trastullo una penna, si mette a calcolare: lire seimila aggravio allo
Stato per la pensione, lire ottomila per traslatamento di sei sostituti,
non contando altri disagi e spese, e tutto questo per tenermi bene
edificato il Vinneri! Il Vinneri! lui, se non fossi ministro, non mi
gioverei pigliare con le molle per buttarlo sul concio. Il Vinneri! che
se dimani ci trovasse il suo conto, mi darebbe di un calcio nei reni
alla traditora, quando anche mi trovasse in capo di una scala... Così
vuole questa delizia del governo costituzionale... Però, non creda già
di mangiarmele a ufo... gli darò bene io ossi duri a rodere... e
dall'altra parte è spediente che gl'impiegati stieno sempre corti a
quattrini; le punte dei piedi della miseria ne urtino continuamente i
calcagni, allora si maneggiano meglio, li troviamo più pieghevoli... più
disciplinati. I contribuenti brontolano: brontolino, purchè paghino... e
poi essi hanno meno cervello dei passerotti: quello che assorbo io con
la tromba delle imposte, o lo Stato non rende a loro in forma di
pioggia? E gli operai? Oh! questi sì che meriterebbero la frusta quando
mi lacerano a cagione, dicono essi, delle improvvide spese: fare e
disfare non è tutto un lavorare? E se facessi sempre bene non
lavorerebbero meno? Avanti... avanti, e voghi la galera.
E qui, rinnovata la solita fregatina alle mani, attese ad altri affari.
*
— Caro Fabrizio, diceva il Vinneri stringendo in ambo le sue mani la
destra del genero, questa fu per me la più bella giornata della vita.
— Me ne rallegro con voi, e potrei...?
— Anzi, sono io che ti prego di starmi a sentire, e mi corre l'obbligo
informartene, perchè si tratta proprio di te.
— Di me?
— Appunto: stamane per faccende di ufficio ebbi una conferenza col
presidente del Consiglio dei ministri: dopo aver dato sesto ai nostri
affari, egli mi ha chiesto nuove di te.
— Di me? Proprio di me?
— Già, e me ne ha parlato in termini eminentemente lusinghieri: io, che
ti sono babbo, vedi, non avrei detto meglio, e così, passando dal lesso
all'arrosto, ha deplorato che il tuo bellissimo ingegno si strugga
nell'avvocare volgari cause private, oggi segno di fastidiose
importunità, domani buttato là nel dimenticatoio, sempre traballante
sopra un terreno che ti vacilla sotto: vita di avvocato, vita di
giocatore di pallone, di fantino di circo equestre, di funambolo;
levante stentato, mezzogiorno pomposo, tramonto in soffitta, quando va
bene; se no allo spedale. Codesto non è il suo posto; egli dovrebbe
prendere parte nel governo, dove per poco la fortuna lo assistesse non
potrebbe mancare di giungere a grado sublime.
— Il signor ministro ha detto proprio così?
— Così proprio; io non ti ci metto su sale nè pepe se io fossi nei tuoi
piedi, senza gingillarmi tufferei il cappone che la Provvidenza mi manda
dentro la pentola a bollire.
— Eh! non lo nego: la proposta potrebbe forse convenirmi, se non fossero
i principii politici da me professati fin qui, i quali mi attraversano
la via; il meno che me ne verrebbe sarebbe sentirmi tacciato di
carnaccia venduta.
— Si vende cervello di montone, rispose il presidente facendo spallucce,
non il tuo; quando tu metti la tua capacità al servizio del governo, e
questi ti paga, non è vendita, ma baratto di uffici; dove tu, almeno sul
principio, scapiteresti un tanto. Quale è mai il fine di coloro che si
atteggiano a oppositori del governo? Quello di partecipare agli uffici;
adesso, siccome coloro che li occupano e ci stanno bene tengono chiusa
la porta di strada, e li escludono dalla scala maestra, gli altri
appoggiano ai muri esterni una scala da pagliaio e si arrabattano a
entrarci per le finestre. Sai tu che ti ho a dire? Si compra la roba che
vale: su i banchi dei pollaioli io non ci ho visto avanzare altro che le
galline morte di pipita. Specchiati nella Camera dei deputati; a dar
retta alle lingue maligne, tutti sono venduti, o da vendersi, e pure
insieme al monarca ed al Senato ella forma la prima magistratura del
regno.
— Ci penserò; e caso mai mi risolvessi, vi ha detto il ministro a quale
impiego mi destinerebbe?
— Per ora basterebbe bucare; ma, appena dentro, va' sicuro tu saliresti
glorioso al cielo come il fumo dell'arrosto.
— Ma pure...
— Ecco, ti servo. Di primo acchito sostituto procuratore regio alla
Corte di appello... Eh! che ne dici? Ti pare piccolo slancio?
Fabrizio, che si aspettava, secondo le persuasioni della sua vanità,
almeno la presidenza della Corte di cassazione, con faccia scorrubbiata
rispose secco: — Rifiuto.
— E perchè rifiuti? Sentiamo, via, le ragioni: forse la proposta ti
riesce sotto il dente tigliosa? ovvero al gusto stantia?
— Ma voi, caro socero, dovreste sapere meglio di me come il sostituto
del regio procuratore venga sempre commesso a sostenere le accuse contro
gli imputati; ed io, che fin qui sostenni il nobile ufficio della
difesa, mutati a un tratto studi ed instituto di vita, dovrò farmi
accusatore... incettatore di vittime alla mensa della giustizia...?
— Quanto a questo poi, l'ufficio di liberare la società dai furfanti
giudico nobile per lo meno come quello di scarmanarsi per tanti pezzi da
galera; nè il banco della giustizia si ha da chiamare mensa, bensì ara;
nè tu provvederesti, ma riceveresti le vittime consacrate all'altare;
spetta ai giudici la parte di sacerdoti.
— No... non è così... provvisionieri della forca i regi procuratori:
gl'impiccatori un po' per uno: il giudice e il boia...
— Ubbie! proprio ubbie!... con voi altri non si vince nè s'impatta; o
non avete sostenuto voi, e meritamente, le accuse presso i popoli liberi
onoratissime quanto le difese e più, come quelle che chiedono maggior
prova di coraggio ed espongono a maggiori pericoli? Cicerone informi, e
la sua testa recisa, e la sua lingua sforacchiata. Da' retta a me, non
rompere paglia con la fortuna. Considera la immensa soddisfazione di
vederti a un tratto mutare scena davanti. Coloro che prima ti
squadravano a squarcia sacco, fingendo di non riconoscerti, eccoli tutti
umili venire a metterti il prezzemolino al naso; adesso tu li farai
aspettare ore ed ore nella tua anticamera come l'ultimo dei tuoi
servitori... ecco venuta la tua volta di fingere di non li riconoscere,
anzi di neppure vederli... se ti capitassero sotto — e non può mancare
che qualcheduno di loro, o dei loro aderenti, non ti ci capiti — io ti
raccomando di pigliarti la voluttà di stringerli così per vezzo un
zinzino per la gola...
— Ah! proruppe dal cuore Fabrizio, toccato sul debole, se non fosse Dio
che mi tenesse le sue sante mani in capo... a quest'ora!...
— Lascia Dio a casa sua, che qui non ci ha che fare; di' che ti tiene la
tua superbia o piuttosto la tua sterile vanità.
— Sarà come volete; ma tanto è, una ripugnanza invincibile mi respinge
indietro... e poi adesso mi casca nella mente un'altra considerazione:
alle gravi spese di casa come potrei sopperire io? La bella e cara
Bianca, da noi unicamente diletta, a modo di farfalla che folleggia da
fiore a fiore, s'inebria volando di piacere in piacere... ella forma
tutta la mia felicità... il mio orgoglio... il mio tutto; ditemi,
socero, mi somministrerete voi il danaro che mi mancherà?
Non così pronte si ritirano foglia di vergognosa, o corna di lumaca al
tocco altrui, come di subito si chiuse il Vinneri a cotesta mazzata, ma
poi riaprendosi a poco a poco incominciò a dire:
— Quando la dovesse andare a cotesto modo sarebbe sempre una cosa
passeggera; non si mettono gli ortolani al buio, perchè ingrassati
facciano poi nobilissima mostra sopra le mense signorili? Lo stesso,
alla più trista, avverrebbe di voi; ma voi non correrete neanche questo
pericolo, perchè... perchè il ministro non fa penuriare di danari i
magistrati zelanti, che spendono in solerti ricerche dirette a prevenire
i delitti comuni, e più i politici.
— E qual profitto mi viene dai danari che spendo per cause inerenti al
mio uffizio?
— O te beato eletto al regno dei cieli! Possibile che tu sia così povero
di spirito da non comprendere che il ministro, quando vuol provvedere di
danaro i suoi beniamini, trova sempre qualche onorato pretesto, onde
questi possano darsi ad intendere che non lo mangiano a ufo.
— Io questo so, che quando accetti il mandato di adoperare il danaro
altrui per un fine prescritto, se te lo intaschi commetti furto.
— Ecco le solite ubbie: di' su, quando il sarto o il calzolaio ti porta
il conto, lo paghi tale e quale, oppure ci fai la tara?
— Io ci faccio la tara.
— D'incanto. Ora, se fai la tara per te, di certo la farai per gli
altri, e questa tara ti potrai legittimamente appropriare, perchè da un
lato corrisponde ad una tua industria e dall'altro ad una liberalità di
animo riconoscente per parte delle persone che impieghi. Aggiungi che in
moltissimi uffici, dove per ragione d'impiego l'uomo è costretto, oltre
il lavoro ordinario, a prestare opera straordinaria, si ricompensa
sempre con supplemento di onorario: di simile natura giusto è il tuo:
veruno ti obbliga a vegliare tutta notte, onde altri dorma tranquillo,
nè a mettere a repentaglio la tua pelle perchè non isforacchino
l'altrui; dunque parmi di tutta equità che ti abbiano a pagare le
vacazioni come ad ogni altro impiegato quando lo mandano in gita. La
differenza consiste in questo, che agli altri il ministro dispensa il
danaro da sè, per te lo rimette nella tua discrezione.
— Andrà tutto bene, ma rifiuto recisamente, conchiuse Fabrizio
abbottonandosi l'ultimo bottone del soprabito e facendo atto di
andarsene; senonchè il Vinneri, agguantatolo per la mano, lo tirò giù di
forza dicendo:
— Non ti licenzio ancora; compiaciti sedere per altri cinque minuti, e
ti chiarirò meglio la cosa. Fabrizio, parliamo aperto, ora che siamo a
quattro occhi: sai tu chi ti ha procurato tante liti a patrocinare? Io.
Sai tu chi te le ha fatte vincere? Io; adoperando coperti accorgimenti;
e _molle segrete_ di cui non importa discorrere. _Tamen_ anche le arti
della più astuta accortezza all'ultimo si fanno scorgere, perchè dal
frutto indovinano il seme. Adesso sai tu a che ne siamo? Te lo dirò io.
I tuoi colleghi hanno fatto ricapitare al ministro di grazia e giustizia
un lungo memoriale, dove punto per punto si specificano le cause da te
avvocate, le ragioni dedotte nelle tue scritture, i motivi delle
sentenze, e si prova come senza scandoloso favore tu non potevi vincere
in onta al diritto espresso ed alla pratica di giudicare. Infatti, io lo
confesso, il troppo amore per te e per la cara Bianca mi ha tolto il
lume dagli occhi. Ma ci ha di peggio: i deputati della opposizione
minacciano di farne un richiamo in Parlamento, studiosi di dare il
gambetto ai ministri; di ciò fu ammonito segretamente il ministro da
parecchi esploratori che mantiene nel campo nemico...
Fabrizio si coperse la faccia senza profferire parola; il Vinneri dopo
breve silenzio continuò:
— E con bellissimo garbo mi faceva avvertito ch'egli intendeva
risolutamente antivenire cotesta botta traditora, non potendo nè volendo
esporre a cimento le fortune della monarchia e il credito delle
istituzioni costituzionali...
— E il suo portafogli...
— E il suo portafogli, questo ci va sottinteso: per ciò mi proponeva due
partiti, entrambi accettabili; lasciandomi la facoltà di eleggere: i
quali erano o trasferirmi alla presidenza di altra Corte in forma
onorifica per me, ovvero, accettata la mia renunzia.... capisci bene, la
mia renunzia inviarmi alla Corte dei conti per liquidare la mia
pensione...
Qui successe una seconda pausa, e poi riprese:
— Se consideri attentamente, conoscerai come l'un partito e l'altro
torni del pari esiziale al tuo interesse; se scelgo la traslocazione, mi
metteranno al collo la croce di grande ufficiale di qualche ordine del
regno, come il sasso al collo del cane che vuolsi affogare, e mi
butteranno in Arno, o nel Serchio, o nella Polcevera; se risegno
l'ufficio, eccomi diventato inutile più di uno scaldaletto a mezzo
luglio: io non ti posso più aiutare; non difenderti allorchè tutti ti
piglieranno a bersaglio dei loro strali avvelenati dalla vendetta nel
fiele della invidia: i miei stessi colleghi, sta' certo, per ricattare
la reputazione di servili verso di me, si sbracceranno a mostrarsi una
volta e mezzo più servili al mio successore, il quale aspettati
addirittura nemico. I clienti diserteranno dal tuo studio: ed a ragione,
l'interesse te li diede, l'interesse te li toglie; la calamita tira
altrove; e tu che presenterai allora in società? Un fiasco bevuto, una
festa fatta, un barbero scoppiato nel correre il palio... e non metto in
conto il motteggio maligno, le trafitture, e più acerbo di ogni altra
cosa il filo di rasoio del compatimento... datemi la corda, un maglio su
la testa, di una scure sul collo, mettetemi nella botte spuntonata di
Attilio Regolo, dentro il sacco dei parricidi, ma risparmiatemi, oh! per
amore di Dio o del diavolo, l'arsenico del compatimento... Ora,
dirimpetto a codesto stato da far venire il mal dei denti ai cani, poni
una carica onoratissima con promessa di sollecita promozione e l'insegna
da cavaliere, insegna che ogni fedele democratico si fa caso di
coscienza di sprezzare lontana e di agguantare vicina con tutte e due le
mani, per tenere come l'antico colosso di Rodi la gamba destra sopra un
plinto e la sinistra su di un altro, intantochè le navi gli passavano di
sotto. Io te l'ho già detto e te lo torno a dire: queste faccende le
sono come i denti, dolgono nel nascere, ma poi ci si mastica (veramente
il proverbio non parla di denti, bensì di altra cosa, che al presidente
non giovava rammentare, nè a Fabrizio udire).
— Ecco, esclamò doloroso Fabrizio, mi tocca a entrare nella magistratura
come un dannato nello inferno!
— Ubbie! Da quando in qua si è sentito dire, che il diavolo dia ai
dannati seimila lire di pensione all'anno, oltre quello che fa la penna,
e la croce per giunta? — Bazzica i santi il diavolo?
— No.... sono questi che consegnano la loro anima nelle mani al diavolo.
Il Vinneri avendo fatto con molta arguzia notare come l'uscita di
Fabrizio dal ruolo degli avvocati gli era stato un togliere il dente
alla vipera, riuscì a mantenersi nell'ufficio, dove non procedendo
diritto (chè simile facoltà non si confaceva alla sua complessione),
bensì dando un colpo al cerchio ed un altro alla botte, potè
barcamenarsi.
Troppo più duro stato ammanniva la fortuna a Fabrizio. Tutti gli si
rovesciarono contro, così buoni come tristi; i buoni, per pietà dello
strazio che loro pareva venisse fatto della morale pubblica da esempi
tanto abominevoli; i tristi, perchè il pane quotidiano che implorano
recitando il paternostro sia l'avvilimento altrui, non già che nella
vilezza universale si stimino di più, bensì perchè si disprezzino meno.
Calunnia è pei buoni mal comune mezzo gaudio; che i furfanti al male
altrui sentano ricrearsi vero è pur troppo; vive una gente nel mondo, la
quale reputa i dieci comandamenti insulti fatti alla sua libertà di
coscienza, e quelli che li osservano aguzzini inviati per angustiarla.
Il misero uomo beveva l'obbrobrio nell'aria; gli aperti oltraggi amari,
non meno acerbi gli altri velati da parole freddamente urbane: non passa
giorno che gli antichi colleghi, approfittandosi della licenziosa
libertà della toga, non gli menassero manrovesci in faccia, sicchè ormai
pareva non vi dovesse rimanere più luogo ad altri sfregi; tutto lo
irritava, tutto pungevalo; perfino gli atomi che lo fasciavano gli parea
che il pungessero. I vecchi amici, se da lontano lo scorgevano, svoltato
il canto gli sparivano dinanzi; se mai se lo trovano addosso da non
poterlo scansare, ecco fingevano ripulirsi il petto da qualche
pagliuzza, ovvero portavano la mano sugli occhi, quasi gli ci fosse
entrato un bruscolo; infiniti i pretesti e atrocemente ingegnosi per non
salutarlo, per iscansarlo e per fingere di non accorgersi della sua
presenza in un luogo. Ora la canatterìa dei giornalisti gli si avventa
dietro latrante e mordente; pare un cignale corso in caccia; certo egli
le sanne mostrava tinte di sangue, qualche cane traendo guai casca
sventrato intorno a lui, ma rossi eziandio erano i denti dei cani, ed a
taluni pendevano dalla bocca i brindelli della sua carne. Ne aveva perso
il sonno e l'appetito; parlava da sè, o rispondeva come se taluno lo
chiamasse fuori del mondo: indizio di follia che si avvicina; si
guardava fisso davanti, quasi persona gli desse soggezione, ovvero
teneva gli occhi bramosi a terra, imperciocchè egli ormai non tirasse
più le sue ispirazioni dal cielo, ma sì dalla polvere: e la congiuntiva
degli occhi non gli comparisca più bianca, al contrario iniettata di
sangue, e in parte tinta in color fosco, pari a quello della fuliggine:
sopra la fronte immoto il pallore della morte e del peccato.
Fabrizio sperpera ogni dì il suo ingegno nella persecuzione di volgari
delitti commessi da gente volgare: nè anco lo strepito dei trivi lo
assorda, nè manco il polverio che si leva dalle pubbliche strade lo
accieca: si spossa a portare fimo come ogni altro più vile giumento; e
il guaio non rimane qui, chè le angustie della domestica economia, le
quali da prima lo punzecchiavano a mo' di mignatte, adesso lo mordono
come mastini: danaro da spendere nella polizia preventiva non gliene
offrivano, e a chiederne non si attentava; e ad ogni modo non avrebbe
saputo a cui rivolgersi per averne. Ma il bisogno, implacabile boa
_constrictor_, stringendo ogni giorno più forte, deliberò conferirne con
la dilettissima Bianca.
Non lo avesse mai fatto, che la dilettissima Bianca, sentendosi
minacciata a scemare servidorame, soffiò, miagolò peggio di gatta
spaventata: avvampante in volto, impetuosa nelle parole e nei gesti,
giurava non potere farne a meno nè manco di uno. O che si ha da
licenziare la cameriera? E allora chi mi pettina, chi mi veste, chi mi
lava, chi mi stira, chi cuce? e via via. Accommiateremo il cuoco?
Peggio... chi va al mercato pel vivere, chi cucina, chi mette in
tavola... e quando viene gente a pranzo come rimedieremo? La donna di
mezzo? Chi spazza, chi acconcia le camere, chi rifà i letti, chi dà il
bucato, chi lo riceve? E alle lucerne pensi tu, Fabrizio? A lustrare le
scarpe, a spazzolare i panni ci pensi tu, Fabrizio? A portarti la
mattina, quando ti svegli, il caffè nero al letto ci pensi da te,
Fabrizio? Misericordia! non ha tante parole un leggio quante n'ebbe la
Bianca in cotesta occasione; le cateratte della loquacità donnesca si
apersero diluviando. Fabrizio, non avendo l'arca per ripararcisi dentro,
tacque e scappò.
La necessità più forte di lui schiuse le gavigne alla Bianca, la quale
bel bello si trovò ridotta a tenersi dintorno una serva sola: però
l'assottigliare la uscita non bastava, occorreva crescere la entrata, e
per questo non ci si trovava ripiego: e poi finchè si scarniva il
necessario per la famiglia fino all'osso, la donna, quantunque con
afflitto animo, ci si adattava; ma a toccare le spese di lusso, o come
le si sogliono chiamare di comparsa, guai! Piuttosto morasi di stento in
casa, ma il superfluo lascisi stare.
Se considerate tutte queste cose, vi figurerete quale inferno fu quello
quando Fabrizio, lasciandosi cascare su di un seggiolone con le braccia
abbandonate, significò alla moglie non avanzargli in tasca più tanto da
tirarsi innanzi quel giorno: essere forza mettere la mano su qualche
diamante per campare.
Io, lo confesso addirittura, mi trovo corto a colori ed a similitudini
per descrivere le disperazioni di Bianca; nè mica finte, all'opposto
verissime e lacrimevoli; empì il cielo di strida dolorose; si strappò i
capelli, corse per la casa come frenetica; per furore non pianse; solo
dagli occhi stralunati sprizzava faville; cascò in deliquio,
violentissime convulsioni la sorpresero, in breve ora gli affetti
isterici la ridussero a mal partito, tantochè Fabrizio, il quale l'amava
teneramente, ne sentì compassione e paura, onde, racconsolatala come
meglio gli venne fatto, uscì di casa recandosi difilato presso un
cristiano circonciso, o ebreo battezzato, sua conoscenza vecchia, per
impegnare l'orologio, quantunque a lui per le necessità del suo ufficio
fosse indispensabile più del pane.
Scarso sollievo; stilla di rugiada su la pelle di un dannato; pochi
giorni dopo, patite tre o quattro strappatelle, fu mestieri cedere ad
uno squasso maestro della fortuna... Ma che Agar, madre infelice,
quando, abbandonato il figliuolo Ismaele sotto una palma, se ne va
lontano a piangere per non vederselo morire su gli occhi! Due cotanti
più angoscioso lo spasimo della Bianca nel vedersi staccare dal seno un
diamante: dopo averlo co' più cari nomi chiamato, e con i più acerbi
rinfacci garrito della sua ingratitudine, serrò gli occhi e si pose a
letto chiusa in un tetro silenzio.
Talora pensava Fabrizio fra sè: chi mai lo avrebbe sospettato!
Esclamazione dei tre quarti dei mariti dopo un mese o due di matrimonio,
e questo perchè la natura dipinge la passione a buon fresco, e la
educazione poi la ritocca a secco: i ritocchi a secco col tempo cascano,
ma la pittura a buon fresco rimane. Prima di portarla non si può sapere
se farà male la scarpa, e finchè le non si daranno le mogli a prova io
non ci vedo verso di evitare simile pericolo.[30]
[30] V. _Storia di un Moscone_, e come si dieno le mogli a prova
in Corsica.
Già eravamo presso a finire la moneta ricavata dalla vendita del
diamante, e Fabrizio, rifuggendo dal rinnovare le parti dell'ebreo
Shylock,[31] quantunque a malincuore, si fece a trovare il socero, il
quale da un pezzo in qua visitava la figliuola di rado e sempre più
breve; questi lo accolse con visibile imbarazzo: avesse potuto
svignarsela! Ma poichè altra via non gli si parava dinanzi, eccetto la
cappa della stufa, voltata faccia alla fortuna con la consueta
inverecondia, tra le altre queste cose favellò al suo genero:
[31] V. _Mercante di Venezia_.
— Caro mio, tu lo sai, dalla mia paga in fuori io non possiedo in questo
mondo un becco di quattrino; nell'altro non credo averci fatto troppi
avanzi. Però io non te lo tacqui; tu non potresti dire onestamente che
ti abbia posto di mezzo: ci dovevi pensare prima di metterti in mare;
senza biscotto non si naviga, nè tu eri un pargolo da ignorare come stia
la cuffia a Crezia, e assai praticasti la Bianca per prendere di lei
conoscenza intera: questo ti ho voluto dire per rammentarti che io non
ti piantai dinanzi il dilemma: o mangiare questa minestra o saltare
questa finestra, non già perchè valga a levare un ragnatelo da un buco.
— Mettiamo dunque in sodo, ch'io non posso sovvenirti in nulla; — e non
lo devo: non mi fare bocchi, Fabrizio, che io te lo provo. — Con
l'onorario di presidente e trovandomi solo, su per giù alla meglio me la
sgabello da pari mio: ora figurati ch'io te ne dessi un terzo; che ne
avverrebbe? Patirei io, non solleverei te: scomparirei io e non
compariresti tu; e poichè uno di noi altri due deve stare allo
stecchetto, io, dal mio punto di vista, ho ragione a volere che ci stii
tu; e ciò con tanto maggior fondamento, in quanto che dipenda proprio da
te volerci stare, perchè pretenderesti che le beccacce ti volassero
intorno alla mensa belle e arrostite coi crostini sotto l'ale e la salsa
in un cestino nel becco!
Ah! tu presumi che ti vengano a profferire fino a casa il danaro? Alla
rana, che non chiese, non fu data la coda.
— Ma io non sono uso a chiedere. Ho creduto convertirmi in magistrato,
non già in accattone per limosinare alla porta dei conventi dei frati
una pentola di minestra.
— Qui non ci entra minestra, bensì raccogliere moneta, che basti per
provvedere alla pubblica sicurezza ed al pranzo intero di magistrato
rispettabile...
— E posto che io mi piegassi a chiedere, ma dove avrei a volgere le mie
domande?
— Di questo dovresti informarti tu, ma per me credo con molti la via
retta più corta, e per ciò difilato al presidente del Consiglio dei
ministri.
— E s'ei non mi dà udienza?
— Le sono coteste pituite di malinconia; S. E. ascolta tutti per essere
di natura urbanissimo, e poi per debito d'ufficio, massime quando si
tratta di ufficiali preposti alla sicurezza pubblica.
— Caso mai mi ammettesse al suo cospetto, e che potrei dirgli io? Io mi
consumo correndo dietro a furti, ingiurie, ferimenti, omicidi e via
discorrendo, tanto da parere un gatto che si sbizzarrisce a ruzzolare
trucioli. Non mi è capitato mai un delitto di _spolvero_; mi tocca stare
terra terra come la porcellana; ed io non mi posso mica stampare una
causa celebre da mandare sottosopra gli uomini e i giornalisti.....
— E chi ti para?
— Come! Che avete detto?