Di qui uno schiamazzo, un frastuono, un rovinio da mandare sottosopra

sala, banchi, deputati e ogni cosa; le guardie nazionali posero le

baionette in resta; i ministri consultarono il ministro della guerra se

fosse caso di ritirata; le signore ammannirono i sali, i cavalli stessi

dipinti sopra le pareti pareva che, aombrati, stessero per iscappare; il

presidente, venutogli meno ogni partito, si mise Nettuno in capo, vo'

dire il cappello, e la tempesta parlamentaria quasi per incanto tacque.

Probo si accorse avere commesso una papera; il soverchio aveva rotto il

coperchio, però non gli parve di avere a gingillare, onde, agitando un

fascio di carte, di subito con voce stridente riprese a dire:

— A cotesta gente di poca fede ecco come si risponde: voi non conoscete

quali e quanti tesori rinchiuda in sè l'alma terra che ci è patria....

in verità io vi dico ch'eglino non ponno venire superati, eccettochè dai

tesori che si accolgono nel seno dei suoi generosi figliuoli (e qui si

accennava alla parte dove il cuore ha la gente, avvertendo a non

batterci sodo, per paura che dal suono non si accorgessero ch'egli era

vuoto). Signori, io, subito dopo le parole bugiarde, odio le vane; le

arti oratorie non appresi mai, e non le curo; fatti voglionci; di cose

abbisogna la patria nostra; lingua corta mano lunga. Ebbene, io, pieno

di fede come Moisè, ho percosso la rupe, e tale ne ha prorotto un

trabocco di acque, che io mi sono trovato a mal partito per moderarne la

copia. Ecco qui, io non dirò il morto è su la bara, bensì il vivo sta a

cavallo: queste sono sottoscrizioni di cittadini italiani, i quali si

obbligano ad accollarsi tante azioni per l'ammontare del costo della

ferrovia, e più; queste altre sono fedi di deposito delle somme

richieste per fornire la guarentia della puntuale esecuzione della

impresa, presso i primi banchieri d'Italia; le quali, dove taluno non

reputasse bastevoli, io, a nome dei miei rappresentati, dichiaro

raddoppiare.

Parecchie voci rabbiose ecco si fanno sentire, chiedendo che si

leggessero i nomi dei sottoscrittori. Misericordia! Pareva una seconda

edizione dell'_Esodo_; ebrei tutti: fra l'antico e il nuovo Esodo la

differenza questa, che nel primo fu Moisè il conduttore d'Isdraele allo

acquisto della terra, nel secondo era Probo il condottiero del popolo

ebreo alla conquista della ferrovia. Ma ebrea o no, la moneta è contata;

e il _busillis_ adesso sta nello esaminare, non già se sia circoncisa,

bensì se tosata. A me non riuscirebbe descrivere la confusione e il

turbinìo delle diverse passioni dei deputati, quando Probo, orgoglioso,

drappellando le carte, andò a depositarle sul banco della presidenza,

come l'alfiere pianta la bandiera sopra lo spaldo della rocca nemica. Nè

qui si ferma costui, chè, tornato al suo stallo, muta di un tratto

sembianza, e con gesto e voce umili adesso chiede scusa di abusare della

pazienza della Camera; non poterne fare a meno; colpa dello argomento,

non sua; rimanergli a dire il più e il meglio, ma questo poter fare in

brevissime parole. Ciò detto, ecco leva la faccia minatoria e il braccio

destro; la mano stringe in atto del fiocinatore, che ritto su la prua

del palischermo agita il rampone per avventarlo nel fianco alla balena;

ei l'ha vibrato, il mostro marino fulmina via pei mari, minacciando

sprofondare nella corsa imperversante uomini, barche e nave; però

invano, chè il ferro gli s'incaverna nelle viscere, sicchè mano a mano

perdendo balìa, è mestieri che si lasci rimorchiare a terra.

— Affermano altresì, continua Probo con baldanzosa sicurezza, che il

capitale non ha viscere, che non conosce patria, che il banchiere si

gode a ruzzolare la propria sostanza come lo scarabeo la pallottola di

fimo, e in quella depone le sue uova per mantenere e crescere la

specie... Sapete voi come si ha a definire siffatta zizzania? Insalata

d'invidia condita coll'olio della malignità e l'aceto della nequizia....

— Uh! che sazievole, si attentò a bisbigliare Elvira; può dare due punti

allo emetico; con tutti i suoi riboboli ben mostra essere un contadino

del Valdarno di sotto o di sopra: a me sembra udire ragionare un diavolo

del Malmantile...

— Silenzio! urlano arrovellati quanti si trovano nella galleria, lasci

parlare; lasci la lingua a casa, o la venda al beccaio.

— Ecco il guadagno, brontolò Elvira mordendosi il labbro inferiore per

la stizza, che abbiamo fatto a lasciare Torino; se la capitale dura

anche sei mesi a Firenze, noi ci troveremo ad avere perduto fino

l'ultimo briciolo della civiltà piemontese.

Probo non udiva il dialogo, e quindi continuava sereno:

— La campana si conosce pel suo suono; il mio è questo: _ho l'onore_ di

dichiarare nel nome della compagnia che rappresento, e nel mio, che noi

ci obblighiamo a imprendere la costruzione della ferrovia di cui è

proposito a venti milioni di meno, dico, con venti milioni di ribasso

sul prezzo stabilito dal signor ministro dei lavori pubblici col

consorzio degli imprenditori stranieri....

— Che! Che! Come? strillarono ad un punto Omobono ed Elvira con la

caterva dei loro clienti, spendolandosi fuori dalle tribune. — Che ha

detto? Quanti ha detto? domandava l'uno all'altro come dubbioso di avere

male inteso; e i compari che si scoprirono parziali a Probo ripetevano

in quilio: venti milioni! venti milioni! Sicchè gli echi della sala

andavano ripetendo: venti milioni! venti milioni!

Probo scese dallo stallo per portare la stupenda obbligazione sul banco

della presidenza.

Il deputato Anussi, isdraelita e trapelo del Seigatti per le salite, nel

contemplare il passo trionfale di costui verso il banco presidenziale

con la dichiarazione in mano, quasi rapito in estasi esclamò:

— O bello! O grande! A te gloria... a te onore... per vita mia, non par

tutto Giuditta che torna in Betulia con testa di Oloferne in mano?

La testa tagliata di Oloferne, nel concetto del brigante ebreo,

significava, già s'intende, la società composta di Egeo, di Omobono e

compagni.

O di Egeo, che ne fu? Avete mai veduto fra le quinte di un teatro di

marionette Tabarrino, dopo finita la sua parte, attaccato a un chiodo?

Giù penzolone le braccia, rigido il corpo e il capo abbandonato sul

petto. Tale era fatto Egeo, il quale però non dormiva, bensì mulinava se

ci fosse verso di trovare per sè una gattaiola donde salvarsi piantando

gli altri nel bertovello.

Probo poi, se avessimo dovuto giudicarne dal celere muovere delle gambe,

si sarebbe scambiato con Mercurio, o per lo meno creduto che Mercurio

per quel giorno gli avesse dato i suoi talari a nolo.

— Ed ora, conchiuse tornato al suo posto, altro non mi resta che pregare

la Camera e il ministero a volersi compiacere di eleggere una

Commissione, la quale, esaminate le proposte da me fatte e le guarentie

che l'accompagnano, riferisca se lo schema del mio contratto sia da

preferirsi a quello esibito dagl'imprenditori forestieri; onde la Camera

dopo matura discussione possa deliberare quello ch'è spediente a farsi

pel maggior vantaggio dello Stato. Ma innanzi che io ponga fine al mio

ragionamento, _sento il bisogno_ di scaricare l'animo mio. Della mia

proposta io confido che non possa nè deva arrecarsene alcuno; non il

_gruppo_ degl'imprenditori stranieri (e tu nota, amico lettore, e notalo

bene, come oggi costumi ingenuamente appellare il consorzio dei

banchieri _gruppo_, ch'è quel nome col quale significhiamo il turbine

generato da venti contrari, che cielo e terra rimescola, e il mare

sconvolge coll'eccidio di quanti ci si trovano a pericolare sopra)

spettabilissimi tutti, dell'amicizia di parecchi dei quali _altamente mi

onoro_; essi non hanno debito alcuno verso la nostra patria: per loro la

impresa non presentava e non doveva presentare altro aspetto tranne

quello di un utile impiego dei propri capitali; ora, se consideriamo la

immensità della impresa, le vicende a cui andrà pur troppo esposta, le

fatiche e le cure, i venti milioni ch'essi calcolavano di guadagnare non

parranno per avventura troppi a quelli che hanno fiore di senno e

pratica di simili negozi; e non mancherà chi li giudichi discreti,

anzichè no. Per noi è evidente che la faccenda procede diversa:

sicuramente noi porremo ogni studio per guadagnare, o almeno per non

rimettere; e se questo non ci riuscisse, ebbene, fin d'ora ci

professiamo lieti e contenti di potere aggiungere anco questo ai tanti

sagrifizi da noi patiti in pro di questa nobile patria...

*

La sfrontatezza (non la verecondia, la quale non ci bazzica più da gran

tempo) la quale si trovava a stare nella tribuna della Camera seduta

accanto a Elvira, sentendosi a coteste parole mareggiare lo stomaco,

ebbe a fuggir via più che di corsa, ed avendo incontrato per le scale la

impudenza sua sorella, che andava a darle la muta, le raccomandò che

andasse su presto ad annacquare il vino a Probo, il quale lanciava

all'aria campanili da mandarle fallite dentro una settimana.

— Molto meno, continua il Seigatti, deve e può arrecarsene il ministero,

imperciocchè chiamati a serio esame le infinite comodità della impresa e

i vantaggi portentosi, non ebbe a credere improvvido il largheggiare di

un venti milioni agl'imprenditori: per me lo giudico addirittura

provvidissimo; arrogi poi che a lui non erano state sottomesse profferte

migliori nè in paese, nè fuori; onde la prudenza persuadeva che non si

lasciassero scappare quello che avevano già in mano; per le quali cose,

tutto bene considerato, se qualcheduno qui ha torto, confesso averlo io,

perchè non fui lesto abbastanza a preoccupare il passo; ma voi, o

signori, sapete ottimamente, chè ve lo insegnò quel dolce di Calliope

labbro, che fu messere Francesco Petrarca:

Rade volte addivien che all'alte imprese

Fortuna ingiurïosa non contrasti,

Che agli animosi fatti mal s'accorda,

epperò mi passo fino ad accennarvi quali e quanti contrasti io abbia

dovuto superare, quante opposizioni vincere; ma poichè adesso, per sommo

della fortuna benefizio, mi sono condotto in porto anche io, mi trovo

disposto a _perdonarle ben mille offese_.

Chè almeno qui da sè stessa discorda.

Ed ora concedetemi, signori, che pigli commiato da voi, soddisfatto di

avere compito il mio dovere: dubitare che voi non adempiate il vostro è

ingiuria che non può cadere in mente in chi tanto come io vi onora e vi

stima.

E si assise. I deputati, ronzando simili alle api, gli fecero grappolo

d'intorno; chi lo baciava in volto una volta; il Ramassi non si tenne

pago se prima non gli ebbe baciato ambedue le guance, e gli volle

mettere le mani su le spalle come fanno i cani barboni quando

accarezzano i loro padroni; per ultimo gli diè con bel vezzo un colpetto

traverso la pancia. Come! Il Ramassi, che non aveva anche digerito

l'ultimo pranzo di Egeo? Proprio _lui_. Elitropio della ghiottoneria,

dalle mense tramontanti si voltava alle levanti. Che colpa è in lui se

la calamita ha mutato polo? Egli scusavasi con la sentenza antica: _Deus

fecit nos, non ipsi nos_.[15]

[15] Tale mi fece Dio, non io.

Probo se ne stava umile in tanta gloria; aveva l'aria di un condannato

di Sibari, dove per ultimo supplizio costumavano annegarlo sotto un

cumulo di fiori: dopo Marat, passeggiato in trionfo per Parigi su di una

seggiola, verun personaggio al mondo raccolse più di Probo grossi fasci

delle amate fronde,

Onor d'imperatori e di poeti.

Non Mario, non Cesare, non Alessandro, non Garibaldi a Marsala, non

Lamarmora a Custoza, e quasi, sto per dire, nè anco Persano a Lissa;

dicono che egli stesso ne fu spaventato, temendo che l'ardore della

apoteosi lo portasse troppo presto in paradiso...

Hai tu mai visto nel bel mese di maggio la passera delle Canarie in

gabbia? Ella scende senza posa e salisce per tutte le cannuccie messe

traverso alla gabbia, e scodinzola, e saltabella, e il capo volge a

destra e a sinistra cantando a distesa; tu fa' conto che questa passera

coll'Anussi non ci è per nulla; tu lo miravi svolazzante per tutti i

banchi dei deputati onde tenerli fermi, o per condurli al piolo; faceva

davanti a loro la fiorata di promesse come i buoni cristiani la fanno di

rosolacci, di ginestre e di pisciacani dinanzi ai preti, nella

processione del _Corpus Domini_. E il povero ministro? Metteva proprio

compassione, stava lì mogio mogio, in sembianza di cavallo accaprettato

a cui il maniscalco dia il fuoco alle zampe per guarirlo dalle galle;

pure, come colui ch'era formicolone di sorbo, mostrando lieto viso alla

rea fortuna, con bel garbo disse:

— In conferma di quanto egli _aveva avuto l'onore_ di esporre sul

principio di questa seduta, dichiarava essere arcicontento che il suo

schema di legge ne avesse provocato un altro, che pareva avesse a

presentare maggiore utilità al paese; acconsentire volentieroso alla

nomina di una Commissione, che pregava la Camera a volere ella medesima

eleggere: persuasissimo che Camera e Commissione studierebbero e

delibererebbero a norma della scienza, coscienza, prudenza e previdenza

di cui avevano somministrato tante e poi tante prove all'Italia,

all'Europa e al mondo.

Applausi pochi, tirati con le tanaglie.

O Egeo che pensò? Io l'ho già detto, simile alla marionetta attaccata a

un chiodo, in sembianza faceva il morto, ma in segreto almanaccava a

quale nuovo Santo avesse a votarsi; appena sentì tirarsi pel filo del

capo, voltò su la faccia, e vista che era la mano del Seigatti, che

maneggiava il filo, diede in un salto, fece un trillo ed esclamò:

— Commissione cinque per cento, ed uno di senseria, mi vi professo

vostro per di dentro e per di fuori:

Sarò quel che più vuoi, ancella o sposa.

E questo tanto più sinceramente egli diceva, in quanto che dugento mila

lire di biglietti aveva di già sgraffignato ad Omobono. Certo di potestà

diventava sbirro, ma gran parte di prudenza umana sta nello spiegare le

vele secondo i venti; così almeno predicano i diplomatici.

Ciò che fa in primavera l'amore nelle vipere, l'interesse opera fra i

banchieri; per amore e per interessi ambedue s'ingrovigliano a gomitolo,

sicchè riesce più facile schiacciare entrambi ad un tratto: piglia un

sasso e buttalo giù sul viperaio, e tu vedrai di qua schizzare capi

tronchi, che dardeggiano lingue biforcute, di là code che furiosamente

s'inanellano, e si raddrizzano, finchè, scemando adagio adagio cotesta

agonia di rabbia, cessino affatto; così accadde dei consorti di Omobono

e di lui.

Probo ed i compari suoi subito posero mano a colorire i concerti

iniziati; egli convertì i vincoli in catene e le ribadì ai piedi, alle

mani e al collo dei suoi fautori; le varie specie delle corruzioni ei

praticò tutte; però bisogna dire che, tentato il terreno con la punta

della pala, se non si rimaneva, ci sprofondava anche il manico; con

alcuni ci vollero biglietti fiammanti (i danari _sonanti_ e _ballanti_

non costumano più), con altri bastarono promesse. Le arti della

corruzione sono vecchie, le inventarono i preti e le insegnò la Chiesa:

_Geezia_ e _Simonia_; e questa mercè _munus a manu et munus ab officio_.

Nobilmente plebei, quanti in cotesta assemblea andavano per la maggiore

corsero al corno che li chiamava alla pastura. Probo Seigatti, col sacco

delle ghiande sotto il braccio, fu Circe per loro; molti vinse la

cupidità, ma troppi più il bisogno di calafatare la barca della

domestica economia, sdrucita così, che le trombe non bastavano a cavarne

l'acqua. Chi si accaparrò la carica di preside, chi fu consigliere,

direttore e vice-direttore, chi ebbe a contentarsi dell'ufficio di

consulente, avvocato o procuratore: insomma una fiera. L'Anussi, da

quello ebreo sparvierato che era, volle cartelle per far quattrini

subito; costui professava, più che devozione, fanatismo per la massima

antica: meglio un uccello in mano che dieci in frasca. Scelto segretario

della Commissione, egli compose un'ode pindarica in numeri arabici

invece di versi. I giornali, ognuno secondo la sua specie, presero a

stridere, a gracidare, a cantare, o con altre diverse voci a far sentire

peani, ed epinici, sicchè per tutto cotesto anno rane, cicale, grilli,

con altre parecchie bestie, sbalorditi, non si fecero più udire. Tutto

cedeva, se mai ci era pericolo, stava nel troppo abbrivo; la cosa andò

giù di schianto; ministri e deputati destri, sinistri e _ventrigli_,

votarono a gara. Ho sentito dire che taluno, nell'estro del suo

entusiasmo, mettesse nell'urna fino a tre pallottole nere. Probo

Seigatti, con immensa maggiorità di fave, era bandito imprenditore della

proposta ferrovia: e la scattò di un pelo che non fosse proclamato padre

della patria.

Ahimè!

Cosa bella e mortal passa e non dura.

Ho narrato la fine dei consorti briganti con Omobono, ma gli uomini

cattivi come i serpenti velenosi non cessano mica per morte di

travagliare il prossimo, e prova ne sia lo stivale del fittaiolo di

Pensilvania, dove rimase fitto un dente di serpente a sonagli; oltre al

padre, costò la vita a due figliuoli, i quali uno dopo l'altro

calzatolo, n'ebbero scorticata la gamba, e quindi dopo breve ora

morirono avvelenati. Omobono e il suo satellizio si posero il pensiero

della vendetta come una corona di spine sul capo; sparsero da per tutto

voci di corruzioni, e non dicevano in questa parte calunnia; di mance

date; salari pattuiti; voti compri come polli al mercato; ma soli non

facevano frutto, o poco; di corto ci si aggiunsero intorno tutti quelli

che, abbindolati dal Seigatti, non ebbero nulla, e gli altri i quali,

delusi, ebbero poco. Di fatti Probo, finita la festa, aveva levato

l'alloro; di umile che fu, ora lo provavano insopportabilmente

arrogante: dapprima si mostrava lungo e disteso come lo spinoso bagnato

dall'acqua calda, ed ora si raggruppava di minuto in minuto come cotesto

animale, se ascolti latrarsi vicino il cane; e non aveva torto, perchè

diversamente la sterminata famiglia delle fameliche formiche lo avrebbe

ridotto pulito più di un Cristo di avorio. I giornalisti, il dì che si

trovarono davanti la greppia vuota, presero a punzecchiare ustolando per

nuova profenda. La invidia andava attorno affannosa co' mantici,

accendendo il fuoco dove non ci era, e attizzandolo dove già era acceso,

sicchè la voce si moltiplicò in voci, le voci diventarono schiamazzi, e

salirono su allagando le aule della Camera, della Reggia, del Senato,

dei Consigli e dei Tribunali. La marea del popolo, quando dice davvero,

vince in furore quella dell'Oceano, e Probo ed i compari suoi, che da

prima se ne ridevano, da un punto all'altro presero a battere i denti

per la paura.

L'Anussi non si pigliava suggezione di palesare spiattellatamente: gli è

vero, e chi lo nega: l'amico Probo mi pagò un milione in premio delle

mie fatiche, ma un milione di carta, bene inteso, sul quale, per ridurlo

in oro, io scapitai due quinti; dunque, alla fine del salmo, mi

entrarono in tasca circa seicentomila lire. O che vi par troppo? Le

notti vegliate, i giorni travagliosi, gli studi, le fatiche, i pericoli

gli avete fatti e gli avete sofferti voi? E poi ho io forse trappolato

il Parlamento? Non gli ho esposto il vero? Non mi adoperai per la buona

causa? Perchè vi lamentate di gamba sana? Ah! voi pretendereste miglior

pan che di grano? Badate che all'ultimo non vi abbiate a contentare di

pane di vecce.

— Sì, gli rispondevano, ma purchè tu ci trovassi il tuo utile non ti

saresti condotto in altro modo quando tu avessi avuto a fare nello

erario uno sdrucio da misurarsi col metro.

— Sabato non è, e la borsa non ci è, rispondeva procace l'Anussi;

intanto godetevi il bene ch'io vi ho fatto, e non mi rompete più il

capo.

Quando poi vide che il cielo si chiudeva minaccioso dintorno, non

istette ad aspettare lampo nè tuono, bensì messo ogni suo valsente in

moneta, levò le tende e si ridusse in più sicuro porto. Sul partirsi

d'Italia non esclamò come Scipione: ingrata patria non avrai le mie

ossa, imperciocchè gli ebrei non conoscano patria, e delle sue ossa non

avrieno saputo che farsene, nè anco manichi da coltello; — e neppure

furono viste seguitarlo fremendo le _virtù prische del latino impero;_

bensì, scodinzolando di qua e di là da vero nabisso,[16] non rifiniva

dal dire:

— O sapete com'è? Chi l'ha a mangiare la lavi, e chi l'ha da friggere la

infarini.

[16] _Nabisso_ vale il _ragazzaccio_ irrequieto,

scombussolatore, metti male e fa male; l'_enfant terrible_ dei

francesi.

Probo anch'egli per un pezzo si raffidò nella utilità che in fine di

conto aveva procurato al paese. Se da altre parti avesse scorticato, o

scorticasse adesso, questa era faccenda da definirsi fra gli scorticati

e lui; certo scorticatore egli, scorticati i soci; ma costoro non erano

mica tanti santi Bartolommei; la pugna era fra pirata e corsaro; e tal

guaina qual coltello. A chi lo aveva aiutato davvero egli aveva largito

o poco o assai la mancia, perchè ogni fatica merita premio, e così

facendo aveva soddisfatto alla legge divina ed alla umana: alla divina,

dacchè il Vangelo comanda: _pagate la mercede all'operaio;_ alla umana,

ordinando il codice che si retribuisca al _prosseneta_ la sua senseria,

e non distingue tra sensali baroni o non baroni, deputati o non

deputati: ora sta' a vedere che andando a braccetto con le due leggi

divine ed umana si abbia a mettere capo alla galera. I beveraggi profusi

da me mi devono procurare favore e reputazione di generoso, non biasimo.

E quando mai in ciò fosse stata colpa, ma che dico io colpa? ombra,

velo, fumo di cosa menochè retta, la quale valesse ad appannare la

squisitezza del senso morale, come mai marchesi, conti, baroni,

gentiluomini tutti di cartello, antichi ministri, deputati che vanno per

la maggiore li avrebbero ingorgiati a gola di acciaio? Alla più trista,

questi dovranno per necessità essere i miei giudici; o staremo un po' a

vedere, se basterà loro l'animo di condannarmi pel boccone ch'essi

masticano sempre! Puta il caso ci fosse colpa, non vi potrebbe essere

giudizio, perchè i giudici per la massima parte sono miei complici. Qui

la è chiara come l'ambra: dubbio non ci può cascare; vorrei vedere anche

questa!

E se accadeva che simili fantasie venissero a frullargli nella testa

quando stava in letto, si tirava giù il berretto da notte fino su gli

occhi e si addormentava _nella pace ineffabil del Signore_.

Così Probo argomentava fondandosi sul dettato: cane non mangia cane; e

sbagliò, però che dovesse all'opposto pigliare per regola di condotta

l'altra sentenza, che i lupi danno addosso al lupo ferito e lo divorano.

Quindi un bel dì si trovò accusato e tradotto alla presenza dei suoi

complici trasformati in giudici. La natura, la quale diede pure

ardimento allo scorpione e l'ira al verme, non corteseggiò niente di

tutto questo con Probo: respinse da sè come una tentazione del demonio

la idea di acciuffare taluno di cotesta nobile ciurma e rotolarlo giù

nel rigagnolo a voltolarsi con lui; fermo nella sua ghiacciata

abiezione, quanto più lo trafiggevano, ei rifaceva il conto su le dita

dell'utile e del danno di rompere paglia con loro: «quando li avrò

travolti nella polvere, forse ritornerò io sopra l'altare? Bisogna

avvertire bene a questo, che se essi mi si mostrano in apparenza

avversi, nol fanno mica per odio di me, bensì per amore di loro, e per

bisogno di provvedere alla propria salute: adesso li sperimento serpi;

se li irrito li proverò aspidi.»

Gli onorevoli furfanti, voleva dire giudici del Seigatti, altro non

facevano che sbottonare contro le arti improbissime dei corruttori; ed

anco, per non parere, non risparmiavano i corrotti; però su questi non

si aggravavano co' gomiti. «Che cosa è mai, dicevano essi, questo civile

consorzio senza la buona morale? La stessa libertà fra gente fradicia

dal mal costume diventa peste.»

Che Dio mi aiuti, parevano muli di condotta, i quali, essendosi

affibbiata sotto il collo una sonagliera, ad ogni moto più leggero della

persona tintinnassero alla dirotta: probità! probità! probità! Caso mai

Socrate li avesse uditi innanzi di morire, ci si sarebbe confessato; e

non che altri Cristo, se ci si fosse rinvenuto in mezzo, si saria

picchiato il petto recitando il _Confiteor_.

Il secolo che muore, vol. III · 第 4 / 23 段