V.

Ora forse il dottor Verità potrebbe ammonirmi che non tocca a me

rinfacciare ad Ottone di Banzole la sua poca reverenza e la sua molta

virulenza critica; poichè io non credo che nella critica le dolcezze

siano raccomandabili: nel giudizio mio i colpi debbono essere o bòtte

dritte con la spada bene aguzzata, o fendenti con la sciabola bene

affilata. E le nuove invenzioni della scherma mi paiono un segno di

debolezza. Io amo la scherma antica, senza finte, senza cavazioni, senza

parate: unica difesa, l'arnese fatato; unica offesa, il braccio

vigoroso. Io odio gli zuccherini della critica pastorelleggiante, che

condanna la grammatica in nome del galateo, che assesta una coltellata

nell'atto d'una reverenza, che ha sempre paura di troppo aver fatto

male, e dopo il biasimo ha sempre pronto, per compenso, un salamelecco,

come le madri che mostrano una caramella ai poppanti per indurli a farsi

nettare il naso. Per me è una grandissima gioia svillaneggiar

l'avversario prima di piombargli sopra, come nei poemi omerici, come nei

romanzi di cavalleria. Però, non senza una condizione. La villania e

l'insulto e la provocazione non debbono scoppiare dalle labbra di un

fiacco nell'atto della dedizione; ed avventare in faccia al nemico

un'ingiuria nell'atto di consegnargli la spada, può essere una

vigliaccheria ed è quasi sempre una pazzia. Ora il signor Ottone di

Banzole, del quale mi piace d'intrattenermi più per giustificazion mia,

che per merito o per peccato suo, proprio nel punto di buttar via la

spada inutile, ha con una grandissima intemperanza provocato tutte le

generazioni letterarie dell'Italia dal '50 in giù. Uditelo: «Entrando in

questa guerra letteraria, promisi sempre a me stesso di non morirvi:

concepii un disegno, e lo attuai. Vinto ad ogni battaglia ed insultato

come tutti i vinti, non scesi mai, nè scenderò mai alla scempiaggine

della replica, alla bassezza del lamento: i vinti hanno torto. Altri

sarà più fortunato, perchè più forte; pochi più sinceri ed intrepidi.

Poichè ogni pompa dell'arte mi era contesa per la miseria dell'ingegno,

ebbi l'orgoglio della nudità del mio pensiero.» Come questa nudità abbia

potuto giovare al signor di Banzole nella gran disgrazia della quale si

confessa, non so, e non mi preme di sapere. Ma ciò che non gli si può

perdonare è che, con tutta quella miseria della quale si accusa,

nell'abiezione della sconfitta, egli voglia trascinare nella sua ruina

tutti quelli che dopo il '50 hanno osato di scrivere in Italia. Non

toccava a lui, vinto, dir ciò. In bocca sua questa, che per qualche

parte potrebbe essere una verità, diventa una puerilità pazza. E

rimproverandogliela, io mi sento preso da un senso di pietà, come

davanti a un ammalato di mente; nè trovo parole aspre.

Questa sua pazzia il signor Ottone di Banzole ha espresso in un libro

intitolato _Quartetto_; e sono quattro stromenti, un violino una viola

un violoncello e un contrabasso, i quali prima di prendere a sonare

ciascuno la sonata sua si accordano in un _diapason_ preliminare, che

sembra un articolo di critica letteraria scritto dal deputato Medoro

Savini. Qui la pazzia, accumulata lentamente nelle quattro sonate,

scoppia con una intensità frenetica che veramente fa pena; qui la

malattia trapela ad evidenza dalle cose dette e dalla forma con che son

dette. Il signor di Banzole nelle cinquanta paginette di questa sua, non

saprei se orazione accademica o prelezione scolastica o conferenza

pedagogica o irruzione maniaca, fa un pasticcio meraviglioso; e senza un

criterio purchessia, senza una norma o un pretesto o una qualunque

giustificazione della sua conscienza, fondandosi unicamente sui fatti o

male o poco o punto osservati, non proponendosi se non di mostrare il

fatto, senza ricercarne nè le cause, nè gli effetti, strozza con le sue

mani tutta quanta la produzione letteraria italiana della seconda metà

del secolo; e tutti questi pollastri così strangolati cucina in

fricassea nel brodetto d'una specie di filosofia fatta a modo suo

d'idealismo hegeliano non bene inteso e di buddhismo schopenhaueriano

mal digerito.

Riferire i giudizi critici del signor di Banzole sarebbe farsi complice

della sua pazzia. Egli consacra tre pagine a infamare la memoria di

Pietro Cossa, e lo chiama un nano ingigantito dal cattivo gusto del

pubblico e della cronaca teatrale, un povero diavolo di macchinista

scenico a cui venne fatto una volta di vestire decentemente da romana

antica una pettegola parigina, e si credette di avere scoperto il mondo

romano; che seppe una volta dipingere con coloracci forti una scena, e

si credette di aver costruito tutto un teatro. Questa è una curiosa

maniera di scrivere. Quali sono i criteri drammatici del signor di

Banzole? Quali i modelli, secondo lui, più imitabili? Il teatro francese

moderno non gli va: in Italia, non gli piace nemmeno il Goldoni, pare.

Poi cita a modello le tragedie del Foscolo e del Manzoni. Come si fa a

raccapezzarsi in tanto guazzabuglio? E come ha fatto a raccapezzarsi il

signor di Banzole?

Così, ove tratta del Carducci, a mala pena si intende ciò che egli

voglia dire. Adopera un frasario così romanticamente nuvoloso, così

incomprensibile e inafferrabile e impalpabile per l'impasto di

reminiscenze bibliche e victorughiane, che è una cosa meravigliosa a

leggere. Pare di udire le campane della chiesa di _Nôtre-Dame_

scampananti a morto. «Nullameno ignorato ed incompreso per molti anni,

invece di capitanare il nuovo movimento, parve ne continuasse un altro;

mentre i giovani volontari della letteratura, che avevano forse lasciate

allora le bandiere del (_sic!_) Garibaldi, ne cercavano un altro

egualmente splendido, ma altrettanto facile. Invece il nuovo duce, che,

varcate le Alpi scrutava in quel momento per la Germania preludendo alle

teoriche e ai trionfi di Moltke, affermava la necessità di una profonda

dottrina per ogni ordine di milizie, e di una grande tradizione per una

grande arte.» Che diavolo significa questo? È un giudizio subbiettivo? È

un fatto storico? A me paiono parole senza senso. Più giù, riparlando

del Carducci, rimprovera questi e il D'Ancona di fossilizzarsi nelle

ricerche della critica storica, dimenticando che il Carducci ha

pubblicato, se non altro, tre volumi di _Confessioni e battaglie_,

dimenticando che il moderno metodo critico è appunto tale, e tale

essendo ha rinnovato tutte le forme e tutta la materia dell'arte; non

pensando che poche righe più sotto avrebbe lodato il Bartoli di ciò che

rimprovera nel Carducci e nel D'Ancona.

E sèguita, con un tafferuglio strano di nomi cozzanti e discordanti, di

teoriche e di tendenze e d'inclinazioni diverse, di dati storici messi a

forza insieme nello stesso periodo a pretesto di una stramberia,

mescolando senza discernimento classicismo e romanticismo, naturalismo e

idealismo, lodando in una pagina quelli che vitupera nella pagina

successiva, facendo infine una grandissima frittata di tutti gli

scrittori e di tutti gli scritti che, nella foga di tirar via, gli sono

venuti in memoria; e questa frittata friggendo nell'olio stantìo di

un'articolessa di politica estera sullo sviluppo del panslavismo in

Europa, sullo sviluppo del _nikilismo_ (è scritto proprio così) in

Russia.

E dire che costui è un bravo giovine che fa onestamente e avvedutamente

traffico di suini! La cosa è tanto strana, che non si può intendere

senza premettere nel cervello del signor di Banzole una grave

alienazione. Il signor di Banzole ha la memoria ammucchiata di letture

frettolose e smozzicate, di teoriche male intese e mal digerite, di

fantasmi malamente e fiaccamente formati: di più, l'instrumento della

lingua non gli sta troppo sicuramente nelle mani. Come dunque gli è

saltato il ticchio di mettersi a sonare una sinfonia così tumultuaria? A

che serve far della critica, quando non si vuol giungere a uno scopo,

magari falso, magari incerto, magari cattivo? Ora, da tutta la

filastrocca del signor di Banzole una conclusione unica si può dedurre:

che egli, giunto alla persuasione dolorosa della sconfitta, abbia, per

una puerile allucinazione mentale, sperato di trascinar seco nel

precipizio cinquant'anni di vita letteraria. Infatti, in ultimo, la sua

prosa pare come sonante e trionfante d'una certa frenesia gioiosa ed

orgogliosa, d'una certa pazzìa gloriosa. E attraverso le nebbie

sentimentali delle sue fantasticaggini romantiche, mi par di vederlo,

con le chiome rase da una qualche sconosciuta Dalila, crollare con le

forti braccia di mercante di porci le colonne del tempio dell'arte,

urlando con la gran voce d'un maniaco, che si creda d'essere il

Padreterno:

— Pera Sanson, con tutti i Filistei.

Il libro di Don Chisciotte · 第 48 / 71 题