Chiunque prenda ad osservare le relazioni della nostra misera
letteratura con la nostra vile politica deve necessariamente notare
questo fatto: che i moderati in politica sono in arte disordinati e
plebei, e per contrario l'aristocrazia dell'arte è prediletta da quelli
che politicamente fan professione democratica. Non avete mai pensato a
questo, dottor Verità, versando la broda bottegaia della vostra prosa
critica sulla poesia oligarchica del Carducci? Io son venuto a questa
conclusione per un lungo esame induttivo, di cui la più sicura prova sta
nella questione della lingua: questione per ora sopita, ma che non
tarderà a svegliarsi con più caldo furore. E in questa disputa i fautori
della lingua unitaria, dal Manzoni al Bonghi, furon tutti codini, mentre
dal Guerrazzi al Carducci e ad Alberto Mario i repubblicani inclinarono
sempre al regionalismo della forma. E basta, mi pare, poichè ciascuno
può secondo il desiderio moltiplicare gli esempi. Io voglio invece
recare una eccezione di questa general regola nel nome e negli scritti
di Felice Cavallotti, repubblicano intransigente nei comizi popolari,
monarchico con restrizione mentale in Parlamento; poichè in costui la
fede politica e i criteri d'arte, le consuetudini di agitatore e la
forma dei versi e della prosa si armonizzano in una comune inarmonia di
sciattataggine e di volgarità democratica. Anzi io direi che, se qualche
documento di sè può offerire la presente democrazia italiana, questo son
le opere compiute che il deputato Cavallotti va man mano pubblicando e
distribuendo ai molti associati, che vengono per tal modo ad essere
quasi gli azionisti della gloria cavallottèa.
Infatti la democrazia in Italia ci si addimostra nelle ragunate
tumultuarie e rissose di Romagna e nelle pesanti tornate
dell'associazione dei diritti dell'uomo, nei giornalettini repubblicani,
socialisti, nichilisti di provincia e nel _Fascio della democrazia_, in
Parlamento e in piazza, nelle scorribande fragorose degli studenti e
nelle dimostrazioni pompose di tutto il popolo democratico, ci si
addimostra, dico, come un miscuglio d'academico e di lazzaronesco.
Anch'io ho avuto, qualche anno addietro, una fede politica, e
naturalmente sono stato repubblicano: repubblicano platonico, per
verità, poichè non ho mai sparso una goccia di sangue o d'inchiostro pro
o contra nessuna forma di governo: ma insomma repubblicano ero d'avanti
al testimonio della mia coscienza, e dal Comizio dei comizi alla
processione per la morte di Garibaldi ho seguìto con attenta e
silenziosa osservazione tutto lo sviluppo e studiato l'organismo della
democrazia italiana. E ciò che mi fece venire in uggia la repubblica, fu
appunto la processione per la morte del Generale. Cominciò a seccarmi il
mio amico Dionisio Martinati, che la mattina del 3 giugno con un
drappelletto di studenti, tutti coi bastoni in mano, batteva il Corso
obbligando quanti non l'avevano ancor fatto a chiuder bottega. Io voleva
mangiarlo vivo quando poi venne al caffè a gloriarsi dell'impresa.
Diavolo! c'è proprio necessità assoluta d'incitare con argomento di
bastoni i mercanti romani alla vacanza? Ogni sera alle nove e le feste
dopo mezzodì essi chiudono inesorabilmente le porte dei negozi: se poi
la democrazia si mette a invitare i tedeschi a bere, non sarà più
possibile a un repubblicano pulito di comprarsi un paio di guanti.
Poi cominciò una pioggia o una peste d'avvisetti, d'avvisoni,
d'avvisacci: dalle più profonde tenebre dell'ignoto varie forme
democratiche uscivano, come formiche dalle buche del formicaio, con una
chiamata a una ragunanza, stampata sopra fogliettucci o fogliettoni,
d'avanti. O quanta democrazia! Non mai avrei creduto che fosse tanta,
poichè le mura di Roma non bastavano a tutta quella spampanata d'avvisi.
Se non che, non tardai ad avvedermi che gli avvisi non fanno la
democrazia, e che la democrazia italiana un sol miracolo ha ottenuto dal
suo dio (gli ultimi ad aver qualche dio sono i democratici,) ed è una
varia democratomorfosi, una proteiformità smisurata, che le concede di
trasmutarsi e di rimpastarsi con vicenda infinita. Infatti il cittadino
Antonio Fratti, studente perpetuo di giurisprudenza e oratore officiale
della oligarchia mazziniana (la chiamo oligarchia perchè i mazziniani
non superano la ventina), mi apparve in quei giorni di lutto cinque o
sei volte, con quella sua faccia grassottella d'olandese giovine, con
quelle mani guantate di nero: lo trovavo da per tutto, e da per tutto
udivo quella sua eloquenza di piombo raffreddato che mi dava la
sensazione d'un'acquerugiola fitta e seccante sulla nuca. Avete mai
visto un veltro alla caccia? Io no; ma non me lo posso raffigurare se
non scattante per l'erta e alla piana come un dardo scoccato, e voltante
qua e là e battente la pista con tanto precipizio di fuga, da parer
presente ad ogni istante in ogni luogo come fosse esso solo una muta di
cani. Tale è, sebbene non credo abbia parentela col Veltro di Dante, la
democrazia in Italia; poichè ogni democratico fa parte d'ogni sodalizio
democratico, e pone il suo nome sotto cinquanta manifesti diversi, e
appare in cinquanta luoghi diversi nella medesima sera. Così rammento il
bello e fulvo Napoleone Parboni, che in quei giorni andava per ogni dove
portando la barba rossa e il vocione sonoro, e arringava la democrazia
con quella sua romanesca bonarietà di padre di famiglia e di compagnone
giocondo. Venne l'onorevole Bovio da Napoli, col torace pieno di parole
vuote di senso; ed Edoardo Pantano, l'Eleonora Duse della democrazia
italiana, gli si moveva ai fianchi nevroticamente: il deputato
Cavallotti, seduto sopra un tavolino, pensava qualche luna di miele.
Ahimè, quanto vento di retorica, e quanta academia, e quanta imbecillità
in quei rimescolamenti della democrazia officiale! Si discusse tutta una
sera se si avesse, o no, a rispettare l'estremo desiderio del Generale;
e quando, dopo le dispute, tolta la bandiera, si mosse al Campidoglio
per dimostrazione di dolore e di affetto, pochissimi vennero: io ricordo
vivamente il gran senso di vergogna che mi percosse quando entrammo in
meno di dugento nella grande aula del Consiglio, ove i padri coscritti
sedevano a deliberare. E Giovanni Bovio ventriloquo, e il Parboni, e il
Pantano, e il deputato Cavallotti? Era quasi mezzanotte, e tutti i
canonici della democrazia, poichè non potevano esser veduti e nessuno
dava segno di volerli ascoltare, s'erano dispersi. Per un momento mi
parve che vi fosse il cittadino Fratti, perchè mi passò sotto il naso un
odore di viole di Parma; ma le recava all'occhiello Arnaldo Vassallo,
che attraversò la folla per andare ad occupare il suo posto di
giornalista.
Così, a grado a grado, tutti i preparativi della processione mi venivano
abbattendo nell'animo l'ideale democratico: una persona sola e un sol
fatto mi colpirono allora e mi accesero d'entusiasmo, Guglielmo Oberdank
e l'assalto che gli studenti dettero alla stamperia del _Cassandrino_.
Guglielmo si levò improvvisamente fra il tumulto d'un'assemblea
universitaria tutto ardente negli occhi e nella faccia, e nominò Trieste
con tanta santità di furiosa passione, che nessuno osò di contradire; ma
un concorde grido di tutta quanta la scolaresca plaudente salutò le
terre italiche non ancora rivendicate all'Italia, e ribadì forse
nell'animo del giovine eroe la fede e l'amor del martirio: sette mesi
dopo, il corpo di Guglielmo penzolava ai venti della patria da una forca
tedesca. Al _Cassandrino_ si mosse tutti ordinati e silenziosi come a
una crociata della dignità umana. Nessuno diede ordini o fece proposte,
nè fuvvi discussione o deliberazione di alcuna sorta; ma non appena uno
sorse sopra una tavola, a leggere le ingiurie bestiali che quel
fogliettaccio papalino scagliava contro il corpo ancor caldo del
Generale, subito per tacita unanime determinazione movemmo tutti quanti
all'assalto.
In piazza di Pietra trovammo carabinieri e guardie di polizia; ma
vedendoci andare con tanta serietà d'intendimenti e con sì poco fragore,
nessuno pensò la natura dell'impresa. E come fummo a piazza Poli, ci
lanciammo con l'impeto d'una canèa furibonda entro i cortili e alle
porte della stamperia. O dio, che gioiosa rabbia di distruzione e che
indomabile violenza di vendetta! Io veggo ancora Guglielmo Oberdank
afferrare le cassette piene di caratteri e sbalzarle lietamente per
l'aria, e Umberto Dal Medico mezzo sepolto sotto una pioggia di piombo
frugar tuttavia con le mani cercando qualcosa da fracassare. Quello fu
il bel giorno, e per dieci ore io sentii nella carcere del mio corpo la
mia gioventù palpitare di un caldo entusiasmo repubblicano; poi, sino
alla processione, il calore andò con graduale celerità scemando. Il
giorno della processione me ne andai in piazza del Popolo prima dell'ora
stabilita. Era un puro e luminoso pomeriggio d'estate, e il chiarore
ardente del sole veniva dall'alto così chiaro e così ardente e così
grande, che pe'l caldo e per la luce i già ragunati penavano. Tra questi
io mi aggirai, ascoltando i discorsi e guardando. Il vecchio e il
giovine Petroni, addossati all'obelisco di Sesostri, davano retta al
gran Parboni tutto glorioso nell'aureo splendor della barba; e il
professore Orazio Pennesi, con l'abito nero fiorito d'una gran coccarda,
o d'una medaglia, o d'una decorazione, o del diavolo, moveva intorno la
tuba lucente e la faccia fatalmente wertheriana per farsi amar dalle
donne. Per un momento la figura pantagruelica del buon Filipperi, giunto
di Trastevere con tutti i garzoni della sua osteria, mi suscitò nei
nervi un senso di gaiezza simpatica; ma vedendo in quel punto venir dal
Corso il deputato Bovio col bovietto Pantano a destra e Ulisse Bacci a
sinistra, tutti in gran solennità come tre canonici in pompa magna
salienti all'altare per la messa cantata, e da Ripetta sboccare un
manipolo di mazziniani con le labbra ferme e gli occhi bassi e le mani
incrociate sul petto in atto di religioso tremore, come neofiti che
andassero alla consecrazione, mi riprese una nausea dispettosa di tutta
quella ciarlataneria, di tutta quella goffaggine, di tutta quella
academia dimostrate sfacciatamente in piazza al conspetto del sole
splendente. E me ne andai per via del Babbuino come un cane arrabbiato,
tanti e tanto maligni erano i pensieri che mi staffilavano il cervello.
Questa è dunque la democrazia? Un'accozzaglia di beceri, di imbecilli,
di ambiziosi volgari che cercano ogni occasione di mettersi in vista, di
chiacchierare, di spampanare al conspetto della gente una coccarda o una
decorazione repubblicana; che gittano il vomito della loro retorica e i
fiori bianchi della loro stupida fede di bonzi mazziniani sui più sacri
nomi e sulle più floride speranze d'Italia; che insteriliscono con
l'effusione del loro sudore senile tutte le energie giovenili delle
generazioni sorgenti ora dalla gran matrice della patria. Questa è
dunque la democrazia? Accidenti alla democrazia! come direbbe il buon
Filipperi; e me ne andai a dormire, per non vedere il deputato
Cavallotti e il gran Parboni farsi trascinare in trionfo pe'l Corso
sopra un carro col busto di Garibaldi. Conferii per altro indirettamente
anch'io alla coreografia di quella pagliacciata democratica, poichè
prestai un paio di calzoni neri a un reduce dalle patrie battaglie.
Così la mia fede democratica crollò dalle fondamenta in quel sonno
antipatriottico, che mi fu rotto da una bella donna: di poi ho io assai
volte ripensato a quella processione, a quel sonno, a quella donna,
sempre più discostandomi dalla democrazia, e rintanando la mia coscienza
politica in un mio nichilismo selvaggio, ove non giunge nè la vacua
sonorità del deputato Bovio nè la stridula petulanza del deputato
Cavallotti nè la jattanza povera dei bovini e dei cavallottini che hanno
intorno al _Fascio_ costituita una specie di burocrazia repubblicana
pomposa e noiosa più della burocrazia officiale. O pura anima di Alberto
Mario, semplice e schietta, e vibrante a ogni afflato di libertà come
un'arpa eolia al passare del vento, sei tu volata al tuo olimpo pagano?
Che gli dèi del gentilesimo ti tuffino nelle acque di Lete, sì che tu
non possa vedere questo manipolo di mosconi che sciamano sul carcame
repubblicano con un ronzìo misto di retorica, di spropositi, di bugie.
Per Alberto Mario fu la repubblica un bel sogno classico e gentile, che
la poesia greca e la sapienza romana e il senso estetico del
Rinascimento gli tingevano d'un ideal colore di porpora e di zaffiro.
Pei mosconi? È argomento di chiacchiere o materia di pompa. Il deputato
Bovio sèguita ad arruffar parole, e predica una sua stramba scienza
democratica che comincia da Giordano Bruno e termina al Campanella,
senza pur toccare Cartesio, senza pur intravedere Spencer; Edoardo
Pantano sèguita a sbrodolar la sua prosa presuntuosa e sciocca, e va
contro i muletti della stampa monarchica a bisdosso d'un asino sciancato
e academico; il deputato Cavallotti, in nome della democrazia, sèguita a
violar le leggi della prosodia e quelle della grammatica, e alla recita
delle sue comedie il pubblico si leva acclamando al suffragio universale
e chiamando al proscenio l'attrice più cara e l'autore, per salutare con
un applauso unico l'istrionismo dell'arte e quello della libertà. Ben
facesti a morire, o Alberto Mario, chè altrimenti ti toccava vedere una
strana gioventù crescente alla grama ombra del tristo alberetto
repubblicano. Non fu Ettore Vollo, uno studente mazziniano, che
furibondo d'esser considerato come un minor colpevole dei fatti di
piazza Sciarra, si fece arrestare quasi a forza; poi, rilasciato in
libertà provvisoria, quando lo richiamarono pe'l processo volle
attraversar piazza Colonna di pieno giorno tra due questurini, e dietro
un fattorino pubblico che gli portava la valigia? Fu proprio lui, e
anche fu lui che durante il processo si dimenò come un sorcio in
trappola per conseguire il martirio d'un mese di carcere! Aimè, i
giudici implacabili non glie lo concessero; e con una sentenza
assolutoria falciarono tutte le erbette ambiziose germinanti nei prati
dell'Arcadia del sacrifizio. Povero Vollo, così giovine e già tanto
cavallottesco!