Ora nel mezzo tempo erano accaduti due casi, che importa riferire.

Egeo, compiacendo alla sua prava natura, ed anco a un vago desiderio di

sottrarsi, potendo, alla servitù della Elvira, che incominciava a

provare leggera quanto un pane di piombo sopra lo stomaco, prese a

blandire più che non soleva Amina, la nipote di lei: se veramente ella

fosse tale non sapeva; ne dubitava; tuttavia, poco premendogli di

venirne in chiaro, lasciava andare tre pani per coppia. Di Amina non si

poteva dire che versasse acqua diaccia nella pentola, ma nè manco ci

metteva legna sotto: lasciava che cocesse così lemme lemme senza

spiccare il bollore: — spesso mi trovo imbrogliato a esprimermi come

vorrei, forse ci rasenterò dicendo ch'ella provocava pudibondamente le

carezze, molto più che ogni carezza le fruttava un regalo. Ora, le

carezze di amore, od egli sia di sal fine, ovvero di sale grosso, si sa,

le sono come le ciliege, di cui una tira le quattro e le quattro, venti;

così Egeo, non avvezzo neppure agli assedi regolari, un bel giorno,

trovata sola Amina, volle di punto in bianco baciarla in faccia.

Mi chiamo impotente a descrivere la maraviglia, il furore, il rossore

della castissima donzella, e ci rinunzio; dirò solo che in breve ella

pensò se doveva urlare, o disperarsi, o svenirsi, o che cosa altro

diavolo fare: — deliberò con atto dignitoso respingere da sè il novello

amatore, e significargli con fermo accento:

— Signor Egeo, la prego a tenersi bene a mente che Amina non sarà

baciata da altri, che suo marito non sia.

Ella aveva letto questo esempio in un libro dove si narra di certa

figliuola di uno speziale che tal fece risposta al Re, impronto

sollecitatore di un bacio da lei; e le fu ventura, che per tal modo si

procacciò dote e marito; ma se n'era dimenticata da un pezzo, ed ora le

tornò alla memoria come un cibo indigesto alla gola. Egeo, che da

qualche giorno in poi aveva cominciato a spillare alcun che dei fatti

suoi, stette a un pelo per isbottonare; poi lasciò correre per non

guastare le uova nel paniere.

Diversamente accadde al giovane Omobono, il quale di frequente usava

nella casa di Elvira, molto per necessità di conferire ogni sera o con

lei o con Egeo, intorno al grave negozio che avevano per le mani, e

troppo più per genio, perocchè Amina, vedendolo di persona ben formato e

di modi gentili, diede spesa al cervello ed attese a ridurselo marito.

Arrogi che ella lo immaginava straricco; e adesso nella grandiosa

impresa in cui egli andava a mettere le mani ella vedeva aprirsi una

sorgente inesausta di opulenza. Si mise tosto a fabbricare un'anfora di

elisir di amore, il quale troppo bene le venne fatto, come colei che ne

era maestra, se non che questa volta ci pose maggior cura e ne raddoppiò

le dosi.

Dicono (ma nella _Genesi_ non ci si legge) che il diavolo in persona ne

insegnasse la ricetta ad Eva, subito nella prima conferenza che ebbe con

lei, e che accresciuta, diminuita, rivista e corretta, giungesse alla

perfezione nella quale noi oggidì la vediamo. Basta, anche a rischio di

fare cosa inane io vo' metterla qui: non fosse altro per dimostrare

quanto grande sia la premura ch'io pongo mai sempre a rendere servizio

alle mie leggitrici.

Recipe. — Scrupoli 24 occhiate languide. Idem occhiate ardite. Idem

occhiate velate. Idem occhiate scoperte. Idem occhiate diritte. Idem di

traverso. Dramme 6 risi assortiti a mezze labbra; a scopridenti;

modesti, immodesti e imbecilli.[6] Idem sospiri caldi e sospiri

scorrucciati. Once 9 lacrime in parte risucchiate e in parte lasciate

andare pel verso loro. Libbre 2 lettere di amore senza senso comune.[7]

Mezza oncia di lettere col senso comune. — Misce in acquavite di

libidine colta in primavera e stillata co' lambicchi di Venere celeste,

co' lambicchi della fabbrica del canonico messer Francesco Petrarca;

amministra per una settimana a tre cucchiaiate da tavola per dì. —

Alcune fabbricanti ci aggiunsero non so quali dosi di piè percossi, di

fazzoletti stracciati e di ventagli rotti, anzi ardirono mescolarci

perfino le cascate in sincope, le canterelle e i temperini vibrati verso

i paesi del cuore, ma questi ingredienti, massime i due ultimi, furono

scartati addirittura dal costume elegante. La ricetta dello elisir di

amore dura adesso inalterata nel modo che ho detto.

[6] Questi ultimi incontrano più di tutti.

[7] Anche di queste ci è gran consumo, quasi quanto della

revalenta arabica.

Quando la nave è stagna all'acqua, resistenti le vele, esperto il

pilota, il vento in filo di ruota, gran tratto si cammina in breve tempo

sopra il mare di amore, e i nostri amanti ci camminarono molto: già si

erano aperti i segreti affanni e mostrate le scambievoli ferite, onde

uno fa per l'altro medico a un punto ed infermo; si promisero amore, e

per tenerle saldo giurarono conficcarlo e ammagliarlo coi chiodi del

sindaco e del prete, e con le funi del codice civile e del sacramento,

imperciocchè Amina pendesse allo ascetico e professasse devozione

sviscerata alla purissima Vergine, alla quale non passava sera che ella

non recitasse le litanie. Siccome questo amore aveva a procedere placido

e sereno, e per così dire in bussola, il giovane Omobono ne fece motto

allo zio, il quale non rispose sì, e no neppure; pel momento se ne cavò

col solito: ci penseremo. Anch'egli voleva scoprire marina e veleggiare

secondo il vento; ma il giovane, conforme persuade la nostra natura,

facilmente credendo quanto gli piaceva e gli giovava, la tenne per cosa

fatta e lo disse all'Amina, che per la contentezza n'ebbe il capogiro.

Allora Omobono, non già col piglio di Arsace quando canta: _Eccomi

alfine in Babilonia_, come aveva fatto Egeo, bensì in sembianza umile,

con voce da pigliare per soavità sotto gamba quella del flauto, che

nelle notti di primavera si diffonde sulla tremula superficie del

lago... — e qui fo punto, perchè altrimenti la similitudine romantica

minaccia di vincere in lunghezza la più classica di Omero, — egli,

Omobono, la scongiurò a permettere che con un casto bacio i suoi

legittimi ardori suggellasse; ma ella intemerata a lui supplichevole

rispose come ad Egeo arrogante: veruno uomo l'avrebbe baciata, tranne il

marito dopo celebrate le nozze; lì per lì s'impossessò di Omobono una

maledetta rapina, che l'avrebbe mangiata viva, ma indi a poco,

ripensando alla virtù della donzella e al culto professato da lei alla

Vergine purissima, un lampo di giubilo gli irradiò la faccia per modo

che parve trasfigurata. _La moglie casta è una corona di gloria sul capo

del marito..._ eh! lo ha detto lo Spirito Santo, che se ne intendeva,

andò per quanto fu lungo il giorno borbottando Omobono.

Ma dunque cotesto vostro Omobono, che pure ci avete descritto giovane

elegante, insomma era un ghiozzo da pigliarsi con le vangaiuole? No,

signore, Omobono era innamorato; ed ella fu mai innamorato? Se sì, e non

le incolse peggio, accenda i moccoli ai piedi del suo santo avvocato,

perchè la sua consorte ebbe più virtù che ella giudizio; e però baci la

mano alla sua signora, pigli una presa di tabacco e continui la lettura

del _Secolo che muore_.

Ormai tutto è stato ammannito; il gruppo dei banchieri stranieri,

capitanato da un caporale coi fiocchi, presentò le sue proposte; le

condizioni furono discusse sottilmente, modificate e approvate, le

garanzie richieste accertate con tanti biglietti di Banca Nazionale

messi in deposito; il contratto, sottoscritto dal ministro e dagli

imprenditori, ormai è diventato irretrattabile, salva sempre

l'approvazione della Camera, la quale aveva da parecchi giorni a studio

lo schema di legge; nè, per quanto si sapeva, negli uffici era sorta

nuvola alcuna che turbasse il bel sereno dell'affare. Ogni ora più

pigliava piede il prognostico che la legge sarebbe passata senza serio

contrasto; intanto i mestatori parevano tanti barberi al canapo per

acquistare e palleggiarsi le _azioni_; fra gli interessati era una

irrequietudine, un'allegria da non potersi con parole convenienti

descrivere.

La sera precedente al dì in cui si aveva a discutere la legge per la

concessione della ferrovia in proposito, Egeo volle ad ogni patto che si

facesse cena in casa di Elvira (veramente cotesta casa apparteneva a

lui, e come padrone dì e notte ci albergava, quantunque tenesse aperta

un'altra casuccia in via del Giardino; tuttavia volle una settimana fa

che la Elvira la mettesse in testa sua, cosa che, senza pensare ad

altro, la _garga_[8] di leggieri assentì), e dopo cena un ballonzolo

così tra i banchieri interessati nella impresa ed i clienti più intimi.

Gente tutta volgare: si scorgeva in essa, un miglio alla lontana, il

filibustiere, il quale aveva mutato il mare per la terra; eccetto

l'elemento in loro ogni altra cosa al suo posto come per lo innanzi.

Eccetto la prima parte, tutto il rimanente dello epitaffio di

Sardanapalo formava la pratica e la scienza della loro vita.[9] Bevevano

come tedeschi, fumavano come camini e bestemmiavano come vetturali;

taluno di loro aveva titolo di conte, tutti di cavalieri; e veramente

meritavano esserlo, ma dell'ordine del _Bagno_[10].

[8] Per la significazione della parola _garga_ vedi Giusti,

_Gingillino_.

[9] Si racconta che in Anchialo fosse rinvenuto un monumento

rappresentante Sardanapalo, con questo epitaffio sotto:

«Sardanapalo figlio di Anacyndarasse fondò in un giorno Anchialo

e Tarso. Mangia, bevi ed ama; il resto non vale un fico».

Aristotele dice che la seconda parte di questa iscrizione si

confà meglio a un _porco_ che ad un _re_. Arriano e Cicerone

riportano cotesto epitaffio, ma alquanto alterato.

[10] _Bagno_. È nobilissimo ordine equestre in Inghilterra;

altrove s'intende l'ergastolo dove si tengono i forzati.

Mangiarono e bebbero a ribocco, alternando arguzie fra loro, delle quali

la più mite avrebbe meritato uno schiaffo a cui la profferiva; ma

cotesta gente aveva sortito da natura pelle di rinoceronte, e invece che

con ira venivano accolte con alte sghignazzate e suono di mani con elle:

anzi in cotesta guisa fu aperto il cancello ad una giocondissima

tenzone, dove se uno appiccicava sorbe, l'altro non mondava nespole:

ogni scudo veniva giusto barattato per cento soldi: riferire tutti

cotesti discorsi non parrebbe onesto, basti che il vituperio,

arrandellato fuori di finestra il pudore e il tabarro e il cappello di

lui, tornò a tavola, e quivi, tiratesi su le maniche della camicia,

cominciò a vomitare le più sozze e ree cose che si sieno udite nel

mondo.

— Domani, diceva Egeo ridendo, volto ad Elvira, tu cesserai un momento

il sacerdozio di Venere per quello di Mercurio....

— Perchè? osservava un convitato; forse questi sacerdozi sono benefizi

con la cura delle anime che non permettono il cumulo?

— Ma, entrava a dire un terzo, io porto opinione che la Elvira abbia in

un medesimo punto ministrato alla diva e al nume; anzi, giurerei che

taluno di noi potrebbe farne testimonianza come di fatto proprio.

— Insomma delle somme, urlava Elvira, dissimulando col riso il vituperio

di cui l'abbeveravano, si potrebbe sapere perchè vorreste che io

uficiassi domani in tempio diverso del consueto mio?

— Perchè Mercurio è il santo nostro e di parecchi ministeri, come

sarebbe a dire di quello delle finanze, dell'altro di agricoltura e

commercio, e in particolar modo di quello dei lavori pubblici, da cui

dipendono le concessioni delle strade ferrate. Ora, nel modo che fra

molti popoli marittimi costuma battezzare le navi, tu, Elvira,

battezzerai con le tue immacolate mani la nuova ferrovia.

— Peccato che io non sono turco, chè adesso potrei farmi battezzare da

codeste tue immacolate mani.... disse Egeo, ed alle sguaiatissime parole

aggiunse atti anco più sguaiati.

— Ma che tu sii cristiano non è ben sicuro, gioia mia; onde, per levare

ogni dubbio di mezzo... ecco, ti ribattezzo; — e così favellando afferra

in un attimo la caraffa dell'acqua e tutta glie la rovescia sul capo.

Egeo, di rosso cremisi, diventò colore di fegato, e ciò per colpa della

tinta dei capelli stemperata nell'acqua. Allora si levò un baccano di

risa scompisciate, di convici e di salutazioni un po' diverse da quelle

che le divote inviano a Maria _piena di grazie_; rizzaronsi,

acciuffaronsi, si corsero dietro, con plebei colpi di mano si offesero.

Amina e il giovane Omobono, assorti nei loro amori, per un pezzo non si

addarono dello infernale tramestìo: egli, col frequente premere col suo

piede quello di Amina, le aveva nabissato lo stivaletto di raso turco,

mentr'ella a furia di gomitate gli aveva infranto mezze le costole; così

anche le colombe a colpi di ale castigano i protervi colombi

appassionati: finalmente, travolti pur essi dal vortice, corsero via per

sottrarsi al volgare tumulto, e volando di stanza in stanza ecco

giunsero in un corridore buio. Il luogo, la occasione, lo strepito, il

calore del cibo e della bevanda, con l'accompagnatura di un diluvio di

circostanze _attenuanti_, come dicono i giudici giurati, diedero balìa

al giovane di stringere a mezza vita Amina, tutta confusa, recarlasi al

seno e stamparle un bacio sopra la faccia; ma ella gli guizzò dalle

mani, lo saldò con una solenne ceffata e riprese la corsa; egli, punto

sbigottito, dietro focosamente veloce da disgradarne Apollo quando

perseguitò Dafne, e la potè riagguantare e imprimerle sopra le nude

spalle un secondo bacio con tanto ardore da lasciarci il succhio.

Comecchè le spalle non abbiano denti, tuttavia Omobono si sentì frizzare

da un umore acre entratogli in bocca; e ciò perchè al buio aveva

strizzato con le labbra una certa tal quale pustola d'incerta origine,

ma d'indole più che sicura...

Ditemi, avete voi mai visto nel porto di Genova l'alberatura dei navigli

quivi raccolti quando imperversa il vento di Provenza? Tentennando a

quel modo s'incamminarono al riposo i nostri personaggi: chi si buttò

sopra e chi scivolò sotto il letto; alcuni mezzo spogliati, altri

vestiti. Il Sonno allora, spalancate a due battenti le sue porte, quella

di avorio e l'altra di corno, diede la via alla famiglia intiera dei

sogni, affinchè andassero a taloccare a loro talento i nostri

addormentati.

A Egeo, fra le altre cose strane, parve vedere un Amore, il quale, dopo

avergli messo al naso il morso e la briglia, glielo inforcava di un

tratto a modo di postiglione, spronandoglielo alla dirotta per

ispingerglielo al galoppo: infatti la mattina se lo rinvenne tutto

sanguinoso per esserlo stropicciato furiosamente quanto fu lunga la

notte.

Omobono il vecchio vide addirittura il diavolo, e siccome erano

conoscenze antiche, così lo pregò a dargli un colpo di mano, e il

diavolo gli rispose: _magari!_ e subito dopo gli portò con la forca un

gran fascio di _azionisti_, il quale Omobono avendo messo nel

trinciatoio, mentre per troppa bramosia lo trita senz'avvertenza, onde

ruminarselo a suo agio, si porta via di netto una mano. Fuori di sè,

dallo spasimo, mugola come un toro, intanto che il diavolo, postasi la

mano tagliata al cappello, a mo' di penna, si allontana uccellandolo:

«Bietolone! dovevi fare con meglio garbo».

Omobono il giovane allietò la visione di due farfalle di Casimira, che

si rincorrevano volando di fiore in fiore, finchè incontrata una enorme

_bocca di lione_, non potendo trattenere il volo impetuoso, vi

traboccarono dentro; la bocca del lione si chiuse, ed esse vi rimasero

imprigionate. Allora Omobono si accorse che la farfalla assomigliava

all'Amina e il parpaglione a lui, e non gli increbbe.

All'Amina sembrò le si fosse posato in grembo, come il cigno a Leda, un

magnifico fagiano dalle piume dorate, che ella senza ceremonie si mise

subito a pelare; e pelava e pelava con un gusto che era un desio a

vederlo; quando di un tratto, quasi le piume del fagiano si fossero

convertite in aghi, sentì pungersi le dita; gittò un urlo, si destò e

rinvenne che nel cacciarsi le mani dentro i capelli una forcina l'aveva

trafitta. Per quietare la paura che le durava nel _lago del cuore_,

rischiarata dal lume della lampada che ardeva dinanzi la immagine della

purissima Vergine, sua santa avvocata, si mescè un bicchierino di

liquore della Certosa (ah! quei benedetti frati dove mettono le mani

fanno tutto bene), e dopo il primo un altro mezzo. Le parve essere

rinata; recitò una avemmaria e si ripose a giacere, gustando le

beatitudini del sonno dei giusti.

Se Amina si sognò di essere convertita in Leda, all'Elvira toccò

sognarsi di essere mutata in Danae, e standosene a pancia all'aria

esultava pel rovescio dei marenghi che le pareva le ci piovesse sopra: a

romperle cotesta contentezza sopraggiunse un fischio come di macchina a

vapore; declina lo sguardo, e mira un boa sterminato, che, postosele ai

piedi, fa prova di risucchiarla, e pur troppo si sente attratta da lui

tanto più agevolmente, che conosce giacersi sopra un piano inclinato:

guardando meglio, conosce cotesto piano andare tutto composto di capi

umani, criniti di capelli bianchi, neri, castagni, e biondi, ovvero

zucconi: insomma un esercito: formavano questo esercito tutti coloro che

ella tenne sotto la sua disciplina come amanti, e adesso in un batter

d'occhio li passa in rassegna. Le parve tornare da morte a vita; due

terzi erano cavalieri e nobil gente, dunque la difenderanno; e

s'ingannò; veruno si mosse, o battè ciglio, o profferì parola; e poichè

il boa sempre e più sempre la tirava a sè, ella, non sapendo in quale

altro modo aiutarsi per impedire lo sdrucciolo che di minuto in minuto

diventava ruina, prese ad agguantarsi ai peli ed anche alle barbe di

cotesti capi.... invano! chè la fiera ecco la ghermisce per un piede, le

inghiotte le gambe, le coscie; la stringe nei fianchi, la soffoca, non

può più respirare. Mercè uno sforzo disperato le riuscì levarsi da

giacere supina; allora riprese libero il circolare del sangue, ed ella

si destò spaventata e mèzza di freddo sudore. Lume in camera non aveva;

si gittò giù dal letto, accese la candela ed aperse una maniera di

stipo, che si teneva a lato sopra una tavola da notte, pieno dentro di

bocce di cristallo con varia ragione liquori: lo sogliono chiamare

_cantina_; scelse la boccia dov'era scritto: _Acquavite di Scio_, nè

stette a cercare il bicchierino per misurarne la quantità; se l'accostò

alla bocca, e in una gozzata ne mandò giù più di un terzo; ripreso

fiato, ribevve, e per questa volta ne fece sparire mezza; rotta agli

spiriti ell'era, tuttavia parecchie lagrime le cascarono giù per le

gote. Volle provarsi altresì a fumare un sigaro, ma le cascò subito

dalla bocca; e la fortuna volle che, acceso male, si spegnesse quasi

subito, altrimenti avrebbe dato fuoco alla stanza; ella ricascò sul

letto dove si addormentò di botto.

Sdraiata dorme e russa come un orso.

Tale progresso hanno fatto nelle vie della perfezione le così dette

gentildonne (che di rado troviamo essere donne gentili) da Parini a noi.

CAPITOLO XVI.

LA CONCESSIONE DELLA FERROVIA.

Ecco il giorno, ecco l'ora della discussione intorno alla legge della

ferrovia. Alla Camera occorre ammannita ogni cosa; il presidente messo a

sedere col campanello da un lato ed il cappello dall'altro, parafulmini

entrambi delle procelle parlamentarie: ecco l'acqua e lo zucchero che si

hanno a bere, ed ecco in pronto la eloquenza ch'egli ha da bere: al

fianco del presidente il segretario legge, nel suono della pentola che

leva il bollore, il _processo verbale_ (una volta si chiamava

relazione), il quale viene sempre approvato, per la buona ragione che di

ordinario non ci è alcuno che lo possa disapprovare.

Vedi allestita la stanza dove i deputati vanno a rifare, bevendo, la

voce affranta dalle lotte della tribuna, nella stessa guisa che i

cerusichi tengono in pronto l'ambulanza per medicare i soldati delle

ferite riportate in battaglia. Qui in bell'ordine disposti coltelli,

sarracchi, tanaglie, maddaleoni e fasce; lì bocce, bicchieri, e

bicchierini, e cantimplore, e arnesi altri siffatti.

Taluno afferma che i deputati che parlano meno sono quelli che bevono di

più, ma non gli date retta; coteste lingue le sono come la campana del

bargello, sonano sempre a vituperio.

E' vi ha bevande adattate a tutti i partiti; per la destra limonee,

acetose ed altre simili _acidità_; pel centro sciroppo di tamarindi;

qualcheduno propose aggiungervi _acqua del Tettuccio_, ma non attecchì;

per la sinistra rhum puro e _anisetta_, onde mantenerci il fuoco sacro.

Egli è negli angoli più remoti di questa stanza che tu miri passeggiare

un uomo con la destra sotto il mento e la sinistra dietro la vita, verso

il _coccige_ dove alle bestie spunta la coda, con un foglio; è uno degli

oratori, che deve correre il palio nell'aringo parlamentario, il quale,

ripassa la diceria, che fra poco andrà a _improvvisare_;[11] e perchè la

illusione diventi maggiore, la prelodata mala lingua assicura che fino

dal giorno innanzi egli ha concertato con certi suoi amici compari le

interruzioni, le quali devono parere nate lì per lì per provocare _ex

tempore_ i frizzi e i motti visti e rivisti e corretti dallo autore. Eh!

via, smettetela, cerretani! Credete voi che Cicerone improvvisasse la

orazione _pro Archia poeta_? O Demostene quella per la _Corona_? E Pitt,

e Fox, e Sheridan, e Brougham, credete voi che improvvisassero i loro

discorsi? Sapete voi chi improvvisa? Chi vagella.

[11]

Che 'n delitto nun è _premeditato_

Pelchè avanti lo feci anco _avvisare_.

(Neri Tanfucio, Son. XXXV).

Anche i bidelli secondo il grado hanno indossato le livree, e appeso al

collo la catena; i deputati non ne hanno bisogno, perchè la più parte di

loro venne al mondo sotto lo influsso della costellazione della livrea,

e serva vestita nacque, e serva ignuda perirà. Quando conterete i miei

anni, voi che leggete, andrete come me persuasi che nelle dimore degli

uomini trovano alloggio tanto il genio della libertà, quanto quello del

servaggio, — e ci ha perfino chi li piglia per fratelli. — E rispetto

alla catena, io vi voglio dire che non vidi mai deputati destri scendere

stretti insieme a combattere una legge ostile alla libertà, senza che mi

ricorresse alla mente Giovanni di Lussemburgo re di Boemia, che,

comunque _cieco_, volendo pure pigliar parte alla battaglia di Crécy,

s'incatenò con altri cavalieri, e a questo modo combattendo incontrarono

tutti miserabile morte. Dove non basterebbero Titani co' cantoni di

granito credete potercela voi Enceladi di carta pesta, lanciando

fagiuoli con l'occhio?

Si alza il ministro, che a quei giorni fu un coso nè brutto nè bello,

co' capelli in parte bianchi ed in parte neri; sentiva altresì del

guercio, imperciocchè con un occhio guardasse a oriente donde nasce il

sole, e coll'altro ad occidente dove il sole tramonta; non buono, non

tristo, ma alla occasione più tristo che buono; nei discorsi suoi

limpido come l'acqua piovana, e come lei insipido: insomma un vero

ministro _costituzionale_, creato da madre natura subito dopo il

diluvio, e poi messo lì a stagionare: costui pertanto prese a

snocciolare adagio adagio uno dopo l'altro tutti gli argomenti in pro

della legge nell'ordine col quale glieli avevano imbeccati i segretari;

e conchiuse col dire, ch'egli però non intendeva del rigetto di cotesta

legge fare quistione di Stato: anzi se qualcheduno avesse a proporre

meglio, non si peritasse; approvata o respinta cotesta legge, egli

rimarrebbe.

Udendo Elvira (fino dalle prime ore del giorno convenuta insieme alla

turba degl'interessati nelle tribune della Camera) coteste strane

parole, non potè frenarsi da esclamare:

— Tondo ti conobbi e tondo ti rimarrai. — _Bos in patria, asinus

undique_, come scrisse certo bell'umore per lo epitaffio di un deputato

vivo.[12]

[12] Così, prima che su la tomba, fu scritto su lo stallo del

Boncompagni, deputato, _et haud memorabilis_ compare in Toscana

di tutti i consorti e moderati, i quali ci hanno ridotti a tale,

che di petto a noi Stenterello pare Agamennone.

Omobono, con parole fumanti più del fiato del cavallo che abbia corso a

staffetta, strideva negli orecchi all'Elvira:

— Perdio! Qui giochiamo di noccioli... O questa conchiusione come ci

casca? Ci sia caso che costui mangi a due palmenti? Non sareste fra voi

tutti di accordo?

Il secolo che muore, vol. III · 第 2 / 23 段