Fabrizio conciava tutti pel dì delle feste, ma il suo san Bastiano era

stato proprio il povero Zaccaria; lui aveva messo a bersaglio dei suoi

strali, su lui votato tutta la sua faretra. Arrivato in fondo con tale

un tremendo palpito, che minacciava schiantargli le costole, Zaccaria

legge domandarsi da Fabrizio, un dì giurato suo fratello, e nelle

cospirazioni compagno, a suo danno l'applicazione degli articoli 153 e

531 del codice penale.

Ed ora cotesti articoli che importeranno mai? chiedeva a sè stesso

Zaccaria; ma Zaccaria non sapeva che cosa rispondersi, e ciò perchè i

difensori della legge, vergognando pronunziare spiattellatamente

_morte_, ci vanno di scancìo, citando l'articolo senza dichiararne il

tenore: anche questa è ipocrisia; gl'inglesi ci chiamano un popolo in

carnevale: ci avrebbero definito meglio modellatori in carnevale, perchè

qui fra noi tutto è forme e gesso colato. — Adesso il tormentatore

sbracia, per così dire, la febbre nel sangue di Zaccaria, e la inacerba

con le smanie della incertezza: un diavolo a cavalcioni sopra la punta

del naso gli stirava orribilmente i nervi degli occhi dopo averglieli

dimenati ben bene con tanaglie infuocate; pativa il dolore dei denti in

tutte le ossa, guaiva: oh! oh! e strettasi la fronte con le mani ne

grondavano giù lacrime come acqua della spugna tratta fuori dal catino.

A sollievo del misero (a lui parve sollievo), ecco spalancarsi fragorosa

la porta del carcere e comparire il custode a recargli il pasto. Il

custode, un giorno carceriere addirittura, come la guardia di sicurezza

sbirro: ipocrisia da aggiungersi al mucchio: il predicatore lasciò

detto: _vanitas vanitatum, et omnia vanitas_; ai dì nostri con migliore

fondamento direbbe: _ipocrisia delle ipocrisie_. Il custode dunque,

fingendo non accorgersi dello stato pietoso in cui vedeva ridotto

Zaccaria, così prese a dirgli:

— Ecco qua una zuppina nelle regole, proprio da resuscitare un morto.

— Lasci, signor custode, lasci tutto sul tavolino, che mi sento ben

altra voglia che quella di mangiare...

— Andiamo, via, la non si lasci arrugginire dalla malinconia; ha ella

avvertito quanto le ha detto l'usciere? E sa, cotesta gente mangia la

foglia per aria per sapere da che parte ha da tirare il vento.

— Vede, signor custode, se potesse... più del desinare avrei bisogno di

un'altra cosa...

— Di che mai? Parli franco.

— Di un codice penale.... del regno sardo.... badi... 1859.

— Non so... non saprei... capisce... facciamo una cosa... ne parlerò col

signor direttore...

— Scusi, signor custode, mi sembra, anzi so di certo che il direttore

qui dentro non ci ha che fare; scusi una seconda volta, o in questo

foglio non si citano a fine che io li conosca diversi articoli del

codice penale? Ora, caro lei, se qui si citano questi articoli in

numero, _lei_ è per insegnarmi che io ho diritto di saperne la

sostanza...

— E li cita davvero?

— Per la vita dei miei figliuoli, li cita, e poi guardi, si certifichi

da sè.

Il custode cavò di tasca gli occhiali e li lesse (dacchè si ha da sapere

che il custode fosse un vecchio dragone dell'antico regno d'Italia,

prima ridotto a can mastino a nome della gloria, ed ora a can da

pagliaio in nome della sicurezza pubblica). Dopo avere letto e

ponderato, conchiuse:

— Parrebbe anche a me; eccolo servito; e trattosi il codice di tasca lo

porse a Zaccaria.

— Come! questi esclamò, in tasca, caro lei, porta il codice?

— Tre cose ho portato sempre addosso: la medaglia di san Venanzio per

liberarmi dalle cascate basse, il codice per preservarmi dalle cascate

alte e la cabala del Chiaravalle, onore e gloria di Milano, da non

temere confronto con sant'Ambrogio nè con san Carlo: se non mi fossi un

po' istruito leggendo la cabala, sarei rimasto ignorante come quando

abbandonai la vanga; ma, caro lei, così non troverà mai nulla... oh! non

vede come le tremano le mani... lasci fare a me: ecco qua 143... se il

condannato in contumacia...

— No, caro lei, 153.

E il custode, bagnandosi l'indice di saliva, sfoglia il libro

mormorando: 147, 150... ecco 153, legga.

— Mi faccia questo piacere, legga lei... mi abbagliano gli occhi...

— Volentieri: l'attentato contro la sacra persona del re è punito come

il parricidio. Misericordia! esclamò il custode, l'altro articolo

leggeremo un'altra volta, e chiuso il libro, fece per andarsene; ma

Zaccaria gli si avventò addosso come un gatto spaventato, gli strappò

dalle mani il libro e corse in un batter d'occhio nell'angolo più

lontano della prigione, dove trovato con mirabile prestezza l'articolo

513 lesse:

«I colpevoli dei crimini di parricidio, di _venefizio_, d'infanticidio e

di assassinio sono puniti colla morte.

«Il condannato per parricidio sarà condotto al luogo del patibolo a

_piedi nudi_ e col _capo coperto di un velo nero_.»

Il povero Zaccaria lasciò cadersi di mano il libro, proruppe in

ischianto ineffabile di dolore e sopra se stesso aggirandosi come paleo,

battè sconciamente nel muro, e lunghesso quello strisciando il viso ci

lasciò la pelle della guancia diritta; sul pavimento si ruppe il ciglio

destro e il naso. Il custode, non potendo sopportare lo strazio

dell'urlo disperato, si turò ambo le orecchie con le mani e fuggì via.

Però il custode sospettando sventura, e pauroso glie ne venisse danno,

dopo breve ora tornò a visitare Zaccaria: non a lui solo, non a lui solo

il proprio interesse fa capolino allo spirito con la maschera della

pietà presa a nolo dalla ipocrisia. Lo rinvenne svenuto e

impiastricciato di sangue; lo lavò, lo fasciò, lo pose sul letto — ma,

bene intesi, tutto questo egli fece dopo avere raccolto da terra il

codice, ripostolo in tasca e raccomandato a Zaccaria, appena rinvenne,

che per quanto amore portava al suo Dio non rivelasse ad anima viva

averlo avuto da lui, e l'altro borbottato la promessa vivesse sicuro,

all'ultimo si dispose a uscire, non senza però avere frugato e rifrugato

prima la cella con lo sguardo, per vedere se ci fosse rimasto oggetto

capace a ferire, e gli parve di no: — io, per me, credo che i custodi

potrebbero fare con gli occhi la barba e il contrappelo; — se ne andò

difilato a ragguagliare il direttore di quanto gli parve spediente

dirgli, e n'ebbe lode di vigilanza; e siccome poi questi gli domandava:

— Avete perlustrato bene che non sia rimasta in cella cosa con la quale

il prigioniero possa attentare ai suoi giorni?

— Oh! quanto a questo poi la si lasci servire, lustrissimo.

— Mi fido in voi, perchè viviamo in tempi nei quali bisogna camminare

fra le uova, sebbene non giovi andare a piede nè a cavallo: caso mai

costui si uccidesse in carcere, apriti cielo! Dovevamo prevederlo e

prevenire il carcerato; lo serbiamo vivo, e allora la nostra diventa

carità pelosa, lo abbiamo custodito pel patibolo: basta, è nostro debito

che lo incolpato non si sottragga alla pena; in virtù del suo misfatto

egli è debitore dello esempio alla società.

— Così diceva anch'io, rispose il custode.

Calò la sera; e qual sera! Zaccaria a sedere sul letto, con le braccia

abbandonate di qua e di là dallo strapunto, con gli occhi spalancati,

fissava intentissimo il buio, il quale ad ora gli si rompeva in strisce

di fuoco foggiate a forma dei numeri 153 e 531: così nelle notti

tenebrose di estate sembra talora che batta le palpebre il baleno:

cessata la fiumana delle vampe, ecco subentra un chiarore grigio

perlato, come luce che attraversi un cristallo opaco — la luce dell'ora

in cui gli uomini menano a guastare l'uomo — agonia della notte che

muore, vagito del giorno che nasce; così la notte non accuserà il giorno

di avere rischiarato l'opera nefanda, nè il giorno incolperà la notte

per non averlo nascosto dentro la sua tenebra; rei entrambi, o nessuno;

unico malvagio l'uomo. Al basso di cotesta luce sinistra presero a

sussultare forme indeterminate, quasi sonagli di acqua che bolla a

scroscio dentro la caldaia, indi a poco presero sembianza definita e

moto e affetto. Non a modo di sogno o per via di visione, bensì ad occhi

aperti vide le porte del carcere spalancarsi e uscirne un paziente co'

piedi ignudi, vestito di lunga camicia bianca, il capo avvolto dentro un

velo nero e le mani legate dietro la schiena: da un lato gli stanno i

pietosi, dall'altro gli spietati; pietosi il rabbino Piperno, il

direttore delle carceri e i custodi pietosi sempre _di ufficio_; in

mancanza di meglio il condannato è costretto ad accettare per pietà

l'ardente premura di cotesti signori di lavarsi le mani di lui; spietati

sempre _di ufficio_ il boia e il suo aiutante, il cancelliere, gli

sbirri, se meglio ti garba le guardie di pubblica sicurezza; ma a dir

vero in quel momento parve a Zaccaria fossero tutti sbirri; e la

milizia, fanti e cavalieri, da che parte io l'ho da mettere? Per me

altro non so, che questi figli della gloria, questi presidi della

patria, che l'amico mio Mariano D'Ayala un dì incocciava a volere

venerati come santi, o alla più trista come sacerdoti, adesso fanno il

corteo delle truci nozze che il boia sta per celebrare fra l'uomo e la

forca, e ringrazino Dio se per amore di risparmio non sono deputati a

far tutto con le proprie mani, accompagnatura, macellamento, sepoltura

_et reliqua_. Comecchè ci si vedesse appena, Zaccaria sbirciò gremite di

gente le finestre e da un abbaino del tetto del palazzo della giustizia

gli parve vedere, e vide certo, la sua moglie, il vecchio padre e i

figliuoli con le mani rivolte verso il cielo: allora si sentì preso da

un grande sdegno contro la moglie e il padre, e li sgridò a voce alta:

togliete di costà i miei figliuoli; non sono gli occhi che contaminano

l'anima con la vista delle opere scellerate? Scorse eziandio la gente

spessa e stipata, quasi convenuta a mirabile spettacolo, scansarsi

appena se spinta dall'urto dei cavalli o percossa da piattonate; chi

commiserava al condannato e chi malediceva gli accompagnatori; altri

alla rovescia; i più imprecavano a quello ed a questi; imperciocchè la

razza umana si senta per natura proclive piuttosto a maledire che a

benedire; tra la folla si aggiravano donne e fanciulli urlanti a

squarciagola: «acquavite!» Sopra gli altri infesto un brutto servo di

Dio, che aveva il viso bucherellato come un vaglio e gridava: «ti

rideccolo il bruttino con le ciambelle uscite di forno ora!» In campo

aperto ecco comparire la forca, disegnata in alto a modo di porta

egiziana, per entrare di posta in paradiso: arnese ingenuo, signori

miei, strumento semplice come hanno ad essere le macchine dai buoni

ingegni immaginate e costruite; due travi su ritti a certa distanza, un

altro in cima a traverso, in mezzo la sua brava carrucola con la sua

brava corda, e lateralmente a questa due scale. Gli uomini non hanno

conservato il nome dell'inventore della forca, e questo perchè sono una

manica d'ingrati; ma ciò non toglie che con l'ara e l'aratro non

componga l'àncora di salute dell'umano consorzio. Lo insegnò anche

l'Asino scorticato, cui decretarono il nome di quinto evangelista: _haec

tria tantum... ara, aratrum et arbor patibolarius_. Zaccaria vide salire

il boia, il paziente e l'aiutante del boia su di una scala, su l'altra

il rabbino per confortare il morituro, che, a dirla giusta, più che

confortare altrui aveva mestieri di essere confortato; inoltre vide

gittare alla traditora il laccio al collo del condannato e la spinta che

in bello accordo gli diedero il boia e il suo coadiutore, e il boia... —

qui mi tocca far punto prima di proseguire. Piantoni era il boia, uomo

coscienzioso, timorato di Dio, cattolico a prova di olio, babbo buono,

figlio meglio, sposo poi un miracolo di tenerezza, _artista_ della

impiccatura, non sa perchè alla forca non facciano largo le Muse per

accoglierla nel coro divino, unico e vero magistrato inamovibile del

regno italiano, imperciocchè egli _esordisse_ ad esercitare l'arte sua

sul povero Ciro Menotti sotto Francesco IV duca di Modena, e la continui

lodevolmente sotto il regno di Vittorio Emanuele II: quantunque quegli

tiranno e questi re galantuomo; il Piantoni, quando tenne il suo

colloquio coll'avvocato genovese, gli confessò pietosamente essere

arrivato alla sua più grande fatica; sentirsi stracco, pure avrebbe

servito lo Stato finchè gli bastassero le forze: soldato del dovere,

anch'egli sentire l'obbligo di morire su la breccia... cioè sul collo ad

un impiccato.[34] Io al racconto di questi sensi magnanimi provo una

commozione nelle viscere che mai l'uguale; e perchè non onorano il

Piantoni con l'ordine del Merito? Se non lo danno a lui, o che ci sta a

fare? Come da ora innanzi potrà sostenersi ordine del Merito se continua

ad esserne privo il Piantoni? E bisognerebbe rimandarla alle calende

greche, perchè leggiamo che il povero uomo non ne può più le cuoia, e di

recente fu mestieri raccomandarsi a un manigoldo dozzinale, che costò un

occhio e per giunta pretese lire cinquecento pel suo figliuolo sotto

boia non contemplato nel contratto di nolo.[35]

[34] Vedi il libro del _Carnefice_ dell'avv. Giacomo Borgonuovo.

[35] Vedi gazzette del giorno.

Levo il punto e ripiglio il cammino: — e il boia dalla scala saltare

come il giugarro a mezzo il trave, e quivi con la maestria nella quale

il buon Piantoni si vanta e veramente si mostra professore, ecco

applicargli un piede tra il collo e l'orecchio, e quivi pigiare forte di

scancìo, affinchè la lussazione delle vertebre si operi in un attimo, e

così succeda, secondo l'autorevole giudizio del prelodato boia, la morte

del condannato istantanea. Però nè anche il sotto boia sofferse che gli

avessero a dire ch'ei si mangiava il pane a tradimento, al quale effetto

dalla scala si calò a terra, e lì, attaccatosi ai piedi del paziente,

ritrasse le sue gambe dondolandosi giusto a mo' che i fanciulli

costumano quando tirano le funi delle campane.

_Ite missa est_: questo, per essere giusti, non disse il boia dall'alto

della forca, ma lo lasciò capire calandosi giù dal suo altare: allora il

corpo rimasto libero prese a giravoltare intorno intorno, come il fuso

fa pendente dalla rocca; in cotesto moto gli cadde il velo dal capo, e

Zaccaria nello impiccato riconobbe... chi mai? — Riconobbe sè stesso.

Allora gli s'insinuò nel capo una strana fantasia, e fu considerare

s'egli era caso morire per fuggire la morte; gli parve di sì, e tanto da

un punto all'altro si sprofondò in cotesta immaginazione, che avvenne a

lui, come a quello il quale spendolandosi troppo dalla finestra non può

tirarsi più dentro, ed è forza che vada a sfracellarsi il cranio su la

strada. E tanto di subito s'impossessò questa fisima di lui, che come

per miracolo liberato da ogni malore, si levò da giacere e si pose a

brancolare al buio per rinvenire modo di mettere in esecuzione il suo

proponimento: aveva sentito parlare di gente appiccatasi alle nottole

d'imposte delle finestre, ovvero ai ferri delle inferriate, ma non gli

occorse tovagliolo, nè asciugamano, nè fazzoletto, nè cintura, che tutte

queste si era in bella maniera portate via il custode; tastò le pareti

se mai gli venisse fatto d'imbattersi in un chiodo. Zaccaria trovò le

pareti del carcere copiose di chiodi come la zucca di Eliseo profeta di

capelli:[36] provò a battere il cranio nel muro, ma egli ebbe a

desistere perchè la spossatezza gli toglieva la forza da potersi

ammazzare, l'angoscia soverchia che provava, in ultimo il sentirsi

urlare con grida bestiali dalla stanza accanto: «Se vuoi crepare, crepa,

ma piano, e lasciaci dormire». E guai se avesse preso fumo il custode;

la camiciola di forza non gli sarebbe mancata, nè la legatura sul letto.

Strana cosa! la fortuna avversa gli chiudeva al morire ogni via, e

intanto a lui cresceva del morire la sete; mentr'egli si travaglia in

questo spasimo gli accade mettersi le mani nel corpetto e si sente

incidere lievemente le dita.

[36] Il profeta Eliseo era zuccone; andando in Betel, _certi

piccoli fanciulli_ lo uccellarono dicendo: _calvo! calvo!_

Eliseo li maledisse, e due orse uscirono dal bosco e uccisero 42

fanciulli; dico quarantadue. — _I Re_, 2, c. 2. — Se Eliseo

aveva la parrucca, questa strage non succedeva; di qui il

lettore vorrà persuadersi della utilità delle parrucche.

Come mai poteva succedere questo? Oh! ecco; Zaccaria era ebreo, voi lo

sapete, e sapete altresì quali vincoli di parentela sieno corsi sempre

fra ebrei e quattrini; ora a Zaccaria un giorno venne in testa di

raccogliere un medagliere di quante più potesse monete antiche e

moderne; tra le altre gli venne fatto di acquistare una crazia, che gli

parve cosa rara. La crazia, voi avete a sapere, è, o meglio fu certa

moneta toscana composta di una lega di rame e argento; da un lato mostra

san Giovan Battista in piedi, dall'altro le palle dei Medici:

sottilissima di zecca, pel continuo stropiccìo diventò così minuta da

disgradarne le scaglie dei pesci. — Esultante nell'orgoglio della sua

invenzione, Zaccaria si recò ai labbri la moneta come un dono mandatogli

da _Dio liberatore_; tagliente pur troppo ell'era, ma ei non la

giudicando abbastanza l'affilò sul davanzale della finestra adoperandovi

la saliva; quando l'ebbe ridotta proprio a rasoio si adagiò sul letto...

e si recise la gola...

Mentre la vita dalle aperte vene gli fuggiva via, piuttostochè colla

voce, col sangue che sgorgava gorgogliando, si raccomandò a Dio perchè

riposasse l'anima sua nel seno di Abramo, non già al Dio dell'occhio per

occhio e del dente per dente, che visita nel suo furore la quarta e la

quinta generazione di coloro che gli hanno voluto male, bensì a quello

delle misericordie, supplicandolo che quel suo sangue scendesse come una

benedizione sul capo della sua famiglia, non consentisse ch'egli ai

figli suoi non trasmettesse altra eredità eccetto la sventura; li

prosperasse; a modo ch'egli inviava un dì l'arcangiolo Raffaelle a

sanare Tobia dalla cecità, ora spedisse quale è fra gli angioli suoi il

più pietoso a lenire il cuore del padre e della moglie; e i suoi

persecutori giudicasse non secondo la sua giustizia, ma sì secondo la

sua misericordia. E il povero Zaccaria si addormentò contento nel seno

di Abramo.

A me parve questo pietosissimo caso, e pur chi sa quanto gli daranno la

baiata gli odierni materialisti; si servano; pure mi sia concesso

domandare se Zaccaria sarebbe morto con quella pace, se persuaso che

mota nacque, mota un po' meglio organizzata visse, per morire poi mota

come prima; e che veruno ente nell'universo intendeva le sue novissime

preci; e che da nessun lato una stilla di consolazione sarebbe piovuta

su i capi desolati dei carissimi suoi. Invece di rapire all'uomo i dolci

sogni ond'egli muore in pace, industriatevi, o voi che sapete, a

liberarlo dalle atroci realtà che lo fanno vivere trangosciato.

Da questa morte derivarono conseguenze tutte dannose ai malcapitati

compagni di Zaccaria; la fine di lui appresero universalmente come prova

della coscienza di colpa per sè e per gli altri; Fabrizio sentì darsi un

picchio sul capo, per la quale cosa smarrì di un tratto la vista, dopo

cinque giorni o sei la ricuperò, ma inchiostro, carta, scritto e tutto

insomma gli apparve colore di sangue più o meno vivido: consultato il

medico, lo assicurò trattarsi di alterazione poco importante: pigliasse

riposo, gli occhi lavasse con acqua e aceto; e caso mai non potesse

astenersi dal lavoro, tenesse sul banco una catinella di acqua gelata,

dove immergendo di frequente la spugna, con quella si rinfrescasse il

capo; questo accidente, invece di ammansirlo, lo inasprì: ora poi ebbe

arso davvero i cariaggi: e poichè di tornare indietro non ci era più

verso, avanti a scavezzacollo. Il dibattimento ebbe luogo; gli accusati

confermarono alla udienza quanto avevano dichiarato di già nel processo

scritto: sè predicarono repubblicani, della monarchia nemici

implacabili, eterni, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, intenti co'

pensieri e colle opere ad abbatterla: ogni altra accusa respinsero

sdegnosi: il manifesto donde Fabrizio s'ingegnò dedurre per via di

sofismi la strage meditata del capo dello Stato assai facilmente

mostrarono non prestarsi a simile concetto: ad ogni modo non essere

fattura loro, il signor regio procuratore saperlo meglio di ogni altro;

lo domandassero a lui.

Insistendo il presidente della Corte di assise, forse per segreto astio

contro Fabrizio, per saperne l'autore, assorsero tutti con l'indice

appuntato contro l'accusatore gridando:

— _Lui lo sa, lui lo sa._

Fabrizio, per un istante smarrito, afferrò frettoloso un cartolare per

coprirsene il viso, ma fu brezza sulla fiamma, riprese in breve balìa, e

mettendo le mani avanti esclamò:

— Chi ha usanza di questi luoghi conosce come il delitto pigli sempre

per sua druda la sfrontatezza.

E cotesta fu una sfrontata provocazione. Perchè gli accusati non

raccattarono il guanto e non lo lapidarono sotto un nugolo di vituperi?

Arduo sempre conoscere le cause intime delle azioni umane; per me

giudico li trattenesse il ribrezzo di far conoscere avere sofferto

compagno ad impresa, ch'essi reputavano magnanima, uomo così abietto; nè

a dissuadermi da simile pensiero giova punto sapere che non tutti in

cotesta congiura sentissero altamente; anzi ci si annoverassero

contaminati da non poche brutture parecchi, imperciocchè gli esempi

sieno contagiosi così nel bene come nel male, e la vista della virtù

abbarbagli di stupore anco i corrotti — quantunque per poco. La storia

porge spesso testimonianza di fatti simili a questi; Tacito ne registra

alcuni nel quindicesimo degli _Annali_, dove narra la congiura pisoniana

contro Nerone. «Plauzio, egli scrive, fu il secondo a morire...

arraffato, e dove si giustiziano gli schiavi ammazzato da Stazio

tribuno, _uno dei congiurati_, non lo scoperse e non fiatò»; più oltre,

con maggiore conformità al caso nostro: «non potettero più frodare la

congiura ancora i soldati, stomacando quelli che avevano confessato

vedersi da Fenio Rufo lor compagno esaminare. Minacciando egli e

stringendo forte Scevino a dir su, Scevino ghignò dicendo: — niuno

saperne più di lui. — E lo conforta a rendere il cambio a sì buon

principe. Fenio non parlò e non tacque, così gli si rappallottarono le

parole in bocca per lo spavento.» E poichè anche il servaggio ha i suoi

eroi, il duca di Veccaro, confidente di Filippo IV di Spagna, anzichè

riversare sul padrone la colpa ond'era accusato, elesse morire su i

tormenti.[37]

[37] Questo caso è al tutto sconosciuto o poco manifesto:

gioverà ricordarlo. Filippo IV di Spagna commette al duca di

Veccaro scriva a sua sorella, moglie di Luigi XIV, si adoperi

con ogni sua possa a indurre il marito a pacificarsi col

cognato, ma lo faccia in modo che paia scrivere spontaneo, non

già per comandamento del re, ed il cortigiano puntuale adempie

il mandato; la lettera casca nelle mani del Consiglio di Spagna,

il quale appone accusa di tradimento al duca. Il re temendo per

la sua propria salute non si oppone alla prigionia di lui, ed in

segreto fa dirgli stia saldo, egli penserebbe in ogni modo a

salvarlo: pertanto, messo il malcapitato al tormento, negò

sempre la partecipazione del re, e tanto si spinse da un lato la

sua caparbietà a negare, e dall'altro quella del Consiglio a

tormentarlo, che all'ultimo morì in mezzo agli strazi. In questo

mentre il re faceva esporre il Santissimo Sacramento,

raccomandando al popolo di pregare Gesù secondo la sua

intenzione, la quale, nota un dotto e pio ecclesiastico, era che

il duca morisse su la tortura, perchè in cotesta maniera il re

veniva a conseguire due beni: il primo, la sicurezza che il

segreto non si sarebbe mai venuto a scoprire; il secondo, che la

morte del duca lo avrebbe liberato dallo imbarazzo e dalla spesa

di mostrargli la sua gratitudine.

Il secolo che muore, vol. III · 第 12 / 23 段