VI.

Chiunque prenda ad osservare le relazioni della nostra misera

letteratura con la nostra vile politica deve necessariamente notare

questo fatto: che i moderati in politica sono in arte disordinati e

plebei, e per contrario l'aristocrazia dell'arte è prediletta da quelli

che politicamente fan professione democratica. Non avete mai pensato a

questo, dottor Verità, versando la broda bottegaia della vostra prosa

critica sulla poesia oligarchica del Carducci? Io son venuto a questa

conclusione per un lungo esame induttivo, di cui la più sicura prova sta

nella questione della lingua: questione per ora sopita, ma che non

tarderà a svegliarsi con più caldo furore. E in questa disputa i fautori

della lingua unitaria, dal Manzoni al Bonghi, furon tutti codini, mentre

dal Guerrazzi al Carducci e ad Alberto Mario i repubblicani inclinarono

sempre al regionalismo della forma. E basta, mi pare, poichè ciascuno

può secondo il desiderio moltiplicare gli esempi. Io voglio invece

recare una eccezione di questa general regola nel nome e negli scritti

di Felice Cavallotti, repubblicano intransigente nei comizi popolari,

monarchico con restrizione mentale in Parlamento; poichè in costui la

fede politica e i criteri d'arte, le consuetudini di agitatore e la

forma dei versi e della prosa si armonizzano in una comune inarmonia di

sciattataggine e di volgarità democratica. Anzi io direi che, se qualche

documento di sè può offerire la presente democrazia italiana, questo son

le opere compiute che il deputato Cavallotti va man mano pubblicando e

distribuendo ai molti associati, che vengono per tal modo ad essere

quasi gli azionisti della gloria cavallottèa.

Infatti la democrazia in Italia ci si addimostra nelle ragunate

tumultuarie e rissose di Romagna e nelle pesanti tornate

dell'associazione dei diritti dell'uomo, nei giornalettini repubblicani,

socialisti, nichilisti di provincia e nel _Fascio della democrazia_, in

Parlamento e in piazza, nelle scorribande fragorose degli studenti e

nelle dimostrazioni pompose di tutto il popolo democratico, ci si

addimostra, dico, come un miscuglio d'academico e di lazzaronesco.

Anch'io ho avuto, qualche anno addietro, una fede politica, e

naturalmente sono stato repubblicano: repubblicano platonico, per

verità, poichè non ho mai sparso una goccia di sangue o d'inchiostro pro

o contra nessuna forma di governo: ma insomma repubblicano ero d'avanti

al testimonio della mia coscienza, e dal Comizio dei comizi alla

processione per la morte di Garibaldi ho seguìto con attenta e

silenziosa osservazione tutto lo sviluppo e studiato l'organismo della

democrazia italiana. E ciò che mi fece venire in uggia la repubblica, fu

appunto la processione per la morte del Generale. Cominciò a seccarmi il

mio amico Dionisio Martinati, che la mattina del 3 giugno con un

drappelletto di studenti, tutti coi bastoni in mano, batteva il Corso

obbligando quanti non l'avevano ancor fatto a chiuder bottega. Io voleva

mangiarlo vivo quando poi venne al caffè a gloriarsi dell'impresa.

Diavolo! c'è proprio necessità assoluta d'incitare con argomento di

bastoni i mercanti romani alla vacanza? Ogni sera alle nove e le feste

dopo mezzodì essi chiudono inesorabilmente le porte dei negozi: se poi

la democrazia si mette a invitare i tedeschi a bere, non sarà più

possibile a un repubblicano pulito di comprarsi un paio di guanti.

Poi cominciò una pioggia o una peste d'avvisetti, d'avvisoni,

d'avvisacci: dalle più profonde tenebre dell'ignoto varie forme

democratiche uscivano, come formiche dalle buche del formicaio, con una

chiamata a una ragunanza, stampata sopra fogliettucci o fogliettoni,

d'avanti. O quanta democrazia! Non mai avrei creduto che fosse tanta,

poichè le mura di Roma non bastavano a tutta quella spampanata d'avvisi.

Se non che, non tardai ad avvedermi che gli avvisi non fanno la

democrazia, e che la democrazia italiana un sol miracolo ha ottenuto dal

suo dio (gli ultimi ad aver qualche dio sono i democratici,) ed è una

varia democratomorfosi, una proteiformità smisurata, che le concede di

trasmutarsi e di rimpastarsi con vicenda infinita. Infatti il cittadino

Antonio Fratti, studente perpetuo di giurisprudenza e oratore officiale

della oligarchia mazziniana (la chiamo oligarchia perchè i mazziniani

non superano la ventina), mi apparve in quei giorni di lutto cinque o

sei volte, con quella sua faccia grassottella d'olandese giovine, con

quelle mani guantate di nero: lo trovavo da per tutto, e da per tutto

udivo quella sua eloquenza di piombo raffreddato che mi dava la

sensazione d'un'acquerugiola fitta e seccante sulla nuca. Avete mai

visto un veltro alla caccia? Io no; ma non me lo posso raffigurare se

non scattante per l'erta e alla piana come un dardo scoccato, e voltante

qua e là e battente la pista con tanto precipizio di fuga, da parer

presente ad ogni istante in ogni luogo come fosse esso solo una muta di

cani. Tale è, sebbene non credo abbia parentela col Veltro di Dante, la

democrazia in Italia; poichè ogni democratico fa parte d'ogni sodalizio

democratico, e pone il suo nome sotto cinquanta manifesti diversi, e

appare in cinquanta luoghi diversi nella medesima sera. Così rammento il

bello e fulvo Napoleone Parboni, che in quei giorni andava per ogni dove

portando la barba rossa e il vocione sonoro, e arringava la democrazia

con quella sua romanesca bonarietà di padre di famiglia e di compagnone

giocondo. Venne l'onorevole Bovio da Napoli, col torace pieno di parole

vuote di senso; ed Edoardo Pantano, l'Eleonora Duse della democrazia

italiana, gli si moveva ai fianchi nevroticamente: il deputato

Cavallotti, seduto sopra un tavolino, pensava qualche luna di miele.

Ahimè, quanto vento di retorica, e quanta academia, e quanta imbecillità

in quei rimescolamenti della democrazia officiale! Si discusse tutta una

sera se si avesse, o no, a rispettare l'estremo desiderio del Generale;

e quando, dopo le dispute, tolta la bandiera, si mosse al Campidoglio

per dimostrazione di dolore e di affetto, pochissimi vennero: io ricordo

vivamente il gran senso di vergogna che mi percosse quando entrammo in

meno di dugento nella grande aula del Consiglio, ove i padri coscritti

sedevano a deliberare. E Giovanni Bovio ventriloquo, e il Parboni, e il

Pantano, e il deputato Cavallotti? Era quasi mezzanotte, e tutti i

canonici della democrazia, poichè non potevano esser veduti e nessuno

dava segno di volerli ascoltare, s'erano dispersi. Per un momento mi

parve che vi fosse il cittadino Fratti, perchè mi passò sotto il naso un

odore di viole di Parma; ma le recava all'occhiello Arnaldo Vassallo,

che attraversò la folla per andare ad occupare il suo posto di

giornalista.

Così, a grado a grado, tutti i preparativi della processione mi venivano

abbattendo nell'animo l'ideale democratico: una persona sola e un sol

fatto mi colpirono allora e mi accesero d'entusiasmo, Guglielmo Oberdank

e l'assalto che gli studenti dettero alla stamperia del _Cassandrino_.

Guglielmo si levò improvvisamente fra il tumulto d'un'assemblea

universitaria tutto ardente negli occhi e nella faccia, e nominò Trieste

con tanta santità di furiosa passione, che nessuno osò di contradire; ma

un concorde grido di tutta quanta la scolaresca plaudente salutò le

terre italiche non ancora rivendicate all'Italia, e ribadì forse

nell'animo del giovine eroe la fede e l'amor del martirio: sette mesi

dopo, il corpo di Guglielmo penzolava ai venti della patria da una forca

tedesca. Al _Cassandrino_ si mosse tutti ordinati e silenziosi come a

una crociata della dignità umana. Nessuno diede ordini o fece proposte,

nè fuvvi discussione o deliberazione di alcuna sorta; ma non appena uno

sorse sopra una tavola, a leggere le ingiurie bestiali che quel

fogliettaccio papalino scagliava contro il corpo ancor caldo del

Generale, subito per tacita unanime determinazione movemmo tutti quanti

all'assalto.

In piazza di Pietra trovammo carabinieri e guardie di polizia; ma

vedendoci andare con tanta serietà d'intendimenti e con sì poco fragore,

nessuno pensò la natura dell'impresa. E come fummo a piazza Poli, ci

lanciammo con l'impeto d'una canèa furibonda entro i cortili e alle

porte della stamperia. O dio, che gioiosa rabbia di distruzione e che

indomabile violenza di vendetta! Io veggo ancora Guglielmo Oberdank

afferrare le cassette piene di caratteri e sbalzarle lietamente per

l'aria, e Umberto Dal Medico mezzo sepolto sotto una pioggia di piombo

frugar tuttavia con le mani cercando qualcosa da fracassare. Quello fu

il bel giorno, e per dieci ore io sentii nella carcere del mio corpo la

mia gioventù palpitare di un caldo entusiasmo repubblicano; poi, sino

alla processione, il calore andò con graduale celerità scemando. Il

giorno della processione me ne andai in piazza del Popolo prima dell'ora

stabilita. Era un puro e luminoso pomeriggio d'estate, e il chiarore

ardente del sole veniva dall'alto così chiaro e così ardente e così

grande, che pe'l caldo e per la luce i già ragunati penavano. Tra questi

io mi aggirai, ascoltando i discorsi e guardando. Il vecchio e il

giovine Petroni, addossati all'obelisco di Sesostri, davano retta al

gran Parboni tutto glorioso nell'aureo splendor della barba; e il

professore Orazio Pennesi, con l'abito nero fiorito d'una gran coccarda,

o d'una medaglia, o d'una decorazione, o del diavolo, moveva intorno la

tuba lucente e la faccia fatalmente wertheriana per farsi amar dalle

donne. Per un momento la figura pantagruelica del buon Filipperi, giunto

di Trastevere con tutti i garzoni della sua osteria, mi suscitò nei

nervi un senso di gaiezza simpatica; ma vedendo in quel punto venir dal

Corso il deputato Bovio col bovietto Pantano a destra e Ulisse Bacci a

sinistra, tutti in gran solennità come tre canonici in pompa magna

salienti all'altare per la messa cantata, e da Ripetta sboccare un

manipolo di mazziniani con le labbra ferme e gli occhi bassi e le mani

incrociate sul petto in atto di religioso tremore, come neofiti che

andassero alla consecrazione, mi riprese una nausea dispettosa di tutta

quella ciarlataneria, di tutta quella goffaggine, di tutta quella

academia dimostrate sfacciatamente in piazza al conspetto del sole

splendente. E me ne andai per via del Babbuino come un cane arrabbiato,

tanti e tanto maligni erano i pensieri che mi staffilavano il cervello.

Questa è dunque la democrazia? Un'accozzaglia di beceri, di imbecilli,

di ambiziosi volgari che cercano ogni occasione di mettersi in vista, di

chiacchierare, di spampanare al conspetto della gente una coccarda o una

decorazione repubblicana; che gittano il vomito della loro retorica e i

fiori bianchi della loro stupida fede di bonzi mazziniani sui più sacri

nomi e sulle più floride speranze d'Italia; che insteriliscono con

l'effusione del loro sudore senile tutte le energie giovenili delle

generazioni sorgenti ora dalla gran matrice della patria. Questa è

dunque la democrazia? Accidenti alla democrazia! come direbbe il buon

Filipperi; e me ne andai a dormire, per non vedere il deputato

Cavallotti e il gran Parboni farsi trascinare in trionfo pe'l Corso

sopra un carro col busto di Garibaldi. Conferii per altro indirettamente

anch'io alla coreografia di quella pagliacciata democratica, poichè

prestai un paio di calzoni neri a un reduce dalle patrie battaglie.

Così la mia fede democratica crollò dalle fondamenta in quel sonno

antipatriottico, che mi fu rotto da una bella donna: di poi ho io assai

volte ripensato a quella processione, a quel sonno, a quella donna,

sempre più discostandomi dalla democrazia, e rintanando la mia coscienza

politica in un mio nichilismo selvaggio, ove non giunge nè la vacua

sonorità del deputato Bovio nè la stridula petulanza del deputato

Cavallotti nè la jattanza povera dei bovini e dei cavallottini che hanno

intorno al _Fascio_ costituita una specie di burocrazia repubblicana

pomposa e noiosa più della burocrazia officiale. O pura anima di Alberto

Mario, semplice e schietta, e vibrante a ogni afflato di libertà come

un'arpa eolia al passare del vento, sei tu volata al tuo olimpo pagano?

Che gli dèi del gentilesimo ti tuffino nelle acque di Lete, sì che tu

non possa vedere questo manipolo di mosconi che sciamano sul carcame

repubblicano con un ronzìo misto di retorica, di spropositi, di bugie.

Per Alberto Mario fu la repubblica un bel sogno classico e gentile, che

la poesia greca e la sapienza romana e il senso estetico del

Rinascimento gli tingevano d'un ideal colore di porpora e di zaffiro.

Pei mosconi? È argomento di chiacchiere o materia di pompa. Il deputato

Bovio sèguita ad arruffar parole, e predica una sua stramba scienza

democratica che comincia da Giordano Bruno e termina al Campanella,

senza pur toccare Cartesio, senza pur intravedere Spencer; Edoardo

Pantano sèguita a sbrodolar la sua prosa presuntuosa e sciocca, e va

contro i muletti della stampa monarchica a bisdosso d'un asino sciancato

e academico; il deputato Cavallotti, in nome della democrazia, sèguita a

violar le leggi della prosodia e quelle della grammatica, e alla recita

delle sue comedie il pubblico si leva acclamando al suffragio universale

e chiamando al proscenio l'attrice più cara e l'autore, per salutare con

un applauso unico l'istrionismo dell'arte e quello della libertà. Ben

facesti a morire, o Alberto Mario, chè altrimenti ti toccava vedere una

strana gioventù crescente alla grama ombra del tristo alberetto

repubblicano. Non fu Ettore Vollo, uno studente mazziniano, che

furibondo d'esser considerato come un minor colpevole dei fatti di

piazza Sciarra, si fece arrestare quasi a forza; poi, rilasciato in

libertà provvisoria, quando lo richiamarono pe'l processo volle

attraversar piazza Colonna di pieno giorno tra due questurini, e dietro

un fattorino pubblico che gli portava la valigia? Fu proprio lui, e

anche fu lui che durante il processo si dimenò come un sorcio in

trappola per conseguire il martirio d'un mese di carcere! Aimè, i

giudici implacabili non glie lo concessero; e con una sentenza

assolutoria falciarono tutte le erbette ambiziose germinanti nei prati

dell'Arcadia del sacrifizio. Povero Vollo, così giovine e già tanto

cavallottesco!

Il libro di Don Chisciotte · 第 66 / 71 题