F. D. GUERRAZZI
IL SECOLO
CHE
MUORE
VOLUME III.
ROMA
CASA EDITRICE CARLO VERDESI E C.
Via del Mortaro, 17
1885
PROPRIETÀ LETTERARIA
Roma, Tipografia Nazionale.
CAPITOLO XV.
. . . . . . . . . . . . . . . .
— Dei sei sepolti, tu ci hai narrato la via che li condusse al sepolcro
solo di quattro; di due non sappiamo altro che sono là dentro: ora,
questo metodo di far morire i personaggi del dramma prima che siano in
certo modo vissuti davanti _a me_, _io_ lettore giudico addirittura
irregolare, ed anco un tantino sgarbato. Mi difenderò domani: intanto
noto di passo che il camminare all'indietro non dovrebbe fare specie pei
tempi che corrono.
Oggi, buona gente, che siete qui tratta dal desiderio di sapere il fine
di Omobono e di Fabrizio, ve la dirò la storia dolorosa: statemi a
udire, e certo per loro pregherete, se pure vi sia rimasto briciolo di
fede nella vita futura.
Di colta vi devo avvisare che adesso mi tocca a mettere sopra la scena
tre personaggi nuovi, se voglio tirare innanzi il mio dramma: e siccome
voi sapete che non mi aiutano architetti, nè muratori, nè tappezzieri,
molto meno pittori, sartori, scultori e barbieri, e mi tocca a fare
tutto da me, così toglietevi in santa pace che io ve li descriva.
Il primo gli è uomo e per giunta cristiano, debitamente battezzato in
Duomo, dov'ebbe nome di Egeo Bernazzi. Avendolo a descrivere, incomincio
dal capo, membro, come ognuno sa, nobilissimo del corpo umano e
domicilio legale dell'anima; in parte egli era calvo e in parte
circondato da una maniera di siepe di stipa, pari a quella che costumano
mettere intorno all'orto per difesa dei cavoli; presentava tre varietà
di colori: ebano in cima, nel mezzo rame, in fondo argento, per la
ragione che il parrucchiere traditore gli tingeva i capelli, dove ei,
mirandosi allo specchio, se li poteva vedere, gli altri lasciava
incolti, senza curarsi se dietro gli sonassero le tabelle: gli orecchi
parevano lampioni di carrozza, e ci si notava la traccia del buco,
perocchè un dì costumasse portare le campanelle, ed altresì sopra le
braccia aveva dipinto a punta di ago tinta in inchiostro un cuore
trafitto e un Amore incatenato, ma non gli si vedevano, tenendo le
braccia sempre coperte. Io credo che le ciglia, vergognando degli occhi,
gli stessero calate per nasconderglieli, dacchè, quando acceso dalla
rôsa di mordere li spalancava.... misericordia! — rassomigliavano, nati
e sputati, quelli del pesce-cane. La scienza, lo dice _lei_, ha trovato
che, novantanove su cento ci è da scommettere che l'uomo nasce dal
gorilla o dall'urang; per me penso che, una volta rotto il diaccio e
messo in sodo che i progenitori nostri furono bestie, si deve negare
recisamente ch'essi appartenessero ad una specie sola, e sostengo che
per parecchi di noi il vero Adamo dev'essere stato un pesce-cane. La
faccia di Silla, si legge, che pel colore rassomigliava ad una mora
aspersa di farina, quella di Marat al fimo di vacca chiazzato di sangue,
questa di Egeo alla vinaccia sbrizzolata a bottoncini neri, come un
lavoro di mosaico; il naso, un grumo di mosto, e vi so dire che se lo
avesse esposto all'incanto, gli osti se lo sarieno conteso a colpi di
boccale per metterlo d'insegna alla cantina; la bocca dava la immagine
vera di una gramola lasciata mezzo aperta con un lucignolo di canapa
dentro; costui si lisciava, pettinava e ungeva perpetuamente, si lavava
poco, sicchè gli durava perenne in cima alle ugne un orlo certo meno
amabile, ma non però più nero del collarino che circonda il collo alle
tortore.
Questo per ciò che spetta al corpo; e non è tutto, chè il meglio resta
per via; donde venisse pende incerto; taluno afferma di Nuoro, ed
aggiunge che le notizie storiche intorno alla sua famiglia ed a lui si
conservano negli archivi del regno, per la ragione che anche gli archivi
delle questure e dei tribunali criminali possono chiamarsi drittamente
archivi del regno: giovanetto, dichiarò guerra agli orti, ai vigneti e a
quanti panni le massaie ponevano ad asciugare al sole; cresciuto, la
mosse ai pollai in concorrenza colle volpi; più tardi alle pecore in
concorrenza co' lupi solo, ai bovi; e questa volta fu agguantato, e se
non era certo suo fratello prete, uomo tenuto in odore di santità, che
_multis cum lacrymis_ si gettò deprecando ai piedi dei giudici, dalla
maglia dello articolo 609 del codice penale sardo non isgattaiolava. E
questa flussione delle unghie non arrivò mai a guarire radicalmente,
imperciocchè, riuscito deputato, non potendo sgraffignare altro alla
Camera, intascava le candele; e siccome altro non sapeva che di tratto
tratto schiattire in Parlamento: — Si faccia la luce! si faccia la luce!
— un certo bello umore gli tagliò addosso questo epigramma:
Il deputato Egeo con voce truce
Urla che vuol la luce,
Intanto, al suo proposito fedele,
Alla Camera ruba le candele!
A lui, come ai grandi uomini suoi pari, procedè ingrata la patria;
ond'egli, sullo esempio di Scipione, si tolse volontario esilio,
negandole le sue ossa. Venuto in terraferma, incominciò col sonare il
violino nelle osterie, ma poi tirata la somma trovò ad avere buscato più
torzoli che soldi, smise, e, sovvenuto da un suo dotto conterraneo, dopo
luoghi studi apprese i misteri tutti dell'arte del materassaio, la quale
alfine gli increbbe, sentendosi chiamato dalla natura a tosare, non a
battere la lana: gli riuscì entrare nella Borsa come custode; e qui
parve proprio che la fortuna a un tratto lo tirasse su pel ciuffo, ed
ecco come andò la cosa: un tal sensale di un tal quale ministro smarrì
una cedola della Banca Nazionale da lire mille; ora il nostro uomo, il
dì veniente, mettendo in sesto la Borsa, rinvenne il biglietto: egli si
guardò attorno, si accertò essere solo, e, calandosi giù, e da sparvier
lo ghermì e se lo pose in tasca. Ripostolo in tasca e continuando a
menare la granata, mulinava fra sè: «Lo piglio o non lo piglio? Veruno
ti vide; bisogno ne hai; dunque piglialo. Ma mille lire non mi fanno
mica mutare stato; mille lire, a sfondare, mi frutteranno settanta,
ottanta lire l'anno; non ci entra nemmanco l'acquavite e l'assenzio,
mentre se lo rendo, mi acquisterò fama di galantuomo, la quale fama
mettendo a interesse in mano alla furberia ci è caso che mi apra la
strada a guadagnare mille per la via diritta ed altrettante per la via
storta. Bisogna renderlo. Nella stagione dei ladri, cani e galantuomini
costano un occhio». In questo modo l'anima o quella cosa in lui che
aveva virtù di pensare, gli ciondolava per guisa che, immemore di quanto
si facesse, stropicciò con la granata la faccia della statua marmorea
del _Santo Antonio Abate della Borsa_, ond'ebbe poi a faticare un'ora
per ricondurla alla sua candidezza _di marmo_. Conchiuse renderlo. Il
ministro banchiere lo pigliò in grazia; quasi tutte le sue qualità gli
piacquero, ma una riportò il vanto sulle altre, e fu la faccia, la
quale, ormai tinta in chermisi, sfidava ogni assalto aspettato od
improvviso della vergogna. Di corto, o fu ricco o n'ebbe il nome; lo
tirarono su cavaliere, e naturalmente poco dopo commendatore; all'ultimo
deputato. Deputato? Sicuro, e non era dei peggio; e bisognava sentire
quale manifesto composero per lui i comitati dei collegi elettorali! Ma
che virtù di olio di merluzzo, di orzo tallito, di revalenta arabica, di
pillole di Holloway.... anzi di iniezione Brou? Tutta questa roba non
gli legava le scarpe. Donde dunque tanto estro più che pindarico? Ecco:
Egeo aveva promesso ad ogni membro del comitato elettorale un bel paio
di candellieri di argento se fosse riuscito eletto; fu eletto, e li
ebbero: per mala ventura successe che un elettore campagnolo tenesse al
suo servizio una contadina, la quale, come le sue consorelle, era
fornita di mani atroci; costei, nel proposito di farsi onore, prese a
strofinare un candelliere alla disperata, sicchè in breve se lo vide
diventare sotto vermiglio; la donna rimase senza sangue addosso come
colei che temè averlo scorticato, quindi ricorse al padrone,
domandandogli perdono per avere levato la pelle al candelliere. Il
dabbene elettore non capiva; visto il candelliere comprese la ragia.
Credete voi che l'elettore tacesse il tiro furbesco per non restarne
svergognato? Oh! il governo costituzionale ha educato ed educa gli
italiani negli esempi della costanza romana; ribolle sulla virtù latina,
fitta e granita come il fieno, il trifoglio e l'erba medica in
primavera; l'elettore si sentì il coraggio di citare il deputato Egeo
dinanzi al tribunale per sentirsi condannare a pagargli in buona moneta
il prezzo del voto.
Come l'andasse a terminare non mi è noto; credo che il tribunale, non
potendo uscire dalla sua perplessità per giudicare chi fosse il più
furfante dei due, l'elettore o l'eletto, imitasse l'Areopago, il quale,
non potendo condannare la femmina, che nell'impeto del dolore per la
strage del suo figliuolo di primo letto, perpetrata dal secondo marito,
questo uccise, ordinò all'accusata si ripresentasse al tribunale di lì a
cento anni.
Ladri! E chi è che dice ladri? Coloro che appiccano questo brutto titolo
ai signori ministri non se ne intendono. Di fatti, sai tu, lettore,
rubare che sia? Te lo dirò io: la _scienza_ definisce il furto una
_contrettazione_ di cosa dal luogo _a quo_ al luogo _ad quem_ con animo
di appropriarsela.[1]
[1] _Contrectatio_ apud Jurisconsultos significat alienam rem
manu apprehendere, et amovere furandi causa. Paulus. Diges., l.
42, t. 2, leg. 3 ad finem, et lib. 25, t. 2, l. 3.
Ora, vi pare egli possibile che i ministri ed i cozzoni dei ministri
vogliano prendere di queste gatte a pelare? Le sono calunnie prette.
Dunque i ministri non ci è caso che si avvantaggino su quel del
pubblico? E ti basta il cuore a sostenere di questa ragione enormezze?
Rispondo a cui mi interroga: io non ho detto questo: ministri io
maneggiai di due qualità, patrizi e plebei: voraci i primi, i secondi
no, e ciò perchè quelli avvezzi ai bocconi grossi, e a mangiare da due
ganasce, questi alla parsimonia e a brucare in punta di labbra: adesso
però non entrerei mallevadore che parecchi democratici di marmeggie
fossero diventati avoltoi. L'appetito viene mangiando.
Il ministro pertanto (importa metterlo in sodo) non contretta dal luogo
_a quo_ al luogo _ad quem_; il ministro piglia parte della senseria
negli imprestiti pubblici, e non se ne vergogna, perchè nel regno sardo
_ab antiquo_ costumava così, nè uomo poteva malignarci su, imperciocchè
i principi di Savoia, per quello che sembra, avendo eredato da Gesù
Cristo non solo la santa sindone e la corona di spine di Gerusalemme, ma
i _chiodi_ altresì, si sieno trovati sovente a friggere con l'acqua, e
perciò nel bisogno di pigliare di tratto in tratto cinque o sei milioni
a usura, per isconficcarseli da dosso: questo veramente non si può dire
pagare i debiti, ma sì di cinque o sei bullette farne un bullettone
solo; ma non rileva. Ora cotesti principi, come assoluti, essendo allora
padroni di tutto, non solo senza biasimo, anzi con lode di cortesia
potevano largire ai ministri il paraguanto pei denari provvisti. Nel
governo costituzionale all'incontro è un altro paio di maniche, dacchè i
denari non si procurino già pel principe, ma sì per lo Stato, di cui la
sovranità componendosi di tre membri, egli è mestieri che tutti e tre si
trovino d'accordo a donare come a pigliare: accordo facilissimo nel
secondo caso, quanto malagevole nel primo.
Almeno certo ministro di finanze la intendeva a questo modo, e il suo
concetto volle scrivere a guisa di _prefazio_ nello imprestito conchiuso
durante la sua amministrazione pei bisogni dello Stato, ma un famoso
ministro _statuario_ e _stradaiolo_[2] venuto dopo di lui, che diede le
mosse ai tuoni, fattosi presentare il libro, letta e considerata la
prefazione, si fregò sorridendo le mani, e disse: a questo _oremus_
starebbe bene mettere in fondo, per _amen_: «imbecille».
[2] Il ministro a cui alludo fu Vincenzo Ricci, patrizio
genovese, che io rammenterò sempre con animo reverente e
benevolo, comecchè pendesse al bigotto: fu uomo di molteplice
dottrina, magistrato, letterato e politico: in molte cose gli fu
maestro il celebre barone di Zac, e certo egli non poteva
desiderare di meglio. La patria, la quale alzò a dozzine statue
al Cavour, onde lo dico statuario, e da lui nominò a ventine le
strade pubbliche, onde lo intitolo stradaiolo, non pose al
marchese Vincenzo Ricci pietra nè parola; ma io ho ferma fede
che un giorno il popolo italiano, aprendo gli occhi, conoscerà
il Cavour essere stato non fattore, bensì tosatore della unità
italiana, seminatore dell'atroce corruzione che ci affoga e
ciurmatore capitale delle nostre finanze, e convertirà le sue
statue nell'uso che i greci fecero delle trecento statue erette
a Demetrio Falereo, voglio dire in mortai, dove le buone donne
pestano il prezzemolo e l'aglio.
Il ministro sgallina negli appalti, intinge nelle forniture, rosicchia
nelle ferrovie e in simili altri negozi; ma non piglia mica mance. Dio
ne guardi! Da ciò lo tengono lontano la coscienza, e un poco altresì la
memoria dello scappuccio accaduto al Teste, ministro di quella perla di
re che fu Luigi Filippo. Il ministro, tutto al più, pregato e ripregato,
consentirà a stento che nei consigli di amministrazione entrino
fratelli, figli, generi, cugini, biscugini e cognati, insomma tutti i
suoi congiunti in linea retta e trasversale fino al quarto grado
inclusivo: ma, a fine dei conti, o che ci ha da fare egli? Forse non
sono essi padroni di governarsi a modo loro? Il ministro potrà, alla più
trista, indursi a vendere ai concessionari una sua boscaglia, dieci
volte più di quello che costa, ma gli è chiaro come l'acqua che questa
vendita non entra per nulla nella strada ferrata, nè manco come
appendice o corollario; in vero, la macchia è di legno e la ferrovia di
ferro; e poi, o chi ha vietato mai, e volendo lo potrebbe, ai ministri
di fare i loro affari e farli bene? Le sono grullerie da dormire ritti.
Il ministro altresì, in capo al giorno, ha mestieri di sollevarsi un'ora
o due: o chi sarà l'indiscreto che ci trovi a ridire? Verso la
mezzanotte egli se ne va a geniale ritrovo di qualche giocondo uomo, ed
anche di gioconda femmina, e quivi si lascia un po' andare. Diavolo!
L'arco teso sempre si rompe. Certo cotesti uomini e coteste donne (io
non lo vo' nascondere) non erano stinchi di santo; tutt'altro, ed egli
lo sapeva; ma in chiesa co' santi, e alla taverna coi ghiottoni: a lui
bastava gli ricreassero lo spirito. Colà, di mezzo allo stravizio ed
all'allegria, scappava talora dalla bocca al ministro uno enimma, un
geroglifico, una sciarada, che cotesti sparvierati chiappavano a frullo
tirando a spiegarla, e le più volte ci davano dentro; tanto la fortuna
li secondava o l'ingegno. Dove mai, puta il caso, avessero indovinato
che stava per aria qualche grossa notizia politica, la quale, appena
pubblicata, avrebbe avuto virtù di alzare il prezzo della rendita
pubblica, eccoli per tempissimo affacciarsi in Borsa e quivi... sentiamo
un po' se cogliete in quello che ci andavano a fare. — A comprare, voi
rispondete, e v'ingannate. — No, signori; ci andavano a vendere.
Sgomentati, sgomentano: la rendita tracolla: gagnolano e spariscono;
altri subentrano, paiono diversi e pure sono fili dei medesimi
ragnateli: questi fingono svogliatezza e paura: il numero dei venditori,
pecoreggiando, cresce, e nell'orecchio si vanno mormorando a denti
stretti: meglio è cascare dalle scale che dalla finestra; e ti
sbatacchiano in faccia la rendita a gran rinvilio.
Ecco l'ora del pescatore che tira in terra le reti; ecco l'ora che
l'uccellatore getta il giacchio; ecco l'ora del pollaiolo, che, recatesi
nella mano manca le zampe della gallina, le stringe il collo colla
destra e tirando forte la sbalestra nell'eternità; ecco l'ora che il
prosseneta infila nello stidione i giocatori di Borsa per arrostirli;
ecco che li ha begli e arrostiti.... — Non aggiungere parole; io ti
tappo la bocca; tregua alle prediche; esse non riscattarono mai un'anima
dalla servitù del demonio nè da quella della Borsa. — E poi la
Provvidenza ha stabilito ne' suoi eterni decreti che i pesci si abbiano
a pigliare mai sempre con gli ami e gli uomini con gli inganni. Con
l'arte e con l'inganno si vive mezzo l'anno; con lo inganno e con l'arte
si vive l'altra parte: sentenza d'oro, da scriversi in oro sul frontone
delle chiese, delle reggie, dei Parlamenti, dei tribunali, e, per
istringere tutto in una parola, sopra le porte di ogni città
addirittura.
Gli uccellatori rendevano conto della preda fatta al ministro, il quale,
mentre riscontrava i biglietti di banca, borbottava: _prima pars mihi
nominor quia leo_, e si sentiva rimuginare in corpo una voglia terribile
di andarsene fino in fondo alla parlata del lione; ma, pensando poi che
la medesima storia si aveva a riprincipiare il giorno appresso, e non
poteva fare a meno di loro, spartiva in modo da rimandarli contenti. —
Ebbene, o che questo si può dire rubare? Dov'è, dov'è, la
_contrettazione_ dal luogo _a quo_ al luogo _ad quem_ prescritta dal
giureconsulto Paolo, come costituente la natura del furto? Sfido
qualunque procuratore del re a trovarcela dentro. Anco denunziando il
caso al Parlamento, forse questi lo qualificherebbe _indelicato_, e
avrebbe torto marcio, imperciocchè _delicatezza_ significhi morbido,
liscio e soave al tatto, qualità tutte che assai si confanno alle
mammelle delle fanciulle, non già alle mani dei deputati, molto meno a
quelle dei ministri, le quali, per governare valorosamente, vogliono
essere aspre e forti, e soprattutto _indelicate_.
Comecchè Egeo, pari alla iena, si cibasse co' rilievi del lione,
tuttavia dei danari ei ne raccolse, e di molti: ma la farina del diavolo
se ne va tutta in crusca. Appena costui aperse l'anima ai raggi del sole
della galera a vita, i sette peccati mortali (altri dice otto;
contentiamoci di sette) gli ci entrarono dentro con la foga dei
contadini, quando, udito l'ultimo tocco che chiama alla messa,
prorompono in chiesa: però tre soli rimasero padroni del baccellaio
cacciandone via gli altri a perticate; i tre rimasti in casa furono
gola, avarizia e lussuria.... Già si sa, la parca torce per ordinario le
vite umane con questi fili a tre capi. Dell'avarizia parmi avere detto
assai; però, posto in sodo che avarizia vera va composta di due parti
uguali di cupidità per acciuffare, e di strettezza per tenere, bisogna
dire che in lui la prima maggioreggiava assai più della seconda; anzi
questa, talvolta trasportata dall'ardore di passione più veemente di
lei, pigliava sembianza di prodigalità. Così vero questo, che nella
spesa della mensa non intendeva risparmi: niente gli pareva buono se non
costasse un occhio, e nulla gli sembrava cattivo di quanto la fama
predicava rado: vizi vecchi di gente corrotta; usanze consuete a coloro
che si cibarono troppo più tempo che non vollero di polenta di meliga.
Volle altresì magione nobilesca e suppellettile sontuosa: l'arme sua da
per tutto, cioè quella che gli fece un pittore da insegne di osterie per
venti lire. Egli poi architetto, ornatista e tappezziere: una variante
sguaiata della pianta di Omobono Boncompagni, il nostro amico banchiere.
Costui aveva conficcato sopra il suo palazzo l'architettura come Cristo
in croce; ci spasimava da fendere il cuore a chiunque l'avesse veduta:
le belle arti rinchiuse a mo' di belve feroci dentro il suo albergo, ci
si arrapinavano, e in perpetua lite si bisticciavano fra loro: le
mobilie di foggie diverse affastellate in mucchio ti davano più che
altro testimonianza di saccheggio: pochi i servi e vestiti a nero, ed
inguantate le mani di bianco, ministranti ad un padrone che le aveva
perpetuamente sudicie.
Così pure negli amori: mandava al mercato per gli amori come pei polli:
femmine non illustri per infamia scartava e le mutava spesso: poneva
grandissima parte di reputazione comparire in pubblico con cavalli
diversi attaccati alla sua carrozza, e con donne diverse attaccate al
suo braccio.
Fra le pitture di Pompei ne occorre una assai festevole in vista, la
quale rappresenta una pollaiola che vende amorini raccolti dentro una
stia, ed è nell'atto di profferirne uno agguantato sotto l'ale, a modo
di piccione, allo avventore: ora ciò che un giorno fu argomento di
gioconda piacevolezza per un pittore, alunno non meno di Apelle che di
Anacreonte, fra noi divenne lurida realtà; e le pollaiole, non come in
antico pei mercati e su i trivi, ma in casa, in chiesa, nei teatri e pei
fôri; nè esse femmine volgari o grossiere, bensì gentildonne nudrite co'
profumi della fina educazione. Comunque sia, il nostro Egeo sembrava
che, toltosi dal culto di Venere _peribasia_, avesse gettata l'àncora
accompagnandosi con una amante sola; e di vero egli stava attaccato ad
una donna, ed una donna a lui, con l'affetto di due fuste che si fossero
uncinate per darsi l'assalto.
Dell'uomo vi ho parlato con amore; adesso della donna. Nella prosodia
latina corre la regola: _derivata patris naturam verba sequuntur_, nella
prosodia delle famiglie la regola muta, e dice così: — _derivatae matris
naturam filiae sequuntur_; ovvero tal figlia qual madre; e se falla,
segnala col carbon bianco. Prosapia patrizia; figlia unica e
perdutissima di madre perduta. Il padre suo ne perì di crepacuore,
accarezzando unico conforto la speranza che il sepolcro seppellisce con
lui la sua vergogna, e nè anche di questo gli volle essere cortese il
sepolcro. — Un gentiluomo proprio di sangue purissimo celeste appetì la
giovanetta, e la ebbe, chè a braccia quadre glie l'affibbiarono i
genitori, come ortolano che scaraventa la pianta dello aconito nell'orto
accanto. Al marito marchese, poichè l'ebbe provata, non parve esperta a
bastanza, onde per compirne l'allevamento l'allogò in un sodalizio di
_meretrici illustri_[3] affinchè si esercitasse. Quivi ella apprese
dall'arte la pratica e la scienza, e tuttavia, non soddisfacendo le
voglie del troppo esigente marito, si separarono di amore e d'accordo. —
Egli, inquinandosi in ogni più vile turpezza, si disfece in tabe; ella,
furiando nelle libidini, passò in più mani, che non corse mai fiaccola
nei lupercali di Roma, e se ne compiacque.
[3] Per me, mi sono dichiarato sempre nemico mortale dei titoli.
Demolii il _chiarissimo_, perchè trovai che i sensali lo
applicavano, e bene, all'olio di Lucca: onde a me parve cosa non
degna che i dotti venissero a gara di titoli coll'olio di Lucca.
Adesso sbraciano con la pala a tutto pasto il titolo di
_illustre_. Lascialo stare, perchè, secondo la testimonianza di
_Servio_, ad _Aen._ b. v. 758, i romani solevano attribuirlo
alle meretrici e ai senatori, desumendolo da _lustrum_, parola
che significa giusto _lupanar_, o vogliamo dire _bordello_.
A cui leggendo siffatti vituperii, biasimando, dicesse: cotesti sono
ditirambi di mente depravata, risponderò con le parole di Tacito,
allorchè scrive di Messalina:
«Veggo che parrà favola, che persona ardisse cotanto in città, che tutto
conosce e nulla tace.... ma io, senza punto aggrandire, dirò quello che
ho letto ed udito dai vecchi»[4].
[4] Ann. 11, § 27.
Ed io correggo: — quello che ai tempi miei come cosa notissima
l'universale affermava e da veruno negavasi.
E tuttavia, comecchè le levassero i pezzi da dosso dietro le spalle,
davanti la incensavano sempre: in pubblico ognuno avrebbe schivato darle
braccio, mentre in privato facevan calca di baciarle la mano, e ciò
perchè ella continuava a godere credito, o dava ad intendere goderlo. Lo
interesse altrui metteva lei nel lambicco; ella dal canto suo ci metteva
altri, e ognuno si industriava a stillarne più utile che poteva.
L'affetto un dì legava con lacci di rose, ma l'interesse oggi stringe
con le manette peggio di una guardia di pubblica sicurezza.
Costei essendo capitata nelle mani di certo famoso ministro, questi,
tenutala per alcun poco di tempo, la rimandò dicendo: «Bella mia:
conosco che tu possiedi tutte le virtù teologali, e forse avrai ancora
le cardinali, ma se tu duri a trattenerti in casa mia ancora un mese, tu
me la riduci in cenere.» Così avarizia vinse libidine, ed il conquasso
di due vizi venuti in urto fra loro parve virtù. Anco Demostene avendo
domandato a Laide quanto faceva i suoi abbracciamenti ed uditolo,[5]
disse: «Non pago tanto caro un dispiacere.» Gli avvocati furono sempre
uguali; non la coscienza, ma il prezzo avvertì costui della turpezza
dell'azione che voleva commettere.
[5] Mille dramme, o lire _codine_.
Forse veruna femmina al mondo testimoniò meglio di Elvira il simbolo
significato anticamente dalla pittura di una donna, la quale nella
destra portava una fiaccola e nella manca un gancio, per dimostrare lo
schianto della casa donde usciva e la devastazione di quella dove
entrava; nei luoghi pestati da lei non cresceva più erba; ella
distruggeva per vanità, per esercizio di tirannide, per malignità di
natura, per voluttà, per leggerezza; breve, la distruzione era l'aria
respirabile della sua vita. Come mai Egeo si fosse tirato addosso
cotesto unguento da cancri, è facile immaginarlo da quanto ho avvertito;
perchè non se lo levasse dattorno.... non ci era riuscito, e ormai non
poteva farne a meno; come l'ellera fa ai muri, lo scassinava, ma ad un
punto lo reggeva.
E poichè ella era più furba di un famiglio dell'Otto, certo dì,
passandosi in rassegna davanti lo specchio, ebbe a persuadersi che
volendo continuare in cotesta vita un pezzo le faceva mestieri di
coadiutore: così i provvidi capitani di lungo corso si muniscono per
ogni fortuna di doppio apparecchio, di alberi e di vele. Non ebbe a
travagliarsi troppo tempo per trovarlo anco superiore alla speranza: le
occorse di colta una giovane bella, alta, bionda e di gentile aspetto:
le sfolgoravano gli occhi colore del cielo, ma le ciglia pudibonde
glieli velavano in parte, come la mano di Psiche la lampada, allorchè,
in mal punto curiosa, mosse a vedere com'era fatto Amore. I cieli (e
dichiaro così, perchè davvero io non saprei a cui altro attribuirlo)
l'avevano dotata di un dono insigne, che io per me antepongo allo stesso
cinto di Venere, ed era la facoltà di arrossire a suo piacimento fino
alla radice dei capelli; la voce le spirava dalle labbra fragranti,
soave come l'alito vespertino in mezzo ai fiori. Insomma, per farvela
breve, sapete che cosa io vi ho da dire? Che se l'arcangiolo Gabriele
fosse stato spedito a lei per annunziarle imminente la _calata_ dello
Spirito Santo, si sarebbe peritato — seppure non avesse creduto meglio
di fare per sè. — A giudicare di colta, o al lume dei doppieri, tu le
avresti dato venti, o tutto al più ventidue primavere, ma sopra il suo
cuore era passato il freddo di ben ventiquattro inverni.
Donde mai l'andò a scovare la nostra Elvira? Dal limbo forse? Dal
purgatorio? Scappucciatevi e riverite. Elvira, la quale talvolta si
sentiva pungere da un bruscolo di carità nel cuore, come da un bruscolo
di paglia negli occhi, visitando gli infermi all'ospedale, la rinvenne
quivi giacente in balìa di una Dea.... Per guarirla non ci fu altro
rimedio che raccomandarla a un Dio, il quale, trasfondendosi in lei, le
ridonò salute. Presela in casa, la rimise a nuovo, e così bene le venne
fatto che insuperbì di cotesto restauro, e sulle prime caldezze si
decise di darla ad intendere per figlia; pensandoci meglio non ci trovò
il suo conto: cugina era poco: si fermò a nipote, figliuola di non so, e
non lo sapeva nè anch'ella, qual fratello, morto alla battaglia di
Novara; così le parve che stesse a pennello; del resto va da sè, che la
fanciulla era nubile e partecipe dello attributo largito da Maometto
alle Urì, voglio dire di rinnovare la propria verginità ad ogni quarto
di luna.
Adesso che da me sono state descritte le nuove _dramatis personae_, sta
a loro uscire dalle quinte e recitare la parte.
Le cose della ragione di Omobono Buoncompagni e C. andavano troppo
peggio che zoppe; a tenerle su ritte non era bastato il barbacane dei
biglietti falsi, imperciocchè ormai non se ne sarebbe potuto, senza
manifesto pericolo, mettere in commercio copia maggiore. Omobono, quando
prima s'ingaggiò in questo partito disperato, sapeva ottimamente che
dopo un certo tratto la via si biforcava in due, di cui l'una poteva
mettere capo ad una contea, e l'altra alla galera: adesso, tentato per
bene il terreno, gli pareva essere senz'altro entrato su quella della
galera. Nella tempesta si prova il pilota; ond'ei pensa e ripensa, gira
e volta, sbirciala per la diritta e alla rovescia, ecco gli piove una
ispirazione dall'alto.... Se arrivasse a comporre una società in
accomandita per la costruzione di una strada ferrata! Se la concessione
dal governo di fabbricarla! Niente sarebbe perduto, all'opposto salvata
ogni cosa: nuovo olio sarà infuso nella lampada, la casa sua rifulgerà
di raddoppiato splendore: la massa dei biglietti falsi si dileguerà come
nuvoletta di estate nell'orizzonte purificato: dunque qui dentro tutti,
coll'anima e col corpo; mano ai ferri subito.
Chi legge facilmente comprenderà come Omobono dovesse conoscere Egeo, e
di che tinta! Si amavano svisceratamente, giù per lì come Federigo II
Maria Teresa, di cui la passione, secondo quello che egli stesso diceva,
non si sarebbe quietata se prima non l'avesse veduta ignuda. Adesso
trovaronsi insieme; accordaronsi; con forze unite stabilirono proseguire
un fine comune, pure guardandosi le mani. Dopo lunghi ragionamenti
gittarono le basi della grandiosa impresa come uomini di siffatti negozi
intendentissimi; in seguito aggiunsero alle conferenze il Nassoli, il
nipote di Omobono ed Elvira, disegnando meglio il concetto; poi presero
a colorirlo: ad ognuno fu assegnata la sua parte; diviso il lavoro;
pattuito il guadagno; descritte le vie da correre, le terre da
coltivare, gli uomini da sfruttare, gli aiuti da conseguire, le
reputazioni da impiegare; i banchieri co' quali negoziare e dividere.
Incominciarono col rendersi per via di doni favorevoli quanti stavano
attorno ai ministri, e di leggieri ci riuscirono, imperciocchè anco gli
Dei, _antichi_ sieno o moderni, si rallegrano per le offerte dei
mortali; ed anco Giove viene pei doni propizio, assicura Omero; e nella
_Genesi_ si legge che Dio s'impermalì contro Caino, però che questi gli
si mostrasse meno generoso di Abele. Del Dio romano io non parlo
nemmeno, che i preti cattolici senza tante invecerie gli hanno appiccato
al collo il cartello con la leggenda: _point d'argent, point de Dieu_.
Ora, se anco gli Dei agguantano i doni a due mani, dovranno gittarli
fuori di finestra i semplici mortali? Chi tale pretende non se ne
intende.
Nè rimasero trascurati gli imi, i quali a prova sperimentiamo spesso più
utili dei potenti, e con poco mantengonsi bene edificati; i pesciolini
di vasca corrono a frotta ai bricioli di pane, i tozzi li spaventano.
Allo sforzo continuo degli interessati irrequieti a soffiare co' mantici
in mano, il metallo prese a squagliarsi.
Il ministro più che volente era entrato nel disegno; se repugnante,
sarebbe stato lo stesso, che lo avrebbe travolto senza rimedio lo
_impiegatume_, ai tempi nostri con reo nome, convenevole alla cosa,
appellato _burocrazia_. Questa cancrena degli Stati ti avviticchia e ti
attortiglia, non già terribile quanto i serpenti venuti da Tenedo
Laocoonte e i suoi figliuoli, bensì a modo di _lombricaia_ schifosa e
invincibile.
Io non so se gli impiegati convengano la sera insieme a pregare, ovvero
ognuno preghi da sè; fatto sta che tutti, prima di coricarsi, si
genuflettono accanto al letto, e con le mani giunte a punta di lancia,
sicchè sembra che vogliano sfondare il cielo, cantano sull'aria del
_Veni Creator Spiritus_ una invocazione al Genio dei manifesti teatrali,
dei discorsi della Corona, delle esposizioni dei direttori delle società
in accomandita e dei programmi ministeriali, affinchè si degni stabilire
dimora permanente in Italia, e sì gli dicono:
«O nato da un tagliacantoni in Ispagna, battezzato in America, dove gli
fu compare Barnum, e nudrito da una spaccamonti in Francia, deh! non
aspettare (poichè la prima volta hai potuto scamparne per miracolo) che
i prussiani ti attrappino la seconda e ti taglino l'ale: che cosa
diventereste allora? Un passerotto saltellante per casa destinato a
cibarsi di pappa ed a morire del male del calcinaccio; passa le Alpi e
vieni ad abitare fra noi; in Roma ci puoi stare anche tu; noi ti
aspettiamo a braccia aperte: quasi vergine qui troverai il terreno:
insegnaci tu a ridurre a cultura le immense pianure della bugiarderia e
la virtù dei concimi della sfrontatezza e della impudenza: portaci di
quel prezioso seme di balordo, che, sparso a tempo con le regole delle
società in accomandita, fa, come abbiamo udito da persone degne di fede,
delle cento per uno: ammaestraci a segare la messe degli azionisti
babbei. Scendi, o invocato, scendi. Il genere umano non si mostrò mai
ingrato ai suoi veri benefattori; mira! Trittolemo, che insegnò ai
mortali l'arte di seminare il grano, e Cecrope quella di raccogliere le
olive, e il Cavour quella di piantare carote, ebbero devoti, sacrifici e
simulacri. Noi saremo tutto per te; qual più vorrai intorno al tuo capo
corona di alloro o berretto da notte; che se ti piacesse avere le mani
in pasta, noi ti procureremo il portafogli dell'agricoltura, o se
piuttosto ti talentano gli onori, ecco qui, tu ti puoi sfiorire. Vuoi
croci di Corona d'Italia? O vuoi commende dei santi Maurizio e Lazzaro?
Parla, non peritarti: solo non ti promettiamo collari, perchè cotesta la
è roba da cani». La industria degli abbindolatori consiste nel mescere
il vero col falso, ed anco nel metterti il paraocchi prima di mostrarti
un negozio, perchè tu veda la strada piana innanzi a te, ma ti rimanga
nascosto l'abisso che ti si scoscende allato. Però in questa faccenda
gli ufficiali potevano assai di leggieri dimostrare al ministro che la
impresa proposta era migliore a pane che a farina: ed ora gli
magnificavano il concetto di porre, per virtù di queste strade, in
comunicazione celerissima fra loro le parti più remote d'Italia:
l'agricoltura ampliata, accresciute le industrie, i commerci promossi:
paduli sterminati convertiti in campi fiorenti di ogni bene di Dio:
bonificato l'aere maligno, le maremme scomparse: in mano alla madre
natura messo un pettine d'avorio, laddove prima ravviava i capelli ai
suoi figliuoli coll'erpice: le boscaglie infami un dì per latrocini ed
omicidii, ora ridotte in dilettosi recessi dove le coppie innamorate
vanno.... a far funghi.
La _burocrazia_ cala un'altra _veduta del mondo nuovo_, e mette sotto
gli occhi al ministro i benefizi della secondata corrispondenza, non
pure d'interesse, ma sì d'intelletto e di affetto fra le molteplici
generazioni della gente italica, donde ha da nascere la _fusione_ vera
di tutte in una famiglia sola; perchè, caro mio (i segretari generali
danno del _caro mio_ al ministro), la non si confonda, i vari pezzi di
cui va composta l'Italia per ora stanno cuciti a _filzetta_, mentre
prudenza consiglia ad assicurarli a _sopraggitto_. Di più, consideri
quali e quanti vantaggi ridonderanno dai quattrini stranieri risucchiati
qui da noi. E ci hanno cervelli malsani che temono possa perpetuarsi a
questa maniera la dominazione degli avventicci, surrogando in certa
guisa la prepotenza del danaro a quella delle armi; non dia retta, le
sono fisime coteste. Il concetto del Danton, che il cittadino non si
porta sotto le suola delle scarpe la patria, non è pensiero, bensì
dolore di corpo dei repubblicani di quei tempi: oggi non usa più, e i
repubblicani dei giorni nostri cantano a squarciagola il coro degli
zingari del _Turco in Italia_: «Nostra patria è il mondo intero.» Ad
ogni modo, se non ce la porta il cittadino, ce lo porta il banchiere:
patria per lui ogni paese dove il denaro frutta dal venti per cento in
su. Di fatti gli ebrei furono chiamati a Firenze dalla repubblica a
patto che, oltre il diciotto per cento sopra la moneta prestata, non
avessero a pigliare per usura. Tanto vero che pel banchiere patria è
quella dove fiorisce l'usura, che gli ebrei non sono voluti tornare in
Gerusalemme: per la fabbricazione del tempio avrieno potuto aspettare,
ma per la Borsa no: è indispensabile che ce la costruiscano prima.
Edificata che sia, quel Dio che precedè il popolo d'Isdraele verso la
Terra Promessa dentro una colonna di fuoco, lo ricondurrà a Gerusalemme
avvolto in una nuvola dove si leggerà scritto: «interessi al 50 per %,
netti da provvisione e senseria.»
E non ci ha dubbio, i pensieri e gli atti di banchieri rassomigliano a
capello agli atti ed ai pensieri dei tarli; ma come ai tarli avviene
trovare per ordinario la morte nel buco ch'ei fanno rodendo, così dai
corpi dei banchieri strani, morti nel nostro paese, la natura caverà
l'_umo_, o vogliamo dire terra vegetabile per piantarci _cavoli
nazionali_. Vantaggio strepitoso, incalcolabile! Arrogi che ingegneri e
scienziati, così inglesi come belgi, francesi e alemanni, qui accorrendo
ad esercitare le loro professioni, le insegneranno agli italiani; e come
degli ingegneri dicasi degli operai, e perciò dobbiamo aspettarci di
veder sorgere qui industrie doviziose, non mai più viste nè conosciute
in Italia....
O segretario generale caricato per compire la tua sonata fino all'ultima
nota, tu pigi troppo e corri rischio di sfondare l'organo. Quando la più
parte d'Italia si reggeva a repubblica, ricorda che a Firenze fiorivano
le arti di Porsammaria e di Calimara, mentre la Inghilterra ci mandava
le sue lane gregge ai tempi di Enrico VIII, e la sua figliuola, la
potente regina Elisabetta, non usava calze. Le grandi e nobili industrie
risorgeranno fra noi quando tutte le arti maggiori non consisteranno
nello scorticare e nel frodare; e quando frutterà più onore scoprire una
stella che una baldracca al regio scannatoio, o una taglia pel regio
erario; quando finalmente il premio alla virtù non si butta per terra,
affinchè ella nel raccattarlo s'infanghi... Oh! scusino, signori: io mi
batto il petto e mi chiamo in colpa, se in un impeto di passione mi è
cascata la maschera; torno a riallacciarmela subito ed a mostrare di
ridere perchè altri rida.
Approssimandosi il tempo di tirare in terra le reti, gli amici Omobono
ed Egeo ebbero insieme questo ragionamento.
— Egeo, io ti ho da dire una cosa.
— Amico mio, dimmene due.
— Io ti ho da dire che più ci penso, e più sembra non sia stato
ammannito abbastanza il terreno parlamentare.
E questo osservava costui per paura, perocchè sapesse pur troppo di far
del resto sopra l'ultima carta; mentre Egeo, il quale credeva di aver
mestato più che Carlo in Francia, rispose:
— Di più non si poteva; non sono mica terre da conciarsi col guano i
deputati, nè con la pollina, nè con altri ingrassi.
— Che vuoi tu? È meglio avere paura che toccarne. Per me, se fossi papa,
metterei la indulgenza plenaria a chi mi pestasse dentro ad un mortaio
quei cialtroni di deputati repubblicani; to', ci pestarono un filosofo,
potrebbero pestarci anche costoro, che non sono filosofi.
— Eh! la garberebbe anche a me; ma non usa più adesso pestare la gente
nei mortai, e bisogna adattarci ai tempi. Tu, però, affoghi dentro un
bicchiere d'acqua: dimmi, hai tu mai pensato cotesti repubblicani che
sieno? Come le femmine, le quali dopo essersi arrabattate molti anni
invano a farsi tentare, per disperazione si vestono monache, così
certuni deputati, poichè rimasero due o tre sessioni in mostra su gli
scanni della Camera, a mo' dei mezzi cocomeri sopra la scalinata, senza
attirarsi carezza o sguardo del governo, per disperati si gettano al
repubblicano. Essi si cullano nella fiducia che veruno conosca il fatto
loro, e invece tutti li conoscono dall'_a_ fino alla _zeta_, e li
deridono; di costoro, va' pur sicuro, la voce, da qualunque parte del
corpo la mandino fuori, è stimata del pari.
— Di parecchi io non contrasterò che tu abbia ragione da vendere, ma per
altri poi.... noi che di virtù c'intendiamo.
— Noi conoscitori di virtù! Si vede espresso che tu hai oggi, Omobono,
alzato il gomito a tavola.
— No, non è questa la ragione; vieni qua che te la dirò dentro un
orecchio: — per conoscere i galantuomini non ci è quanto i furfanti;
basta metterci accanto a loro per vedere subito la differenza. Persone
che s'incocciano nella onestà ce ne fu sempre, e ci sono.
— Gua'! ci sieno; il nostro mestiere sta nello annientarle, non col
pistello, ma in altra maniera consentita dalla odierna civiltà.
Osservale bene e vedrai come le si distinguano in due categorie: in
iraconde ed in flemmatiche: le prime di più facile cottoia, sicchè
quando esse tutte infervorate favellano, e noi o tossiamo, o
stranutiamo, o sbadigliamo, od esclamiamo in diverso tono le cinque
vocali, o buttiamo là una buffonata.... insomma _fraus arma ministrat_
per confonderle; se mostrano i denti accennando a mordere, e noi
componiamo a gravità il sembiante, ma sotto ai banchi lavoriamo di
piedi. Di siffatti tiri noi possediamo un flagello, e non ci accade mai
di votare il sacco; per ordinario non siamo giunti al terzo, che le
iraconde pigliano il cappello, sfogansi in fulmini di parole, che non
hanno mai incenerito alcuno, e se ne vanno via colla spuma alla bocca.
Buon viaggio! A nemico che fugge ponte di oro. Co' deputati flemmatici
si desidera un altro governo. Tu sai come la polizia, sotto gli
stoppacci dei suoi calamai, allevi un semenzaio di giornalisti; è patto
fra noi e la polizia che ad ogni nostra richiesta ce ne abbia a fornire
un corbello: sovente ce li dà a mezza gamba, purchè facciano un viaggio
e due servizi, vale a dire calunniatori per noi, per lei spie; ma
talvolta ci tocca pagarli a noi soli, e sarebbe un guaio se non
rinviliassero ogni dì, stante la portentosa loro moltiplicazione. Io non
so di anatomia, ma li credo di natura di cimice, che ha i due sessi,
così almeno dicono. Costoro valgono oro quanto pesano: nel riferire
ch'ei fanno in succinto le orazioni di questi deputati che voglionsi
demolire, se ne sopprime con diligentissima cura il buono e il bello; se
ne arruffano gli argomenti, i raziocini si alterano; le parole si mutano
così che paiono matte o briache. Quei dessi che le profferirono,
rileggendole, forza è che esclamino: possibile mai che noi abbiamo
sciorinato tante melensaggini? No, voi non le avete discorse, ma come ne
chiarirete il paese? Intanto il ragguaglio doloso, stampato sopra
centomila fogli, il vapore con lena affannosa trasportò da un capo
all'altro d'Italia; dentro ventiquattr'ore si lesse a Susa e ad Otranto.
La _Gazzetta Ufficiale_ seguita i nostri giornali alla lontana, come san
Pietro Gesù quando lo trasportavano al pretorio; e poi chi la legge?
Ovvero vorranno riparare con le proprie forze alla botta proditoria?
Fuori danari, e quando la tua orazione vedrà la luce, riveduta e
corretta, sarà tardi: il vortice perpetuo dei casi quotidiani avrà tolto
ogni importanza ai fatti passati: il paese accorrà il tuo discorso come
un cavolo a merenda. Possediamo altresì un altro segreto, e questo
consiste nella congiura del silenzio: ai Piombi di Venezia e al Canale
Orfano sostituimmo la pratica di non profferire mai il nome della
persona a noi infesta, non cenno circa i suoi scritti, non allusione
sopra i suoi gesti... tenebre ed oblìo intorno a lui... in breve ti
comparirà una figura deforme nel fitto alla caligine.... figurati una
maniera di sfinge più che mezza affondata nella sabbia del deserto.
Vorrà ostinarsi a stare? Che cosa importa a noi? Invece di scomparire di
schianto, lo disfaremo in limatura di ferro; per noi la messa torna a
mattutino. Il popolo è con noi. A cui afferma il popolo grato ai suoi
benefattori, elleboro e doccia di acqua fredda sul capo. Il popolo non
ama alcuno, nè manco sè; egli odia ed obbedisce unicamente chi ha
potenza di fargli del male....
— Tu predichi ai convertiti, Egeo, soggiunse Omobono; di questa tua roba
in magazzino ne ho delle moggia ammuffite: generalità che in pratica
troviamo sempre corte, o da capo o da piedi. Senti me; sai tu quando mi
son fatto le stincature? Quando reputai la cosa certa. Dammi retta,
poichè noi co' nostri grimaldelli abbiamo aperte molte serrature, ci
ripromettiamo schiuderle tutte, e ci inganniamo; quando te l'aspetti
meno, ne incontri una con la quale non si scavicchia nè per Dio nè pei
santi. — Poichè il tempo ci avanza, industriamoci a spianare ogni
difficoltà: mandiamo attorno e andiamo noi stessi a spillare se possono
elevarsi contrasti, e quali; rimoviamoli, attiriamoci la più parte dei
deputati; tutti se possiamo: non lasciamo aperta fessura donde possa
entrarci in casa la disgrazia. Bisogna riuscire, capisci, bisogna
riuscire.
— Non accenderti il sangue; mettiti in calma; se tu avessi dei deputati
la conoscenza che ne ho io, tu dormiresti fra due guanciali. Tu ti hai a
figurare ch'ei sono come la pasta di cui fanno il pane: parte di loro è
infornata e parte sta sulla pala; ora, se non è da dubitarsi della
prima, come quella che attende zitta e chiotta a godersi della
beatitudine della biscottatura, molto meno si dorrà della seconda, che
arrangola di essere infornata per cocere; avanza l'altra, che adesso il
governo rimena, e questa giudico la più sicura di tutte, perchè chi ci
tiene le mani dentro, a seconda del bisogno o del talento, ora di tonda
la fa quadra, di gobba convessa, ovvero l'allunga a coda, a mattarello,
a maccheronaio, — insomma come gli pare e piace; dunque tu vedi....
— Dunque vedo che tu ne hai lasciata indietro un'altra parte; la più
importante e pericolosa di tutte.
— Quale?
— Quella che sta a lievitare nella madia: agguantiamola, Egeo,
agguantiamola, che altri non ce la impasti a nostro danno.
— Eh! capisco; non dico di no; ma tu sai che non è becchime quello che
domanda questa maniera di polli.
— A manate gitta loro le promesse; a palate gettagliele nella gola e
negli occhi.
— Anima cara, a questi lumi di luna nè manco il cerbero di Dante, che fu
tanto abboccato da contentarsi di due pugni di terra, si contenterebbe
delle promesse: sicuro, la polvere basterebbe, purchè di oro.
— Ebbene, o chi ti para da spargerla?
— Chi mi para? Averla!
— Eh! via, non far marina, che ti conosco, mala erba.
— Senti, io ti confido cosa che, conosciuta, mi butterebbe a terra in un
attimo... io sono rovinato.
— Ed io.... soggiunse Omobono a precipizio; ma fu in tempo a mutare
frase, dicendo: — io non ci credo, e mi accorgo d'avanzo che tu vuoi
giocare sul velluto.
— Omobono, da parte chiacchiere, io ti confermo che mi trovo più presso
al _laus deo_ di ogni mio avere che tu non credi.
— Ma qui vedo argenti a profusione; la tua signora, tra gioie, perle e
preziosità di ogni maniera, da 350 a 400 mila lire se le ha da trovare.
— Mira come sei informato! O che mi hai già fatto l'inventario? Quanto
dici è vero, ma io preferirei levare un tigrotto dalle mammelle della
tigre anzi che un gioiello di sotto all'Elvira... Provati, se ti basta
l'animo.
— Io mi sbattezzerei a pensare dove tu abbia sperperati i quattrini che
devi avere guadagnato.
— E che guadagno... aggiungi; ma se tu provassi Elvira, conosceresti
com'essa è donna da tirare in fondo una flotta di navi di sughero.
Insomma mi mancano quattrini e mezzi per farne di corto, e se mi
rincresce Cristo lo sa, e in questo tuo consiglio di dare a beccare ai
polli in chiostra, mi sembra che stia l'anima del negozio.
— Dunque non resta altro che provveda io, disse Omobono a denti stretti.
— Conteggeremo all'ultimo, rispose Egeo a bocca aperta.
Omobono, nonostante la sua repugnanza grandissima di mandare al palio
nuovi biglietti falsi, pure, stretto alla gola, ne trasse fuori dallo
scrigno per un duecentomila lire, esclamando: — Il Rubicone è passato da
un pezzo; dove andò la galera vada il brigantino: — e li consegnò ad
Egeo, il quale osservò che non gli parevano a sufficienza, ma che
tuttavia avrebbe cercato di farli bastare.
Da questo fatto però non ne venne male nè bene imperciocchè Egeo
veramente in così cattive acque come aveva dato ad intendere non si
trovava: poco spese, e dei suoi; i biglietti avuti da Omobono, dopo
averli ben contati, lasciò intatti nel portafogli.