_Onorevole signor Direttore_,
Nel _Fascio della Democrazia_ del 23 agosto pervenutomi oggi, leggo un
articolo dell'onorevole deputato Cavallotti, che mi richiama alla mente
il cardinale Richelieu. Il cardinale di Richelieu, si sa, fu un grande
uomo di Stato; e fu anche uno scellerato costruttore di tragedie. E,
come spesso accade, tutta la vanità sua si posava su quelle tragedie.
Così l'onorevole deputato Cavallotti. Egli, che pure ha tanti meriti
patriottici e tanto zelo d'irrequietudine politica, offusca la sua bella
gloria di deputato radicale con ogni sorta di peccati in versi e in
prosa; e, che è il peggio, qua la sensibilità del suo amor proprio è più
delicata. Guai a toccargli la piaga della vanità letteraria! Si drizza
tutto armato di punte e digrignando i denti.
Or io nel mio paragrafo di _cronaca bizantina_ sul giornalismo,
pubblicato dalla _Domenica Letteraria_ del 19 agosto, posi il dito su
quella piaga; e sapevo che l'onorevole Cavallotti mi avrebbe mostrato i
denti. Per ciò le insolenze ch'egli mi regala nel sullodato articolo
sono minori assai della mia aspettazione; poichè due cose, un biasimo e
una lode, hanno una virtù singolare di muovere all'ira l'onorevole
Cavallotti: e sono di far versi sbagliati, e di scrivere bellissimi
epigrammi latini.
Tuttavia quelle insolenze sono più che sufficienti ad indurre un uomo
anche meno focoso di me a una questione personale. Ma io, prima di
cedere al desiderio grandissimo di fare un assalto di sciabola con
l'onorevole di Piacenza, faccio una riflessione. L'onorevole Cavallotti
ha la singolare abitudine di ridurre al silenzio i suoi critici per
forza d'armi. Ora io non voglio che l'onorevole Cavallotti se la cavi
così a buon mercato. Da qualche anno io vado scrivendo nei giornali
certe mie considerazioni intorno alla vita letteraria dell'Italia
costituzionale; e queste mie considerazioni saltuarie si collegano e si
raccolgono organicamente in un libro, che è quasi finito. Ne manca una
parte, la letteratura democratica così per gl'intendimenti sociali o
politici come per il catoniano disdegno d'ogni politezza d'arte e di
grammatica; e di questa letteratura il portabandiera è appunto
l'onorevole Cavallotti.
Ora debbo io, per l'impazienza giovenile di una questione d'onore col
Tirteo dell'Italia di Umberto I, privare me stesso del diletto di questo
studio, e diminuire il mio libro di un centinaio di pagine curiose e
necessarie all'armonia dell'insieme? Se ciò che si differisce si
togliesse via per sempre, non esiterei un istante a gittare al diavolo
tutto quanto il libro. Ma ci è un proverbio latino — l'onorevole
Cavallotti ne può far tesoro per un prossimo epigramma — che ci
ammonisce del contrario. Io dunque aspetterò di avere scritto intorno
all'onorevole Cavallotti tutto ciò che ho nella mente; e poi mi metterò
a disposizione dell'onorevole medesimo con la duplice grandissima gioia
di avere scaricata la mia coscienza critica da un peso non lieve, e di
trovarmi a fronte d'un cattivo scrittore con altra cosa in mano che non
una penna.
Giudichino i lettori della saviezza e dell'opportunità di questa mia
determinazione. Prima di tutto, io conquisterò così ai critici più
timidi il diritto di dir male dell'onorevole Cavallotti; in secondo
luogo, darò all'onorevole Cavallotti il modo di vendicarsi con una
sciabolata _collettiva_ delle più aspre censure onde siano stati mai
proseguiti i suoi scritti, e di mostrare ancora una volta alla faccia
del mondo che la sua mano è più atta alla sciabola che non alla penna.
L'onorevole Cavallotti poi coglie pretesto dallo aver detto io che
Edoardo Arbib lo ferì sulla fronte, anzi che nella faccia, per rinnovare
una sua vecchia questione col medesimo signor Arbib; ma io in ciò non
voglio entrare. L'onorevole Cavallotti ha in qualche parte del suo volto
una cicatrice, della quale l'opinione pubblica dà il merito o la colpa
al signor Arbib. Se il signor Arbib è innocente, il colpevole sarà un
altro: per me, che volevo fare solo un'osservazione estetica, è
tutt'uno.
In fine, l'onorevole Cavallotti si richiama a Ferdinando Martini e a
Luigi Lodi, ch'egli crede direttori della _Domenica Letteraria_ e
responsabili di quanto vi si stampa; ma egli deve sapere che, avendo
l'onorevole Martini declinata ogni responsabilità della redazione di
quel giornale, e non avendola assunta nè Luigi Lodi nè altri, i soli
responsabili sono gli autori degli scritti pubblicati e firmati.
Così stando le cose, io dichiaro formalmente che di tutte le ulteriori
pappolate che l'onorevole Cavallotti potrà scrivere in proposito non
terrò conto, se non come di documenti critici per la polemica spadaccina
dell'onorevole summentovato; finchè non abbia potuto esaminare con piena
serenità di animo e di giudizio tutto il materiale di prosa e di poesia
che questo deputato amico delle docce e degli epigrammi latini ha messo
insieme pei sorci dell'Italia futura.
Con sincera stima, ecc.
Catanzaro, 25 agosto 1883.