II.

Ed ora è tempo, sembrami, che cominciamo a parlar d'arte. Però

l'onorevole Cavallotti e l'arte son due termini tanto contradittorii,

che non giungo a metterli insieme; poichè, se l'arte è la tecnica del

pensiero umano, non aspettatevi la perfezione da un manovale.

L'onorevole Cavallotti è nè più nè meno di un manovale, cui niuna più

alta e degna cura travaglia, che una furia smaniosa di recar pietre e

mattoni e calce all'edifizio barocco della sua vanità poetica. A torto o

a ragione — molti credono a ragione, noi mostreremo che a torto — egli

si è nutrita per vent'anni nell'animo la persuasione d'avere una

singolare energia lirica e drammatica; e su questa base di buona fede ha

eretto una sua baracchella fatta di furberia e d'imprevidenza, di

spacconeria e di bambineria miste d'un tantino di ciarlataneria. La

baracchella è sorretta da una travatura di logica e assodata col cemento

d'una certa esperienza delle cose. Il deputato Cavallotti, prima ancora

che la riforma della legge elettorale ne sancisse l'importanza, intese

che la rappresentanza delle minoranze è una cosa seria; e poichè dopo il

'60 in Italia non ci era minor minoranza della democrazia, si mise con

le mani e coi piedi a voler diventare il poeta della democrazia

italiana. Conferiva al proposito la singolarità della sua natura tra di

pazzarellone e di retore, che lo trae a sgrammaticare con lieta

spavalderia, e a sofisticare intorno a quisquilie oziose con dottoresca

pedanteria. Conferiva anche l'indole della democrazia italiana, la quale

non altro essendo che una vera e misera academia ha bisogno d'un suo

poetaccio da lanciar contro il nemico come un ronzinante da corse di

villaggio: un poetaccio qualunque sciancato e pieno di guidaleschi che

sbatacchi le campane della lirica in tono con gli sbatacchiatori del

campanone oratorio e dei campanelli elettrici del giornalismo. Così la

poesia del deputato Cavallotti è opportunista, come fu opportunista la

politica del deputato Gambetta. Accade questo: che gli avversari, per

poter vituperare la politica cavallottèa, ne lodano la poesia, e gli

amici acclamano in coro alla poesia e alla politica insieme. Niuno

scrittore dunque in Italia fu proseguito di più concorde favore, e più

gloriosamente levato in sugli scudi. Aggiungasi: il Cavallotti è, alla

sua maniera, un pocolin don Chisciotte. Dilettasi stranamente di levar

la voce in tono di minaccia, e volentieri sfodera la durlindana. Ei fa

guardia alla porta della baracca della sua vanità, e guai allo

sconsigliato che s'attenti di valicarne la soglia! Il traditor di Tirteo

non soffre la critica, se bene ha rotto santamente i co...rbezzoli ai

veristi ed a' barbari. E bisogna vedere con che feroce passione e con

che miracolo di pazienza raccolga egli da' più oscuri fogliettucoli di

provincia le sentenze diverse intorno all'opera sua, e le ristampi

allineate a due a due sì che ciascuna dia all'altra un calcio, per

potere da quella discordia concludere alla sua eccellenza lirica e

drammatica. E quando la penna non basti, s'apprende a più ferrei

argomenti.

Combattè una volta tre giorni consecutivi in Bologna contro tre diversi

avversari, per essere state le sue poesie escluse dal patrimonio di non

so qual biblioteca popolare o circolante; e assai altre volte con

dimostrazioni di sciabola ridusse i contraddittori all'ammirazione. Di

più, questo bellicoso fantaccino della sgrammaticatura attende con

meravigliosa sollecitudine all'edifizio della sua popolarità: ben

miserabile dev'essere quel borgo ove, recitandosi qualche sua comedia,

egli non vada a confortare e ad accertare con la esibizione della sua

persona il trionfo, apparecchiatogli dagli amici politici del luogo come

una festa della democrazia. Ed è prodigo di sè con tanta facilità di

espansione comunistica, e con sì bella grazia d'orso repubblicano, ch'è

di molta letizia a vedere. Non già che sia nel discorso affabile e di

modi e di gesti e di voce gratamente gentile, che anzi poco parla, e

quel poco con scatti e troncamenti e riprese di suono simili ad urli

canini e con gran furia di mani e di sguardi; ma si compiace egli

d'incanagliarsi e di apparire più democratico di tutti i più

democratici. Predilige le trattorie umili e la compagnia dei

repubblicani di modesto ingegno, e va con un cappello piombante

sull'occhio sinistro e con la persona atteggiata a un tal qual

burbanzoso disdegno dell'aristocrazia delle forme esteriori. Nè ci è un

più frequente banchettatore: nel suo nome e col suo intervento la

democrazia italiana divora innumerabili costolette di manzo e vuota un

infinito numero di fiaschi di Chianti. Alle frutta, naturalmente,

scattano i brindisi in onore della repubblica e del poeta. Qual è in

Italia il rimatore infelice che non abbia bevuto in versi

all'alcibiadeo? Io ricordo, fra tutti, l'inno allo assenzio che Giacinto

Stiavelli recitò alle frutta d'un pranzo cavallottesco. Così l'onorevole

Cavallotti coltiva la sua fama con passione d'orticoltore diligente, e

corre l'Italia da capo a fondo, qua piantando il cavolo d'una discorsa

politica, là inaffiando le barbabietole d'una comedia, urlando,

battendosi, pranzando. E tutto gli giova: nel _Povero Piero_, speranza

del buon Parlagreco, si applaude l'interrogazione pei fatti di

Baronissi, nel _Cantico de' cantici_ si saluta la riforma elettorale, e

la _Sposa di Menecle_ si rileva dalla morte dopo le elezioni generali

per protesta contro il Depretis. La democrazia italiana trae da' drammi

cavallottei argomento e pretesto di gridare in gloria o di urlar per la

rabbia, e sopra il fermento delle piccole passioni repubblicane innalza

la bicocca dell'arte ciabattina.

Il libro di Don Chisciotte · 第 59 / 71 题