Leone Fortis venuto a Roma per guarire da tutti i suoi mali il teatro
italiano, se ne ritornò a Milano ammalato egli stesso d'una tremenda
malattia, che i medici meneghini non seppero se chiamare abruzzofagia o
abruzzofobia. Ritornò a Milano, e si mise a urlare sotto gli squallidi
colonnati del _Pungolo_ domenicale che l'Abruzzo ha invaso Roma, e che
la colonia abruzzese accampata in Roma ha aperto in piazza Colonna una
beccheria di lupi e di femmine nude e d'altre simiglianti porcherie. —
Se voi li vedeste — dice il pio Leone alla platonica compagna de' suoi
colloquii, tenendosi amabilmente, a volta a volta, ora il piè sinistro
nella mano destra ed ora il piè destro nella mano sinistra; — se voi li
vedeste questi giovinetti barbareschi e selvatici che vendono carne di
Yella e fegato di Lalla e squartano ogni mattina un autore illustre per
mangiarne la coratella! Sono piccolini e magrolini e graziosini e dolci
come _fondants_; e non puzzano di bestie macellate. Ma sono tutti
stillanti e odoranti di acque nanfe e di cedronella e di opoponax; e
fingono di essere così selvaggi, l'uno per serbarsi il favor delle dame
e l'altro per desiderio di acquistarselo o per dispetto di non poterselo
acquistare. Essi hanno trovato una _posa_ nuova, in poesia e in critica,
ed è la _posa_ della _bestialità_, della _butterità_, della _ferocia_,
la quale corrisponde a puntino alla _posa_ cascante, pastorelleggiante,
bonboneggiante dell'Arcadia antica. Essi non s'accorgono che la loro
critica e la loro lirica sono in contrasto assoluto con la loro
costruzione fisica.
Tale, su per giù, il ragionamento capzioso che il _dottor Verità_ fece
nel _Pungolo_, per dimostrare che Gabriele D'Annunzio ed io ci
affatichiamo ad ingrossar la voce, e facciamo della poesia e della
critica spacconesca pe'l desiderio di parere quel che non siamo, una
coppia di selvaggi in giro per le fiere di campagna, mostranti
all'ammirazione della gente la faccia tinta col nerofumo, e una finta
capelliera lanuta, e certi denti posticci acuminati; e guardantici ogni
tanto in cagnesco con molte smorfie per far ridere la gente.
Ora il dottor Verità, quando siede a confabulare con quel piede in mano,
è un retore non dispregevole; e girando il discorso con una bella
abilità di chiacchierone, e cucendo insieme molti aforismi e molti
epifonemi e molti sofismi con qualche opportuno sproposito, e, ove
occorra, con una o due piccole bugie, tesse una teorichetta critica
argutella e chiacchierina, da deporre sul tavolino da lavoro della
signora che ha la pazienza di ascoltarlo da tanto tempo. Ve ne
ricordate? Era il tempo delle _Odi barbare_, e il dottor Verità, per
creare una ostilità al Carducci, prese a catechizzare quella buona
signora. Fece un giro largo, parlò della poesia latina, dei
tentativi barbarici del Seicento, della _Sehnsucht_, della
_Weltschmerzesdichtung_, della necessità melodica in Italia, del
sentimento italiano, delle tradizioni italiane, di Dante, di Leonardo da
Vinci, di Giovanni Prati, di Paolo Ferrari, dei trovadori e del Porta. E
tante ne disse, e tanto diluì in un fiume di parole argomenti e
argomentazioni e sfarfalloni, che la compiacente signora, guardandolo
con un'aria tra di stanchezza e di compassione e di ammirazione, stava
per cedere. Se non che, il dottore Verità volle avere troppo pieno il
trionfo; e per abbattere nella sua colloquitrice le ultime repugnanze
della ragione, ricorse a un mezzuccio volgare e pericoloso, onde i
teorizzatori dovrebbero sempre rifuggir con orrore. Persuaso egli
stesso, forse, volle confortar la teorica con un esempio; e disse: — Per
esempio, cara signora, se qualcuno volesse acclimatare il sonetto nella
poesia francese, darebbe un sicuro segno di pazzia; poichè la natura
francese e la lingua francese e le tradizioni francesi repugnano dal
sonetto, come....
Per mala ventura, la signora aveva sul tavolino da lavoro un libriccino
poetico di Teodoro Vibert, intitolato _Dizaine de Sonnets_; e subito
guardò il dottore con un'aria di angoscia interrogativa.
— Dottore, e Coppèe, del quale voi mi avete parlato tante volte? E
Victor Hugo, e Lamartine, e Baudelaire, e Musset, e tutti quanti i poeti
francesi sino a Ronsard non hanno scritto milioni di sonetti,
endecasillabi ed alessandrini?
Il dottore restò sbalordito, e non disse più verbo. Peccato! Aveva
costruita una così carina teorichetta barbarica, tutta di cera vergine,
con due capocchiette azzurre di spillo nel luogo degli occhiettini, con
una ghirlandetta di carta dorata sulla fronte, con due ramettini di
palma nelle manine piccoline!
Questa volta, dubitando di qualche sdrucciolone simile a quello, si è
attenuto a un metodo assai più semplice e meno pericoloso: ha lasciato
da parte gli esempi, le citazioni, e tutti gli altri ferravecchi della
critica letteraria; e si è tenuto alla fisiologia. Bravo, per dio! Il
dottor Verità, quel vecchio brontolone nemico di tutte le novità audaci,
diventa anche egli sperimentale. È un bel trionfo pel naturalismo. Se
non che, non bisogna affidarsi alla fisiologia con animo troppo
leggiero. La critica fisiologica può essere un buon metodo di analisi,
quando il critico abbia del _soggetto_ una nozione sicura, lo abbia
potuto studiare nel suo sistema organico, nelle funzioni esteriori della
vita, nelle irruzioni private della vita interiore: allora, comparando e
fondendo questi elementi di ricerca con quella parte della propria
attività spirituale che il _soggetto_ abbandona al pubblico, la
definizione o il giudizio o la classificazione possono avere un valore
positivo. Ma il dottor Verità non ha mai ascoltato le pulsazioni del mio
sangue, nè mi ha mai sentito il polso, nè ha tentato le mie
articolazioni, e non mi ha mai veduto tirare di scherma, o nuotare, o
pugillare, o ballare. Anzi, che io sappia, non mi ha nè pur veduto mai.
Or su quali dati scientifici poggia la sua dimostrazione di critica
fisiologica? Di più, io non ho mai avuto l'onore di parlare col dottor
Verità; nè egli, che io sappia, è stato mai testimone delle mie
consuetudini. Con che fondamento scientifico dunque egli fa la diagnosi
del mio io etico, e mi dichiara la miglior pasta di ragazzo che abbia
mangiato mai pasticcini sopra la faccia della terra? Io sono molto
contento della buona opinione che il dottor Verità porta delle mie
facoltà morali; ma in nome della scienza e della critica positiva,
protesto. Il dottor Verità mi ha rilasciato un documento di mitezza e di
bontà, senza nessuna prova sperimentale; e questo, per la dignità della
critica e per la serietà della scienza, non è comportabile.
Non è comportabile che nella critica positiva, fisiologica e storica,
s'introducano la leggerezza di cuore e la lestezza di mano che hanno
discreditato per sempre la critica estetica. Sei anni sono, il dottor
Verità voleva abbattere il tentativo barbarico del Carducci con
l'esempio della poesia francese, della quale era affatto digiuno; e ora,
il vecchio incorreggibile, perchè il D'Annunzio non ha un'ampia
ventraglia cascante, egli, che lo avrà veduto due volte e avrà scambiato
con lui venti parole, vuole abbatterlo con argomentazioni fisiologiche?
È curiosa. Gli nega una gran parte di quella potenza amatoria che il
D'Annunzio espande nella sua lirica; e asserisce che da una delle Yelle
gli è stato detto che il D'Annunzio è un millantatore. Or quale è questa
Yella che fa al dottor Verità delle confidenze tanto curiose? Fuori il
nome, per dio, o il ritratto almeno! Noi vogliamo affiggerla a tutti i
canti delle vie l'effigie di questa Yella che va a confessare al dottor
Verità i suoi peccati di maggio! Ma io dubito forte che questa Yella il
dottor Verità l'abbia veduta come ha veduta la mia testa, che dice
spettinata. Spettinata la mia testa? Io protesto di nuovo, o Dottore: la
mia testa è rasa sino alla pelle come quella d'un coscritto.
Se non che io forse ho torto di ritornar sopra questi pettegolezzi che
il dottor Verità move intorno a noi, e che in fondo sono una specie di
_réclame_ all'americana; e farei meglio a lasciar correre. Ma il dottor
Verità asserisce che il D'Annunzio e io scriviamo _posando_ e _montando_
e _gonfiando_ noi stessi; e qui è necessario fermarsi un momento. Prima
di tutto: che cosa intende il dottore per _posa_? Intende certe norme
giudicatrici nella critica e nell'arte, dalle quali gli accusati non si
discostano, a rischio di sembrare, fra i tanti che vanno innanzi ad
occhi chiusi, delle bestie strane? E allora gli accusati, lo dichiarano
volentieri, _posano_ e sono contenti di _posare_.
Il dottor Verità, come il suo collega il marchese Colombi, crede l'arte
una libera emanazione dell'intestino retto o dell'utero, a seconda del
sesso. Egli non pensa che da molto tempo in qua l'arte non è se non
l'espressione imaginosa di certi criterii scientifici, o la
rappresentazione evidente di una teorica filosofica. La persona
dell'artista, se pure si tratti di arte subbiettiva, non ci entra se non
come elemento secondario. Che cosa pensa il dottor Verità del Goethe, il
quale, dopo avere scritto a vent'anni i _Dolori del giovane Werther_,
visse settant'anni ancora, serenamente, e morì nel bacio del signore,
tra il compianto delle dame di Weimar? E se il Leopardi fosse stato un
bell'uomo forte e sano, lo avrebbe la sua constituzione fisica o lo
avrebbero le conversazioni del dottor Verità distolto dalla filosofia di
Schopenhauer?
Così, come ci entra l'organismo fisico del D'Annunzio nell'organismo
della sua poesia? Questa poesia la sa veramente il dottor Verità, o la
sa per le chiacchiere di qualche Yella immaginaria? Questa poesia non è
se non l'irruzione violenta, e qua e là scomposta, di un sanissimo e
giustissimo e potentissimo senso della natura e della vita. Questa
poesia è una emanazione diretta delle teoriche darwiniane, che insegnano
a considerare l'uomo nella natura come un qualunque essere animale, e
non come un microcosmo concentrico di tutti quanti i raggi e di tutte
quante le attività della vita. Ha letto il dottor Verità il _Canto
Novo_? Quando mai il senso umano irruppe con tanta libertà di
espansione, con tanta spontaneità di movimento, con tanto esuberante
splendore di forma? Era veramente un _canto novo_, poichè per entro vi
palpitava l'animalità senziente e intelligente, che è la caratteristica
dell'umanità darwiniana. Come ci entrava in questo la persona del poeta,
il quale a Lalla, subbiettivamente, prometteva le nozze; e come ci
entrava anche Lalla? Nel _Canto novo_ ci erano un maschio e una femmina,
che si chiamavano Gabriele e Lalla, e avrebbero potuto chiamarsi anche
altrimenti ed essere organicamente constituiti in altro modo senza che
la sostanza della poesia ne fosse mutata; ci erano un maschio e una
femmina, ed esprimevano in magnifiche strofe alcaiche ed in sonetti
meravigliosi il diletto della vita e dell'amore sul gran letto della
natura. La pittura del Michetti non è anch'essa tale? Or chi va a
ricercare se il Michetti sia gracile o robusto? E chi lo accusa di
posare, se, avendo un animo dolcissimo, ha esposto in Roma un quadro che
alle persone troppo rassomiglianti nell'organismo nervoso al dottor
Verità fa rizzare i capelli sul cranio? Se la dialogatrice del dottor
Verità pensa che la persona e l'opera dell'artista debbano avere una
identica constituzione organica, di chi la colpa, se non del dottor
Verità che le empie la testa di queste fanfaluche?
Lo stesso sia detto per la critica mia, la quale al dottor Verità, che
non mi ha veduto mai, pare troppo dissonante dalle proporzioni del mio
corpo e dalle mie facoltà etiche. Secondo il dottor Verità, un critico
che non si levi ogni mattina col santo e deliberato proposito di
inginocchiarsi davanti a qualche autore illustre con una gran furia di
genuflessioni e con molto fumo d'incenso, facendo salamelecchi come un
pappagallo sulla gruccia, dev'essere una specie d'antropofago, con una
barba lunga sino all'ombelico, con due braccia da Sansone schiacciatore
di Filistei, con un palmo di pelo sul cuore; se no, _posa_. E io che, a
quanto asserisce il dottor Verità, sono un mingherlino tisico e dolce
come il buon pane, non ho diritto di trattar male la gente.
Belle argomentazioni da dire a Cicerone, quando inveiva contro Verre, o
a Demostene, quando, per potere irrompere con più libera violenza contro
Filippo il Macedone, correva lungo la riva del fiume con la bocca piena
di sassolini per correggere il difetto della parola! Di più queste
parole, in bocca d'uno che da molti anni campa di critica, sono una
confessione pericolosa. Dunque il dottor Verità crede nella critica
subbiettiva, procedente da un impeto della passione? Tanto peggio per
lui, e per quelli che hanno creduto nella critica sua. Io no. Io porto
della critica una ben più alta e severa opinione: essa è per me una cosa
sacra, più sacra dell'arte; e quando abbandono il mio spirito
all'analisi d'un libro o d'uno scrittore, o d'un complesso di libri e di
scrittori, io mi libero pienamente del mio individuo senziente, e non
resta se non l'individuo pensante, con la scorta di quella poca coltura
che bene o male può guidare e illuminare il mio giudizio. Di che ferocia
mi va parlando il dottor Verità? Io non torcerei un capello a nessuno; e
se mangio assai spesso degli autori illustri e di fama stagionata, come
dice elegantemente il dottor Verità, gli è che ho adottato un metodo
critico un po' diverso da quello che per molto tempo la diffusione
giornalistica ha fatto prevalere in Italia. Il giornale dovendo vivere
un giorno, e soddisfare la necessità immediata di notizie, anche nella
critica campa alla giornata; e dando conto di questa o quella opera
d'arte che più stuzzica la curiosità del momento, non si cura o non
vuole o non può ricercare il nesso che la presente opera può avere con
le altre di altri tempi e di altri paesi. Questo metodo, che nella
cronaca gazzettiera è, per necessità, comportabile, diventa affatto
irragionevole e pericoloso quando si allarga al giudizio di tutta la
moderna produzione letteraria. Poichè la perfezione nelle opere della
mente umana non è assoluta, non è una determinata altezza alla quale
occorra di giungere, ma è relativa, è, più che altro, una specie di
scala, il primo officio della critica dev'essere di misurare le altezze.
È necessario dunque aborrire dal metodo empirico di Gustavo Planche, è
necessario non fermarsi al caso particolare e giudicare un'opera
singolare per sè sola, con la norma del senso estetico o, come più
spesso accade, con la norma dell'opportunità. La critica letteraria,
come la critica d'arte, è, più che altro, un'opera di classificazione e
di confronto. Ora, confrontando i frutti della nostra attività presente
con quelli che ci furono lasciati in eredità, giudicando una singola
opera d'arte non in sè, ma nello sviluppo complessivo di quella forma
dell'arte, accade che la dolce nebbia di ottimismo tanto cara agli
scribacchiatori italiani si disperda per l'aria. Ecco perchè io sono
feroce. Questo, in quanto alla sostanza. In quanto alla forma, che è
quella che più urta i nervi del prossimo, è un'altra faccenda. In
Italia, e in moltissima parte d'Europa, certe consuetudini d'ipocrisia
son rimaste tenacemente abbarbicate. L'usanza di segarsi la gola con
tutte le regole della politezza e del galateo ha invasa tutta quanta la
vita; dopo che Racine dovette radere la barba ai suoi eroi greci e
vestirli di velluto per non far paura alle dame adunate nel salone di
madama di Maintenon, il gesuitismo è diventata la norma di tutta quanta
la vita: nell'arte, per i molti sforzi e a malgrado delle molte
opposizioni, questa incrostazione lojolesca va scomparendo: or perchè
dovrebbe restare nella critica? Che volete? Quando io debbo dire a uno
scrittore, magari illustre, magari _stagionato_, che è un asino, non
trovo nessuna parola più efficacemente pittorica nella sua brevità
trisillaba e proparossìtona del vocabolo che serve a distinguere quella
mite bestia da tutti quanti gli altri esseri animali.
Il torto forse sta nel prendersi dei grattacapi inutili, poichè già,
come dice il dottor Verità, la critica non fa male a nessuno. Ma poichè
non ci è in Italia chi voglia prenderseli, io mi voglio buttare nella
voragine. Perchè dunque vorrebbe il dottor Verità che io fossi un
antropofago? Io vorrei che tutti i mangiati da me prosperassero e
ingrassassero come il dottor Verità, e avessero una buona volta degli
intendimenti artistici o critici. E non è vero, come dice il dottor
Verità, che io non giuri se non nel nome del Carducci. Naturalmente,
siccome nel nostro ventennio noi non troviamo se non il Carducci da
poter comparare con gli artisti della prima metà di questo e dei secoli
antecedenti; siccome noi dal Carducci abbiamo appreso, tra tante altre
cose, la religione dell'arte e l'odio dell'ignoranza e del
ciarlatanismo, abbiamo per lui, più che il rispetto, il culto che nasce
spontaneamente in conspetto dei benefattori. Ma ciò non ci vieta di
misurare gli altri ciascuno secondo l'altezza sua, e ove per troppo
impeto si sia errata o passata la misura, di rettificare.
Ma lasciamo andare. A che serve seccare la gente con certi pettegolezzi
subbiettivi? Io ho cominciato il mio mestiere di cronista bibliografico
dicendo d'un cattivo libro ch'era solamente buono per _torchecul_; e
quella parola nella quale io, antico ed entusiasta lettore di Rabelais,
non sospettavo tanto pepe, mi scatenò contro una tempesta. Ora mi ci
sono abituato, e tiro via portando le pene della mia _ferocia_. Così,
pel dispetto che mi faceva Gabriele D'Annunzio dichiarante agli amici
che gittava in braccio alle femmine tutto il suo mondo poetico, io
stampai dei sonetti di rimprovero e di ammonimento e di richiamo al
passato: dissi in versi quel che tutti gli amici del D'Annunzio dicevano
in prosa. Ma il torto fu di stampare quei versi. Io lo sapevo che ne
avrei portato la pena; tuttavia li volli pubblicare a dispetto
dell'opinione della gente. Ed ecco, il dottor Verità, seduto a fronte
della paziente compagna de' suoi colloqui, tenendosi a volta a volta il
piè destro nella mano sinistra o il piede sinistro nella mano destra, si
arma de' miei versi a danno del D'Annunzio. Pazienza!