Ora forse il dottor Verità potrebbe ammonirmi che non tocca a me
rinfacciare ad Ottone di Banzole la sua poca reverenza e la sua molta
virulenza critica; poichè io non credo che nella critica le dolcezze
siano raccomandabili: nel giudizio mio i colpi debbono essere o bòtte
dritte con la spada bene aguzzata, o fendenti con la sciabola bene
affilata. E le nuove invenzioni della scherma mi paiono un segno di
debolezza. Io amo la scherma antica, senza finte, senza cavazioni, senza
parate: unica difesa, l'arnese fatato; unica offesa, il braccio
vigoroso. Io odio gli zuccherini della critica pastorelleggiante, che
condanna la grammatica in nome del galateo, che assesta una coltellata
nell'atto d'una reverenza, che ha sempre paura di troppo aver fatto
male, e dopo il biasimo ha sempre pronto, per compenso, un salamelecco,
come le madri che mostrano una caramella ai poppanti per indurli a farsi
nettare il naso. Per me è una grandissima gioia svillaneggiar
l'avversario prima di piombargli sopra, come nei poemi omerici, come nei
romanzi di cavalleria. Però, non senza una condizione. La villania e
l'insulto e la provocazione non debbono scoppiare dalle labbra di un
fiacco nell'atto della dedizione; ed avventare in faccia al nemico
un'ingiuria nell'atto di consegnargli la spada, può essere una
vigliaccheria ed è quasi sempre una pazzia. Ora il signor Ottone di
Banzole, del quale mi piace d'intrattenermi più per giustificazion mia,
che per merito o per peccato suo, proprio nel punto di buttar via la
spada inutile, ha con una grandissima intemperanza provocato tutte le
generazioni letterarie dell'Italia dal '50 in giù. Uditelo: «Entrando in
questa guerra letteraria, promisi sempre a me stesso di non morirvi:
concepii un disegno, e lo attuai. Vinto ad ogni battaglia ed insultato
come tutti i vinti, non scesi mai, nè scenderò mai alla scempiaggine
della replica, alla bassezza del lamento: i vinti hanno torto. Altri
sarà più fortunato, perchè più forte; pochi più sinceri ed intrepidi.
Poichè ogni pompa dell'arte mi era contesa per la miseria dell'ingegno,
ebbi l'orgoglio della nudità del mio pensiero.» Come questa nudità abbia
potuto giovare al signor di Banzole nella gran disgrazia della quale si
confessa, non so, e non mi preme di sapere. Ma ciò che non gli si può
perdonare è che, con tutta quella miseria della quale si accusa,
nell'abiezione della sconfitta, egli voglia trascinare nella sua ruina
tutti quelli che dopo il '50 hanno osato di scrivere in Italia. Non
toccava a lui, vinto, dir ciò. In bocca sua questa, che per qualche
parte potrebbe essere una verità, diventa una puerilità pazza. E
rimproverandogliela, io mi sento preso da un senso di pietà, come
davanti a un ammalato di mente; nè trovo parole aspre.
Questa sua pazzia il signor Ottone di Banzole ha espresso in un libro
intitolato _Quartetto_; e sono quattro stromenti, un violino una viola
un violoncello e un contrabasso, i quali prima di prendere a sonare
ciascuno la sonata sua si accordano in un _diapason_ preliminare, che
sembra un articolo di critica letteraria scritto dal deputato Medoro
Savini. Qui la pazzia, accumulata lentamente nelle quattro sonate,
scoppia con una intensità frenetica che veramente fa pena; qui la
malattia trapela ad evidenza dalle cose dette e dalla forma con che son
dette. Il signor di Banzole nelle cinquanta paginette di questa sua, non
saprei se orazione accademica o prelezione scolastica o conferenza
pedagogica o irruzione maniaca, fa un pasticcio meraviglioso; e senza un
criterio purchessia, senza una norma o un pretesto o una qualunque
giustificazione della sua conscienza, fondandosi unicamente sui fatti o
male o poco o punto osservati, non proponendosi se non di mostrare il
fatto, senza ricercarne nè le cause, nè gli effetti, strozza con le sue
mani tutta quanta la produzione letteraria italiana della seconda metà
del secolo; e tutti questi pollastri così strangolati cucina in
fricassea nel brodetto d'una specie di filosofia fatta a modo suo
d'idealismo hegeliano non bene inteso e di buddhismo schopenhaueriano
mal digerito.
Riferire i giudizi critici del signor di Banzole sarebbe farsi complice
della sua pazzia. Egli consacra tre pagine a infamare la memoria di
Pietro Cossa, e lo chiama un nano ingigantito dal cattivo gusto del
pubblico e della cronaca teatrale, un povero diavolo di macchinista
scenico a cui venne fatto una volta di vestire decentemente da romana
antica una pettegola parigina, e si credette di avere scoperto il mondo
romano; che seppe una volta dipingere con coloracci forti una scena, e
si credette di aver costruito tutto un teatro. Questa è una curiosa
maniera di scrivere. Quali sono i criteri drammatici del signor di
Banzole? Quali i modelli, secondo lui, più imitabili? Il teatro francese
moderno non gli va: in Italia, non gli piace nemmeno il Goldoni, pare.
Poi cita a modello le tragedie del Foscolo e del Manzoni. Come si fa a
raccapezzarsi in tanto guazzabuglio? E come ha fatto a raccapezzarsi il
signor di Banzole?
Così, ove tratta del Carducci, a mala pena si intende ciò che egli
voglia dire. Adopera un frasario così romanticamente nuvoloso, così
incomprensibile e inafferrabile e impalpabile per l'impasto di
reminiscenze bibliche e victorughiane, che è una cosa meravigliosa a
leggere. Pare di udire le campane della chiesa di _Nôtre-Dame_
scampananti a morto. «Nullameno ignorato ed incompreso per molti anni,
invece di capitanare il nuovo movimento, parve ne continuasse un altro;
mentre i giovani volontari della letteratura, che avevano forse lasciate
allora le bandiere del (_sic!_) Garibaldi, ne cercavano un altro
egualmente splendido, ma altrettanto facile. Invece il nuovo duce, che,
varcate le Alpi scrutava in quel momento per la Germania preludendo alle
teoriche e ai trionfi di Moltke, affermava la necessità di una profonda
dottrina per ogni ordine di milizie, e di una grande tradizione per una
grande arte.» Che diavolo significa questo? È un giudizio subbiettivo? È
un fatto storico? A me paiono parole senza senso. Più giù, riparlando
del Carducci, rimprovera questi e il D'Ancona di fossilizzarsi nelle
ricerche della critica storica, dimenticando che il Carducci ha
pubblicato, se non altro, tre volumi di _Confessioni e battaglie_,
dimenticando che il moderno metodo critico è appunto tale, e tale
essendo ha rinnovato tutte le forme e tutta la materia dell'arte; non
pensando che poche righe più sotto avrebbe lodato il Bartoli di ciò che
rimprovera nel Carducci e nel D'Ancona.
E sèguita, con un tafferuglio strano di nomi cozzanti e discordanti, di
teoriche e di tendenze e d'inclinazioni diverse, di dati storici messi a
forza insieme nello stesso periodo a pretesto di una stramberia,
mescolando senza discernimento classicismo e romanticismo, naturalismo e
idealismo, lodando in una pagina quelli che vitupera nella pagina
successiva, facendo infine una grandissima frittata di tutti gli
scrittori e di tutti gli scritti che, nella foga di tirar via, gli sono
venuti in memoria; e questa frittata friggendo nell'olio stantìo di
un'articolessa di politica estera sullo sviluppo del panslavismo in
Europa, sullo sviluppo del _nikilismo_ (è scritto proprio così) in
Russia.
E dire che costui è un bravo giovine che fa onestamente e avvedutamente
traffico di suini! La cosa è tanto strana, che non si può intendere
senza premettere nel cervello del signor di Banzole una grave
alienazione. Il signor di Banzole ha la memoria ammucchiata di letture
frettolose e smozzicate, di teoriche male intese e mal digerite, di
fantasmi malamente e fiaccamente formati: di più, l'instrumento della
lingua non gli sta troppo sicuramente nelle mani. Come dunque gli è
saltato il ticchio di mettersi a sonare una sinfonia così tumultuaria? A
che serve far della critica, quando non si vuol giungere a uno scopo,
magari falso, magari incerto, magari cattivo? Ora, da tutta la
filastrocca del signor di Banzole una conclusione unica si può dedurre:
che egli, giunto alla persuasione dolorosa della sconfitta, abbia, per
una puerile allucinazione mentale, sperato di trascinar seco nel
precipizio cinquant'anni di vita letteraria. Infatti, in ultimo, la sua
prosa pare come sonante e trionfante d'una certa frenesia gioiosa ed
orgogliosa, d'una certa pazzìa gloriosa. E attraverso le nebbie
sentimentali delle sue fantasticaggini romantiche, mi par di vederlo,
con le chiome rase da una qualche sconosciuta Dalila, crollare con le
forti braccia di mercante di porci le colonne del tempio dell'arte,
urlando con la gran voce d'un maniaco, che si creda d'essere il
Padreterno:
— Pera Sanson, con tutti i Filistei.