Ora è necessario che il deputato Cavallotti faccia atto di santa
pazienza, e non arruffi le penne nè fulmini ira dagli occhi per la
gelosia, se io vado a frugar sotto i panni della sua vergine Musa.
Vergine, intendiamoci, e Musa per un fatale accecamento d'amore del
deputato Cavallotti, poichè in realtà ella non è, lo abbiamo detto, che
una ciana. Ma non levate le mani al cielo per lo stupore: non per nulla
pensarono i Greci il bamboletto Amore bendato. Egli va volando per gli
orti, pei verzieri e pei prati, con quella benda sugli occhi: e come la
primavera con larghezza imparziale anima e vivifica tutta l'universa
natura, fioriscono odorando negli orti, nei verzieri, nei prati le belle
piante e le brutte, le malefiche e le benigne, l'erbe d'alimento e
quelle velenose; e tutte con le lusinghe della gioventù rinnovata
allettano il dolce volatore. Ora il pargoletto andando ciecamente in
quel tripudio della stagione più grata, e sentendo misti insieme tanti
richiami d'odore, fermasi qua e là per diletto; e qualche volta s'annida
nel grembo morbido d'una rosa, ma qualche volta si posa in cima a un bel
fiore di cardo. Ed ecco, un fiero raglio d'asino geloso viene a trarlo
dall'errore e a precipitarlo nel terrore.
Questo incolse al deputato Cavallotti quando con lieto impeto giovenile
buttossi ciecamente a volo nei pascoli fioriti della poesia. Fiorivano i
pascoli con letizia d'emanazioni soavi alla dolce tenerezza del sole, ed
ogni pianta sbocciava all'afflato d'amore: le rose della lirica
carducciana, meravigliose di colore e d'odore e potenti di spine,
sopraffacevano per la bellezza i mughetti aleardiani e i giacinti senili
del Prati; e ancora gli antichi fiori dell'ultima poesia italiana
olezzavano acutamente, poichè dal vario canto del Foscolo, del Leopardi,
del Manzoni del Parini emanava una fragranza mista di bacche d'alloro,
di crisantemi, d'incenso, di giaggiòlo educato con sapienza d'ortolano
amoroso. Il Cavallotti, non ancor deputato, svolazzò con impeto sopra
tanto vario fiorire; e finalmente posossi. Dove? Posossi con leggerezza
d'animo, non sapendo ben dove; e quello era un cardo, a cui gli asini
traevano con desiderio, lietamente ragliando. La sua vergine Musa gli
apparve commista alla folla di un qualche comizio democratico, e tra per
la ressa della moltitudine, e la cecità della passione, e l'impeto
dell'età tenera, gli piacque meravigliosamente. Così non si avvide egli
ch'ella era una ciana. E fo io ora opera pietosa, svelando all'amante i
peccati della donna amata? Non credo: per altro, l'onorevole Cavallotti
ha abbastanza di spirito cavalleresco nella fantasia e di fegato in
corpo e di buona fede nell'animo, da sostener con le armi la bellezza e
l'innocenza dell'amica; e io debbo, per ammaestramento agl'ingenui che
potrebbero cader nelle panie di quella meretrice, alzarle le gonne. E, a
non andar troppo per le lunghe, lascerò le dimostrazioni e mi
accontenterò delle citazioni.
Ho già detto che la Musa cavallottèa è zoppa, e posa con molta fatica in
terra i piedi, de' quali l'uno è troppo lungo e l'altro troppo corto. Or
ecco pochi esempi, tratti da qualche volume delle _Opere_. Una delle
difficoltà gravi, nelle quali dànno del petto i poetastri impotenti non
pure all'arte, ma e al meccanismo della poesia, è la questione dei
dittonghi: questione che ogni Italiano, non dico sufficientemente
nutrito di prosodia, ma appena appena favorito dalla natura di qualche
senso melodico, risolve senza difficoltà. L'onorevole Cavallotti tra le
vocali pare invece uno che siasi buttato in mare, senza saper nuotare,
con molte zucche alla cintura, e che, non pensando che le zucche ad ogni
modo debban salvarlo dall'annegare, si dimeni affannosamente tuffando ad
ogni momento per lo sforzo il capo sott'acqua, e bevendo con indicibile
terrore dalla grande onda del mare. Naturalmente, quando s'incontrano
due vocali in una parola, esse o si pronunziano in un tempo solo o in
due: non diciamo quando si debban pronunziare in un sol tempo e quando
in due, perchè i democratici non sono sottomessi all'autorità delle
leggi: solo affermiamo che questa duplice relazione ritmica debba essere
regolata da una legge. Or vedete a qual capriccioso tumulto metrico
abbia il poco rispetto alle leggi tratto il deputato Cavallotti.
Nelle _Poesie_ (pag. 135) trovo questo dodecasillabo:
Del lungo _viaggio_ fu lungo il soffrir,
ove _viaggio_ è una parola trisillaba. Invece a pag. 274 delle medesime
_Poesie_ trovo questo decasillabo:
_Viaggiatrice_ dell'aria discendi!,
ove _viaggiatrice_ è di quattro sillabe. Perchè il viaggio,
trasformandosi in viaggiatrice, s'accorcia d'una sillaba? Misteri della
prosodia cavallottèa! Se non che, io credo di avere scoperto il segreto
in due versi dei _Pezzenti_ (pagine 129 e 131):
Verso _Almaèr_ si spinse. A lui spedito, ecc.
Quante miglia ad _Almàer_? Trenta e la via, ecc.
In questi due versi occorre la parola Almaer, la quale prima, accentuata
sulla seconda vocale del dittongo, è trisillaba, poi, accentuata sulla
prima, diventa bisillaba: l'onorevole Cavallotti dunque crede che il
dittongo, quando rechi l'accento nella prima vocale, sia monosillabo,
quando invece nella seconda, bisillabo. Accettiamo questa bizzarria
prosodiaca, che non ha fondamento nè ragione se non nel cervello
cavallottèo, e vediamo almeno se questo pazzarellone d'un deputato sia
coerente seco medesimo. Ahimè, ecco una contradizione! In due versi
delle _Poesie_ (pag. 237, 275) troviamo la medesima parola, con varia
misura. I versi sono:
D'uno straccio _trionfal_, ecc.
Viva Italia! ed il suon _trïonfale_, ecc.
Perchè nel primo verso la parola _trionfale_ è quadrisillaba per natura,
e nel secondo per diventar tale ha bisogno della dieresi? In quale dei
due il deputato Cavallotti ha peccato contro la prosodia? Egli sdegna di
rispondere. E taccia pure, se la solennità del canonicato democratico
gli consiglia il silenzio. Intanto io fo notare a chiunque sa quante
sillabe occorrano per mettere insieme de' versi, che questa incoerenza
cavallottèa in materia di dittonghi è cagione che un quarto almeno dei
suoi versi non torni; e chi avesse vaghezza di falciare in questo prato,
metterebbe insieme un tal fascio di spropositi metrici, che dieci asini
almeno ne avrebbero a bastanza per dieci mesi. Sentite la dolcezza di
questa musica?
Lo _stranïer_ tremò. (_Poesie_, pag. 148);
Della battaglia nell'_infuriar_! (_Tirteo_, pag. 65).
Quest'ultimo verso, secondo le regole cavallottèe, dovrebbe essere un
endecasillabo; e invece è messo in fine d'una elegia di Tirteo come un
decasillabo. Così nel verso