Rammentate l'aneddoto di Ercole al bivio? Lo avrete certo tradotto dieci
volte in latino dagli esercizi dello Schultz. Ercole dunque una notte
dormiva; e dormendo, gli apparvero due strade, una erta sassosa
polverosa, l'altra piana dolce assiepata; e d'avanti a ognuna si teneva
una donna. Presero queste a parlare, ciascuna invitando con quanti più
allettamenti poteva. Erano la Virtù e la Voluttà, e la prima accennava
in cima all'erta il tempio della Gloria alberato di lauri, e l'altra con
gli occhi dolci mostrava la via piana conducente all'amore. Ercole molto
stette in dubbio, pesando nell'animo le promesse; in fine si drizzò dal
sonno, e s'avviò all'erta. Il deputato Cavallotti non è Ercole, certo; e
pure, parandoglisi innanzi la via del dramma storico imbottita di borra
e quella scoscesa della lirica, in un selvaggio impeto d'ambizione
cesarea ha voluto percorrerle tutte due; e, un piede in quella e l'altro
in questa, ha fatto dieci passi; poi, crescendo l'angolo del bivio, s'è
dovuto fermare. Ed è rimasto a cavalcioni de' due muriccioli divisorii,
dimenandosi forsennatamente come uno spauracchio d'uccelli, e gittando i
sassi della lirica negli orti del dramma.
Non mette certo il conto di giudicare come cose serie gli atti e le voci
d'un energumeno; ma poichè a quelle mosse e a quegli strilli molta gente
s'è voltata a guardare, e la democrazia negli urli di quel matto si
glorifica e si sublima, e qualche signor Parlagreco contamina
l'innocenza della sua giovinezza con peccati mortali d'ammirazione,
facciamo per una volta il medico de' pazzi; e cominciamo dalla malattia
drammatica, che è la più grave.
Il deputato Cavallotti ha avuto, e tuttavia ha, una evoluzione
drammatica simile in certo modo a quella del Goethe: dal medio evo è
giunto alla Grecia antica; poi, con uno slancio shakspeariano, onde il
Goethe non fu capace, s'è dalla storia delle guerre messeniche e del
secolo di Pericle ributtato indietro, tuffando audacemente le gambe
lunghe nel fossatello della vita moderna. Quale rivolgimento estetico e
quali ragioni d'arte hanno determinato questa marcia di Leonida del
dramma cavallottèo attraverso il tempo e lo spazio, dalla sonorità
ventosa de' suoi endecasillabi medievali alla volgarità pettegola della
sua prosa greca e alla sciatteria pesante de' suoi martelliani moderni?
Quale concetto il deputato Cavallotti ha del dramma? Quali sono i suoi
criteri drammatici? Ma non gli facciamo tante domande insieme e a
bruciapelo: il fremente Achille della democrazia italiana ci
risponderebbe delle insolenze. Ricerchiamo invece ne' suoi drammi e
nelle sue prefazioni le risposte.
Entrando nel medio evo — prego mi si creda in parola che io, seguendo il
costume dei librettisti e dei poeti drammatici, chiamo medio evo non
pure il tempo delle corazze ma e quello dei tocchi piumati e dei
farsetti di seta — il Cavallottino giovinetto portava scritta in fronte
la sentenza drammatica di Victor Hugo: «_Il faut se garder de chercher
de l'histoire pure dans le drame, fût-il historique. Il écrit des
légendes et non des fastes. Il est chronique et non chronologique_.»
Così nell'anno di grazia 1871, regnanti già e imperanti sopra le cose
drammatiche Dumas, Sardou, Augier, un repubblicano, ossia un
propugnatore necessario del progresso in politica e in arte, bandiva
dalle scene autunnali del teatro Re di Milano la formula drammatica del
_Cromwell_. Non c'è che dire: i democratici in Italia camminano a grandi
passi verso le speranze dell'avvenire.
Il Cavallotti dunque nacque, al mondo del teatro, vittorughiano: dramma
storico, ma storico solo e tanto da dar l'effetto ottico sufficiente a
coonestare la selezione della poesia contro la prosa; ciò è, dramma
intimo con scenario storico. Ora si noti, in onta del dramma storico in
genere e del Cavallotti in particolar modo: il dramma storico fu
concepito nel primo abbracciamento di Efraimo Gotofredo Lessing col
romanticismo dalla contemplazione complessiva e comparativa della
tragedia greca e del dramma di Shakspeare. La tragedia greca fu la forma
che una determinata parte del mondo fantastico ellenico trovò
naturalmente passando dal campo della leggenda fluttuante in quello
stabile dell'arte; il dramma di Shakspeare fu l'espressione più viva,
più nobile, più complessa che la rappresentazione dell'uomo interiore
trovò passando dal dominio della speculazione a quello dell'arte. Il
dramma romantico tedesco ritrasse dell'uno e dell'altra, e nel medio
evo, ricercando le fonti drammatiche della vita germanica, animò le
rigide fattezze della leggenda d'una calda immortalità di passione
umana: così esso dall'_Emilia Gallotti_, ove si sente la durezza della
composizione meccanica, andò ascendendo sino al _Guglielmo Tell_, ch'è
la più fresca espressione della sua gioventù, e al _Götz von
Berlichingen_, ch'è la più rozza espansione della sua forza. Dopo,
divenne retorico e academico nè più nè meno della tragedia classica in
mano di Racine; poichè i romantici francesi, dimentichi o inconsci delle
cause storiche e critiche onde nacque il dramma tedesco, e
considerandolo, non già come una forma accidentale transitoria empirica,
ma come una universale rivoluzione scenica e una perenne formula d'arte,
se l'adattarono al proprio genio e a' bisogni propri; e nell'àmbito del
dramma tedesco inscrissero il cerchio del dramma francese. Così
l'accoppiamento del grottesco col serio, la fusione del drammetto
satirico con la grande tragedia passionata secondo l'esempio
shakspeariano, potè sembrare qualche grandissima innovazione, e non era
in fondo nella generale evoluzione del dramma che un accidente di poco
momento; così la base storica parve necessaria alla espressione
drammatica dell'anima umana, e non è. Ecco in qual modo certe modalità
occasionali del romanticismo tedesco s'irrigidirono nel dogmatismo
francese; e, deviando dalla loro ragione storica, conferirono alla
constituzione d'un'academia drammatica, la quale per peccato
d'_Hernani_, di _Ruy Blas_, dei _Burgraves_ e del _Cromwell_, si popolò
di addetti e popolò il mondo scenico di vittime. Una delle quali, e non
delle meno infelici, fu il deputato Cavallotti.
Costui, senza pur pensare che in Italia, meglio assai che in Francia, la
rivoluzione drammatica tedesca era stata intesa e ritentata dal Manzoni,
si lasciò attrarre dagli allettamenti vittorughiani, e dal '71 al '72
scrisse tre drammi _intimi_ incorniciati di storia patria e straniera, i
_Pezzenti_, il _Guido_, l'_Agnese_. Così posta la questione, le
disquisizioni oziose che si sogliono e più solevansi in addietro fare
intorno alla maggiore o minore opportunità del dramma storico mi paion
superflue. Io quindi nè moverò rimprovero al Cavallotti d'aver
scombussolata la storia di mezza l'umanità, nè andrò a ricercare se ne'
suoi drammi la verità storica sia poco o molto violata, nè entrerò ne'
suoi accapigliamenti e scapigliamenti co' critici per quanto nel dramma
abbia ad entrare di materia storica e quanto di elemento umano. Io tengo
solo a porre una premessa di fatto, contro la quale nessuno può fare
opposizione, poichè il Cavallotti l'ammette spontaneamente: il traditore
di Tirteo ha nell'anno 1871 spiegato le vele sul mar burrascoso del
teatro drizzando la bussola al faro vittorughiano. Ora, data questa
premessa, la conseguenza necessaria è: che il traditor di Tirteo, quando
prese a sgambettare sul palcoscenico, non aveva nessun sano criterio
drammatico, non sapeva, in somma, quale fosse l'essenza, quale la storia
del dramma. Il dramma gli apparve come una rappresentazione scenica di
affetti umani con apparato storico, per maggior agio di prospettiva
poetica: ne ebbe, in fine, un concetto academico, bisantino, empirico.
Non era nato pel dramma. A me rammenta un academico della tragedia e
dell'epopea con cui ho qualche famigliarità, se bene è seccante di
molto, il Trissino: tra la _Sofonisba_ e i _Pezzenti_ scelgo cento volte
la _Sofonisba_, se non altro per la purezza della lingua e la classica
solennità dello stile.
I drammi del Cavallotti dunque non sono opere d'arte, sono
raffazzonature sceniche, intorno a cui non altra critica è possibile,
che empirica: la critica del marchese d'Arcais e di tutti, in genere, i
cronisti teatrali: se le _situazioni_ siano con tanta felicità
combinate, da scotere il pubblico sonnecchiante e moverlo all'applauso;
se i _caratteri_ sian costruiti con sufficiente somiglianza del vero, sì
da non parer proprio precipitati dalle nuvole; se i versi abbiano la
sonorità voluta per toccar forte qualunque più duro timpano; se il
meccanismo, in fine, sia ben congegnato. Da queste questioni che, sole,
può la critica fare intorno al medio evo drammatico del Tirteo d'Italia,
appare un fatto singolare: che il dramma cavallottèo, come tutti i
drammi seguìti alle tragedie manzoniane, non è in fondo che una comedia
dell'arte in versi, e scritta. Non ha la vivacità briosa, nè l'agile
vita e la festevolezza che l'improvvisamento conferiva alla comedia
dell'arte; ne ha per altro il difetto d'ogni intendimento morale e
d'ogni ragione d'arte, poichè come quella non trascende i confini della
scena, e oltre il momentaneo diletto degli spettatori non ha scopo.
Vediamo dunque se la drammatica cavallottèa abbia in sè qualche
argomento di diletto, e onde lo deduca.
Il Cavallotti accampa a sua difesa contro i critici urlanti alla verità
storica violata l'assioma vittorughiano, che l'elemento storico nel
dramma non debba entrare se non per bellezza scenografica e per produrre
l'effetto prospettico necessario alla poesia; di più il Cavallotti
medesimo, giudicando il dramma in prosa troppo maggiore delle forze d'un
principiante, qual egli era nel '71, dichiara d'averlo scritto in versi
per non restar senza il soccorso della Musa, statagli sempre, secondo
una sua inconcepibile illusione, fedelmente amica. Lasciamo dunque da
parte la questione, che sarebbe fuor di luogo discorrendo d'un saggio di
coreografia teatrale, se il dramma sia necessariamente una forma poetica
d'arte o se possa, senza deviare dalla sua natura, vestir l'umili penne
della prosa, e accettiamo le dichiarazioni del deputato Cavallotti.
Concediamogli tutto, senza far notare a lui e agli ammiratori e
agl'indifferenti che il suo leggero animo in una cosa di tanto momento è
un segno della sua assoluta inettitudine drammatica e della sua mancanza
d'ogni criterio d'arte. Solo, ci sia lecito movere una domanda: la forma
poetica onde furon vestiti questi drammi è almeno sopportabile? Risponda
il Cavallotti. Apro a caso il volume I delle _Opere_, e trascrivo dai
_Pezzenti_ (Atto secondo, scena terza, pag. 99):
..... ed altro
Nome non ho, nè aver voglio. E tu, prode,
Che me chiami codardo, or, perchè, cinto
Qui d'armi, innanzi ad un codardo tremi?
Solo, io così, ti fo paura? oh, guarda
Se la paura è qui. Ma di codesti
Pezzenti i cenci, oh, non di tanto spregio
Copriste il dì, che a San Quintin, di sangue
Tinti, al re vostro composero il manto!
Perchè ingrassati da le spoglie nostre
In voi tanta superbia! E a morte infame
Me consacrar tu speri? Ah, questo solo,
Questo sol tu non puoi! dal dì che il sangue
De' nostri eroi vi rosseggiò, la gloria
Stette sui palchi e li converse in are.
Altri brandi ha la Frisia: ed altri il mio
Sangue sorger farà: di piombo o scure
Si versi, oh, non temer, fecondi ovunque
Son gli amori del sangue e della gleba!
Ma impallidir lassù non mi vedrai
Come a me innanzi impallidir t'ho visto!
Bel finale d'atto, eh? Tronfio, sonoro, rotondeggiante. Pare la predica
contegnosamente solenne d'uno zio canonico a un nipote scapestrato. Vi
figurate l'attore giovine con questa predica in bocca? Le braccia
incrociate sul petto con mossa sdegnosa, le gambe tese e il capo
fieramente inarcato sul collo, predica.
Anche mi ricorda qualche escandescenza di Buovo d'Antona contro il
Maganzese in una tragedia di burattini. Versoni pesanti e boriosi,
imbottiti di borra e gonfi di vento, che potrebbero parer degni del
Frugoni se avessero la fluidità frugoniana; ma il rimbombante arcade non
commise mai peccati melodici simili a questo:
Nome non ho, nè aver voglio. E tu prode.
Anche Innocenzo Frugoni non fu mai tanto colpevole contro la sintassi
della lingua italiana, quanto è il Cavallotti in questi venti versi. Non
certo egli avrebbe scritto:
Perchè ingrassati da le spoglie nostre
In voi tanta superbia.
E nè pure:
di piombo o scure
Si versi, oh, non temer, fecondi ovunque
Son gli amori del sangue e della gleba!
Seguitiamo a pescare:
... Vigliacco,
Vanne col marchio dovuto a' tuoi pari!...
Si rea dunque son io, perchè qui tutti
Mi calpestino ormai?! Cancella il tempo
Giuramenti di sposo, amor, costanza,
Fede: ogni affetto uman copre d'oblio:
E di un'ora il fallir non basterebbe
A cancellarlo di una vita il pianto?!
Oh, ma il mio sposo rivedrò... Vo' aprirgli
Tutto l'animo mio... Qual di noi due
Più colpevole? Il solo egli è che dritto
Di gettarmi non ha la colpa in viso...
Che non ha dritto di niegar perdono...
Pregarlo voglio...
Ahi misera! ma questa
Vampa d'amor che nessun pianto spegne,
Che implacabile m'arde e mi persegue,
Come cacciarla dal cuor mio?! Rodolfo!
Rodolfo mio!
Ecco: il momento drammatico è diverso dal primo; ma la pedanteria
declamatoria, e la boria, e la fragorosità vacua son pari così nella
scena dell'ira generosa come in quella della disperazione amorosa. Carlo
Innocenzo Frugoni, il buon arcade, ne sarebbe contento: scommetto per
altro tutte le _Opere_ del deputato Cavallotti contro una copia sola del
_Bertoldino_, ch'egli non sarebbe stato nè contento nè capace d'uno
sproposito di grammatica grosso come questo:
E di un'ora _il fallir_ non basterebbe
A _cancellarlo_ di una vita il pianto;
e che, non pur lui, ma tutti quanti i becchi di Arcadia raccolti in coro
urlerebbero di spasimo a una trasposizione bestiale come questa:
Il solo egli è che _dritto_
Di gettarmi _non ha_ la colpa in viso...
Ma tutti quanti gli Arcadi del mondo, con a capo il Frugoni, il Zappi,
il Lemene e quanti altri illustri in rimeria espressero dal piffero,
dalla fistola, dalla zampogna la quintessenza dell'imbecillità umana,
andrebbero in brodo di giuggiole al vaghissimo spettacolo di tanta pompa
d'interpunzione interrogativa ammirativa e sospensiva, che dà con molta
evidenza la sembianza della vivacità drammatica e della duttilità
metrica onde quella tirata avrebbe potuto esser consolata. Bastano
questi esempi, o ancora ne volete? Io non ne reco altri: ai già
persuasi, bastano; i cocciuti nell'incredulità paghino con alquante lire
le spese della cocciutaggine loro, e aprano il volume comperato, senza
pure sfogliarlo, a caso, così come Robinson Crusoè apriva la Bibbia. Non
ci è tenacità d'ammirazione che regga a questa prova.
Intanto, noi possiamo concludere con piena e serena coscienza della
verità, che troppo l'onorevole Cavallotti fece a fidanza con l'amicizia
della Musa. Povera Musa cavallottèa! Ell'era una ciana, avvezza a
trascinar le ciabatte sopra una strada faticosa accidentata da' triboli
della sgrammaticatura e dai ciottoli della mala prosodia. Ell'era zoppa,
poveraccia!, e sempre con affanno doloroso avea posato in terra i piedi,
onde l'uno era troppo breve e l'altro troppo lungo. Che soccorso poteva
dare a un deputato teatrale in imbarazzo? Il soccorso di Pisa? Neppur
quello. Soccorso di spropositi, e di retorica. Infatti dalla veste
poetica ritrae il dramma medievale cavallottesco un peso academico e una
sciatteria piazzaiola, una fredda burbanza predicatoria e una trivialità
ciarlatanesca. Per chi proponevasi il dramma della passione e la
tragedia dell'anima umana non era prudente mettersi alla gran prova con
un tal bagaglio di cenci. Ad ogni modo, ricerchiamo tra' cenci gli
afflati della passione.
E, in parola d'onore, mettendomi a questa ricerca, mi par d'essere
Diogene girante con la lanterna in mano alla scoperta dell'uomo. Io
veggo salire da tutta questa ciurmaglia di versacci una sciaurata nebbia
che mi fascia di tenebre la vista; stringo le mani, e prendo un vapor
vischioso che subito sfugge. È questa la passione cavallottèa? In
verità, questo mestier di Diogene mi va male a sangue. Ad ogni modo
rassegnamoci, e per non restare con le mosche in mano procediamo con
rigor logico. Qualcosa troveremo, se Aristotele ci aiuti. Ed ecco, ho
trovato due cose, in fondo all'immondezzaio del dramma cavallottèo: due
cose informi che si movono in quella vacuità infronzolata di ciarpe, le
quali potrebbero essere due bacherozzoli, o anche due passioni. Poniamo
che siano passioni, e definiamole: le chiamerò amor sessuale, e amor di
patria. Quello ha più luogo nell'_Agnese_, questa ne' _Pezzenti_, se
bene nel primo e nell'ultimo dramma del cavallottèo ciclo medievale
s'avvicendino e s'abbraccino fraternamente. Nei _Pezzenti_ dunque
prevale l'amor di patria: è il dramma dei Gueux lottanti
brigantescamente e generosamente contro la prepotenza spagnola nei Paesi
Bassi. Sono i _Masnadieri_ di Schiller nobilitati dalla volgarità d'una
tesi patriottica, un fenomeno d'acclimazione simile a quello del
_Werther_ nella prosa del Foscolo. Ma te fortunato, o Werther! Tu,
mutando paese e mutando prosa, poco perdesti, poichè feceti il Foscolo
amare e morire al gran sole d'Italia con tanta nobiltà di passione e
tanta bellezza d'arte, che non avesti a rimpiangere le nebbie della
patria. I poveri _Masnadieri_ furono troppo atrocemente puniti de' loro
misfatti, e scontarono nelle latomie della poesia cavallottèa il peccato
dell'emigrazione. Mancava l'aria in quel chiuso tenebroso, e i briganti
schilleriani, perduta la freschezza della loro gioventù romantica, si
trasmutarono in un branco di pupazzi meccanici, e presero a declamare
faticosamente uno stupido gergo misto di durezze alfieriane mal
digerite, di pomposità niccoliniana male rispampanata, di stramberie
vittorughiane male intese, di svenevolezze arcadiche e di ampollosità
catedratica. Poveri _Masnadieri_! Si travestirono con un giustacuore
verde e una fascia scarlatta, e passeggiarono furiosamente sul
palcoscenico, quarantotteggiando con una buffa posa di filodrammatici
educati ai tragedioni del Giacometti e ai drammissimi di Teobaldo
Ciconi. Il loro peccato giovenile fu grave, poichè sbucarono essi
tumultuariamente con impeto di furia e d'assalto dalla fantasia di
Federigo e s'appiattarono nella gran selva del romanticismo a insidiar
la vita e le sostanze altrui; ma non meritavano di finire nelle feroci
mani cavallottesche. I democratici, quando ci si mettono con caldo
animo, smarriscono ogni senso d'umanità. Poi, non dovevano essi passare
sotto la gogna d'un romanzaccio di Fernandez y Gonzales. E, qui, non
voglio io rinnovare l'accusa mossa al Cavallotti da Eugenio
Torelli-Viollier, e portata davanti al tribunale. Sono anzi d'accordo
coi giudici che assolsero il deputato Cavallotti dall'imputazione di
plagio; ma ciò non mi vieterà di dire che da quel processo il traditor
di Tirteo uscì laureato d'infamia davanti alla divinità dell'arte. Un
artista di qualche pudore si sarebbe lasciato ghigliottinare in piazza,
checchè potesse seguirne alle sorti della democrazia, anzi che
confessare di aver tolto inspirazione dai romanzi d'un appendicista di
quel conio. E qui non mi mangi il deputato Cavallotti, nè mi citi in sua
difesa l'esempio di Shakspeare: tra il Bandello e Gonzales corre, su per
giù, la distanza medesima che tra Shakspeare e il deputato Cavallotti.
Tutti i grandi maestri dell'arte presero il materiale ovunque lo
trovarono; e poichè anzi la formazione dell'arte non è individuale, ma
rassomiglia in qualche modo alla genesi dei polipai, che nascono dalle
secrezioni complessive di miliardi e miliardi d'infusorii, il maggior
segno di forza sta nella facoltà di animare e rimpastare a nuove fogge
di vita le primitive elaborazioni tuttavia rozze e in istato, direi,
inorganico. Se non che, questo assorgere dell'arte dalla materia bruta
non accade senza una legge; ed è la legge dell'evoluzione. La materia
dell'arte si va a grado a grado organizzando e sviluppando da forme
inferiori a forme più perfette, e salda anello ad anello di quella gran
catena della bellezza che tanto conferisce a tenere avvinti gli uomini
alla vita, ed è un elemento di tanta importanza nella evoluzione
progressiva della specie umana. Ciò accade naturalmente, come il fatto
della fruttificazione dall'albero. La fantasia popolare gitta i semi, e
i semi germogliano; poi spuntano le prime gemme, e comincia lo sviluppo
delle foglie; e la vita della pianta, circolando piena e libera per
tutte le fibre, si espande con una viva emanazione d'amore, e fiorisce.
Ed ecco, l'albero gentilmente piumato di verde e di roseo attinge dal
sole l'energia e la letizia dell'essere, e levandosi vagamente superbo
sopra i minori virgulti, passa in trionfo dalla giovinezza del fiore
alla maturità del frutto. Così la vita si svolge con graduale ascensione
dalle più umili alle più perfette forme; e la povera leggenda, seminata
tra i colloquii notturni d'un campo di pastori orientali, leva le cime
orgogliose nel dramma di Shakspeare, nel poema dell'Ariosto, nella
novella del Boccacci, in tutti i più gloriosi documenti della grandezza
umana. Ma le frutta fracide, che cadono dall'albero, non concorrono alla
general vita della pianta: esse restano abbandonate in terra, sin che
qualche porco non se ne nutra. I romanzi di Fernandez y Gonzales, e de'
pari suoi, son frutta fracide, son come le materie eterogenee ed immonde
che nel bollore del vino salgono a galla con la schiuma. Nati
dall'imputridire di una parte dell'organismo dell'arte, non possono
rientrare nella metempsicosi della vita dell'arte se non in forma di
concime: son buoni solo pei porci. Di più, se il dramma del Cavallotti
trasse dal romanzo di Gonzales l'inspirazione esteriore e occasionale,
esso derivò dai _Masnadieri_ di Schiller la sua essenza vitale. È dunque
anche una profanazione. E se bene da un democratico della sotto-specie
cavallottèa bisogna aspettarsi qualunque eccesso, questo Schiller non
meritava. Povero Federigo! se ti vedesse Tecla così imbrodolato con la
zozza d'un romanzaccio da portinai per le immonde mani d'un deputato
sgrammaticante.
Dunque, colorito drammatico schilleriano nella concezione romantica del
brigantaggio bello e generoso, materia tolta da un romanzone
d'appendice, resta di vera e piena proprietà cavallottesca la tesi
patriottica: ciò è, il deputato Cavallotti ha messo di suo ne'
_Pezzenti_ una passione d'amore soverchiante ogni altra opposizione
d'affetto, e ricongiugnente nella morte due divisi dalla rivolta
nazionale contro l'invasione straniera. Tutto ciò, si noti, nel '71,
quando una tal tesi, dalla _Giulietta e Romeo_ all'_Imelda Lambertazzi_
di don Baldassarre Odescalchi, era stata fritta e rifritta in almeno
cinquecento tragedie, e dalle sublimi altezze del dramma scendendo
all'umiltà della prosa, era stata, da Walter Scott in giù, trascinata
nelle bassure di tutti i romanzi storici dei due mondi. Di più, la tesi
patriottica può solamente essere assolta dalla santità dello scopo a cui
tende, e accettata in pochi determinati momenti della vita nazionale
d'un popolo, quando l'arte restringendo i suoi confini appresta
anch'essa armi alla guerra e diventa agente di rivoluzione: la
rivoluzione compiuta, l'arte rivoluzionaria deve morire, se non si
acconcia ad essere academica. L'amor patrio dei drammi cavallottei è
dunque academico e retorico; e que' disgraziati _Pezzenti_ meriterebbero
una larga limosina di calci nel sedere, tanto son seccanti.
Quanto all'amor sessuale drammatizzato cavallottescamente, fa ridere i
polli. Dove mai il deputato Cavallotti ha imparato a far l'amore, e dove
a rappresentarlo scenicamente? Il dramma dell'amore cavallottino è
l'_Agnese_, il cui nòcciolo, si sa, è questo: Agnese Gonzaga, nauseata
del marito che la tratta male, si fa cogliere a chiacchierare con
Rodolfo Scandiano da una sua donna, la quale riporta ogni cosa. Di qui
la catastrofe. Ora, delle due una: o l'amore di questi due fu coerente
alla evoluzione fatale dell'amore dal desiderio all'atto, e allora il
dramma è stupido; o si fermò a quella chiacchierata, e allora è inutile.
A ogni modo, ci troviamo davanti a una _Parisina_ rifatta bestialmente
da un deputato progressista, a cui mancò l'animo di far amare due dietro
le quinte a quel modo che i cani s'amano e Diogene avrebbe voluto amare
in piazza. O forse il Gonzaga cercava un qualunque pretesto per levarsi
la mogliera da torno, e bastò quel colloquio innocente? Allora il dramma
non esiste più, perchè in questa coreografia cavallottesca la politica
entra indirettamente, e solo per corollario e per cornice dell'amore.
Resta per tanto questo substrato drammatico: un desiderio vago,
impalpabile, incerto, che trova unico nutrimento e unico sfogo in
quattro chiacchiere sconclusionate. Per tanto poco ammazzar due persone?
E ammazzare anche tutti gl'infelici che, per uno stupido scrupolo
d'onestà critica, vorranno leggere quella mastodontèa congerie di
versacci? Questi repubblicani sono proprio bestiali.
Quei poveri diavoli si adorano dunque alla lontana, e passeggiano a
vicenda sul palcoscenico, offrendo agli spettatori un perfetto esempio
del cretinismo amoroso cui giunse nell'ultimo suo rimbambimento il
romanticismo europeo. Ella — infelicissima! — soffre la pena ineffabile
e incredibile onde son sopraffatte le grandi anime romantiche alle prime
percosse d'amore: vorrebbe, e non può; potrebbe, e non vuole; e gira e
rigira, salamandra della retorica idealistica, nel fuoco fantastico
della propria passione, sbracciandosi a declamare, svociandosi a
predicare, e offendendo qua e là, nella sua nobile ignoranza di gran
dama e nella inconsapevolezza dell'affetto trasmodante, la metrica e la
grammatica. Egli — poveraccio! — fa all'amore come può, e come deve un
eroe romantico. A lui non son concessi i facili e volgari diletti
dell'accoppiamento: egli deve, per non macchiare la nobiltà del suo
sangue romantico, moversi sulla scena con la faccia atteggiata a una
fatale angoscia e con le braccia incrociate sul petto, poi ogni tanto
scrociar queste braccia, e con la mano sinistra afferrare l'elsa della
spada, con la destra prendersi la fronte piegante pe'l peso d'un dolor
disperato. E deve ogni tanto dire qualcosa, tanto per non parer muto.
Ecco l'amore cavallottesco. Ma aspettate, scordavo il meglio: scordavo i
versi. Gli amanti del deputato Cavallotti rimano tutti. Ecco pertanto le
strofe, con le quali Vincenzo o Antonio (nel dramma si trasmuta con
bella metamorfosi aleardiana in un Rodolfo) Scandiano conquistò il cuore
della bella Agnese. È una _mesta serventese_, dice lo Scandiano, il
quale, se bene si piacque di far brutti versi, non sapeva che il
serventese fu di genere mascolino, che non fu mai mesto, che non fu mai
nè canzoncina amorosa nè arcadicheria piagnolosa, ma sempre canto
politico o satirico, e che nel 1390, dopo Dante il Petrarca e il
Boccacci, non se ne scriveva più nè in Italia nè in Linguadoca nè in
Papuasia. Comunque, ecco _la serventese_ scandianesca, che reca per
titolo: _La canzone dell'orfano_:
Via pei cieli più profondi,
Via pe 'l limpido zaffiro,
Oltre il sole ed oltre i mondi,
Spinge il guardo l'orfanel:
— «Che mai cerchi dello empiro
Fra le danze ed il sorriso?
Che mai cerchi così fiso
Tra le nuvole del ciel?
— «Oh, la madre mia nell'ultimo
De' suoi dì, con guardo anelo,
Fiso anch'ella cercò il cielo,
Poi, baciandomi, spirò!
«Cerco in ciel qual sia la nuvola
Che portò l'anima bella:
Cerco in ciel qual sia la nuvola
Che nel grembo la ospitò.
«Di là certo dove il volo
Il suo spirto raccogliea,
L'orfanel che lasciò solo
Quaggiù in terra ella vedrà.
«E alla squallida vallea
Dove ei piange abbandonato,
Per ritorre il figlio amato
Forse un dì ritornerà.
«Son carezze e baci e fiori,
Son sorrisi su la terra:
Ma la valle dei dolori
Sol per l'orfano quest'è:
«Fior, carezze, amplessi e baci
Chiede indarno a un muto avello;
Torna, o madre, all'orfanello
E riprendilo con te! — »
O Pietro Paolo Parzanese, o Francesco Martuscelli, o voi tutti rimatori
per gli asili d'infanzia, quando mai foste voi colpevoli d'una
scempiaggine così lietamente cretina? E voi rimaste per gli asili
infantili, non per dare al dramma il soccorso della Musa. Povera Musa,
linfatica vivandiera nell'orfanotrofio dell'amore cavallottino!
Ma coll'andare del tempo, potè il Cavallotti liberarsi dalla Musa, e
avventurarsi più franco e più forte nella perigliosa selva del dramma in
prosa. O coraggio inaudito! Ma non stiamo a scherzare con le cose serie;
e se il deputato Cavallotti, in questa sua esitanza a passare dalla
poesia alla prosa drammatica, ci rassomiglia un poco Giuseppe
Prud'homme, che male c'è? Gli ci son voluti alquanti anni e tre
drammaccioni elefantini per giungere a tanto: ammiriamo la sua costanza
nei propositi, molto più ch'essa lo ha condotto niente meno che
all'_Alcibiade_. Qui, un'altra evoluzione è accaduta nel concetto
cavallottesco del dramma storico. Il deputato Cavallotti, scostandosi
alcun poco dai canoni vittorughiani, mosso dall'esempio di Pietro Cossa,
ha cominciato a credere che il dramma debba essere una ricostruzione
storica. Addio dunque, o quarantotteggiamenti faticosi e amoretti
leziosi! Il deputato Cavallotti si butta a capofitto nell'archeologia.
Se non che, manca a lui quella fresca potenza fantastica che concesse a
Pietro Cossa di riconcepire gli eroi e le eroine dell'imperio romano
come creature moderne, e non ci è sforzo umano che possa rimediare a
quel difetto. Così il Cavallotti alcibiadeggiante offre alla vista un
singolare spettacolo. Pare ch'egli siasi messo tra le gambe un sacco di
tela d'Olona; poi abbia preso un gran fascio di libri, i quali sia
andato furiosamente scartabellando. Ecco tutti gli storici greci da
Erodoto a Senofonte ateniese e a Plutarco, ecco anche dei compendi di
storia greca e dei dizionari storici e delle enciclopedie archeologiche,
ecco poeti e prosatori greci, Pindaro e Luciano, Saffo e Platone,
Aristofane e Isocrate, Omero e Demostene, Eschilo e Anacreonte. E
scartabellando, arruffa e arraffa, come un ladro notturno nella furia
del ladroneccio, notizie e citazioni, brani di prosa e brani di poesia,
date e aneddoti; e ogni cosa gitta nel sacco. Poi questo sacco di tela
Olona ben gonfio ponesi sulle spalle, e va gridando per le vie teatrali
d'Italia:
— Chi vuole dell'_Alcibiade_? Ce n'è in sei quadri per la
rappresentazione, e in dieci con prefazione e note per la lettura. Chi
vuole dell'_Alcibiade_?
E posa il sacco in terra per mostrare la mercanzia; e nel posarlo, odesi
un rumore. È suono di cocci d'anfore greche, e di pignatte lombarde.
Sono anfore o sono pignatte? È una pignatta mostruosa, dai fianchi
sconciamente obesi come quelli d'una femmina gravida, e vorrebbe
atteggiarsi alla snellezza graziosa di un'anfora. Parrebbe che vi
fermentasse dentro qualche generoso vino dell'arcipelago eolico, e vi
bollono le patate della più sciatta volgarità meneghina in una broda di
prolissità cicalona e di pedanteria presuntuosa. Oh quanto sono
_pezzenti_ questi Greci cavallotteschi! S'aggirano come pazzi a traverso
i mutamenti di scena a vista d'un dramma infinito come la bontà divina,
e portano indosso certi abiti cenciosi rappezzati pittorescamente:
Socrate ha una tunica fatta di brani di dialoghi platonici, e Alcibiade
ha due pagine di Tucidide cucite sopra le natiche. Pare un ospizio di
mendicità.
Poi, io odio questi falsi Greci per una mia ragione subbiettiva: da essi
procede il mio primo debito. Ero in collegio, e tra le altre strane
malattie della crescenza una sopra tutte mi travagliava ostinatamente:
la mania non pur di comperare io, ma d'indurre i miei compagni a
comperar libri. Una volta dunque, non so come nè perchè, scelsi dal
catalogo dell'editore Barbini l'_Alcibiade_, e poichè pareva che esso
costasse pochi soldi, giunsi dopo molti stenti ad indurre altri cinque a
quell'acquisto: venne il pacco, e con gran meraviglia mi parve troppo
più grosso del dovere. Lo apersi con qualche vago presentimento d'una
sciagura, e trovai sei volumoni pesanti come sei macine di mulino: in
tutto sessanta atti, sei prefazioni, ventimila note, e trentasei lire da
pagare al libraio. Nessuno degli acquisitori, a quell'inaspettato
aumento di prezzo, volle il libro; e i sei volumi mi restarono sullo
stomaco adolescente come sei macine di molino. D'allora, ho preso in
odio la Grecia.
Eppure, la Grecia del Cavallotti è tanto greca quanto io sono calmucco,
e rassomiglia con un sì strano miracolo al suo medio evo, che ad ogni
momento pare Alcibiade debba levar la faccia sentimentale alla luna per
cantare qualche _mesta serventese_. Del resto, se non canta una
_serventese mesta_, recita certe ballate o ballatette o cantilene
prato-aleardiane e manzo-berchetiane che vi fanno, con reverenza alla
Grecia, cader le brache per lo sconforto. Poi questo Alcibiade ha una
sua maniera d'amore tra di fringuello impaniato e d'Ercole circense.
Ogni tanto rammentasi di dover essere un uomo elegante, un effeminato
amabile e galante, e atteggia la faccia a una malinconia soavemente
romantica; poi lo riprende lo spacconismo, e allora fa il braccio di
ferro e ingrossa la voce come fosse in un comizio democratico, per
chiamar gli sguardi delle belle e del pubblico alla formosità della sua
persona. Infine, questo sciagurato diventa pienamente cretino; e mentre
i Traci gl'incendiano la capanna, ei canta a gara, con la patetica
signora dalle camelie che s'è tratta dietro, un duetto sì dolcemente
stupido, che al solo ricordarlo io sento l'anima mia tuffarsi in un
quieto pelago d'imbecillità. Tale è l'Alcibiade cavallottesco, un
Alcibiade così grottesco e così goffo e così noioso, che tutti i
ragazzacci delle scuole d'Italia dovrebbero corrergli dietro urlando; un
coso mostruoso, che pare un san Clemente fatto a mosaico da qualche
lapidario bisantino. Povero Alcibiade! Egli si move sulla scena con
pretensione di greca grazia, e davanti a' suoi passi tutte le pagine
scartabellate per metterlo insieme si levano come tante bianche lingue
sibilanti. Povero Alcibiade, costruito di aneddoti e di citazioni! O
minestrone di carote e di patate e di bietola, tu sei troppo
democraticamente indigesto al mio stomaco aristocratico: io non potrei
oltre ingollar di te, senza crepare.
Addio dunque, o Grecia cavallottesca, ove nè la garbata arguzia ateniese
nè il muscoloso vigor laconico nè il generoso fanatismo tebano
allignano. O Grecia di beoti romantici e di arcadi predicatori, o Grecia
in dieci quadri e cinquecento pagine, pedantesca e buffonesca, vattene
al diavolo.
E qui di nuovo mi raccomando al deputato Cavallotti che non mi mangi:
non è stato lui il primo a mandare al diavolo la sua Grecia di
cartapesta? E ha fatto bene, poichè veramente non occorreva incomodar
Tucidide e rompere i santi sacramenti allo scoliaste di Platone per
evocar dalla notte dell'impotenza fantastica cavallottèa degli Alcibiadi
rimpastati dalla vecchia creta di Armando Duval, dei Messeni rifatti con
le briciole dei _Masnadieri_ di Schiller e dei _Gueux_ di Fernandez y
Gonzales, delle spose di Menecle modellate col gesso misto di polvere
cipria della _Traviata_. A che serviva questo faticoso rimpastamento? I
Greci cavallottèi aborrivano per natura dai costumi da' sentimenti dalle
consuetudini feroci e gentili de' tempi classici: eran de' Grecucci
nutriti di mollica di pane e repugnanti con molta nausea dal midollo
leonino. Che ci facevano in Grecia? Essi non eran Greci: erano lombrici
nati dal putridume del dramma romantico, e strisciavano sulla polvere
del palcoscenico levando ogni tanto il capo e dimenando l'anterior parte
del corpo con malinconia sentimentale. Il meglio ch'essi sapevan fare
era di recitar ballate e ballatette d'amore alla maniera del Prati del
Berchet dell'Aleardi. Poveri bachi educati al calduccio malaticcio
degl'inni manzoniani, con che cuore andavate al bosco del dramma
storico?
Anche, il deputato Cavallotti ritraendosi dalla notte de' tempi pagani
all'età moderna, ha infine trovato una soluzione democratica e savia
d'un gran problema di forma drammatica. Non più la sonorità ventosa e
pedantesca dell'endecasillabo sciolto, non più il peso indigesto e
somaresco d'un prosone da cucina allietato goffamente di romanze
romantiche e di prologhi alessandrini; il dramma di costumi moderni gli
ha offerto un gancio, a cui ogni deputato oscillante tra la poesia e la
prosa può apprendersi con sicurezza piena: il martelliano. Eccolo, il
gran salvatore: bolso come un cavallaccio da carretta, floscio e capace
come la matrice d'una vecchia meretrice, comodo e paziente di qualunque
più sconcia ingiuria alla dignità dell'arte, qual mai più utile
ausiliario potrebbe augurarsi uno scrittor comico materiato di
volgarità? Il deputato Cavallotti, che ha infine ritrovato sè medesimo,
se l'è cacciato tra le gambe come i ragazzi fanno delle scope; e via di
corsa caracollando di palcoscenico in palcoscenico. Volete delle
comediole brevi che vi rallegrino lo spirito gravato dallo stracotto di
manzo? Eccovi un chierichino e un'educanda che traducono alla peggio il
cantico dei cantici e si sposano; ed eccoveli esibiti in una raggiera di
martelliani idropici che si vomitano l'un l'altro addosso, e l'un
sull'altro s'ammucchiano russando, come una compagnia d'ubriachi che
vadano in fila, e, caduto il primo, gli altri successivamente inciampino
nell'ostacolo. Volete un drammetto lacrimevole, che vi solletichi
piagnucolosamente le corde dell'aberrazione sentimentale? Eccovi una
lirica del Leopardi comicizzata pietosamente. Volete proverbi
drammatici? Volete de' _Poveri Pieri_, o dolce Parlagreco? Ma parlate
italiano, in nome del buon Dio, e chiedete: il deputato Cavallotti non
vi farà sospirare alle stelle. Egli ha fatto come chi instituisce
fornace di mattoni o di fiaschi. La fornace è sempre all'ordine, poichè
gran copia di torba martelliana dì e notte alimenta il fuoco: basta
prender cocci di drammacci vecchi e di romanzi smessi e di liriche
intristite, pestare e inacquar di lagrime o di giulebbe, poi alla meglio
rimpastare e gittar nel forno. Ecco drammi quadri, pesanti, piatti come
mattoni, ecco comediole vezzose, leziose, graziose come fiaschi vuoti.
Rompetevi i mattoni sulla testa o rompetevi i fiaschi sulle natiche,
come più vi piace, e siate contenti, che il diavolo v'abbia in gloria!
Che altro desiderate? Volete anche lo _Spartaco_, aspettato con tanto
palpito dal deputato Bovio? E via, con queste anticaglie! Non distraete
l'onorevole Pirgopolinice dal forno. Egli fa il fornaio con tanta
grazia, con tanto gusto, con tanta fortuna, che veramente sarebbe un
gran peccato. E poi il forno, dicono, gli rende bene. Non ci è deputato
nè scrittor comico nè scrittore di libri in Italia, che faccia migliori
affari di questo mattonaio. Perchè rompergli la testa, ora che la sua
evoluzione drammatica è compiuta, che i suoi ideali drammatici son
conseguiti? E lasciatelo alla dolcezza dei fiaschi, o ferocissimo
Parlagreco.