Da Sancio Panza non ha il deputato Cavallotti ereditato il grossolano
buon senso bertoldesco; ne ha però dedotta la manìa sentenziatrice, le
consuetudini contradittrici, la prosopopea predicatoria. Tutte le opere
del Tirteo nostrale son gravate d'una immensa congerie di prefazioni, di
controprefazioni, di note, di citazioni, di richiami, di polemiche:
paiono le finanze del regno d'Italia ai tempi del ministro Sella.
L'_Alcibiade_, nell'edizione per la lettura, è come un dromedario carico
di troppo peso, che restando inginocchiato in terra neghi di portarlo.
Oltre la filastrocca a Yorick figlio di Yorick per dimostrargli che
l'Alcibiade cavallottèo, se bene pare romantico e sentimentale e
dolcemente imbecille, è in fondo veramente e pienamente greco, poichè fa
tutte le cose che i biografi, gli storici, gli scrittori greci d'ogni
tempo e d'ogni natura dicono egli abbia fatto; ci è d'avanti e dietro e
fra mezzo, in corpo dieci, in corpo nove, in corpo otto, in corsivo, in
gotico, in rotondo, un tal semenzaio d'erudizione, da far crepare
d'invidia un'enciclopedia. Alcibiade va a Sparta? Ed eccovi tutte le
notizie che si sanno intorno alla storia, alle leggi alle consuetudini
spartane. Alcibiade ripara in Tracia? Ed eccovi della Tracia sino agli
occhi. E a proposito della Tracia, tornami nella memoria un caso che mi
avvenne in liceo. Era professore di greco un dolce prete, che evea viso
e mitezza più tosto femminea che sacerdotale: si chiamava, e si chiama,
Biagio Lanzellotti, e non mai mi sono io abbattuto in un più diligente
correttore di compiti e in un uomo d'indole più delicata e più gentile.
Era però, ed è ancora, credo, alquanto minuzioso e amico delle
piccolezze scolastiche. Una delle cose cui più teneva erano le note
didascaliche, e la piccola erudizione; sì che nelle feste davaci a fare
degli _studietti_ tra filologici e storici, con piena libertà
d'argomento. Or quando io fui sopraffatto da quelle quattro copie
dell'_Alcibiade_, onde ho già parlato, dovendo un giorno fare uno di
quegli _studietti_ e mancandomene il tempo o la voglia, pensai di
cavallotteggiare; e copiai con molta placidezza d'animo tutto ciò che il
deputato Cavallotti dice dei Traci. Il buon prete lesse tutto lo
sproloquio, e lodò la mia diligenza: però ad altri, che avevan fatto a
meno del concorso d'Alcibiade, diede nella classificazione un maggior
punto. Questo piccolo incidente scolastico mi fece per tempo valutar
rettamente l'erudizione cavallottèa, la quale suscita per la sua mole un
vero spavento d'ammirazione nell'animo dei lettori innocenti. Essa non è
che uno spoglio d'enciclopedie e di dizionari storici, che farebbe onore
di pazienza a uno scolaro sgobbone. Accusato di violata verità storica,
per avere retoricamente attribuito ai superstiti della catastrofe
dell'ambizione arduinica un senso di italianità che prima di Dante e
della lega lombarda era, per lo meno, singolare, si difende gittando
addosso ad Eugenio Torelli-Viollier tutta una biblioteca storica. Povero
marchese Colombi! Egli non è molto forte in erudizione di storia e
d'ogni altra parte del sapere umano, e quella scarica di citazioni che
dalla catapulta del deputato Cavallotti gli piombò contro, dovè
stenderlo tramortito al suolo. Quel mattacchione d'un democratico prese
il Provana, un dotto uomo che partecipò con Cesare Balbo il santo errore
di ricercare nella storia d'Italia le fonti del patriottismo italiano; e
dopo aver citato il Provana, prese a citar per disteso tutti i passi
delle cronache e i brani delle storie citati brevemente, con la semplice
indicazione dell'autore, dell'opera e della pagina, dal Provana; così
riescì a mettere insieme, con molta fatica calligrafica, un cinquanta
pagine di erudizione, schierando di fronte a quel povero diavolaccio
mingherlino del marchese Colombi almeno cinquanta storici, annalisti,
cronisti, dal Cronista sassone a Cesare Balbo. A che giovava tutta
quella spampanata spacconesca? Mah! Il deputato Cavallotti rassomiglia
un poco ai mercantelli ambulanti, i quali girano per le fiere; e dove la
fiera è più popolosa e tumultuosa, fermansi con la gerla al collo e si
ragunano intorno i contadini. E cominciano a spiegare e ad agitare in
alto alla vista di tutti i fazzoletti ad uno ad uno, e a mostrare uno ad
uno i pacchi di fettuccia, le minuterie, le cianfrusaglie di ogni
maniera onde son carichi; e finchè ogni cosa non abbiano spiegata o
mostrata, non son contenti e non tacciono. Se non che, il deputato
Cavallotti pecca ogni tanto di qualche omissione. Perchè, per esempio,
nel caso del marchese Colombi ha dimenticato il _Giannetto_? Ma son
peccati veniali.
Poi questo Pirgopolinice è d'una burbanza singolare. A sentirlo, pare il
nume tutelare della pedanteria grammaticale, delle minuzzaglie
prosodiache, delle cianciafruscole ortografiche. Ha un fare tra
soldatesco e canonicale, e tratta gli altri critici come una ragazzaglia
di coscritti a cui egli debba comandar la manovra. Teorizza per
inspirazione divina, con un'affettazione di semplicità bonacciona che vi
fa scoppiare dalle risa. Par sempre che dica: — Vedete, ragazzi; voi
siete de' bravi ragazzi, e col tempo diventerete grandi poeti e grandi
critici come me; ma per ora peccate in questo e peccate in quest'altro,
non sapete la grammatica nè la metrica. Venite qua, chè v'insegnerò io
l'una e l'altra. Ed egli, veramente, è in grado di farlo. In fatti,
nella prefazione alle _Anticaglie_ ci è una parte che più specialmente
tratta di metrica, anzi di metrica barbara; e il più significante
appunto ch'egli fa al sistema del Carducci, è questo: che la barbarie
carducciana non è una novità, poichè quei falsi versi classici non sono
che accoppiamenti di versi, diciamo, romantici. Veramente era inutile
darsi tanta pena per questa grande scoperta, da che il Carducci avvertì
chiaramente di avere armonizzato la sua barbarie di suoni e di versi
italiani: anche era inutile, poichè, essendo quel barbarume un'insalata
di versi italiani, non doveva un deputato martelliano gridare allo
scandalo. Ma lasciamo correre, giacchè ci è un'altra cosa da notare. Si
sa che per contrapposizione al Carducci, il quale osò di far poesia
italiana con metri greci, il Cavallotti tradusse della poesia greca con
metri italiani: ora avete voi notati quali furono i metri prediletti dal
deputato Cavallotti nella sua traduzione delle elegie di Tirteo? Il
dodecasillabo fatto di due senari, e il decasillabo di due quinari
accoppiati! Ma allora son barbari anche questi? Per barbari, dormite in
pace, son barbari assai. Anche, nella critica è notevole l'acume del
deputato Cavallotti: egli ha una facoltà divinatoria che non gli
fallisce mai, e i suoi vaticini son più sicuri dei responsi dell'oracolo
delfico. Non è vero, o Giacinto Stiavelli? In te scoprì il deputato
Cavallotti non so se il seme o il rampollo d'un gran poeta; e ti
preconizzò un avvenire di gloria e di fortuna poetica. E tu dovesti
chiedere al Debito pubblico una consolazione della poesia traditrice!
Così, da che il deputato Cavallotti vide nel medio evo di Leopoldo
Marenco una chiara luce drammatica, quell'infelicissimo dovè fuggire a
scavezzacollo dal palcoscenico, se non volle che il pubblico gli
rivomitasse addosso tutta quella pappardella di versi sciolti saponacei.
Che il traditor di Tirteo sia anche un pochettin iettatore?
Affrettiamoci, per carità, a toccarci le note specifiche del sesso
mascolino; e lasciamolo in pace.
Non prima, per altro, di avere brevissimamente toccata un'altra parte, e
la più integrante forse, della letteratura cavallottèa: le cartoline
postali. Il deputato Cavallotti ha per la posta in genere e per la
cartolina postale in ispecie un culto veramente fanatico. Il deputato La
Porta, che da anni ed anni sospira con infantile ingenuità d'animo al
Ministero delle poste e de' telegrafi, e in questa speranza conforta la
sua fede nell'onorevole Depretis, non può augurarsi un più largo e più
sicuro contribuente. Con la cartolina postale il Cavallotti zappa l'orto
della sua popolarità, e non ci è democratico in Italia che non ne abbia
una incollata al muro come una sacra reliquia, e non ci è giornale a cui
non ne pervenga qualche dozzina per trimestre. Appena il deputato
Cavallotti ha detto o scritto o fatto qualcosa, un discorso, un
proverbio martelliano, un telegramma contro il Ministero, una poesia,
subito si mette all'opera; e scrive un centinaio di cartoline...
Ma lasciamolo scrivere, poichè finalmente mi son seccato di perdere il
tempo con questo mattacchione. In lui la democrazia italiana si letifica
e si glorifica: lui leva sugli scudi quasi ad insegna della sua vacuità
sonora e della sua prosopopea academica. Se lo tengano pur caro, e
scolpiscano per motto dell'arma repubblicana un ircocervo cavallottèo.
Contenti loro, contenti tutti.