una menava alla virtù e l'altra alla perdizione; mentre entrambe quelle
che si paravano davanti a Fabrizio conducevano alla perdizione; ma l'una
diritta e senza intoppi fino allo inferno, l'altra prima di arrivare
allo inferno incontrava per via un baratro dove si sarebbero inabissate
la fama e la fortuna sue, e da questa aborriva; ond'è che, sedendo a
mensa con la moglie, poichè rimase lunga pezza a tavola, all'improvviso
ruppe il silenzio dicendo:
— Sai tu, Bianca, che cosa ci è di nuovo?
— Che mai? domanda la donna rimescolata.
— E' ci è che io non posso più, come ti aveva promesso, vendicarti, e
con te l'onor mio.
— E perchè? rincalza la moglie con batticuore crescente.
— Domandalo al presidente del Consiglio dei ministri, tuo amico.
La Bianca per poco non cadde tramortita, tuttavia agguantandosi con
femminile protervia alla dissimulazione, ultima tavola dei naufragi
femminili, ella continua:
— O com'entra qui S. E.?
— Oh! egli ci entra più che io non vorrei... più di quello che io possa
patire.... ci entra per modo ch'egli mi chiude ogni via alla vendetta...
egli diventa complice dell'onta che mi fanno.
— Ahimè! ahimè! mi sento morire.
— Non morire ancora, che non ho finito; non morire, Bianca, che tu,
vedi, potresti rimediare a tutto.
— Io? E come potrei? Basta... prescrivi il tempo e il modo; mi proverai
quale più mi vuoi, ancella o moglie... se mancherò perdonami...
l'avvilimento in cui cademmo... la debolezza del sesso mi hanno
offuscata la mente.
— Svegliati, che adesso ci ha mestieri della tua sagacia: è necessario
che tu ritorni subito dal signor presidente.
— Io? Il presidente? E perchè? disse la donna con voce strangolata; e
Fabrizio pigliando lei che tremava come vetta, le zufolò dentro gli
orecchi:
— Il ministro possiede carte di mio, le quali, sebbene scritte in altri
tempi, pure mi chiarirebbero reo della medesima colpa per cui intendo
mettere accusa addosso ai nemici del trono che ci oltraggiarono; se non
me le rende, io mi perito a saltare il fosso; troppo grossa posta ci
metterei su... io voglio dunque che tu vada a conferirne con lui, e gli
faccia intendere che senza cotesti fogli io non tiro innanzi il negozio.
A coteste parole il volto di Bianca apparve come il buio di una notte
infernale a un tratto illuminato da un fuoco vermiglio del Bengala,
imperciocchè ella diventasse rossa in grazia del sangue che le rifluì
sopra le guancie scolorate: con la sicurezza le tornò la petulanza, onde
quasi acerba esclamò:
— Vedere il presidente io? Io tornarci? Ma che lo pensi? Lo pretendi
davvero?
— E che ci ha egli di male?
— Ma la mia reputazione, non ti pare che verrebbe a soffrirne?
— E ora ch'è questa reputazione tua? La reputazione della moglie come
ogni altra cosa di lei spetta al marito. La moglie può... anzi deve
sempre andare dove il suo marito le comanda... obbedire sempre. Questa
tua esitanza, vedi, Bianca, mi offende nel più vivo dell'anima... e non
onora nè anche te; mi pare che tu stimi la tua virtù uno di cotesti
edifizi che stanno ritti perchè nessuno li tentenna.
— Ma che diavolo vai tu fantasticando con quel tuo cervello fatto a
scacchi; nè io te offendo, nè faccio torto a me: tu m'insegni che di
male lingue non ci fu mai penuria nel mondo, e suona antico come bello
il proverbio che dice: «una stilla di inchiostro basta a macchiare, ed
una libbra di sapone non basta a lavarla.» È vero che la fama della
moglie appartiene al marito, ma è vero altresì che spetta principalmente
alla moglie averne cura e custodirla.
— Ecco, voi altre donne sempre così; se non ci va di mezzo il comodo
vostro, vi nascono più dubbi che pulci, ma se ci entra uno scrupolo del
vostro interesse, allora non ritegno, non riguardo; giù buffa; e allora
vi accorgete di essere cascate nell'acquatrino quando vi sentite il
fango fino alla gola. Rammenta che io mi sono fitto in questo ginepraio
per vendicare te, tuo padre ed anche me: ricordati che io ci vo di male
gambe, e solo che voi accenniate di lasciarmi sopra le secche di
Barberia, io butto a monte ogni cosa; qui adesso si fa del resto, — o
palle o santo... — E poi, ripreso fiato, con suono che teneva del
rimbrotto e del lamento, continua più infervorito che mai: — fin qui io
credei che tu avessi sposato, o Bianca, non solo le mie gioie, ma i miei
dolori altresì, sovvenuto a portare la mia croce nel mondo, a uscire di
angustie, ad ammannirci uno splendido avvenire, a ritornare in fiore, a
rimettere su casa alla grande, con vettura, diamanti, palco al teatro,
veglie...
— Eh! via, smetti una volta da predicare, che non siamo in quaresima;
calmati, marito mio, e vivi tranquillo, che lo aiuto della tua moglie
non ti verrà mai meno. Or fa' di stendere un bocconcino d'istanza,
affinchè S. E. voglia usarmi la cortesia di ricevermi in udienza
particolare, perchè, vedi, presentarmi in combutta con la moltitudine mi
uggisce fino alla morte; se la cosa urge, tu chiedila per domani a
mezzogiorno, bene intesi, al palazzo del ministero; tu stesso la
porterai quando ti rendi all'ufficio alla solita ora. Da parte mia fo
conto levarmi per tempo e andarmi a confessare; se la beata Vergine mi
ispira, anche a comunicarmi, affinchè Dio mi faccia la grazia di
ottenere dal ministro tutto ciò che il tuo cuore desidera...
Credo che si abbracciassero e baciassero; io ebbi ad uscire, e non mi
trattenni tanto in casa loro da verificarlo, però metto su pegno che
l'andò a finire proprio nel vero modo che vi ho detto.
*
— Che miracolo è questo! Venirmi qui improvvisa in camera alla sette di
mattina, esclamò il signor conte di ***, presidente del Consiglio dei
ministri, nel vedersi cascare nella stanza da letto la Bianca, quasi
bomba briccolata in fortezza nemica.
— Ah! ah! _Libertino_, tu hai paura di essere colto all'improvviso...?
— Magari ti pigliasse spesso il capriccio di venirmi a sorprendere, tu
ti chiariresti della sincerità delle mie parole; ho dato fondo
all'àncora, e non mi muovo più.
— _Dio_ lo voglia; intanto sappi che io non venni qui per miracolo,
bensì per comandamento espresso del mio signore e marito.
— Bada, Bianca, abbi prudenza, non fare a fidanza con questi ferri, che
tu ti ci potresti scottare.
— E' non è per amore della mia, ma della tua reputazione, che mi dici
questo: di me non temo, anzi ti avviso che oggi... a mezzogiorno...
verrò alla libera per parlarti al tuo ministero...
— Non farlo...
— Anzi lo farò e con licenza dei superiori come un libro stampato a
Venezia; ora, via, ascoltami. Mio marito afferma che tu possiedi molto
carte di suo; già s'intende, quando non era stato convertito per tua
intercessione. Coteste carte, egli aggiunge, caso mai venissero un
giorno o l'altro a scoprirsi, sarei un uomo morto; ad ogni modo lo
trattengono da proseguire franco nella faccenda che tu sai: dunque
cercale queste benedette carte e portale teco al palazzo, dove me le
renderai, per cavare di pena quella povera anima di mio marito.
— Io l'ho per inteso: a mezzogiorno ti aspetto; e adesso levati il
cappello e vieni qua a fare colazione con me.
— No, grazie, non posso trattenermi, bisogna che mi vada a confessare;
ho già bell'avvertito il confessore, il quale chi sa quanto tarocca non
mi vedendo comparire: addio, addio, ricordati dei nostri amori.
— E tu ricordati, che come questa fu la prima, così non sia l'ultima
sorpresa che mi fai.
Io, scrittore, a questo punto ebbi ad uscire dalla camera, e però non
potei trattenermi a verificarlo, ma scommetto con Asmodeo[33] un fiasco
di vino, che si abbracciarono e baciarono.
[33] _Asmodeo_ è il diavolo dell'amore; alcuni però lo fanno il
demonio dell'aritmetica, della geometria e delle matematiche in
generale; che tutte queste belle cose fossero governate da un
diavolo un dì si aveva per fandonia; solo da quando il Sella
tenne il ministero delle finanze in Italia, si cominciò a
dubitare che potesse essere verità.
Dopo ciò Bianca, tutta lieta, tutta vezzi e saltabelli, andò a dare una
capata in chiesa; donde avuta la rannata della confessione e la
sciacquata nella Eucarestia, uscì propriamente bianca di bucato.
*
Appena la Bianca fu uscita dal ministro, questi chiamò il servo discreto
introduttore delle persone abituato a entrare per la porta di dietro, e
così gli disse:
— Giorgio!
— Comandi, eccellenza.
— Perchè contro i miei ordini mi hai fatto entrare in camera cotesta
signora senza avvisarmi?
— Mi parve che la signora riuscirebbe gradita a V. E. anche senza
avvisi; molto più che io la sapeva solo.
— E da che hai argomentato che la signora mi sarebbe tornata gradita,
quantunque mi fosse entrata in camera anche senza avviso?
— Oh! quanto a questo poi, eccellenza.
— Di' pur su, Giorgio, parla franco.
— Ecco, perchè quando cotesta signora viene a trovarla, mi pare che il
suo sembiante faccia pasqua di rose.
— Ah! dunque tu mi osservi il viso? E da questo tu tiri a indovinare lo
stato dell'animo mio?
— Il viso e qualche altra cosa, e non tiro mica a indovinare, ma leggo
proprio espresso quando la fortuna le dà la regina di cuori, ovvero il
fante di picche.
— Giorgio, quanti ne abbiamo del mese oggi?
— Eccellenza, quattordici.
— E il tuo salario tira, mi pare, quaranta lire il mese?
— Giusto, più le mance, tavola e livrea.
— Giorgio, eccoti quaranta lire, e tienti per avvisato che, da questo
giorno in poi, tu non istai più al mio servizio: stasera fa' che io non
ti trovi in casa.
— O Dio! O Dio! Che ho commesso di male? Povero me, sono rovinato!
— Giorgio, prendi qua questi due biglietti di banca; insieme fanno mille
lire; esse ti basteranno per le spese prima di trovarti un nuovo
servizio; io medesimo procurerò allogarti altrove; ma con me non puoi
stare assolutamente.
— Dopo tanti anni, ahimè!
— Tutte le cose nostre hanno lor fine, Giorgio, e quanto più
invecchiano, e più si avvicinano alla morte; e tu pure morirai, Giorgio,
e morirò anch'io.
— Potessi almeno sapere in che ho mancato!
— Non è per difetto, Giorgio, che io ti congedo, bensì per eccesso; i
servi dei ministri non devono adoperare altro che le orecchie per udire
e obbedire: evita come la morìa servo che osserva e fante che argomenta;
quando sarai ministro, Giorgio, imparerai la saviezza di questo
consiglio: ora vattene.
*
Mutata di vesti, più smagliante della mattina, gloriosa e pomposa, al
tocco del mezzodì la Bianca si presenta all'anticamera del ministro, il
quale aveva di già avvertito l'usciere che, dove si presentasse,
quantunque non fosse giornata di udienza, lo avvertisse. Questi come il
ministro ordinò fece, e S. E. si mosse ad accoglierla fino sopra la
soglia, dove le disse con voce alta, sicchè potessero sentire tutti:
— Non ho saputo resistere, mia signora, al timore di comparire presso la
S. V. poco cortese: passi pure a informarmi di quanto le occorre da
questo officio; solo sono costretto a pregarla di spedirsi, perchè fra
mezz'ora si raduna il Consiglio dei ministri e S. M. lo presiede...
Entrò, chiuse la porta, e guardando la donna con lussuriosa compiacenza,
le disse:
— Come sei bella!
— Fatti in là, sgarbato, non mi sgualcire il cappellino — e gli diè
delle dita su i labbri, per temperare l'ardore dell'innamorato ministro.
— Orsù, proseguiva poi, questi fogli me li hai portati? Dammeli, ch'io
vada a liberare cotesta povera anima dal purgatorio.
Il volto del ministro si annuvolò e rispose brusco:
— Non li ho portati.
— O che non li hai potuti trovare?
— Li ho trovati, ma non li ho portati.
— Dunque mi manchi di parola? Dunque di me non fai caso? Le proteste di
stima, di devozione, di servitù, bugiarderie tutte?
— Bianca, hai tu mai letto l'Ariosto?
— Io non leggo simili porcherie; me l'ha proibito il confessore.
— Me ne dispiace; tu dunque devi sapere come cotesto poeta racconti di
certo mago, il quale possedeva uno scudo così sfolgoreggiante, che chi
lo mirasse cascava in terra abbarbagliato: però ei non lo portava mica
scoperto, bensì ravvolto di una fodera spessa, scoprendolo solo quando
si trovava con le spalle al muro.
— E che ha da fare lo scudo coi fogli che ti chiedo?
— Fatti in qua, porgimi attenzione, e poi da' spesa al tuo cervello: io
non posso e non devo restituire questi fogli: io ho interesse quanto tuo
marito a tenerli celati... ma per te e anco per me, dandosi il caso, e i
casi sono tanti, possono giovarci come un morso da mettersi fra i denti
al tuo marito... ora capisci, Bianca?
— Gua'! Gua'! Come sei furbo: io non ci aveva pensato: dunque che cosa
ho da riportargli?
— Digli una bugia!
— Ma quale?
— Oh! mira un po' che io ti abbia a mantenere anche a bugie.
— Io non ne so dire.
— E allora fattele prestare dal confessore.
— Ma simili faccende io non le dico al confessore.
— Orsù, dunque, gli dirai che io custodisco i suoi fogli dentro un
cassone di ferro mescolati a molti altri; gli affari continui e
crescenti non concedermi comodità di ricercarli per ora; mi ci bisogna
qualche giorno di tempo; non istia a peritarsi per questo; vada franco;
io ti do — ma bada bene — io do a te la parola di onore di renderti i
fogli quando li avrò trovati, e tanto gli dovrebbe bastare.
E tanto riferì la Bianca a Fabrizio, che, fatta di necessità virtù, ebbe
a contentarsi nel presagio che si sarebbero accomodati i basti per la
strada. Ora, tiratesi su le maniche della camicia fino alla spalla, si
mise al _travaglio_ di buona gana: Sotero di consiglio lo sovveniva e di
opera. In una notte sola le guardie di polizia fecero la bella
giacchiata di venti giovani sventati e di taluni vecchi, anche più
storditi dei giovani, imperciocchè se vecchiaia partorisse sapienza, i
ministri delle Corone si potrieno ricavare dai tavoloni stagionati di
abete.
I giorni successivi agli arresti, ecco i giornalisti biacchi, che
ingrassano nei pantani ministeriali, arrangolarsi ad insinuare nei
cittadini la paura e la calunnia: per lodevole vigilanza dei magistrati
egregi essersi scoperta la più atroce (questo diceva l'_Opinione_), la
più sacrilega (quest'altro epiteto veniva dalla zecca della
_Perseveranza_), la più sovversiva (scriveva la _Nazione_, che nell'arte
della ipocrisia rappresenta il bimmolle) congiura che mai minacciasse
fin qui di mandare sotto sopra il civile consorzio. Per ora gli
arrestati oltre a cento, ma la solerte polizia correre su la traccia di
altri congiurati, che si riprometteva scovare in giornata. Le
corrispondenze e le altre moltissime carte d'importanza suprema trovate:
le infinite ramificazioni nelle plebi; le armi, le munizioni, le bombe
all'Orsini sequestrate; la maggior copia di queste tuttavia nascoste
mettere il ribrezzo addosso ad ogni pacifico cittadino. Scopo più
speciale, e confessato della congiura, guerra a morte alla possidenza e
al capitale, morte a tutti quelli i quali pel fatto solo di avere
proprietà erano ladri; dispersa la famiglia, perchè di petto a lei il
bordello e il bagno paradisi terrestri; distrutti i commerci, a fondo le
industrie; nè anco la sacra persona del re risparmiata; di questa
eziandio (si rizzano al solo riferirlo per orrore i capelli) la strage
meditata e ammannita, e si comprende appuntarsi in lei ogni conato
parricida, a ragione convinti gli scellerati che, rimosso il tutore e il
vindice, riusciva agevole far man bassa della innocente cittadinanza. Ma
Dio, che vigila sopra i giorni dei principi, _eccetera_, non aveva
sofferto, _eccetera_. Adesso gl'italiani confidano che giurati e
magistrati faranno a gara di porre il freno ai perduti con salutare
terrore: si rammenteranno come il medico pietoso fa le piaghe
puzzolenti; alle idrofobie niente altro proviamo giovare, eccetto il
cauterio, e cauterio sia; poi conchiudevano che la piena dello sdegno
non concedeva loro la calma necessaria al pubblicista per giudicare di
questa maniera enormezze; quindi chiudersi la bocca in osservanza al
precetto che vieta di pregiudicare con giudizi anticipati la condizione
di coloro che stanno sotto il giudice. Gaglioffe ipocrisie, e tuttavolta
non meno truci che stupide.
Quello e gli altri dì fu un andare e venire ratti ratti dei cittadini
per la città, come le formiche ammusavansi, e quindi quegli pigliava a
destra, questi a sinistra; chi riponeva le mercanzie in cantina, chi
portava il vino in soffitta; chi seppelliva il danaro; i preti
rimpiattarono i calici d'argento e levarono via i voti dalle immagini;
passato il pericolo, quando li vollero rimettere al posto, sbagliarono
strada, e invece di portarli alla Madonna li venderono all'orefice. Le
donne accesero i lumicini a' piedi ai santi; le finestre chiusero
diligentemente, affinchè il cholera della rivoluzione non entrasse in
casa; taluna calafatò finanche i buchi di chiave alla porta di casa;
peccato dimenticasse la cappa del camino. Le scale dei prefetti e dei
questori da quel dì in poi non misero più erba per la frequenza di
quelli che trepidando venivano per notizie. Le guardie nazionali, a
scanso di cimenti, nascondevano i fucili in camera alle balie; nella
gola del privato giù polvere e palle, con maraviglia del Dio Stercuzio,
che di coteste offerte non aveva visto mai. L'ebreo, sempre sospettoso,
ammiccava carezzevole dell'occhio alla guardia di sicurezza, e le
diceva: — Per vita mia, se come il nome, cara lei, avesse sesso
femminile, la sposerei... in una parola, venivano a galla tutti i segni,
coi quali la paura indica le imminenti perturbazioni civili.
Sotero, nel riferire allo amico Fabrizio tutti cotesti successi,
aggiungeva:
— La girandola piglia, su, da bravo, ora bisogna macinare quando piove.
Ed era un confortare i cani all'erta, che Fabrizio si sentiva pur troppo
disposto a correre senza mestieri perette; con la scorta di Sotero
continuarono pertanto le perquisizioni e gl'imprigionamenti: ai conforti
di lui tutto procedè in perfettissima regola di legge, imperciocchè
Sotero fosse di quelli che innanzi d'impiccare un uomo senza le forme
legali avrebbe impiccato sè: quantunque mal volentieri, consentì a
Fabrizio che si valesse del giudice suo amico per istruire il processo,
considerando che per ricuperare la grazia dei suoi superiori questa
volta si sarebbe messo in quattro, e a patto che avesse preso da lui la
imbeccata; e tu immagina se il nuovo Teseo con questa razza di filo
girava senza perdersi per gli andirivieni del laberinto.
Gli arrestati chiusi in carcere separata, dov'erano silenzio e tenebre
come dentro al sepolcro; li funestavano la notte i passi pesanti delle
guardie, la reciproca chiamata all'erta, la visita improvvisa delle
prigioni e lo infame battere strusciando il ferro sopra le inferriate
per tentare se fossero intere: lumi proibiti e i libri; più che tutto
l'occorrente a scrivere: nè di fuori entrava, nè di dentro usciva
notizia di sorte alcuna: i custodi muti quanto gli eunuchi negri del
sultano: in balìa interi allo sgomento e al tedio: e a diritto; perchè
non potendo più (come si vorrebbe) adoperare i trovati materiali per
costringere i detenuti alla confessione, bisogna pure stillarsi il
cervello a cercare nuovi partiti morali e schermirsi con quelli. Si
conobbe più tardi che tutto cotesto lusso di terrore era stato sprecato,
perchè i querelati si confessarono liberamente repubblicani incurabili;
la repubblica in cima dei loro pensieri, e questa con tutte le potenze
dell'anima ed i sentimenti del corpo volere promovere: veruno
scolpavasi, nè per giustificare sè aggravava altrui: e forse vivevano
tali fra loro, che in confronto ai magni spiriti romani non avrebbero
scapitato; la maggior parte però lo faceva per iattanza, la quale invano
si arrabatta di passare agli occhi di chi se ne intende per valore: la
virtù vera non si atteggia a gladiatore combattente, bensì si manifesta
nel contegno di Socrate, che siede, e argomentando co' suoi alunni si
beve la cicuta. Non è la luce della filosofia maestra d'incendi, questi
insegna il fuoco delle ree passioni: chi le dice non le fa; come i fiumi
strappano sempre là dove stimi gli argini più saldi, così, donde te lo
aspetti meno, nei pubblici sconvolgimenti ti scappano fuori gli uomini
di sangue. Quando le Furie agitano le fiaccole, scotono sopra la terra,
senza avvertirlo, gocciole infiammate. Cotesti flagelli, come non sai
donde sieno scappati, ignori del pari dove si rintanino. La storia dei
_Comunardi_ non ci è anco nota, quella della prima rivoluzione di
Francia ci conta come il più immane fra i _Settembrizzatori_ (infelice
vanto di Francia generare nuovi mostri, e a questi apporre inusitati
nomi) apparisse e sparisse senza lasciare traccia nè dello avvento, nè
della partenza. Ma i giurati, che giudicano a taccio, tutte queste
considerazioni non fanno e non le sanno fare; i difensori della legge,
che le saprebbero fare, le reputano estranee, anzi contrarie allo
istituto loro. Finchè Dio o il diavolo non ci rimedino, motto della loro
impresa è il _sub mittatur_.
*
— O lo vedi se io ti ho portato Indie a casa? Il giudice istruttore ha
già pronunziato la sua brava ordinanza: adesso tocca a te, mettitici con
tutto lo impegno; evita più che puoi le avvocatesche sgangheratezze; sii
sobrio, stringente come boa, tagliente come un rasoio: più tardi tonerai
e fulminerai, ora da' biada ai giudici, poca ma buona: fieno a forcate
ai giurati.
Fabrizio possedeva ingegno di avanzo per ordire tela da lenzuoli
funerari per coloro ch'egli incolpava; quanto a malignità si era
scoperto a mo' di pozzo inesauribile di petrolio dentro il suo cuore. Le
prove, già lo dicemmo, abbondavano, ma Fabrizio seppe tanto
artisticamente disporle, la locuzione curò in guisa, che apparve ad un
punto stringata ed elegante: facili scendevano le induzioni; il nesso
dei raziocini rinterzato per modo, ch'egli stette sul punto
d'innamorarsi della sua fattura, come l'antico Pigmalione, dicono,
ardesse per la statua che aveva scolpita.
Sotero stesso, parchissimo lodatore, ebbe ad esclamare:
— Bel lavoro! Me ne rallegro teco; un vero istrice, da tutti i lati
punge: io non so come gli avvocati potranno levare dal collo dei loro
clienti la corda che tu ci hai messa.
Per tutto il tribunale in breve si sparse il grido che le requisitorie
del regio procuratore erano un bel lavoro; da un punto all'altro per le
cantine, per le soffitte, nei sottoscala, per camere e stambugini l'eco
si rimandava le parole: bel lavoro! bel lavoro! E chi non lo aveva letto
era per l'appunto quegli che lo lodava di più.
L'estratto di questo capodopera fu notificato ai detenuti nelle forme
prescritte dalla legge. Zaccaria Recanati, quando vide entrare l'usciere
in carcere, imbiancò, tentennò come se temesse gli fosse venuto a
leggere la sentenza di morte. Degli uscieri come dei fagiuoli ce ne ha
di più specie; i secondi turchi, coll'occhio, bianchi e via, ma tutti
ventosi; i primi bruschi, agrodolci, sdolcinati, ma tutti sinistri; il
nostro sapeva di dolce, sicchè pensando alla posola che stava per
affibbiare a cotesto disgraziato, nello scrivere l'atto della
notificazione tremava; a Zaccaria presero a battere i denti; l'usciere
più voleva affrettarsi e più s'intricava; alfine conchiuse il referto, e
volendosi asciugare la fronte molle di sudore, senza badarci ci fece un
rigo con la penna, e con la sua voce più benigna, proprio con quella
delle feste, disse all'ebreo:
— La non si confonda, il diavolo non è mai tanto brutto come si dipinge
— e se la svignò.
Partito l'usciere, Zaccaria si fece a leggere lo stampato, ma sì, e' fu
lo stesso come se si fosse posto a leggere il sole: vampe vorticose gli
giravano dentro gli occhi; si gittò sul letto per avere tregua; peggio
che mai, la stanza roteando andava capovolta; per non rotolare su la
terra si aggrappò al materasso, morse le lenzuola, si attentò di
levarsi, e giù stramazzoni per terra, senza balìa di potersi rilevare in
piedi; quivi stette, e tanto mandò dal suo corpo mirabile copia di
sudore, che la forma ne rimase impressa sopra i mattoni, nella medesima
maniera che una pia credenza predica la immagine del corpo di Gesù
Cristo trovarsi improntata nella santa sindone, che per molti anni fu il
gioiello di maggior valsente che si trovasse nel tesoro dei reali di
Cipro, di Gerusalemme e di Sardegna.
Passato il primo parosismo della febbre paurosa, Zaccaria volle
riprovarsi a leggere la requisitoria: gli pareva durare il supplizio
della ruota, e se i colpi non gli spezzavano le ossa delle braccia e
delle gambe, gli sfilacciavano il cuore e il cervello.