Adesso, pel buono intendimento del racconto, ci occorre ricordare come i

veri e primi fattori della restaurazione italica, avendo sperimentato

truci non meno che implacati persecutori tutti i principi così domestici

come forestieri, non escluso, anzi capitale fra essi, quello che dai

cortigiani si suole ora chiamare _magnanimo_, si dedicassero interi al

culto della repubblica. Allorchè poi la prepotenza dei casi costrinse

Carlo Alberto, per interesse di regno, a zelare la salute della nostra

patria, non gli bastando a tanta mole le armi regie, accolse,

lusingando, le forze rivoluzionarie, per avventura male atte ad

assettare gli Stati, a vincere tirannidi potentissime; e queste subito e

lealmente si strinsero a lui, o perchè più della libertà amassero la

patria, o perchè supponessero invano affaticarsi per la libertà se prima

non si fondava la patria, o perchè sbagliassero. Condotte a felice

compimento le guerre patrie, molto per fortuna e un poco per virtù di

popolo, quali lo ingegno e le opere dei repubblicani? Vari i concetti.

Taluno avrebbe aderito alla monarchia, nella fiducia che s'ella si

mostrò inferiore alla sua fama su i campi di battaglia, si sarebbe fatta

perdonare la sua sconcezza in guerra procedendo laudabilmente negli

studi di pace. Altri più severi vollero mettersi da parte, come quelli

che andando convinti la monarchia non potere vivere se non di sangue

della libertà, pure aborrivano, per compiacere ai propri concetti,

mettere a subbuglio l'ordine pubblico; così la monarchia non avversata

avrebbe potuto fare le sue prove seguendo il corso delle vicende umane.

Colpa o fortuna (ma si reputò colpa) in breve parve la prova fatta; la

monarchia giudicata; opera perniciosa patirla; peggio aiutarla. Ecco,

affermarono i repubblicani, per maligna virtù della monarchia la Italia

annega dentro un pantano di viltà due cotanti più funesta delle vecchie

e molteplici tirannidi: di libertà non parliamo, e nè di senno

amministrativo, e di virtù militare, nè di tutto quello onde un popolo

fiorisce in casa e sale in fama fuori, e conchiusero rispetto alla

monarchia a mo' di Catone Seniore in odio a Cartagine: _Monarchia

delenda est_. Però, ripigliando le armi contro la monarchia, i

repubblicani non si sono trovati d'accordo sul modo di combatterla non

ci cadde screzio, ma nè anche vi ha concerto: vecchi taluni, molti i

giovani, e ogni dì crescenti. I primi, secondochè la esperienza li

persuade, assai si ripromettono dal tempo, che matura i frutti della

repubblica tanto al sole della libertà, quanto col fracidume dei regali

strami; gli altri scalpitano impazienti, di nulla si fidano che non sia

taglio di spada e di niente si compiacciono se non sia scerpato di

stianto: quelli più che nelle armi pongono speranza nello intelletto;

questi più che nello intelletto nelle armi: i primi operano a cielo

aperto con la parola e con gli scritti, e come alla Musa chiesero un

giorno la patria, e l'ebbero, così adesso implorano libertà dalla

scienza e dalla virtù, dannando agli dei infernali la miseria e

l'errore; gli altri non respingendo simili partiti, esito più sicuro si

aspettano e meno tardo dall'opera delle mani: quindi, ragni indomati,

eccoli a rinnovare la fiera tela delle cospirazioni; armi apparecchiano

e munizioni; provvedono danaro; si visitano nelle tenebre, con le

speranze si esaltano, con le minacce e con le pene, se occorre,

spaventano; niente li atterrisce, perchè il pericolo contiene in sè

qualche cosa d'inebbriante; e il martirio esaltando gli spiriti novera a

migliaia gli eroi; di nulla patiscono difetto, perchè reputano gloria

levarsi il pane dalla bocca per darlo alla libertà: niente li trattiene,

perchè per loro _il coltello è materia al sacramento di morire

combattendo la tirannide_: si danno, per così dire, scambievolmente la

disciplina con due flagelli del pari laceranti, comecchè uno composto di

odio e l'altro di amore. Le astrattezze di costoro, che appaiono a primo

aspetto più che divine, dove avvenga che trovino ostacolo diventeranno

meno che umane; non aborrita la insidia; santificato il tradimento;

tutte le sètte così; e Roma, perpetua setta, non tuffò il pugnale

nell'acqua santa?

Mel diè il gran Sisto, e il benedisse pria.

Giustizia, urlano, giustizia a modo del tremendo Dio degli ebrei; e vuol

dire sterminio: a terra dunque i monumenti testimoni di vecchie e nuove

tirannidi; dilaghiamo sopra le città maledette una alluvione di fuoco: o

che Dio ed i re hanno soli il privilegio d'incendiare Sodoma, Gomorra e

Mosca? Anche il popolo ha fame di fiamme come di pane, e non ruba a

veruno l'arnese per accenderle.

Di parecchie delle più scapigliate sètte torbidissimo socio era stato

Fabrizio; capo non già, che i capi delle congiure ai giorni nostri sono

pochi, e non compariscono; quei che si mettono, o lasciano che si

mettano innanzi, e' sono materassi e balle di lana, che gli antichi

ponevano penzolone intorno alle rocche per ammortire la veemenza delle

palle balestrate dalle bombarde nemiche; e d'altra parte la setta è la

tenia di qualunque governo, che lo roderà irrimediabilmente se non

arrivi a estirparne il capo, e forse non gli gioverà nè manco questo,

perchè il talento di opposizione sia parte inerente alla natura umana, e

le cause dell'opporsi non mancheranno mai.

Chi conosce Fabrizio ormai sa se costui nella sua superba prosunzione

fosse uomo da accomodarsi sincero alla disciplina che vuole gli uomini

tutti uguali ed in tutto; costui si buttava in terra come i Titani per

cavarne forza a primeggiare su gli altri.

Avverto che ho scritto Titani così per dire, imperciocchè i cospiratori

volgari più che ad altro si rassomigliano ai formicolai, dai quali, ove

tu li scompigli con la punta del piede, vedrai uscire frotte di formiche

spaventate; però come le formiche presto si rassembrano, e rimessi dalla

paura minacciano; quando si accorgono che veruno li bada, allora

profetano; persuasi poi che la stirpe dei profeti finì con Malachia,

salgono in bigoncia del diario settimanale (respiro corto della

democrazia) e quindi maledicono come il papa maledice; chi butta loro un

tozzo e chi una sassata; per ultimo sgonfi dopo avere sognato dittature,

ministeri e tribunizi troni, e repubblicane lussurie, vanno a finire

ricevitori del dazio consumo; taluno guardia di pubblica sicurezza o

deputato.

I veri capi potenti d'ingegno, di virtù e di tenacità, subodorati gli

spiriti cupidi e soperchiatori di Fabrizio, avevano praticato con lui il

vecchio insegnamento: loda il matto e fallo correre; sicchè egli ormai

persuaso essere l'anima della congiura, e senza di lui non potersi far

nulla, non si dava più posa; egli visitatore notturno, egli arringatore

ruinoso; superlativo sempre nei consigli, nelle parole, e nei gesti;

egli inesausto scrittore di proclami incendiari, viaggiatore,

arrolatore, collettore e propugnatore dei partiti più disperati; e

mentre il povero uomo sè reputava maestro di cappella, in somma lo

annoveravano fra i secondi violini appena.

Un'altra cosa avverto, ed è la strana facilità con la quale parecchi

cospiratori, anche dei principali, a mo' di esempio il Mazzini, si

commettano alla fede altrui; si comprende come ciò derivi da quella

stessa necessità che sforza il marinaro ad esporsi alle tempeste; nè fin

qui, ch'io sappia, fondaronsi compagnie di sicurtà per le congiure, come

pei sinistri della navigazione: al genio del male è pur mestieri pagare

la gabella; basta che le radiche restino; i ribelli sono e si chiamano

legione.

Fabrizio pertanto nell'arduo mestiere del cospiratore si era scelto un

fratello di arme, un altro sè stesso: pieno del sentimento della propria

infallibilità, non chiese informazioni, ed avvertito che il nuovo amico

Sotero viveva insieme col padre, speziale di Corte, che con devozione

pari aveva ministrato cristei a tutti i reali di Savoia, e però

stimavasi universalmente fedelissimo servitore della monarchia, egli

giudicò avere trovato proprio il fatto suo, cioè uomo e luogo sicuri per

depositare le carte del conventicolo; come di vero egli gli consegnò,

perchè nella paterna casa costui li conservasse, tutti i documenti di

propria mano stesi o ricevuti da altri, relativi a quanto a suo intuito

era stato operato.

Innanzi di dare principio al perverso disegno concepito nella sua mente,

Fabrizio pensò alla necessità suprema di ricuperare cotesti fogli;

quindi di notte tempo avuti a sè un giudice istruttore e parecchi

giandarmi, ordinava loro che in quella medesima notte eseguissero alla

chetichella diligentissima perquisizione in casa Sotero; non omettessero

stanza nè stambugino, nè per opposizione alcuna si arrestassero; ed

essendosi accorto che il giudice d'istruzione esitasse, come quegli a

cui pareva, e non lo tacque, che la cosa non procedesse a termine di

legge, Fabrizio gli disse:

— La non si confonda, così siamo intesi con chi fa la legge, ed io

piglio tutto sopra di me; solo raccomando discretezza.

Come venne loro ordinato, il giudice istruttore e i giandarmi eseguirono

con garbo bellissimo e precauzioni infinite, onde i casigliani non si

accorgessero dell'accidente. Rovistarono, rimuginarono fino a farsi

colare il sudore dentro le scarpe, ma non rinvennero nulla. All'ultimo,

dopo quattro e più ore di ricerche inutili, presero, per non parere, un

fascio di carte come venivano venivano, e il giudice piegato il capo

all'orecchio di Sotero gli sussurrò:

— Sono dolente...

— Ho inteso, rispose Sotero, le hanno dato l'incarico di menarmi in

prigione? — E rideva, perchè hassi da avvertire che costui, fino dal

principio della perquisizione, non aveva smesso di ridere, non per

braveria, o per beffe, bensì proprio di cuore, sicchè il giudice

istruttore n'era rimasto più di una volta sconcertato.

— La è cosa da nulla, sa, viviamo in certi tempi, che questo benedetto

governo ha paura di tutto, e questi benedetti giovani, bisogna pur

dirlo, non cessano un momento di metterlo in orgasmo.

— Capisco, una bagattella da andarmene all'ergastolo a vita: articolo

156 del codice penale. Non è vero, compare? — E così favellando

percoteva familiarmente la spalla del giudice. — Pazienza! Ebbene, dov'è

il mandato di cattura?

— Eh! essendoci io stesso, che sono giudice, non parve necessario il

mandato.

— Che diavolo dice mai, signor giudice! O gli articoli 188 e 192 del

codice di procedura penale gli ha ella messi nel dimenticatoio?

— Ma senta, non si tratta mica di condurlo in carcere per un fatto

preciso che le venga imputato, bensì per un certo tal quale riscontro

che preme all'autorità superiore.

— E qual è di grazia questa autorità superiore?

— La discretezza, signor mio, capisce bene... non mi permette...

— Io capisco che il nome dell'autorità che ordina la cattura dev'essere

espresso sul mandato; dov'ella non me lo dichiari, protesto non venire.

— Via, non faccia da cattivo... stia bonino... tanto con lei si può

parlare — e a voce sommessa bisbigliò il nome di Fabrizio.

Allora sì che le risa rinnovaronsi più strepitose che mai, e quando

Sotero l'ebbe alquanto quietate riprese:

— Non occorre altro... andiamo. Babbo: a rivederci domani... forse prima

che faccia giorno... ad ogni modo non mi aspetti a colazione... andrò al

caffè.

A piè dell'uscio li aspettava una carrozza, dove il giudice con perfetta

compitezza invitò Sotero a salire, dopo entrarono i due giandarmi,

ultimo il giudice.

— E adesso in prigione! esclamò Sotero appena adagiatosi in carrozza; ma

il giudice, che si sentiva addosso lo sgomento per la singolare baldanza

dell'arrestato, subito di ripicchio:

— Ma noe... ma noe... semplice arresto, non equivochiamo.

— Eh! tra carcerato in arresto e arrestato in carcere mi pare non ci

possa cadere equivoco. Ma ciò non monta: stanotte a V. S. non garberà

interrogarmi, perchè vedo che casca dal sonno, ed io non canzono; dunque

dormiamo; domani a quale ora V. S. giudica essere in comodo

d'interrogarmi?

— Secondo i casi... perchè, capisce... noi altri...

— Non ci è casi che tengano, ho bisogno saperlo per assestare gravi

interessi. Se ella vorrà di tanto essermi cortese, io le prometto

cucirmi la bocca sopra le irregolarità della perquisizione e dello

arresto, dove posso trovare materia da farlo cacciare dieci volte almeno

dallo impiego...

— Oh! che dice mai? esclamò il giudice atterrito; e Sotero rincalzando:

— Dunque, cortesia per cortesia.

— Ebbene, tra le dieci e le undici le garberebbe?

— Sia come vuole, la prigione è fatta apposta per aspettare, ed io non

ho fretta...

— Siamo intesi, tra le dieci e le undici?

— Sì, signore.

Se l'arrestato non era, al malcapitato giudice non riesciva assicurare

la sua presa in prigione, imperciocchè il direttore delle carceri si

rifiutasse ricisamente a riceverlo, non gli parendo che la cosa

procedesse in regola; per levare il vino dal fiasco intervenne Sotero,

il quale assicurò il direttore non sospettasse di guai; egli stesso

pregarlo a dargli ospitalità per cotesto scorcio di notte, perchè il suo

ritorno in cotesta ora a casa avrebbe dato disturbo, ed egli non

reggersi in piedi.

— Come così è, rimanga servito — e lo condusse in una celletta bella e

apparecchiata, perchè i direttori delle carceri usino tenere allestite

le prigioni come i becchini le fosse; tanto da un punto all'altro non

può mancare chi le riempia. Fu calcolato che delle creature umane ne

muoia per tutto il mondo una per minuto secondo, vorrei sapere a

ragguaglio di tempo quante ne vadano in prigione.

La mattina di poi Sotero, prima delle sette, fece chiamare il direttore,

e coll'aria spigliata di persona usa di favellare con sottoposti gli

disse:

— Signor direttore, voglia avere la compiacenza di procurarmi quanto

occorre per iscrivere una lettera.

Ebbe il necessario: scrisse la lettera, la sigillò e poi sporgendola al

direttore incominciava:

— Ella farà in guisa... — Ma il direttore interrompendo rispose:

— Io non posso acconsentire che di qui escano lettere senza il visto dei

giudici istruttori...

— Anzi, Sotero prosegue senza neppure badarlo, mi occorre ch'ella si

pigli il disturbo di portare da sè questa lettera e attenderne la

risposta. Come V. S. può vedere, io la dirigo a S. E. il presidente del

Consiglio dei ministri; lo troverà senz'altro nel suo palazzo, dove ella

non indugi ad andare; prenda questa carta e la dia al servitore perchè

la passi al signor presidente, e vedrà che non la faranno attendere.

Anche in cotesta occasione si trovò vero il proverbio che il mondo è

fatto di cui se lo piglia; il direttore a sua posta rimase soggiogato, e

sì che burbero uomo era, e se sopra di lui premeva una legione di uomini

che lo costringevano ad obbedire, troppo maggiore egli ne calcava

un'altra sotto di sè, che sforzava a obbedirgli: umilissimo si prestò ai

comandi di Sotero, e tolta la lettera si affrettò portarla al suo

destino: avendo per curiosità gettato lo sguardo su la cartolina, lesse

scritto: _da parte di_, e poi stampato: _Sotero B._; per la quale cosa

strettosi nelle spalle, mulinava fra sè: o costui è pazzo, o qui l'oste

ha sotto il gatto.

Di vero accadde al direttore giusto quello che gli aveva presagito

Sotero.

Il giudice istruttore il giorno appresso, puntuale meno per la parola

data che per la curiosità di vedere la fine della strana avventura, alle

dieci e pochi minuti si presentava alle prigioni, dove il suo stupore

crebbe trovando Sotero seduto davanti una mensa fornita alla grande, che

faceva colazione, il quale, scorto appena il giudice, lo invitò

gentilmente a tenergli compagnia, e siccome questi si scusava, egli

insistendo diceva:

— Andiamo via, io la consiglio a fare buona provvista di forze, dacchè

ella avrà a sostenere meco lunga battaglia e faticosa; intanto ordini al

signor cancelliere di allestire carta, penne e calamaio, insomma tutto

l'armamentario necessario alla operazione.

Il giudice non abbocca, sicchè Sotero continua sempre in tono

dileggiatore, per la qual cosa il giudice stava fra due, se dovesse

senza cerimonie astringerlo all'interrogatorio, ovvero pigliare la lepre

col carro; giunto al caffè, Sotero, sempre gentile, ne profferiva una

tazza al giudice aggiungendo:

— Oh! una tazza di caffè non si rifiuta mai: per lui si mantengono gli

spiriti vivaci; dicono che i veneziani ne fanno grande uso appunto per

non cascare addormentati nelle lagune; — e in così dire lo mesceva al

giudice male repugnante.

Intanto il cancelliere, avendo compìto il debito suo, si baloccava con

la penna fra le dita, impaziente come un barbero al canapo. Sul più

bello, e mentre Sotero forbitosi la bocca diceva al giudice: — Eccomi da

lei — entra nella stanza il direttore, e con atteggiamento del devoto,

il quale riverisca il santissimo Sacramento, accostasi a Sotero, che con

aria da protettore gli dice:

— Ben levato, direttore, che abbiamo di nuovo?

— Signore... signore... scusi... perchè io non vorrei mancare al

rispetto dovuto a V. S... ella è cavaliere?

— Potrebbe darsi... ma non me ne rammento... ad ogni modo tiri innanzi,

che cavaliere o no, non fa caso.

— Ebbene, abbiamo che V. S. è libera, liberissima di andarsene quando le

pare e le piace; anzi le dichiaro che qui dentro io non lo potrei più

tenere; se vuole favorire nel mio appartamento io me lo recherò a grazia

superiore alle mie speranze.

— Bene... bene... grazie... me ne approfitterò per un'altra volta.

— La si accomodi, ma si ricordi di avere in me un umilissimo servitore.

— Alla occasione ce ne rammenteremo.

Il giudice stava a bocca aperta, non sapendo in qual mondo si fosse; ma

riavutosi dal primo sbigottimento, lo istinto sbirresco del _male

captus, bene detentus_[32] prese il disopra alla prudenza, onde levatosi

con viso acerbo esclamò:

[32] S'è male preso è ben tenuto.

— Come può essere questo? Badi, signor direttore, a quello che fa! Lei

corre rischio, nientemeno, di perdere l'impiego.

— Caro avvocato, pensi ella ai casi suoi, che per dare retta a lei ho

corso pericolo di trovarmi sul lastrico: favorisca di qua...

E condottolo nello scrittoio, aggiunse.

— Veda, io mi sono salvato per miracolo — e così dicendo gli pose sotto

al naso uno scritto breve, il quale sonava così:

«Illustrissimo sig. cav. direttore,

«Per ordine superiore e per servizio di Stato, metta immediatamente in

libertà il signor Sotero B. senza trattenersi a cosa in contrario.

«_Il Presidente del consiglio dei ministri N..._»

Il povero giudice allora, trasecolato e atterrito, interroga il

direttore:

— E chi diavolo è costui che pare tanto potente? Forse un principe?

— Più.

— Un cavaliere della Santissima Annunziata?

— Troppo più.

— Un figlio bastardo di...?

— Più ancora, più ancora: lo vuole sapere?

— Magari.

— Glielo dirò, ma buci — e in così dire si pose l'indice lungo la bocca

e il naso — egli è una spia.

Rientrarono, e Sotero ordinò al direttore mandasse per una carrozza, la

quale venuta, il direttore e il giudice si fecero debito di

accompagnarlo sprofondandosi in inchini. Il cancelliere poi mantenne la

sua dignità sapendo che i premi non erano per lui, e guai non ne temeva,

.... che il folgore non cade

Su basso pian, ma su l'eccelse cime;

onde con la compostezza medesima con la quale aveva disposto i suoi

arnesi, li rimise dentro per adoperarli in pro di qualche altro più

fortunato di Sotero. Arrivato Sotero allo sportello della carrozza,

stesa la mano al direttore, lo ringrazia della cortese ospitalità,

accertandolo ne avrebbe conservata buona memoria.

Qui si trasse innanzi il giudice, il quale belando gli si raccomanda a

non tenere rancore contro di lui; pensasse al suo stato di subiezione,

sempre e poi sempre costretto, anche contro la sua volontà come contro

coscienza, ed in ispreto della legge ad obbedire.... ah! se non fossero

cinque figliuoli e la moglie che gli stanno alla vita, quattro più che i

serpenti a Laocoonte; ma ormai ci sono... mi raccomando _in visceribus_;

— ci contentiamo non ci faccia male; metto me, i cinque figliuoli al suo

servizio.

— Io non la tengo in parola, sarebbero troppi. La si calmi, non sono

vendicativo io; nè so vedere in che ella mi abbia offeso: sappia che

approvo e lodo gli impiegati zelanti, i quali senza tante invenie

obbediscono agli ordini dei superiori quali essi sieno; — anzi, in prova

di perfetta amicizia, si compiaccia salire in carrozza col signor

cancelliere, che vo' procurarmi l'onore di accompagnarla. In carrozza ha

condotto me, in carrozza permetta che io conduca lei.

— Ma le pare! Adesso mi corre il debito andarmene difilato a informare

di quanto accadde il signor sostituto del regio procuratore.

— Tanto meglio, che io pure mi dirigo costà, e pel suo medesimo motivo.

— Come così è, andiamo.

Sotero persuase facilmente il giudice a lasciarlo discorrere con

Fabrizio prima di lui, che con quattro parole avrebbe dato recapito ad

ogni cosa, risparmiandogli forse parecchie mortificazioni; per ciò,

mentre se ne stavano dinanzi la porta del regio sostituto, Sotero,

girata all'improvviso la maniglia, penetrò nella camera di Fabrizio

senza che l'usciere lo annunziasse. Fabrizio, crucciato ad un punto e

spaurito, afferra i braccioli della sedia e si leva su a scatto;

senonchè Sotero gli si pone ridente a sedere di faccia, dicendogli:

— Non ti disturbare; rimanti assettato, che io vengo ad informarti di

faccende meritevoli di tutta la tua attenzione. Nel cammino nel quale ti

sei messo, caro Fabrizio, è mestieri maggiore cautela di quella che hai

mostrato fin qui; altrimenti tu farai il viaggio dei gamberi. Tu hai

mandato stanotte ad arrestarmi _fustibus et gladiis_, ed hai commesso

tre solenni scappucci; non t'inquietare, stai attento, Fabrizio, e' sarà

per tuo bene; primo scappuccio; d'ora in avanti, quando procederai ad

arresti di persone prevenute del delitto che mulini apporre a me,

bisogna tu gitti la rete in tondo e ne faccia tutta una giacchiata,

altrimenti i colombi ti scapperanno...

— Sotero, io non sono qua...

— Ed io, Fabrizio, sono qua per istruirti; dunque stai zitto e attento;

scappuccio secondo, tu mi hai fatto arrestare senza mandato: per questa

volta non ci è danno, ma non ti ci avvezzare. Signore! abbiamo tanti

mezzi di fare tutto quello che ci piace in buona regola, che la è

proprio da collegiale spencolarsi senza pro. Nei paesi liberi come il

nostro la illegalità tu t'hai a figurare che è un grimaldello, il quale

ti apre le dieci e le venti serrature ma all'ultimo ne incontri una dove

ce lo rompi dentro con tuo danno e discredito della magistratura. E tu a

quest'ora avresti a sapere che le brutte e le bruttissime cose ai

superiori piacciono a patto che tornino utili e non mettano il campo a

rumore; ripeto, con me non ci è danno, ma tu non lo sapevi; però l'esito

non discolpa la tua sconsideratezza. Terzo scappuccio: prima di

arrestarmi hai tu cercato di conoscere ch'io sia, e se poteva io fare

più male a te che tu a me, e se avrebbe giovato meglio al tuo assunto

ch'io stessi in prigione, ovvero fossi libero?

— E in che tu puoi nuocere, in che giovare? Chi sei? Che sospetti?

— Io non sospetto; per debito di ufficio, a cui adempio troppo meglio

che tu al tuo, io sono al giorno del processo che stai fabbricando, però

aspettava da un punto all'altro di essere chiamato da te per metterci

d'accordo...

— Debito di ufficio! Ma tu chi sei? Chi sei?

— Io sono, rispose Sotero con certa aria solenne, studiando inverniciare

di onestà la sua ribalderia, io sono un fedelissimo suddito del re

nostro signore e padrone; figlio di un padre che ha servito sempre con

devozione i suoi sovrani, uno che fu allevato, beneficato e largamente

favorito dai nostri principi, che Dio feliciti, in parte per compenso

dei servizi resi dai suoi maggiori e in parte per incoraggiamento a

renderne dei nuovi... quindi io, Fabrizio, posso vantarmi di avere fatto

sempre il mio dovere; il soldato difende il sovrano dai nemici esterni;

noi lo difendiamo dagl'interni... in apparenza diverso e col consenso

dei superiori, in sostanza sempre lo stesso... non ho mutato mai...

capisci; non ho mutato mai.

— E le carte che io ti consegnava! esclamò Fabrizio, picchiandosi forte

della palma aperta la fronte.

— Io le consegnai religiosamente nelle mani del ministro dello interno;

quelle che venivano da te egli ritenne; le altre, sempre di commissione

superiore, affidai a quell'energumeno di Zaccaria Recanati, che la

trincia da Giuda Maccabeo della repubblica, vuole annegare tutto il

genere umano nel Mar Rosso; non gli basta il petrolio, invoca un diluvio

di fuoco come a Gomorra, sicchè per le sue sgangheratezze è cascato in

uggia anche ai compagni... a lui preme principalmente schiacciare la

testa... non già perchè il più pericoloso, ma sì più chiassoso.

E qui avendo notato la faccia disfatta di Fabrizio e lo abbattimento che

si era impadronito di lui, per dargli coraggio riprese:

— E ora che costernazione ti piglia? Se il governo ti dà mano a

imprendere questo processo (ed io mi ti offerisco disposto a dartene

due), ciò ti dichiara espresso che delle tue carte non fa caso, nè te le

mette a carico: per me giudico che a quest'ora ei le abbia distrutte:

anche in questo io mi ti proffero per aiutarti, e sta' sicuro che quando

ti dirò io: poni il piede qua, tu non affonderai nelle fitte. Per ora

addio. Se mi vorrai, manda per me di notte come di giorno, e risparmia

giandarmi, chè io appartengo alla specie degli agguantatori e non

all'altra degli agguantati. Qui fuori aspetta il giudice istruttore,

quasi basito dalla paura di perdere l'impiego: rimettigli il cuore in

corpo; però negli affari che ti premono non ti valere di lui: di denti

non manca, ma per tuo governo sappi che non è can mastino abbastanza, e

poi svagella dalla miseria... e addio.

A Fabrizio uscì di mente il giudice; costui coi pugni chiusi e le

braccia tese, lo sguardo fiso, immobile in tutta la persona, stette

lunga ora: pareva una sfinge di granito: quello che lo molestasse

potrebbe forse argomentarsi da queste parole, ruggite piuttostochè

discorse, le quali posero fine alla sua distrazione:

— _Ait latro ad latronem_; il ladro sta bene coll'assassino.

Il secolo che muore, vol. III · 第 10 / 23 段