E ora, naturalmente, io non aggiungerò commenti; nè andrò a ricercare
chi, tra il deputato Cavallotti che comincia a incanutire, e me, che non
ho ancor trovato nella mia capelliera il primo pelo bianco, abbia dato
in questa burrascosa questione più sicuro segno di calma, di serietà, di
dignità; chi, tra il deputato Cavallotti, che asserisce con tanta
jattanza il contrario di ciò che è sancito dal processo verbale del
duello, e me, che ricordai spensieratamente una ferita non dubitata
incresciosa a un così frequente duellatore, siasi mostrato _più
goffamente ineducato e più ignaro del galateo delle questioni d'onore_.
I documenti sono chiaramente dimostrativi. Solo, io ho voluto
determinare nettamente la posizione mia a fronte del nemico, perchè non
mi s'abbia a prendere per qualche povero diavolo d'un Renzo Tramaglino
sopraffatto da un don Rodriguccio della letteratura e della democrazia.
Il deputato Cavallotti ha voluto atterrirmi con suoi strillacci e con
suoi braveggiamenti. Diavolo! e non sapevate, o terribile nemico della
prosodia italiana, che don Quijote si diletta mirabilmente delle
avventure pericolose? Voi vi appellate ai _pubblici_ che applaudono le
vostre comedie e vi chiamano al proscenio prima che sull'atto primo
s'alzi la tela, come una ballerina di cospicui polpacci prediletta dalla
moltitudine? E in conspetto di questi _pubblici_ io vi voglio
svergognare, o sciagurato verseggiatore che recate attorno in vituperio
pei palchi scenici del felice regno d'Italia il fantasma della
democrazia italiana. Voi siete più vanitoso d'una femminella? E io vi
voglio ferire nella vanità. E a proposito della vostra vanità poetica e
delle femmine, rammentate, onorevole strimpellatore di troppe chitarre,
una vostra avventura genovese? Eravate andato a Genova per la recita di
non so quale vostra comedia, e dovevate partire la sera. Nel pomeriggio
vi condusse un amico da una bella donna, a cui e voi e l'amico faceste a
gara la corte. La bella vi richiese di recitarle dei vostri versi
recenti; e, alla domanda lusingatrice, voi, subitamente acceso di una
grande tenerezza di voi medesimo e dimenticata la donna bella e l'amore,
correste a scavezzacollo all'albergo a tòrre il manoscritto de' vostri
versi. L'amico, rimasto solo ad assalire, raddoppiò l'impeto, e, se la
cronaca galante non mente, giunse a dar la scalata; sì che quando voi
sopraggiungeste col manoscritto, erano ancora e l'uno e l'altra caldi e
purpurei per la battaglia. Ben vi stette allora, e ben vi stia ogni
volta che una mano audace vi sfrondi il frascame del vostro matto
orgoglio poetico.
Su dunque, onorevole Pirgopolinice: in guardia!