IV.

Leone Fortis venuto a Roma per guarire da tutti i suoi mali il teatro

italiano, se ne ritornò a Milano ammalato egli stesso d'una tremenda

malattia, che i medici meneghini non seppero se chiamare abruzzofagia o

abruzzofobia. Ritornò a Milano, e si mise a urlare sotto gli squallidi

colonnati del _Pungolo_ domenicale che l'Abruzzo ha invaso Roma, e che

la colonia abruzzese accampata in Roma ha aperto in piazza Colonna una

beccheria di lupi e di femmine nude e d'altre simiglianti porcherie. —

Se voi li vedeste — dice il pio Leone alla platonica compagna de' suoi

colloquii, tenendosi amabilmente, a volta a volta, ora il piè sinistro

nella mano destra ed ora il piè destro nella mano sinistra; — se voi li

vedeste questi giovinetti barbareschi e selvatici che vendono carne di

Yella e fegato di Lalla e squartano ogni mattina un autore illustre per

mangiarne la coratella! Sono piccolini e magrolini e graziosini e dolci

come _fondants_; e non puzzano di bestie macellate. Ma sono tutti

stillanti e odoranti di acque nanfe e di cedronella e di opoponax; e

fingono di essere così selvaggi, l'uno per serbarsi il favor delle dame

e l'altro per desiderio di acquistarselo o per dispetto di non poterselo

acquistare. Essi hanno trovato una _posa_ nuova, in poesia e in critica,

ed è la _posa_ della _bestialità_, della _butterità_, della _ferocia_,

la quale corrisponde a puntino alla _posa_ cascante, pastorelleggiante,

bonboneggiante dell'Arcadia antica. Essi non s'accorgono che la loro

critica e la loro lirica sono in contrasto assoluto con la loro

costruzione fisica.

Tale, su per giù, il ragionamento capzioso che il _dottor Verità_ fece

nel _Pungolo_, per dimostrare che Gabriele D'Annunzio ed io ci

affatichiamo ad ingrossar la voce, e facciamo della poesia e della

critica spacconesca pe'l desiderio di parere quel che non siamo, una

coppia di selvaggi in giro per le fiere di campagna, mostranti

all'ammirazione della gente la faccia tinta col nerofumo, e una finta

capelliera lanuta, e certi denti posticci acuminati; e guardantici ogni

tanto in cagnesco con molte smorfie per far ridere la gente.

Ora il dottor Verità, quando siede a confabulare con quel piede in mano,

è un retore non dispregevole; e girando il discorso con una bella

abilità di chiacchierone, e cucendo insieme molti aforismi e molti

epifonemi e molti sofismi con qualche opportuno sproposito, e, ove

occorra, con una o due piccole bugie, tesse una teorichetta critica

argutella e chiacchierina, da deporre sul tavolino da lavoro della

signora che ha la pazienza di ascoltarlo da tanto tempo. Ve ne

ricordate? Era il tempo delle _Odi barbare_, e il dottor Verità, per

creare una ostilità al Carducci, prese a catechizzare quella buona

signora. Fece un giro largo, parlò della poesia latina, dei

tentativi barbarici del Seicento, della _Sehnsucht_, della

_Weltschmerzesdichtung_, della necessità melodica in Italia, del

sentimento italiano, delle tradizioni italiane, di Dante, di Leonardo da

Vinci, di Giovanni Prati, di Paolo Ferrari, dei trovadori e del Porta. E

tante ne disse, e tanto diluì in un fiume di parole argomenti e

argomentazioni e sfarfalloni, che la compiacente signora, guardandolo

con un'aria tra di stanchezza e di compassione e di ammirazione, stava

per cedere. Se non che, il dottore Verità volle avere troppo pieno il

trionfo; e per abbattere nella sua colloquitrice le ultime repugnanze

della ragione, ricorse a un mezzuccio volgare e pericoloso, onde i

teorizzatori dovrebbero sempre rifuggir con orrore. Persuaso egli

stesso, forse, volle confortar la teorica con un esempio; e disse: — Per

esempio, cara signora, se qualcuno volesse acclimatare il sonetto nella

poesia francese, darebbe un sicuro segno di pazzia; poichè la natura

francese e la lingua francese e le tradizioni francesi repugnano dal

sonetto, come....

Per mala ventura, la signora aveva sul tavolino da lavoro un libriccino

poetico di Teodoro Vibert, intitolato _Dizaine de Sonnets_; e subito

guardò il dottore con un'aria di angoscia interrogativa.

— Dottore, e Coppèe, del quale voi mi avete parlato tante volte? E

Victor Hugo, e Lamartine, e Baudelaire, e Musset, e tutti quanti i poeti

francesi sino a Ronsard non hanno scritto milioni di sonetti,

endecasillabi ed alessandrini?

Il dottore restò sbalordito, e non disse più verbo. Peccato! Aveva

costruita una così carina teorichetta barbarica, tutta di cera vergine,

con due capocchiette azzurre di spillo nel luogo degli occhiettini, con

una ghirlandetta di carta dorata sulla fronte, con due ramettini di

palma nelle manine piccoline!

Questa volta, dubitando di qualche sdrucciolone simile a quello, si è

attenuto a un metodo assai più semplice e meno pericoloso: ha lasciato

da parte gli esempi, le citazioni, e tutti gli altri ferravecchi della

critica letteraria; e si è tenuto alla fisiologia. Bravo, per dio! Il

dottor Verità, quel vecchio brontolone nemico di tutte le novità audaci,

diventa anche egli sperimentale. È un bel trionfo pel naturalismo. Se

non che, non bisogna affidarsi alla fisiologia con animo troppo

leggiero. La critica fisiologica può essere un buon metodo di analisi,

quando il critico abbia del _soggetto_ una nozione sicura, lo abbia

potuto studiare nel suo sistema organico, nelle funzioni esteriori della

vita, nelle irruzioni private della vita interiore: allora, comparando e

fondendo questi elementi di ricerca con quella parte della propria

attività spirituale che il _soggetto_ abbandona al pubblico, la

definizione o il giudizio o la classificazione possono avere un valore

positivo. Ma il dottor Verità non ha mai ascoltato le pulsazioni del mio

sangue, nè mi ha mai sentito il polso, nè ha tentato le mie

articolazioni, e non mi ha mai veduto tirare di scherma, o nuotare, o

pugillare, o ballare. Anzi, che io sappia, non mi ha nè pur veduto mai.

Or su quali dati scientifici poggia la sua dimostrazione di critica

fisiologica? Di più, io non ho mai avuto l'onore di parlare col dottor

Verità; nè egli, che io sappia, è stato mai testimone delle mie

consuetudini. Con che fondamento scientifico dunque egli fa la diagnosi

del mio io etico, e mi dichiara la miglior pasta di ragazzo che abbia

mangiato mai pasticcini sopra la faccia della terra? Io sono molto

contento della buona opinione che il dottor Verità porta delle mie

facoltà morali; ma in nome della scienza e della critica positiva,

protesto. Il dottor Verità mi ha rilasciato un documento di mitezza e di

bontà, senza nessuna prova sperimentale; e questo, per la dignità della

critica e per la serietà della scienza, non è comportabile.

Non è comportabile che nella critica positiva, fisiologica e storica,

s'introducano la leggerezza di cuore e la lestezza di mano che hanno

discreditato per sempre la critica estetica. Sei anni sono, il dottor

Verità voleva abbattere il tentativo barbarico del Carducci con

l'esempio della poesia francese, della quale era affatto digiuno; e ora,

il vecchio incorreggibile, perchè il D'Annunzio non ha un'ampia

ventraglia cascante, egli, che lo avrà veduto due volte e avrà scambiato

con lui venti parole, vuole abbatterlo con argomentazioni fisiologiche?

È curiosa. Gli nega una gran parte di quella potenza amatoria che il

D'Annunzio espande nella sua lirica; e asserisce che da una delle Yelle

gli è stato detto che il D'Annunzio è un millantatore. Or quale è questa

Yella che fa al dottor Verità delle confidenze tanto curiose? Fuori il

nome, per dio, o il ritratto almeno! Noi vogliamo affiggerla a tutti i

canti delle vie l'effigie di questa Yella che va a confessare al dottor

Verità i suoi peccati di maggio! Ma io dubito forte che questa Yella il

dottor Verità l'abbia veduta come ha veduta la mia testa, che dice

spettinata. Spettinata la mia testa? Io protesto di nuovo, o Dottore: la

mia testa è rasa sino alla pelle come quella d'un coscritto.

Se non che io forse ho torto di ritornar sopra questi pettegolezzi che

il dottor Verità move intorno a noi, e che in fondo sono una specie di

_réclame_ all'americana; e farei meglio a lasciar correre. Ma il dottor

Verità asserisce che il D'Annunzio e io scriviamo _posando_ e _montando_

e _gonfiando_ noi stessi; e qui è necessario fermarsi un momento. Prima

di tutto: che cosa intende il dottore per _posa_? Intende certe norme

giudicatrici nella critica e nell'arte, dalle quali gli accusati non si

discostano, a rischio di sembrare, fra i tanti che vanno innanzi ad

occhi chiusi, delle bestie strane? E allora gli accusati, lo dichiarano

volentieri, _posano_ e sono contenti di _posare_.

Il dottor Verità, come il suo collega il marchese Colombi, crede l'arte

una libera emanazione dell'intestino retto o dell'utero, a seconda del

sesso. Egli non pensa che da molto tempo in qua l'arte non è se non

l'espressione imaginosa di certi criterii scientifici, o la

rappresentazione evidente di una teorica filosofica. La persona

dell'artista, se pure si tratti di arte subbiettiva, non ci entra se non

come elemento secondario. Che cosa pensa il dottor Verità del Goethe, il

quale, dopo avere scritto a vent'anni i _Dolori del giovane Werther_,

visse settant'anni ancora, serenamente, e morì nel bacio del signore,

tra il compianto delle dame di Weimar? E se il Leopardi fosse stato un

bell'uomo forte e sano, lo avrebbe la sua constituzione fisica o lo

avrebbero le conversazioni del dottor Verità distolto dalla filosofia di

Schopenhauer?

Così, come ci entra l'organismo fisico del D'Annunzio nell'organismo

della sua poesia? Questa poesia la sa veramente il dottor Verità, o la

sa per le chiacchiere di qualche Yella immaginaria? Questa poesia non è

se non l'irruzione violenta, e qua e là scomposta, di un sanissimo e

giustissimo e potentissimo senso della natura e della vita. Questa

poesia è una emanazione diretta delle teoriche darwiniane, che insegnano

a considerare l'uomo nella natura come un qualunque essere animale, e

non come un microcosmo concentrico di tutti quanti i raggi e di tutte

quante le attività della vita. Ha letto il dottor Verità il _Canto

Novo_? Quando mai il senso umano irruppe con tanta libertà di

espansione, con tanta spontaneità di movimento, con tanto esuberante

splendore di forma? Era veramente un _canto novo_, poichè per entro vi

palpitava l'animalità senziente e intelligente, che è la caratteristica

dell'umanità darwiniana. Come ci entrava in questo la persona del poeta,

il quale a Lalla, subbiettivamente, prometteva le nozze; e come ci

entrava anche Lalla? Nel _Canto novo_ ci erano un maschio e una femmina,

che si chiamavano Gabriele e Lalla, e avrebbero potuto chiamarsi anche

altrimenti ed essere organicamente constituiti in altro modo senza che

la sostanza della poesia ne fosse mutata; ci erano un maschio e una

femmina, ed esprimevano in magnifiche strofe alcaiche ed in sonetti

meravigliosi il diletto della vita e dell'amore sul gran letto della

natura. La pittura del Michetti non è anch'essa tale? Or chi va a

ricercare se il Michetti sia gracile o robusto? E chi lo accusa di

posare, se, avendo un animo dolcissimo, ha esposto in Roma un quadro che

alle persone troppo rassomiglianti nell'organismo nervoso al dottor

Verità fa rizzare i capelli sul cranio? Se la dialogatrice del dottor

Verità pensa che la persona e l'opera dell'artista debbano avere una

identica constituzione organica, di chi la colpa, se non del dottor

Verità che le empie la testa di queste fanfaluche?

Lo stesso sia detto per la critica mia, la quale al dottor Verità, che

non mi ha veduto mai, pare troppo dissonante dalle proporzioni del mio

corpo e dalle mie facoltà etiche. Secondo il dottor Verità, un critico

che non si levi ogni mattina col santo e deliberato proposito di

inginocchiarsi davanti a qualche autore illustre con una gran furia di

genuflessioni e con molto fumo d'incenso, facendo salamelecchi come un

pappagallo sulla gruccia, dev'essere una specie d'antropofago, con una

barba lunga sino all'ombelico, con due braccia da Sansone schiacciatore

di Filistei, con un palmo di pelo sul cuore; se no, _posa_. E io che, a

quanto asserisce il dottor Verità, sono un mingherlino tisico e dolce

come il buon pane, non ho diritto di trattar male la gente.

Belle argomentazioni da dire a Cicerone, quando inveiva contro Verre, o

a Demostene, quando, per potere irrompere con più libera violenza contro

Filippo il Macedone, correva lungo la riva del fiume con la bocca piena

di sassolini per correggere il difetto della parola! Di più queste

parole, in bocca d'uno che da molti anni campa di critica, sono una

confessione pericolosa. Dunque il dottor Verità crede nella critica

subbiettiva, procedente da un impeto della passione? Tanto peggio per

lui, e per quelli che hanno creduto nella critica sua. Io no. Io porto

della critica una ben più alta e severa opinione: essa è per me una cosa

sacra, più sacra dell'arte; e quando abbandono il mio spirito

all'analisi d'un libro o d'uno scrittore, o d'un complesso di libri e di

scrittori, io mi libero pienamente del mio individuo senziente, e non

resta se non l'individuo pensante, con la scorta di quella poca coltura

che bene o male può guidare e illuminare il mio giudizio. Di che ferocia

mi va parlando il dottor Verità? Io non torcerei un capello a nessuno; e

se mangio assai spesso degli autori illustri e di fama stagionata, come

dice elegantemente il dottor Verità, gli è che ho adottato un metodo

critico un po' diverso da quello che per molto tempo la diffusione

giornalistica ha fatto prevalere in Italia. Il giornale dovendo vivere

un giorno, e soddisfare la necessità immediata di notizie, anche nella

critica campa alla giornata; e dando conto di questa o quella opera

d'arte che più stuzzica la curiosità del momento, non si cura o non

vuole o non può ricercare il nesso che la presente opera può avere con

le altre di altri tempi e di altri paesi. Questo metodo, che nella

cronaca gazzettiera è, per necessità, comportabile, diventa affatto

irragionevole e pericoloso quando si allarga al giudizio di tutta la

moderna produzione letteraria. Poichè la perfezione nelle opere della

mente umana non è assoluta, non è una determinata altezza alla quale

occorra di giungere, ma è relativa, è, più che altro, una specie di

scala, il primo officio della critica dev'essere di misurare le altezze.

È necessario dunque aborrire dal metodo empirico di Gustavo Planche, è

necessario non fermarsi al caso particolare e giudicare un'opera

singolare per sè sola, con la norma del senso estetico o, come più

spesso accade, con la norma dell'opportunità. La critica letteraria,

come la critica d'arte, è, più che altro, un'opera di classificazione e

di confronto. Ora, confrontando i frutti della nostra attività presente

con quelli che ci furono lasciati in eredità, giudicando una singola

opera d'arte non in sè, ma nello sviluppo complessivo di quella forma

dell'arte, accade che la dolce nebbia di ottimismo tanto cara agli

scribacchiatori italiani si disperda per l'aria. Ecco perchè io sono

feroce. Questo, in quanto alla sostanza. In quanto alla forma, che è

quella che più urta i nervi del prossimo, è un'altra faccenda. In

Italia, e in moltissima parte d'Europa, certe consuetudini d'ipocrisia

son rimaste tenacemente abbarbicate. L'usanza di segarsi la gola con

tutte le regole della politezza e del galateo ha invasa tutta quanta la

vita; dopo che Racine dovette radere la barba ai suoi eroi greci e

vestirli di velluto per non far paura alle dame adunate nel salone di

madama di Maintenon, il gesuitismo è diventata la norma di tutta quanta

la vita: nell'arte, per i molti sforzi e a malgrado delle molte

opposizioni, questa incrostazione lojolesca va scomparendo: or perchè

dovrebbe restare nella critica? Che volete? Quando io debbo dire a uno

scrittore, magari illustre, magari _stagionato_, che è un asino, non

trovo nessuna parola più efficacemente pittorica nella sua brevità

trisillaba e proparossìtona del vocabolo che serve a distinguere quella

mite bestia da tutti quanti gli altri esseri animali.

Il torto forse sta nel prendersi dei grattacapi inutili, poichè già,

come dice il dottor Verità, la critica non fa male a nessuno. Ma poichè

non ci è in Italia chi voglia prenderseli, io mi voglio buttare nella

voragine. Perchè dunque vorrebbe il dottor Verità che io fossi un

antropofago? Io vorrei che tutti i mangiati da me prosperassero e

ingrassassero come il dottor Verità, e avessero una buona volta degli

intendimenti artistici o critici. E non è vero, come dice il dottor

Verità, che io non giuri se non nel nome del Carducci. Naturalmente,

siccome nel nostro ventennio noi non troviamo se non il Carducci da

poter comparare con gli artisti della prima metà di questo e dei secoli

antecedenti; siccome noi dal Carducci abbiamo appreso, tra tante altre

cose, la religione dell'arte e l'odio dell'ignoranza e del

ciarlatanismo, abbiamo per lui, più che il rispetto, il culto che nasce

spontaneamente in conspetto dei benefattori. Ma ciò non ci vieta di

misurare gli altri ciascuno secondo l'altezza sua, e ove per troppo

impeto si sia errata o passata la misura, di rettificare.

Ma lasciamo andare. A che serve seccare la gente con certi pettegolezzi

subbiettivi? Io ho cominciato il mio mestiere di cronista bibliografico

dicendo d'un cattivo libro ch'era solamente buono per _torchecul_; e

quella parola nella quale io, antico ed entusiasta lettore di Rabelais,

non sospettavo tanto pepe, mi scatenò contro una tempesta. Ora mi ci

sono abituato, e tiro via portando le pene della mia _ferocia_. Così,

pel dispetto che mi faceva Gabriele D'Annunzio dichiarante agli amici

che gittava in braccio alle femmine tutto il suo mondo poetico, io

stampai dei sonetti di rimprovero e di ammonimento e di richiamo al

passato: dissi in versi quel che tutti gli amici del D'Annunzio dicevano

in prosa. Ma il torto fu di stampare quei versi. Io lo sapevo che ne

avrei portato la pena; tuttavia li volli pubblicare a dispetto

dell'opinione della gente. Ed ecco, il dottor Verità, seduto a fronte

della paziente compagna de' suoi colloqui, tenendosi a volta a volta il

piè destro nella mano sinistra o il piede sinistro nella mano destra, si

arma de' miei versi a danno del D'Annunzio. Pazienza!

Il libro di Don Chisciotte · 第 47 / 71 题