E adesso ritorniamo al giovane Omobono. La notte era inoltrata senza che

egli si fosse deciso ancora di passarla a veglia, ovvero al teatro: se

ne stava seduto dinanzi al caminetto contemplando le fiamme crepitanti,

non potendo condurre il suo pensiero sopra veruna delle tante cose che

recavano molestia, e neppure sopra veruna delle dilettissime, come

l'amore della sua Amina: aveva il cervello attrappito.

Di repente si apre l'uscio del salotto ed entrano taciti, a modo di

congiurati, l'avo Omobono e la sua anima dannata Nassoli, _Aeneas et

fidus Achates_. Il Nassoli, che veniva ultimo, ebbe avvertenza di

chiudere diligentemente l'uscio e tirare la portiera.

I sopraggiunti, ricambiati i saluti, assettaronsi al fuoco, dove

attesero per parecchi minuti a scaldarsi; pareva che il vecchio Omobono,

quantunque fosse quel furfante da tre cotte che noi conosciamo, pure una

certa esitanza gl'impedisse di rompere su quel subito il silenzio; si

trattenne alquanto; all'ultimo incominciò:

— Nipote mio, mi rincresce di avertelo a dire, siamo alla porta co'

sassi.

Il nipote non rispose verbo, onde il vecchio, dopo breve pausa, ebbe a

continuare:

— Proprio rovinati di pianta.

— Se così è, disse alla fine Omobono con saldo accento, pera

l'interesse, salviamo l'onore...

— Questo per lo appunto non siamo più a tempo a salvare, e fossimo non

sarebbe ciò che preme; dunque all'onore diamo di frego. Davanti a noi

adesso si aprono due sentieri, o darci di un revolver nel cranio, e

questo io scarto ricisamente, o adattarci al domicilio coatto in qualche

bagno del regno italiano, ed anche questo non entra nelle mie

previsioni; haccene un terzo, e questo giudico l'unico spediente;

salvare più che possiamo per vivere bene in questa vita, perchè

nell'altra Dio fa le spese, in questa no. Ora dammi retta, figliuolo; io

conto che tu debba trovarti su per giù un seicentomila lire tra

cambiali, biglietti all'ordine, valori pubblici e cassa; che te ne pare?

E Omobono zitto: il vecchio continua:

— Urge che tu riscontri il portafogli, rechi tutto in danari, e ce lo

spartiremo... cioè, io piglierò due terzi e tu un terzo.

E il giovane zitto: prosegue l'altro:

— Tu con questo bene di Dio ti ecclisserai; vai in America, ovvero in

Australia, e appena ti sappia in salvo io mi dichiarerò fallito.

Il Nassoli, che pareva sbadato pigliarsi diletto di segnare numeri sopra

un foglio, qui levò lemme lemme il capo ed osservò:

— Ecco, su i libri del signore Omobono potremmo, per meglio colorire la

cosa, segnare altre cinque o settecentomila lire come prese dalla cassa

del suo signor nonno.

E il nonno:

— Voi osservate saviamente, Nassoli.

— Ch'è quanto dire, soggiunse il giovane, che io ho da figurare essere

stato la causa del suo fallimento?

— Già.

— E per dare colore alla cosa mi toccherà scappare, lasciandomi dietro

la opinione di aver rubato la cassa.

— Sicuro.

— Ma chi mi entra mallevadore che io non sarò agguantato anche fuori, e

qui, tradotto con le manette, giudicato e condannato a pena infamante?

— Io; ti provvederò di quattro o sei passaporti e di altrettante

parrucche, ti munirò di lettere commendatizie per modo che troverai

assistenza anche in capo al mondo; e noi pure formiamo una setta forse

la più antica come la più efficace di tutte le altre.

— E il nome chi me lo ripara?

— Il nome, caro mio, gli è un cappello, il quale, quando non ci serve

più, si butta via per pigliarne un altro, e tu baratterai quel tuo

sfiaccolato Onesti coll'altro più robusto di Briganti... non mi torcere

il niffo... rammentati che dei Briganti ne annovera parecchi il

Parlamento italiano, deputati spettabili, mentre degli Onesti, per

quanto io mi sappia, non ce n'è mai stati. E se ai serpi è dato in capo

ad ogni anno mutare di pelle, comecchè attaccata alla propria carne, o

perchè l'uomo non potrà mutare il nome, ch'è cosa fuori di lui, e

insomma delle somme fiato e non altro?

— E la mia coscienza?

Il Nassoli sospese da capo il suo trastullo di segnare numeri, e per la

seconda volta levò la testa come persona che senta cosa che non capisca,

e così sembra che avesse a parere anche al vecchio, imperciocchè

osservasse:

— E adesso che sortite sono queste di parlarmi chinese?

Il giovane con sembianza alterata, ma con salda voce, soggiunse:

— Temo che si opponga un'altra difficoltà.

— E quale?

— Nel portafogli conservo pochi recapiti commerciali da potersi

facilmente negoziare.

— O le cinque... le sette... le novecentomila lire che tu hai avuto da

me dove le hai tu messe?

— Quelle che sono sono; le si trovano registrate su i libri e depositate

in cassa.

— O che il danaro resta nelle casse a condire? E perchè non le

adoperasti?

— Perchè?

— Sì, perchè?

— E me lo domanda?

— Certo, ma certo che te lo domando: io ho bisogno sapere perchè tanto

valsente, contro la mia volontà e le mie istruzioni, rimase morto nelle

tue mani?

— Ebbene, poichè mi obbliga a dirglielo, le dirò: perchè i biglietti

ch'ebbi da lei erano tutti falsi, per la qual cosa, appena mi accorsi a

qual partito terribile ella mi avesse posto, non solo mi astenni

metterne altri in circolazione, ma m'industriai ritirarne la maggior

quantità che per me si potesse... quindi la sua cassa è debitrice, non

creditrice della mia.

— Che tu fossi un vigliacco... un asino calzato e vestito, già sapeva,

ma fino a questo punto prima di ora non lo avrei immaginato. Il giorno

che mi chiappò il frullo di uscire di casa, per chiederti a Isabella,

era meglio che nello scendere le scale mi fossi rotto le gambe e il

collo per giunta... e adesso, Nassoli, non ci sarebbe verso di collocare

questi biglietti?

— Lo giudico intempestivo... estremamente intempestivo, rispose asciutto

il Nassoli.

— Maledetto! urlò Omobono, dando di un forte pugno sopra la tavola, e

proseguiva; ma il Nassoli ne reprimeva il furore dicendo:

— Che serve? Ora l'escandescenze riescono intempestive... estremamente

intempestive; navighiamo secondo il vento.

— Avete ragione: orsù, via; domani tu negozierai il portafogli, tutto se

riesce, se no la maggior parte: danari e valori tu fa' di portare a me;

secondo i capitali che avrai ricavato, io ti largirò sussidi pel viaggio

e per istabilirti in luogo lontano, dov'io non senta più parlare di te:

ammannisciti a partire da un'ora all'altra; al passaporto e all'imbarco

a Genova provvederò io: voi, Nassoli, domani per tempo metterete i miei

e i suoi registri in regola, onde dal confronto loro risulti a luce

meridiana che Omobono Onesti si è fuggito lasciandosi dietro un vuoto di

cassa di tanti milioni, quanti voi reputerete necessari.

— Che? come? ruggì il giovane Omobono. Io non fuggo, io non lascio

dietro a me vuoti di cassa. Se ladri ci sono stati, non li dovete

cercare in mia casa.

E l'avo cortese di rimando:

— Dammi un sigaro... grazie: — lo accese e dopo due o tre boccate di

fumo prosegue: — Se ti ostini a rimanere noi sdruccioleremo di conserva

in galera, mentre nel modo che ti propongo io tu te ne andrai a godere

la tua bella libertà e forse la stima di nuovi cittadini che la

Provvidenza rimetterà nelle tue proprie mani come una vigna da

vendemmiare: io certo rimango per le peste, ma ho per fede che la canapa

per la fune che ha da impiccarmi fin qui non sia stata raccolta.

— Insomma, io, innocentissimo di tutti questi pelaghi, dovrò essere

sagrificato come vittima espiatoria?

— E se non fosse così dove sarebbe il tuo merito? I rei si puniscono;

gl'innocenti si sagrificano. Diavolo! È distinzione elementare. Chi fu

che si sagrificò per le colpe del genere umano? Gesù Cristo, bene

altramente immacolato di te...

— Ma io non sono Cristo, nè _lei_ il genere umano.

— Certo, a rigore non concorrono i termini della comparazione, io l'ho

detto così per via di esempio: ad ogni modo accetta di buona grazia la

parte che io ti faccio e non ne parliamo più, che non ho tempo da

perdere. — E qui tre e quattro boccate di fumo una dietro l'altra.

— Questa non è la mia parte, tremante di passione borbottò il giovane

Omobono.

— No! grida il vecchio, diventando livido per male represso furore; —

no! — e levatosi di bocca il sigaro lo deposita sul tavolino, quindi

continua: — o perchè allora, dimmi, affamato, ti avrei tratto in casa

mia e levato la pancia di grinze? O perchè, miserabile, ti avrei messo

le scarpe in piedi e la camicia addosso?

— Non m'insultate... non m'insultate, per quanto amore portate a mia

madre... alla vostra figliuola.

— Che importa a me delle figliuole? Meno passere, più panico. Chi ti

dotò di casa, di servi e di cavalli? Chi dalle latrine ti assunse alle

beatitudini del paradiso terrestre? Mio il bicchiere col quale bevi, mio

il piatto dove mangi, mia la catinella dentro cui ti lavi, il letto dove

dormi, la sedia dove ti assetti, le vesti che ti coprono; se quanto hai

di mio intorno a te, da me chiamato venisse a me, tu rimarresti come

Adamo quando uscì dalle mani del Padre Eterno.

— Non è vero... la mia casa non ebbe bisogno di casa vostra mai, mentre

la mia vi ha sovvenuto, vi ha aiutato, e Dio sa con quanto scapito di

reputazione e di danaro.

Il vecchio barattiere, fingendo non sentire coteste parole, continuava

infellonito:

— E ti bastò l'animo, impronto e sfacciato, per credere che tutto questo

io facessi perchè, oltre gli altri lussi, tu t'incarognissi nel lusso

più depravato di tutti, quello di trinciarla da galantuomo? Cotesto è

lusso regio, non lecito ai semplici mortali; chiunque si attenti andarlo

a cacciare nelle bandite regie, cade in trasgressione, se pure non ci

acchiappa qualche palla nel cranio per via di ammonimento.

— Dunque voi presumeste comprarmi l'onore?

— Io non so che sia onore, e so anche meno in che cosa avrebbe potuto

avvantaggiarmi. Tu promettesti essermi un guanto nella mano, e mi sembra

averti pagato per mille dozzine di guanti: eletta d'intelligenza, fiore

di gioventù si adatta a diventare cadavere _gratis_ in mano del padre

maestro gesuita, e tu tarocchi al primo servizio che ti chiede il tuo

benefattore. Ch'è questa boria! La profferta di gente della tua qualità

supera di due cotanti la richiesta: e credi tu che se io ti chiedessi il

doppio di quanto ti chiedo, in confronto di quello che profusi per te,

tu salderesti mezzo il credito che hai contratto meco?

— Dunque, quando l'avo finse beneficare il suo sangue aveva in mente di

comprargli l'anima?

— Nè l'anima, nè il corpo: cotesti contratti un dì faceva il diavolo:

oggi non costumano più: noi pattuimmo un cambio di servizi; finora ho

pagato, adesso è venuto il tempo che tu mi consegni un po' di quanto ti

comprai; e mi piace ripeterti che tu hai a considerare come la fortuna

non dia luogo a scelta: dove tu ti ostinassi, me perdi e te non salvi;

tu altro non puoi se non aggiungere al vincolo di sangue che ci lega una

catena di ferro, la quale verrebbe ribadita dall'aguzzino dalla tua

gamba destra alla mia sinistra, ovvero dalla tua sinistra alla mia

destra, a piacimento.

Omobono digrignava i denti; si levò con impeto, ma non reggendosi in

piedi ebbe a ricascare sulla seggiola; pure riuscì a dire a strappi

queste parole:

— Signori, voi lo vedete... mi pare che mi abbiano dato di una mazzola

sul capo... lasciatemi in pace... ho bisogno di raccogliermi.

— Il tempo stringe...

— Domani l'altro...

— Che domani l'altro! Domani.

— Ebbene, procurerò di ridurre in essere il portafogli... domani.

— Se le occorre aiuto, rimarrò con lei — disse il Nassoli.

— No, vada col suo principale, ch'egli di certo ne avrà più bisogno di

me.

— Dunque a rivederci, conchiuse il vecchio ribaldo, e cercato e trovato

il sigaro che già depose spento sul tavolino, lo riaccese alla candela

del nipote e se ne andò tranquillo come se avesse conchiuso la compra di

una partita di bozzoli.

Ho letto che la luce corre settantaduemila leghe il minuto secondo, e

non mi è parso gran cosa, perchè il pensiero umano in un battere di

occhio gira e rigira dieci volte il mondo; di vero i visitatori di

Omobono non avevano ancora mutato un passo fuori dell'uscio del suo

salotto, che egli aveva immaginato, discusso e stabilito quanto dovesse

fare: atteso il tempo che gli parve necessario perchè si fossero

allontanati, e poi di rincorsa in casa alla Elvira; quivi rinvenne Egeo

ed altri parecchi amici sviscerati che stavano spogliandosi amorosamente

all'antico giuoco del lanzichenecco, il quale ringiovanito col nome di

toppa adesso forma la delizia delle nostre veglie. Omobono, invitato a

pigliarci parte, se ne schermì col pretesto di forte emicrania, e

veramente tutta bugia non era; quando gliene cadde il destro fece cenno

all'Amina, che giocava anch'essa alla disperata, perchè si levasse per

andare a parlargli. Di cotesto segno, ch'egli fece con la massima

cautela, affinchè veruno se ne accorgesse, se ne accorsero tutti, nè se

ne scandalizzò alcuno, che oggimai li consideravano come sposi, anzi

taluno gli affermava belli e sposati; ad ogni modo non erano gente da

commoversi per simili bazzecole.

*

Eccoli soli e seduti una allato all'altro e con le mani in mano, secondo

l'usanza vecchia.

— Amina, cominciò a favellare Omobono, io, con la morte nel cuore, vengo

a dirti addio.

— Ch'è mai successo? Parla presto... o Dio! levami di affanno... se non

mi vuoi vedere spirare ai tuoi piedi.

— Domani, così imperante l'avo cortese, mi tocca a imprendere per le sue

comodità un viaggio.

— Lungo?

— Lungo.

— E tornerai?

— Dio sa quando; — e con voce sommessa aggiunse: — forse mai più.

— Ma la ragione? Anche ai condannati leggono la sentenza.

— Doveva partire senza rivederti; ma tu, che sai che cosa è amore, pensa

se mi bastasse il cuore. La ragione pur troppo ci è, e feroce, ma non

dipende da me; tanto ti basti e ti sia di conforto sapere che io ti ho

amato, ti amo quanto creatura umana può amare, che sono misero, ma

misero assai, compiangimi di vedermi ridotto a tale di desiderare che

altri ti renda felice, poichè io non potei.

— E credi tu, Omobono, che un amore pari al nostro si rompa come un filo

di cotone? Io ti contemplo così disfatto da movere a pietà, non che la

tua sposa, il tuo più fiero nemico; vieni, riposa il tuo capo su questo

seno, che palpita per te: lasciati consolare, diletto mio... sfogati...

non ci giurammo esserci compagni così nelle gioie come nei dolori? Chi

altri sarà mai fuori della moglie di Cireneo che aiuterà il marito a

portare la croce?

Omobono non esitò ed accettare l'asilo del seno della sua Amina, e,

riparato una volta nel fidatissimo porto, era impossibile che non vi si

alleggerisse del carico del suo travaglio; sarebbe stata scortesia, o

piuttosto salvatichezza, e la natura aveva fabbricato gentilissimo il

nostro Omobono; — e poi, se si ha da dire come la stava, nonostante

ch'ei nicchiasse, si sentiva voglia di parlare per lo meno quanto ella

di udire. Impertanto, dopo qualche lezio, egli le riferiva punto per

punto la conferenza che aveva avuto luogo fra il suo nonno e lui; ho

detto punto per punto, bene inteso però riveduto e corretto per suo uso.

Anco quando le palle stanno ferme, avviene di radissimo che noi

raccontiamo preciso la faccenda come l'avvenne; tanto meno poteva

pretendersi nell'agitazione e nel pericolo in cui si versava Omobono.

In simili frangenti l'uomo costuma tagliarsi con la lingua la propria

storia e adattarla al fatto suo nella medesima maniera che il sarto gli

taglia con le forbici il vestito a suo dosso. Di vero Omobono non mentì,

tacque tutta la parte concernente i biglietti falsi, inducendo Amina a

credere ch'egli, tra recapiti mercantili, valori e biglietti di banca,

si trovasse a possedere il valsente di un milione e più.

Il secolo che muore, vol. III · 第 13 / 23 段