Uno, che a giudicarne dall'arroganza sembrava dei maggiorenti fra loro,

somigliante come due gocciole di acqua al geroglifico egiziano dell'uomo

col capo di sparviere,[17] colore di stovigli, dagli ugnoli uncinati,

cui egli celava con solertissima cura sotto guanti neri, prese a

squittire con voce di cagna infreddata:

[17] Nei geroglifici egiziani, l'uomo col capo di _sparviere_

sta a significare il re.

— Qui non c'è casi; bisogna venirne all'acqua chiara; buttiamo giù

buffa, i rispetti mandiamoli a casa, e chi ne tocca le sono sue: non vi

state a confondere, senza forti esempi la libertà non ci si fonda; il

maestro della me' bimba, don Trabocchetto pievano della Decipula,

l'altra sera raccontava in cucina ai contadini il caso di Tito Manlio

Torquato, senatore, il quale, udendo i legati della Macedonia mettere

querela in Senato contro il suo figliuolo Decimo Silano per concussione

nel governo di cotesta provincia, chiese ed ottenne giudicare egli solo

la causa: due giorni dopo, udite le accuse e le difese, sentenziava:

«essendomi provato che Silano me' figlio abbia estorto danaro dagli

alleati, lo dichiaro indegno della Repubblica e di me, e lo bandisco

perpetuamente dalla mia presenza.»[18] Silano per disperazione nella

notte veniente si ammazzò. Capite? A quei tempi non si mondava nespole.

Nè voi altri costà mi state a belare come cotesti esempi si attaglino a

me, predicato da tutti l'uomo di ferro, perchè anche il mitissimo Gesù

che cosa lasciò scritto nel Vangelo? Se il tuo occhio ti fa intoppare,

cavalo e gittalo via da te, meglio è per te entrare nella vita con un

occhio solo, che averne due e andare in perdizione. Dunque voi avete

inteso: addosso ai ladri!

[18] Val. Max., l. V.

Al mal capitato Probo incominciò a entrare in corpo la paura per

davvero; si spaventò di coteste lustre, come il fanciullo impaurisce del

compagno che in carnevale si nasconde la faccia dentro un testone di

carta pesta; non ebbe più balìa di azzeccare due idee e di mettere

insieme quattro parole; si diede a piangere, supplicò a mani giunte pei

figli innocentissimi; costui era così avvezzo ad appropriarsi il bene

degli altri, che gli parve furto perfino il risparmio dei venti milioni

procurato allo Stato! Lo stomaco commosso della sua coscienza ribolliva

furfanterie vecchie e nuove; e poi tremava gli rivocassero la

concessione, onde avesse a rimanerne in camicia.

La stessa abiezione stette scandalizzata allo spettacolo di tanta viltà.

Quando poi incominciò a conoscere che cotesti neri nuvoloni si sarebbero

sciolti in pioggia, e lui uscito pel rotto della cuffia di una censura,

spiccò un salto per l'allegrezza, e fra un groppo di riso e un altro

esclamava:

— O grullo! Tre volte grullo! O non capisti di colta che se io cascava

gli altri mi venivano dietro, perchè, o chi avrebbe finito di pagare a

costoro il beveraggio? Diamo tempo al tempo: quando la pecora entra

nella siepe, qualche bioccolo di lana egli è pur forza che ci lasci.

Pieghiamo per raddrizzarci. Niente è perduto se rimane la cassa:

renunzierò alla deputazione perchè io, se non la posso adoperare come

canovaccio per ripulirmi il banco sudicio, non so che cosa farmene.

Probo, mirabile a dirsi! finì con lodare la prudenza dei complici che si

convertirono in giudici, imperciocchè seguitando per cotesta via fossero

giunti in certo modo a castrare il mal talento dei nemici suoi.

Per converso i suoi complici si tennero ottimamente edificati di lui,

perchè lo ebbero provato uomo sodo e da potercisi fidare, ascrivendo ad

astutezza e a prudenza quanto fu effetto nel Seigatti di codardia. Di

ora in poi decisero di sostenerlo a tutto uomo, sicchè costui cascò

davvero come l'antico Anteo, che da ogni stramazzone cavava argomento

per rilevarsi più gagliardo di prima.

Ma siccome in queste faccende ci vuole sempre un becco emissario per

iscaricare sopra la sua testa le colpe degli ebrei e dei sammaritani, e

consacratolo poi agli dei infernali scaraventarlo in mare, di leggeri lo

trovarono nello Anussi lontano, e in certa maniera si può dire che si

proferiva da sè: quindi addosso tutti a lui; sinfonia d'improperi a

piena orchestra sul giudeo; che più? L'ebreo Zinfi giunse perfino a dire

ingenuamente:

— Non ci è casi, con questi ebrei non si può fare un pasto buono!

Così è, cotesti nobilissimi e rispettabilissimi furfanti, imitando il

costume dei Curoti, picchiavano sopra gli scudi menando un rumore

d'inferno, onde Saturno non udisse i vagiti di Giove e non mangiasse

anco lui; urlavano a squarcia gola, perchè il principe non udisse i

gridi del popolo, e non risensasse, ed essi, se possibile era, quello

della propria coscienza.

— Che cosa vuol'ella? Qui domando ad un lettore, che mi ha dato uno

strettone alla falda del soprabito.

— Scusi, o che mi permetterebbe una parola?

— La ne dica anche dieci.

— Mi fa la finezza di abbassare il capo, perchè mi perito, e glie la

vorrei parlare dentro un orecchio.

— Eccolo abbassato.

— Ma che sia benedetto, la le dice grosse come il cupolone del Duomo; o

dove vuol'ella che abbiano la coscienza i Sorci, i Nici, i Rami, i

Solicari, i Duecancri, i Garidi ed altra gente di siffatta risma? dunque

la tiri un frego al grido della coscienza; _lei_ ce lo ha messo per

figura rettorica.

— Ecco, i' ce l'ho tirato; ed ora con sua buona licenza posso ire

innanzi?

— La vada a buon viaggio, che San Giuliano e Sant'Antonio l'aiutino.

Dunque Probo fece come colui che si tira indietro per pigliare la

rimossa ad abbrivarsi più innanzi; e gli riuscì proprio com'egli aveva

pensato, e così a lui toccò aprirsi le porte del paradiso co'

grimaldelli, laddove altri ci ebbe a rompere dentro la serratura le

chiavi di san Pietro.

Lui allietarono principesche nozze; duchi, marchesi, principi e baroni

gli redimirono la fronte coi raggi della loro nobiltà, ed anco a lui il

regio favore fece scaturire sul capo due corni luminosi pari a quelli di

Moisè, e lo rese sfolgorante di luce propria.

In un caso solo gli sdrucciolò il piede, e fu quando si attentò

avventurarsi a entrare da capo in Parlamento senza annasare prima se

fumo di pudore fosse rimasto sempre là dentro. Si fece uno scappuccio,

ma senza sgomentarsi ripose la bandiera nel sacco: non è anco tempo; a

quest'altra bellissima ottava.

E la seconda volta procedè con maggiori cautele. Annasò prima la sua

città, annusò meglio il Parlamento; in quella trovò morto ogni senso di

umanità, in questo svaporato qualunque fumo di pudore. Di fatti in

cotesta città prevaleva allora la setta di coloro i quali avevano

segnato umilissima supplica, affinchè la oppressione degli stranieri vi

si prolungasse. Poichè in questa vita non vi toccò verun castigo, nè

manco la esecrazione del popolo imbestiato, possa Dio, giudice, serbarvi

nell'altra i meritati premi!

La Camera dei deputati gli aperse le paterne braccia, quasi al figliuol

prodigo; non celebrò la festa di famiglia ammazzando la vitella grassa,

perchè vitelle nella Camera non se ne trova. Insomma, tante glie ne

dissero e tante glie ne fecero, che egli, guardandosi allo specchio

mentre si radeva la barba, talora interrogava se stesso: «ma che io sia

diventato davvero un benefattore della umanità?» All'ultimo se ne

persuase sul serio; allora prese a portare il capo su le spalle con la

religione con la quale il prete sostiene il sacramento con le mani; e

talora discorrendo delle sue fortune a tavola, come uomo convinto

nell'intimo delle viscere, scappava fuori con questa sentenza:

— Se pari al sole ho comune con lui qualche macchia, come il sole

dispenso luce e calore all'alma madre Italia.

Quelli che sedevano a mensa con lui esclamavano:

— Bravo!

Ed il Ramassi conduceva il coro.

CAPITOLO XVII.

. . . . . . . . . . . . . . . .

— Umanità, tu non vali la corda che t'impicchi; — noi abbiamo lasciato

Fabrizio, il quale così bestemmiava contro gli uomini, come già Bruto un

dì maledisse per disperazione contro la virtù; però, quantunque la

procella rimescolasse l'anima del primo come quella del secondo, bisogna

confessare che troppo erano diverse le cause, le quali avevano condotto

ambedue al doloroso passo.

Fabrizio sortiva dalla natura talento, non ingegno; differentissime doti

fra loro; pure anche col talento si fanno cose egregie, ma a patto che

il cuore lo sovvenga a conseguire nobili aspirazioni. I diplomatici

quasi tutti possiedono talento; non mi è occorso alcuno che abbia

ingegno.

Gli onorati studi pertanto praticaronsi da Fabrizio, come una carta

geografica, la quale gli avrebbe insegnata la strada per arrivare al

tempio dove Dio è Mammone. L'eccessivo presumere di sè lo rese vano, ed

è di angustia grande considerare quanto la vanità possa a piegare verso

terra anime uscite di mano alla natura, divine per indole. La vanità,

oltre a fecondarli, salda insieme i pessimi istinti. Il giovane, il

quale arroga di aver messo il tetto, in breve vedrà demolito quel tanto

ch'egli si aveva con lunga fatica fabbricato. Fin qui i nostri costumi,

o pari in tutto, o diversi poco da quelli di Francia, ond'ella cadde in

miserabili rovine, e a noi non è concesso risorgere. Piaccia a Dio che i

concetti magnanimi e il sangue generoso non sieno stati sparsi invano;

ma intanto ne sgomenta uno sfinimento mortale. Vedete se l'anima della

massima parte della gioventù italiana non vi sembra adesso una spugna

tuffata nelle turpitudini francesi. Da anni ben lunghi la Francia è

fatta acquitrino di gente rotta ad ogni libito; colà furono assegnati

nomi onesti alle infamie, eleganze alle oscenità, e perfino sembiante di

amore patrio al tradimento; quivi troverai l'assassino che allieta gli

ozi forzati del carcere scrivendo poesie con penna intinta nel sangue; —

e il pudore mandato a scuola da pubbliche meretrici; banchieri i quali

vissero a Corte, perchè non erano incatenati in galera: colà volteriani

che vanno alla messa, atei papisti; repubblicani smanianti per una delle

tre monarchie che li ha nerbati come servi della pena; da un lato

delirano per la uguaglianza, dall'altro spasimano per la febbre di

croci, siano pure quelle dello Sperone di oro, o dell'ordine Piano;

amatori sviscerati della umanità, e al punto stesso credenti, che la

natura li fornì di calcagno unicamente per pestare il collo dei loro

fratelli di umanità. — Le lettere diventate bordello; poeti e prosatori,

invece di darsi la mano a chiudere la tetra sentina, e a calafatarla,

onde non se ne spanda il fetore, pretendono costringere le Muse a

rimestarla, ed essi ci tuffano bocciuoli di canna, e per la Europa

diffondono le laide bolle, che si attentano battezzare per libri: tutto

costà sa di ebbro, sa di matto e di feroce ancora, ma il matto prevale.

Le Muse, sdegnate, gli sguardi torcono e il passo dal paese

imbastardito; per la quale cosa agli oratori colà sembra arringare, e

cicalano; ai poeti immaginare sublimi fantasie, e gonfiano le gote; i

guerrieri di Francia si crederebbe che sieno venuti in Italia a scuola

da Lamarmora per imparare a perdere; i politici hanno appreso per

ispirazione (dacchè maestri non ne potevano avere) l'arte di convertire

gli amici in inimici, e di stringere forte con le proprie mani le leghe

potenti a cancellare da un punto all'altro la Francia dal novero delle

nazioni.

Satura di queste mal'erbe (respingendo dagli occhi le lacrime e la

passione dal cuore) miriamo un po' adesso quale si mostri la massima

parte delle generazioni che sono venute dopo di noi: odia più della

morte la onorata parsimonia: agonizzante per la pecunia, che valga a

spingerla nel mare magno della lussuria, dove rompono inevitabilmente

salute e fama.

Solo che Maometto promettesse di trasportare in Italia il paradiso che

riserva ai suoi devoti nell'altro mondo, anche a patto della

circoncisione, la nostra gioventù si farebbe turca. Essa vorrebbe dare

ad intendere di dividersi in cultrice della libertà e in cagnotta della

tirannide; non le badate; da un canto la riarde astio di stomaco vuoto,

dall'altro la travaglia flatuosità della indigestione dei rilievi

cascati dalla mensa regia. Agguantatela, una dopo l'altra buttatela su

la stadera: qual diversità riscontrate nel peso? Tutta temeraria, tutta

insolente, tutta parimente corrotta: per ragioni ha vituperi, per

dottrina obbrobri: calunniosa e maligna, simulatrice e dissimulatrice,

impronta, temeraria; rôsa dalla invidia, non si potendo inalzare fino

agli austeri cittadini, unico vanto d'Italia, si arrabatta ad abbassarli

fino a lei:

E nequitosa li persegue, e fuga

Con schiamazzo infinito, e con suo testo

Di lordura macchiato e pien di ruga,

E lo irrequieto suo stridere infesto,

Timidi e pochi amici aggiunge al vero

E al vivere civil sempre è molesto.[19]

[19] F. Pacchiani, da Prato.

Le voci distinte confonde in accordo quando si tratta d'inneggiare

ghiottornie, lascivie e stravizi, onde s'imbestia la vita. Catoni quando

non possono farla da Aristippi, cinici sempre. Leggete le scritture

loro: dove la virilità dei concetti? dove il prudente discutere? dove il

solerte investigare? Invece di sentenze, motti da taverna; sensi da far

vergogna al bordello.

E pure il sentire generoso, gli studi sapienti, il forte operare e le

parole sante, indispensabili alla conservazione delle repubbliche,

appaiono necessarie alla impresa, piuttosto che umana, divina, di

rigenerare un popolo e cavarlo dal sepolcro per riporlo in soglio.

E se così argomentasse la gioventù italiana, i versi eccelsi di

Francesco Petrarca, che fino ad ora vagarono per la Italia cercando un

luogo dove fermarsi, troverebbero sede nella fronte di lei:

Che puoi drizzar s'io falso non discerno

In stato _questo popol doloroso_

Quanto ti fia _glorioso_

Dir: gli altri l'aiutâr giovane e forte,

Questi in vecchiezza lo salvò da morte.

Peggio che ingiustizia sarebbe negare che molta, non tutta, di questa

gioventù adoperò ferocemente le mani, e le paia gran vanto avere

rivendicato la patria dalla insolenza francese: _gl'italiani non si

battono;_ ma oggimai chi dà retta ai francesi? Noi però dobbiamo

avvertire che anco i gladiatori combattevano ferocemente: talora

costretti, spesso volontari, per campare vita breve e infame

consentivano a uccidere e ad essere uccisi, e morendo pigliavano

atteggiamento scenico per libidine di plauso: tanto ai morenti, quanto

ai superstiti cotesto rumore pareva gloria! Le armi solo sanguinose non

approdano nè onorano; le sapienti sì, ma queste per noi italiani stanno

sempre nei voti. Soldato fu Cesare, che militando dettava i

_Commentari_; la mano stessa, che la mattina con la spada operava

miracoli di valore, la sera con lo stilo li tramandava alla memoria dei

posteri, sicchè noi oggi andiamo perplessi se egli meglio li effettuasse

o li scrivesse; soldato Catone, che immoto negli ultimi pericoli si

confortava leggendo il dialogo di Platone su la immortalità; soldato

Bruto, vigilante la notte in mezzo ai campi meditando sui libri; soldati

parecchi di quelli alunni di Napoleone I, i quali portavano nello zaino

confusi con le cartucce classici greci e latini da volgarizzare e

commentare, o piuttosto celebriamo soldati veri coloro che combattono

per giusta causa con sapienza pari alla virtù.

In Marte bertone di Venere la gente ravvisa il soldato da osteria, solo

lo salutano Dio quando lo accompagna Minerva.

Fabrizio dunque era vano e smanioso dei piaceri, e più delle apparenze

del lusso: quanti lo soperchiavano di tutto cuore odiava; se accadeva

che qualcheduno dei suoi amici lo rasentasse sfolgorante in cocchio

trasportato da focosi cavalli, a voce alta gli mandava un saluto e a

bassa aggiungeva: a rotta di collo! — Del suo fratello Omobono non

sapeva darsi pace; sopra costui la Fortuna aveva versato e poi scosso il

sacco, mentre su la sua faccia lo aveva sbatacchiato vuoto: frequentava

luoghi appartati; aspreggiatore di se stesso; ogni giorno più corrivo

all'ira e selvatico; per uscire di pena avrebbe dato l'anima al diavolo

se gli fosse comparso davanti.

E il diavolo gli comparve davvero nella persona del presidente di una

Corte di appello. Aveva nome Vinneri. I sette peccati mortali gli

andaron fino a casa ad educarlo _gratis;_ ma egli durante tutta la vita

mise da parte quanto gli avanzava da quelli per fabbricarsene un ottavo,

e giusto allora stava per rompere il salvadanaio; però dei sette, due

gli avevano preso il sopravvento, ed erano la ghiottoneria e l'avarizia,

impossessata di lui sotto la forma del demonio del gioco. Se avessero

ragguagliato la sua ignoranza con la sua malignità, non ci saria

scattato un dito; e tuttavia lo giudicavano dottissimo, però che egli

ponesse a parere quello che non era la pazienza industre di cui la

natura si mostra liberale alle creature peggio complessionate. Lento il

passo, la sembianza grave — i bufali non ridono mai, — la favella tarda,

come frequenti sopra le labbra di lui le parole: ci penseremo,

esamineremo, gli è un caso _momentoso;_ e vuolsi considerare _ad

trutinam_, e via discorrendo: nel suo studio da per tutto libri, e di

carte una catasta: però queste ciurmerie a cui le guardava pel sottile

palesavano la sua inane ed improvvida furberia, imperciocchè ti venisse

fatto di scorgere improntata in varie guise la forma del gatto di casa

sopra lo strato di polvere che vi era caduto. Strana condizione! Non lo

amava persona, e tutti accoglievano volentieri costui: prima di salire i

gradini davanti la porta del tribunale, egli soleva levare le ciglia in

su per mirare da quale parte piegasse la banderuola per regolarsi; nè

punto lo celava, al contrario soppiattone in ogni altra cosa, procedeva

aperto in questa, affermando che il magistrato è appunto come il cane,

latra e morde per chi gli butta il pane. La giustizia distributiva da

lui s'intendeva a questo modo: fra il governo, che di presente teneva il

mestolo in mano, e i privati, sempre torto ai privati; tra nobili e

ignobili, i secondi sempre condannati nelle spese; fra ricchi e poveri,

non si sentiva il cuore da innovare l'antico costume: all'osso dàgli

addosso; alla marmaglia era giustizia la sorte, ed era la meglio

trattata; il primo processo, che allungato il braccio gli capitava

sotto, vinceva.

Tutti i governi lo avevano disprezzato, e tutti lo avevano blandito,

perchè senza eccezione tutti lo avevano giudicato arnese eccellentissimo

di servitù. Costui, per operare i voltafaccia a tempo, girando lieve e

veloce su le calcagna come uscio sopra i ben unti arpioni, valeva un

tesoro; e se le ritirate politiche fruttassero fama quanto le militari,

Senofonte di petto a lui sarebbe stato un tamburo; per la quale cosa

egli, sicuro di sè, presentava le insegne degli ordini cavallereschi dei

governi caduti ai governi via via sorvegnenti, come il forestiero getta

sopra la tavola del cambiatore la moneta affinchè gliela baratti, e i

nuovi governi senza fiatare gliela permutavano, ed anche qualche cosa

del loro ci aggiungevano. Il governo tramontante se lo vedeva scomparire

da canto fra la pera e il formaggio, senza accorgersene, proprio a quel

modo che il sonno inavvertito piglia l'uomo; il governo oriente se lo

trovò davanti non sapendo donde fosse venuto; forse pensò gli fosse

cascato dalle maniche; il Vinneri allora per salutarlo finì un sorriso

che aveva incominciato per l'altro; appunto come il cardinale Zondadari

a Siena ebbe a finire pei francesi il _Te deum_ ch'egli aveva

incominciato pei tedeschi. Se invece di sperperare al gioco il prezzo

della giustizia venduta lo avesse custodito nello scrigno, e se le

monete fossero stati galletti, non avrieno nella notte lasciato dormire

lui nè tutta la contrada.

Ebbe moglie; un povero corpo composto di carne di seppia, bianco e senza

sangue; una povera anima tenuta quindici anni in molle dentro una pila

di acqua benedetta; la notte a letto, il giorno in chiesa; concepì di

una figliuola per distrazione; la vide nascere senza gioia; la vide

crescere senza amore; la beghineria l'aveva insugherita; tutto accadeva

per volontà di Dio; quanto Dio ordinava tutto era bene; e quindi era

mestieri rassegnarsi ai voleri di Dio; se a un povero diavolo ruzzolando

le scale accadeva rompersi una gamba, la gamba rotta attestava il

castigo del Signore, la rimasta sana il miracolo del Signore, ambedue la

visita del Signore a cui vuol bene; le sue sostanze parafernali, che non

furono poche, colarono a stille nella Chiesa pei buchi religiosi, che

innumerevoli sanno praticare i preti; e i giorni suoi svaporarono in

sudore di rosari; alfine disparve tacita, come la goccia dell'acqua

santa grondò nella piletta dalle sue dita che ce l'avevano attinta.

Quando fu morta, il Vinneri essendosi accorto ch'ella aveva disperso i

beni parafernali com'egli dato fondo ai dotali, esclamò amaramente:

— Ah! quel buono uomo del Franklin ha lasciato scritto che un vizio

costa più di due figliuoli, e sarà; non però più di una moglie: devota

la divorano i preti, mondana le crestaie; ed ora con questa figliuola in

casa come si stilla?

Di fatti, se la madre non se n'era tolta cura, figurarsi se il padre!

Egli aveva in pratica la regina di cuori mille volte più della

figliuola. La madre, quando l'aveva menata a messa tutte le feste di

precetto, a confessarsi ogni mese una volta, quattro a comunicarsi in

capo all'anno, credeva aver fatto quanto Carlo in Francia; al padre

sembrava avere superato la fatica del Cireneo, menandola nel carnevale

al teatro un paio di volte.

La fanciulla venne mirabilmente leggiadra; di capello nero lustro e

copioso, gli occhi pur neri luccicanti di voluttà, nei moti serpentina,

facile al pianto, facile al riso; e piangente e ridente, leggiadrissima;

ma piangente più, imperciocchè ridendo le labbra e i denti davano

sembianza vera di gelsomini in mezzo ad un cerchio di ranuncoli, ma le

lacrime moltiplicavano i raggi alle pupille: un secentista avrebbe

cantato ch'ella piangeva brillanti: vestiva da pinzochera, e cotesta

foggia cresceva la procacia della sua venustà: ti sarebbe parsa Venere

immascherata da suora del Sacro Cuore di Gesù. La chiamavano Bianca, e

la stupidità del notaio, che scrisse _Alba per errorem_ sopra una pagina

del suo protocollo pressochè tutta nera, applicata a lei sarebbe stata

arguta definizione,[20] imperciocchè casta di corpo veramente ella

fosse, ma di spirito corrotta per modo che più non avrebbe potuto;

insomma, ella era una botte di petrolio sotto a un forno, una polveriera

accanto ad una fucina.

[20] I notai, allorchè lasciano nei protocolli loro una pagina

bianca, ci scrivono: _bianca per errore_; ora, certo notaio,

avendo rovesciato il calamaio su di un foglio, scrisse nel

cantuccio di quello rimasto bianco per caso: _alba per errorem_.

La madre, chiusa nella sua cameretta a recitare rosari, viveva sicura

che la figliuola nel silenzio della propria meditasse sopra la _Manna

dell'anima del Padre Segneri_, ovvero intorno il _Panierino degli

odoriferi fiori offerti al Sacro Cuore di Gesù_ del Padre Birma, e la

indovinava perdio, ch'ella produceva la veglia alle ore più tarde della

notte rivoltolandosi nella sozzura delle lettere lenone di Francia. So

troppo bene che di laidezze non andarono immuni le letterature greca e

latina, e nè anche pur troppo la italiana; ma non so di coteste o la

eccessiva volgarità dei concetti, o la forma classica del dire, o la

nudità repulsiva, o altre qualità che non importa discorrere, ci fanno

conoscere subito come le siano un portato della immaginazione, anzichè

un ritratto dei costumi attuali; onde avviene che per loro non si meni

strage della onestà come dai _Galeotti_ di Francia.[21] Non indico nomi,

non contrasto l'ingegno, nè la leggiadria del dettato; ma quanto più

questi ammirabili, tanto maggiormente colpevoli di avere cagionato la

decadenza delle virtù cittadine.

[21]

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse.

V. Commentatori a questo verso di Dante.

Il secolo che muore, vol. III · 第 5 / 23 段