VI.

Si pubblica in Padova un _Giornale degli eruditi e curiosi_, che alcuni

eruditi amici miei chiamano pittorescamente _dei cretini e curiosi_; e

in verità, da che l'arte della stampa ha aperto tanta facilità di sfogo

alla sciocchezza umana, non mai una imbecillità più puerile è stata

perpetrata da più persone in conspetto del popolo. Questo giornale, che

vorrebbe offrire un contributo alla piccola erudizione, è fatto in modo

da rammentare quel giochetto di domande e risposte, onde ancora si

dilettano le ragazze borghesi, e che fra i giuochi innocenti è il più

stupido. Le domande che in questo foglio si propongono sono così

insipide, così oziose, così assurde, e le risposte così piccinamente

boriose, così gonfie di solennità e di degnazione, da farvi schiattar

per le risa. Una volta, in un accesso di dubbio disperato, uno domandò

se si avesse a scrivere dinanzi o dinnanzi; e un altro, con una feroce

aria di gravità sdegnata, rispose che veramente, poichè questa parola

risulta da due elementi, _d'_ e _innanzi_, bisognerebbe scriverla con

doppia enne, ma poichè io la scrivo con una enne sola, bisogna

rassegnarsi; e qui una sfuriata contro due miei peccati, la prolissità e

la monomania sentenziatrice. E dire che io, per non far torto a nessuno

e per risolvere pienamente la questione, scrivo con una o con due enne

spensieratamente, senza lasciarmi turbare il sonno da una consonante

nasale. Un terzo domandò quale fosse il più bel libro di Edmondo De

Amicis; e un quarto gli rispose con molta prosopopea. Un quinto infine

domandò chi fosse Marco Balossardi e un sesto rispose: _Olindo_

Stecchetti, il D'Annunzio e il Carducci; e costui firmò il quesito suo

così: _Asellus Maximus_. Il Carducci, in un momento di lieto umore,

rispose: «Asellus sarà maximus; ma io non sono Marco Balossardi.» Anche

ci è di quelli che ricorrono a questa fonte di erudizione per sapere chi

sia Chiquita, chi Gandolin, chi Matamoros; e i misteri della presente

Arcadia giornalistica sono uno ad uno svelati da gl'infallibili eruditi

che cooperano a questo giornale.

Se non che, poichè per fortuna della patria questa forma del cretinismo

non è largamente diffusa in Italia, il giornale morrebbe per manco di

alimento, se non avesse un sostentatore inesauribile. E costui è —

occorre dirlo? — il professore Rodolfo Renier. Il professore Rodolfo

Renier è l'Apolline delfico del _Giornale dei cretini e curiosi_: è lui

che dà i responsi, dritto sul tripode della sua maestà catedratica,

illuminando con la immensa luce della sua erudizione l'Italia. Egli ha

ricopiato le liriche di Fazio degli Uberti e certi sonetti del Pecora, e

ha fondato il _Giornale storico della letteratura italiana_ per cantar

le glorie di Fazio degli Uberti, del Pecora, e del professore Rodolfo

Renier; di più per assicurarsi una clientela fra la bassa erudizione,

soddisfa con grave sperpero di intelletto e di studi la curiosità di

tutti quelli che desiderano di sapere chi sia Chiquita.

Il professore Rodolfo Renier è un singolarissimo tipo di erudito. Dopo

aver fatto in Firenze, in società col professore Arturo Linaker, della

critica estetica che faceva sbellicar dalle risa sin le pietre di

Mercato Vecchio, vedendo come veramente lo studio della storia

letteraria avesse fatto qualche progresso anche in Italia e come la

critica sperimentale cominciasse a prevalere, nel primo entusiasmo di

questa strana e grande scoperta si buttò anch'egli alla ricerca del

materiale con un impeto indomabile; ed essendo proposto nella scuola tra

altre esercitazioni critiche uno studio intorno alla lirica di Fazio

degli Uberti, questo Rodolfo si buttò addosso a quell'imitatore di Dante

con una furia pazza, e gli consacrò tutta la vita. Se lo aveste veduto

quando andava in giro per l'Italia a ricopiar manoscritti! Pareva che da

quella copiagione sua tutta la critica moderna dovesse andare a

soqquadro, e che la rivelazione di Fazio degli Uberti dovesse

sconvolgere tutti i criteri che sin qui hanno retto l'edifizio della

nostra storia letteraria. Io lo vidi una volta nella biblioteca

corsiniana, e l'ilarità che nell'anima mia suscitò la sua conversazione

mentre tornavamo via da Trastevere per ponte Sisto affollato di serve,

mi è durata di poi per molto tempo. Venivamo via in quattro o in cinque

coi nostri scartafacci di transcrizione in mano, ed era l'ultimo

autunno, e il vespero carezzevole spandendo sui lavori del Tevere un

lume d'un color di viola pareva che ci rimproverasse blandamente le

nostre vili fatiche. E il signor Renier parlava del suo Fazio con un

tanto intenerimento di voce e un così risibile calor di passione, che

d'allora in poi mi ha fatto avere in orrore tutti quanti gl'imitatori di

Dante. Pareva che questo suo Fazio fosse il maggior poeta del mondo. E

questo Fazio di poi ci ha seccato per un pezzo. Poichè dalla passione

che dal solo copiarne il canzoniere si suscitava nel signor Renier,

tutti si aspettavano o ch'egli avesse scoperto in quella legnosa lirica

una qualche sconosciuta virtù, o che almeno di là si spiccasse a qualche

non pensabile slancio critico. E dovunque si andava, nel piccolo

formicaio dell'erudizione italiana, era una persecuzione:

— Sai, — mi diceva il mio amico Zenatti, terminata di leggere una

lettera — è Fazio Renier che mi scrive: mi parla degl'imitatori di

Dante.

— Sai — mi diceva il mio amico Morpurgo, giunto appena da Firenze — ho

visto Rodolfo degli Uberti.

— E che fa?

— Copia le liriche di Fazio.

Si usciva di scuola col Monaci, e domandava:

— E il signor Renier ha terminato il suo Fazio?

Si apriva il _Preludio_, e si trovava o una qualunque pappolata del

signor Rodolfo, ove Fazio era ricordato amorosamente, o una notizia di

cronaca ove la edizione critica delle liriche di Rodolfo Renier a cura

di Fazio degli Uberti era minacciata da un momento all'altro. Poi

cominciò un'altra storia. Questo mattacchione del signor Rodolfo (com'è

arciducale questo imitatore di Dante!), per fare un po' di propaganda al

suo metodo critico, pubblicò uno o due opuscoli di cose inedite per

occasione di nozze. Non l'avesse mai fatto! Tutti gli eruditi che

stavano in aspettazione, rimasero con un palmo di naso. Quella era

dunque la novità? Novità veramente era, poichè cosa più scempia non fu

pensata mai: si trattava di sopprimere nella edizione dei testi antichi

l'intelligenza e la personalità del critico, per rimettersi in tutto al

manoscritto: si trattava di sostituire alla critica del testo la copia

pura e semplice, rimettendosi per ogni dubbio ortografico metrico o

grammaticale all'autorità di un amanuense ignoto e, probabilmente,

ignorante. Questo fu il topolino che dopo una quasi quinquennale

gestazione partorì la testa vuota del signor Renier; e intorno a questo

topolino combattè Giulio Salvadori con troppo più possenti armi che non

fossero necessarie ad accoppare un novatore tanto rodolfo. Dopo, venne

il famoso canzoniere; e, dio, che spettacolo allegro! Quando esso fu

pubblicato, già tutte le persone di buon senso erano persuase che questo

Renier fosse uno sciocco o un mistificatore, e l'accoglienza a quel

volume che non aggiunse nulla a quanto dell'Uberti già si sapeva, fu

poco lieta. L'effetto fu questo, che da una parte si vide come in Italia

ci sia della gente, la quale, per non aver tanto ingegno da esercitare

un qualunque onorato mestiere, si butta all'erudizione senza sapere nè

la grammatica italiana nè la metrica; dall'altra il signor Renier,

deluso nelle sue folli speranze, si sforzò di riparare in qualche modo

al disastro lodandosi largamente da sè medesimo e facendosi lodare da

qualche più intimo amico. E se lo spettacolo, per la strana prosopopea

con la quale il signor Renier vorrebbe imporre questa sua sgrammaticata

erudizione e per l'insigne officio cui il ministro dell'istruzione

pubblica lo ha eletto, non è ridicolo, io voglio consumar nel pianto la

mia restante vita.

Di qualunque cosa scriva il signor Renier, fa smascellar dalle risa; e

più volte in questo libro io ho dovuto occuparmi di suoi sfarfalloni

grossi come la gran botte di Norimberga. Sebbene egli disserisca di

qualunque materia con una solennità comica e lacrimevole insieme, la

povertà del suo cervello è strana. Figuratevi: si è consacrato tutto a

un argomento così misero, qual'è quello degl'imitatori di Dante, e

l'ingenuità de' suoi spropositi ogni volta che parli di cose dantesche

non è credibile. Eccone una, per esempio. Il professor Bartoli in un

momento di allucinazione critica ha voluto dimostrare che la Beatrice di

Dante non sia se non una _beatrice_, un qualificativo astratto e

generico materiato con una specie di mito femmineo. Non ci è stato in

Italia uno che abbia accettato questa fantasticheria del Bartoli: era

dunque naturale che il professor Renier subito ne fosse colpito, e ogni

volta ch'egli deve parlare dell'amica di Dante, scrive senz'altro

_beatrice_, come se quell'arzigogolo fosse entrato o potesse entrar mai

nella persuasione della gente seria. Ed eccone un altro, più bello e più

schiettamente odorante d'olezzo d'asino.

Nella smania di fare e di rifare ogni giorno il mondo dell'erudizione,

onde il signor Rodolfo è posseduto, ha scoperto in una delle più remote

provincie germaniche un povero diavolo d'un tedesco, un tal Bertoldo

Wiese, e lo ha aizzato nel suo giornale, che spudoratamente s'intitola

dalla letteratura italiana, contro il Carducci. Questo povero minchione

d'un tedesco si è d'improvviso trovato nella pelle d'un cane randagio

lanciato in un cortile contro un orso a qualche festa popolare

germanica; e le sue capriole e i suoi salti e i suoi abbaiamenti sono

stati tali da fornir per un mese argomento di riso a un capitolo di

canonici. Figuratevi: l'imbecillità e la goffaggine di questo cagnotto

furono così madornali, ch'esso andava a torno pel cortile divincolando

la coda, abbaiando con una strana iattanza, e ora addentando una scopa

appoggiata al muro, ora buttandosi fieramente sopra un qualche cencio

abbandonato in terra, senza poter mai toccar l'orso.

Il professore Rodolfo, con un berrettaccio di pelo d'asino sulla zucca,

affacciava la testa di su 'l muro del cortile, e incitava

patriotticamente quel vile cagnottolaccio tedesco contro il nostro

grande e nobile orso italiano. La gente in su le prime, non avendo bene

inteso il giuoco, guardava; ma poi di subito se ne andò stomacata,

poichè le vigliaccherie e le ribalderie hanno ancora la virtù di muovere

a schifo gli animi umani. Restò uno, più attaccabrighe degli altri, e

cacciò via a pedate la bestia aizzata e la bestia aizzatrice. Costui, se

piace al professor Rodolfo Renier, sono io. Or ecco, fuori d'ogni velame

di metafora, la storia del cagnotto tedesco e delle pedate.

Il Carducci pubblicò nel 1871 a Pisa, pei tipi dei Nistri, una preziosa

raccolta di _Cantilene e ballate, strambotti e madrigali dei secoli XIII

e XIV_, tratte di su 'l codice magl. stroz. VII, 1040; e quella

pubblicazione fu sempre meritamente tenuta dagli italiani e dagli

stranieri come una magistrale opera di critica per la grandissima

diligenza dell'edizione e per la capitale importanza della materia. Or

dopo dodici anni questo tedesco ci viene a dire che, avendo confrontata

l'edizione carducciana col manoscritto, ha scoperto una infinità di

errori e di omissioni; e pretende di correggere il Carducci.

Pretende di correggere il Carducci, questo Bertoldo, e sa d'italiano

quasi quanto ne sa il professor Renier! E per chi si prenda il gusto di

scorrere quelle sue emendazioni, è una festa di risate graziose. Egli,

naturalmente, non sa nè la grammatica nè la metrica italiana; e,

costretto dalla necessità ad adottare il metodo critico del professor

Renier, si rimette in tutto all'amanuense che transcrisse il codice, e

rimprovera con una fierezza di lanzichenecco il Carducci, di non aver

stampato degli endecasillabi di dodici, tredici o quattordici sillabe, e

di non aver lasciato nella edizione sua tutti gli spropositi ortografici

e grammaticali, onde il copista infiorò la sua copia. Di più, questo

povero diavolone d'un tedesco non sa leggere i manoscritti italiani:

l'esse, per esempio, è per lui un rompicapo chinese, e ora lo scambia

con un elle, e ora invece l'elle gli pare un esse. In fine, egli si

rizza su dal confessionale con una canna in mano, come uno di quei preti

che in San Pietro paiono intenti a pescare all'amo e invece dan

l'assoluzione abbassando la canna sul capo di tutti i peccatori che

vengono a deporre il pesciolino d'un peccatuzzo veniale a' loro piedi;

ma non dà l'assoluzione: anzi squassa in alto e palleggia ferocemente

quella canna, e pare un cherusco escito dalla melma della palude con la

canna da respirare in mano. In fatti, si tratta d'un peccato mortale: il

Carducci, secondo il nostro Bertoldo, ha omesso nella sua edizione

alcune importantissime poesie inedite di Dante, del Cavalcanti e di

altri; e, per riparare a tanta incuria, le pubblica lui.

Per gli altri e pel Cavalcanti, il nostro Bertoldo non stia in pena:

hanno già avuto più volte l'infamia o l'onor della stampa. Il caso grave

è intorno a Dante, del quale ecco gli endecasillabi omessi, chi sa

perchè, dal Carducci:

Indi spiro sanzessermi p_ro_ferta

dante lavolglia discerno melglio

chotu qualu_nque_ cosa te piu certa

P_er_chio la veggio neluerace spelglio

chefa dise' parelglio laltre chose

_et_ nulla face luj dise parelglio

Tu vuolgli vdir qua_n_te chedio mi_n_puose

nelexcelso giardino dove costei

acosi lunga scala ti dipuose

E quanto fudilecto agliocchi miej

ela p_ro_pia ragion delgra_n_ disdengno

clydiomo chu sai _et_ che fei

Orfigluol mio nouel gustar dellegno

fu p_er_le lacagio_n_e dita_n_to exilio

ma solame_n_te il trapassar del se_n_gno

Quindj onde mosse tuo do_n_na vergilio

quattro milia trece_n_to _et_ due volumj

disol desideraj q_u_esto concilio

Et uudi luy tornar atutti ilumj (_sic_)

dela sua strada noue cie_n_to trenta

fiate me_n_tre chio i_n_ terra sumj.

Or come il Carducci ha potuto commettere la grave negligenza di

tralasciare questi versi? È strano. Veramente da prima, leggendo dei

versi come questi:

dante lavolglia discerno melglio,

fu perle lacagione ditanto exilio,

et uudi luy tornar atutti ilumi,

fiate mentre chio in terra sumj,

non che endecasillabi di Dante, mi parvero muggiti d'un rinoceronte; poi

mi venne un lontano ricordo, come di cosa altra volta imparata a memoria

e recitata in iscuola; e subitamente mi sovvenni che quei versi inediti

di Dante dovevano essere editi in un libro, stampato bensì in pochissimi

esemplari fuori di commercio, ma che pure un erudito di buona volontà,

con qualche sforzo può riescire a procurarsi. Corsi infatti a prendere

questo libro, che è intitolato, — _Dante Alighieri, La Divina commedia

con note tratte dai migliori commenti per cura di E. Camerini, 6ª

edizione stereotipa, Milano, Sonzogno, 1877_, — e a pagine 401-2,

(_Paradiso_, XXV) lessi:

Indi spirò: Senz'essermi profferta 103

Da te, la voglia tua, discerno meglio

Che tu qualunque cosa t'è più certa,

Perch'io la veggio nel verace speglio 106

Che fa di sè pareglie l'altre cose,

E nulla face lui di sè pareglio.

Tu vuoi saper quant'è che Dio mi pose 109

Nell'eccelso giardino, ove costei

A così lunga scala ti dispose,

E quanto fu diletto agli occhi miei, 112

E la propria cagion del gran disdegno,

E l'idioma ch'usai e ch'io fei.

Or, figliuol mio, non il gustar del legno 115

Fu per sè la cagion di tanto esilio,

Ma solamente il trapassar del segno.

Quindi, onde mosse tua donna Virgilio, 118

Quattromila trecento e duo volumi

Di sol desiderai questo concilio;

E vidi lui tornar a tutti i lumi 121

Della sua strada novecento trenta

Fiate, mentre ch'io in terra fu' mi.

Sì, o signori: non ispalancate la bocca e non levate gli occhi al cielo

in atto di meraviglia. Non è il caso di meravigliarsi di cosa alcuna,

quando si ha da fare con certa gente. Quel povero minchione d'un

discendente d'Arminio vuol venire a fare il dottore in casa nostra, e

rimprovera al Carducci di non aver pubblicato, come cosa inedita, alcuni

endecasillabi che poi sono delle terzine del _Paradiso_: pazienza. È un

vecchio vizio tedesco quello di cacciare il naso nelle cose italiane, e

quel povero Bertoldo è degno di pietà, poichè ha trovato un Cacasenno

che gli ha spalancato le porte d'Italia.

Ma colui che meriterebbe da vero una pubblica flagellazione _a

posteriori_, in piazza Navona, in conspetto di tutto il popolo ragunato

con le trombe e con le cassette di latta per la festa della Befana, è

appunto quello stolido Cacasenno, quel disgraziato professore di

filologia romanza, che ha dedicata tutta la vita agl'imitatori di Dante,

e non ha nè pur letta la Divina Comedia. Ma che cosa, oltre le liriche

di Fazio degli Uberti, ha mai letto il professor Renier? Non mai un

trattato di geografia di certo, poichè nell'ultimo fascicolo del suo

_Giornale storico della letteratura italiana_ egli pone Dublino in

Iscozia. O _Giornale storico della letteratura italiana, merdosior

omnibus latrinis_! Si son messi in tre a farlo, e tanto allegri sono i

loro spropositi, e con sì comica solennità li affidano alle mani della

tipografia, che io vorrei chiamare questi tre il Bertoldo, il Bertoldino

e il Cacasenno della erudizione italiana. Se non che, manca ad essi quel

grosso buon senso che la leggenda popolare attribuisce a' suoi eroi.

Fanno per altro ridere, e il cavalier Marco Balossardi e Corrado Ricci

hanno riso in rima alle loro spalle. I versi del cavalier Balossardi

saranno in breve pubblicati, e rideranno anche i lettori: io voglio qui

citare il sonetto di Corrado Ricci, che è tuttavia inedito:

Per un'ulcera dura nel prepuzio

M'hanno applicato al ventre un ossocrozio

Onde ho passato sette giorni in ozio

A legger certo libro del Manuzio.

C'è dentro una ricetta di Stercuzio

Notissima al Traversi, al Graf, al Grozio:

Sei oncie di Novati in sei di lozio,

Undici di Renier in tre di Luzio.

Sapendo sulla fede del Leibnizio.

Che quelle droghe (che non pagan dazio)

Come purgante sono un benefizio,

Ne presi insin che non senti'mi sazio,

E dopo tre o quattr'ore di supplizio,

Ho cacato le liriche di Fazio.

Tale è il professor Rodolfo Renier, e tale pur troppo è qualche altro,

che senza essere tanto pienamente inetto a ogni opera intellettuale,

crede anch'egli che la critica nessun'altro più degno officio possa

usurpare, oltre un cieco e spesso vano ragunamento di materiale.

L'esplorazione scientifica, per virtù del Carducci del D'Ancona del

Comparetti dell'Ascoli, e di altri più giovani usciti dalle loro scuole,

dava in principio frutti bellissimi; e a poco a poco, mettendo in luce

del nostro materiale letterario o non mai o malamente studiato, dava un

nuovo impulso all'esame di tutto quanto il nostro patrimonio d'arte e

conferiva alla critica una serietà e una solidità non mai conseguite in

Italia; e sopra tutto propagando il metodo sperimentale educava la

gioventù a un esercizio dell'intelletto non più vagabondo e capriccioso,

ma positivo ordinato profondo. E veramente il primo effetto di questa

propaganda non poteva essere migliore, poichè i primi giovani che

uscirono da queste scuole, per esempio il Rajna e il D'Ovidio, furono

tali da potersene onorare qualunque popolo più dotto e più scientifico

del nostro. In sèguito molti altri giovani con non minore fortuna

batterono la medesima via; ma per grandissima sciagura qualche mercante

s'è cacciato con suo ciarlatanesco apparato di richiami e di romori nel

tempio. Dico mercante per modo di dire e per un maledetto amor di

metafora, ma avrei dovuto dire, per non deviare dalla verità, imbecille.

Costoro... ma poichè non son molti, per buona fortuna, e poichè le loro

note caratteristiche si raccolgono, come in un tipo unico, nel professor

Renier, parliamo in numero singolare, e cerchiamo di definire il pedante

giovine.

Costui dunque, il pedante giovine dico, ha la scatola del cranio vuota

in tutto di materia cerebrale; ha per converso non saprei dire se nel

midollo spinale o nelle palme delle mani o in qualche altra parte della

persona, un prurito una fregola una smania ferocissima di apparire fra

gli eruditi eruditissimo, e fra i nuovi ricercatori più ricercatore e

più nuovo di tutti. E ricerca, e dovunque trovi o un conto di lavandaia,

o una lettera di un maggiordomo, o una qualche ghirlandetta di sonetti

d'un qualche Stiavelli dell'antichità non polluta mai dal rude amplesso

della stampa, copia; ma prima gitta tra gli amici la voce. E da per

tutto, ove sono ingenui che si siano lasciati cogliere da quell'apparato

di cerretanismo, la voce corre: Il Renier.... perdono, volevo dire il

pedante giovine. Il pedante giovine ha scoperto un importantissimo conto

d'una lavandaia del secolo XIV. Sapete? Il giovine pedante ha fatto una

scoperta preziosa: ha ritrovato una lettera di un maggiordomo di un

camerlengo apostolico del secolo XVI. Hai veduto? Il pedante giovine fa

un'edizione critica dei sonetti d'uno Stiavelli del XV secolo. E il

giornale amico annunzia dignitosamente: «L'egregio dottor pedante

giovine, professore di storia comparata delle lingue e letterature

neolatine nella R. Università di Torino, ha fatto una serie di scoperte

d'una importanza capitale per lo studio delle nostre fonti letterarie:

un conto di lavandaia del secolo XIV, che sconvolge tutti i criteri sin

qui vigenti intorno alla coltura generale di quel tempo; una lettera di

un maggiordomo d'un camerlengo apostolico del secolo XVI, che apre nuovi

orizzonti allo studio della calligrafia vaticana dopo che le guardie

palatine furono vestite dell'uniforme pensata da Michelangiolo; una

ghirlandetta di sonetti d'uno Stiavelli del secolo XV, che gitterà una

nuova luce nelle tenebre del petrarchismo.

«Con quest'ultima l'illustre dottor Rodolfo comincia una larghissima

esplorazione intorno agl'imitatori del Petrarca. Crediamo di sapere che

egli consacrerà molti anni della sua vita a transcrivere e pubblicare

tutta la lirica petrarcheggiante, dal canzoniere di Giusto de' Conti da

Valmontone sino alla più tarda e più ignota petrarcheria. Opera

colossale che servirà di risposta a tutti quei farfallini che, con una

leggerezza senza esempio, osarono rimproverare alcuni insignificanti

spropositi di grammatica, di metrica e di buon senso a un erudito di

tanto peso».

E così il Pedante prosegue la sua via, con molte risa delle persone

sensate, allucinando gl'ignoranti o gl'ingenui. E quando alcuno ardisca

di movergli qualche osservazione, pietosamente, tanto per fargli, con

buone maniere, intraveder l'abisso della sua imbecillità, allora

s'infuria, e prende ad abbaiare, e prende a seccare il prossimo con una

petulanza fastidiosa, che v'induce la voglia di acchetarlo con un

calcio. A costui manca la prima e più necessaria facoltà critica:

l'intelligenza. Egli non capisce nulla, non sa nulla, non sa far nulla:

sgrammaticato e destituito di ogni senso melodico, egli transcrive

spropositando come un copista del XIV secolo; gli manca per altro la

perizia calligrafica che gli amanuensi antichi ebbero. Egli non intende

nemmeno quanta distanza corra tra le sue vili fatiche e l'opera dei veri

e utili ricercatori. Nessuno è più inflessibilmente positivo nella

pubblicazione dei testi antichi del professore Ernesto Monaci, il quale

dalla edizione diplomatica è passato addirittura alla fotografia dei

manoscritti; ma il professor Monaci ha una larghissima e profonda

erudizione di tutta quanta la storia letteraria dei popoli neolatini e

un acume critico sicuro, e ogni pubblicazione sua colma una lacuna e

risolve dei dubbi: così col canzoniere portoghese, così col chigiano,

così sempre. Ma questo signor Renier, quest'oracolo delfico del

_Giornale dei cretini e curiosi_, il quale copia tanto per copiare e per

scrivere il suo nome arciducale sopra una edizione d'un testo antico, il

quale non sa nemmeno, copiando, obbedire alle leggi metriche e

grammaticali, e dopo aver copiato, quando dalla copia appare ad evidenza

l'inettitudine sua a qualunque esercizio d'intelligenza, vuol empire

l'Italia del suo malumore, e della sua boria, e della sua sciocchezza

puerile, questo signor Renier meriterebbe un _pensum_ enorme: poichè non

è egli se non uno scolaraccio ambizioso e di cervello tardo, che vuole a

forza imporsi sull'altra scolaresca con sue appariscenti reverenze al

maestro, e con un copioso imbrattamento di carta. Meriterebbe gli si

dessero a ricopiare tutti i codici della Riccardiana dieci volte; e

dopo, lo si condannasse ad appiccar di sua mano il fuoco a tutta quella

carta imbrattata. E sì che su questa scolaresca siede maestro,

ammonimento e terrore a tutti gli imbecilli facinorosi, Giosuè Carducci,

il quale alla sua gloria poetica congiunge l'altra, più grata forse a

lui, di essere stato dei primi rinnovatori, certo il più efficace

propagatore della critica positiva in Italia. Giosuè Carducci non è un

vile amanuense, se bene pochi siano più di lui operosi ed assidui

esploratori di biblioteche; ma nella indagine critica reca tutta la

lucidità della sua mente e tutto il larghissimo contributo della sua

dottrina, e non si racchiude in un circolo vizioso, ma trascorre in

trionfo tutto un immenso campo, e dalla più antica letteratura italiana

o latina passa alla polemica con gli scribacchiatori del giorno; e dopo

aver pubblicato quel libro di _cantilene e ballate etc._ (o Bertoldo,

salute!) che è più importante di tutta quanta l'epica e tutta quanta la

lirica di tutti quanti gl'imitatori di Dante e del Petrarca, stampa tre

volumi di _Confessioni e battaglie_ e ne apparecchia uno sui trobadori

della corte di Monferato. E poichè mi son seccato del signor Renier e

degl'imitatori di Dante, e certo anche i lettori ne debbono essere

infastiditi, passiamo, per compenso, alle _Confessioni e battaglie_, con

le quali il Carducci ha scosso da sè quella incrostazione leggendaria

che si era formata intorno alla sua persona.

Quale sia il processo chimico della leggenda, si sa. Appena un uomo, per

meriti o per demeriti grandi presso il prossimo suo conquista in patria

e fuori una larga popolarità, ecco intorno a lui comincia uno strano

concorso di animalacci e di animaletti. Vengono le vipere, e schizzano

sul suo nome il veleno dalle gengive; vengono i cani arrabbiati, e vi

schizzano la bava dell'idrofobia; vengono le lumache, e vi strisciano

sopra intonacandolo d'una patina argentea. Così quel nome scompare sotto

una multipla vernice, come gl'insetti in un pezzo d'ambra; e i presenti

e i posteri guardano la vita di quell'uomo a traverso quegli strati

cristallini, che ne ingrandiscono un qualche aspetto, e un altro ne

impiccoliscono, altri infine nascondono affatto. Quando il nome di

Giosuè Carducci passò i confini di Romagna e di Toscana, lo

accompagnarono strani romori. Dicevasi che fosse un uomo sanguigno

nervoso turbolento bilioso nella critica, sanguinario nella satira; e

per di più un professore fra socialista e repubblicano, smodatamente

amico della diva bottiglia. Queste cose che io, con altri compagni miei,

udii nel '76 da un professore di ginnasio il quale aveva imparato il

tedesco dallo Zendrini ed è un uomo di molto ingegno e di moltissima

dottrina, si dicevano per tutta l'Italia, ove nella fantasia della

gioventù la leggenda carducciana era sorta, tutta tinta d'un bel rosso

di sangue, fra quelle dei re di Roma. Con le _Poesie_ il Carducci non

s'era fatto molti nemici: la prevalenza del romanticismo nell'Italia non

faceva badar molto a quel classico maremmano balzato su da una

biblioteca con una muscolatura salda e con una erudizione rara. S'erano

uditi degli urli per l'inno a Satana, s'era udita più d'una predica

velenosa di qualche don Margotto, ma niente altro di grave. Il fragore e

le battaglie e la popolarità del Carducci cominciarono veramente con le

_Nuove Poesie_; e cominciò allora la leggenda, contro la quale il

Carducci si è dibattuto con tutto l'impeto del suo ingegno, con tutta la

violenza della sua natura. E i dibattimenti e i combattimenti li abbiamo

ora tutti insieme in questi tre volumi.

Nelle _confessioni_ il Carducci narra parecchi periodi della sua vita di

ragazzo indocile e rivoluzionario fra i vesperi caldi della Maremma

toscana, fra i cavallari che menavano i polledri a bere, fra gli stormi

di falchetti e di aquile che si spiccavano a volo verso il levante; la

sua vita di scolare negli scolopi e poi nelle biblioteche fiorentine ove

raccolse una così ricca messe di erudizione; la sua vita d'insegnante e

di poeta a san Miniato e in Bologna, che fu e tuttavia è per lui una

seconda patria. Queste confessioni, sparpagliate quà e là in varii

capitoli, hanno questo d'importante pei lettori moderni e pei critici

avvenire, che con una grandissima evidenza mostrano l'evoluzione delle

facoltà poetiche del Carducci in relazione con la sua vita e co' suoi

studii: evoluzione progressiva e meravigliosa dai _Juvenilia_ scritti in

Toscana fra il dominio assoluto del romanticismo, e le _Odi barbare_

balzate all'amico sole di Romagna dal petto del poeta vittorioso. E

poichè la vittoria non si potè conseguire senza un aspro e lungo

combattere, le _battaglie_ sono forse di maggior momento. Il Carducci,

si sa, è un uomo forte di complessione, forte nella poesia, forte nella

polemica: egli dunque, che pure ha tanti e tanto sicuri amici, non

lascia in pace i nemici se non li ha gittati con la faccia a terra.

Alcuni dicono ch'egli ecceda nella violenza. E sarà, forse. Egli non ama

la polemica fatta tra due salamelecchi, con molti sorrisi d'incoramento

agli avversarii: «_A tali parole non mancheranno di batter le mani certi

amici miei, i quali, per amor della dignità delle lettere, amano

foggiarsi dello scrittore un cotal modello accademico, che dovrebbe

moversi per entro una raggiera di stucco indorato e passeggiare alto da

terra sulle nuvole fatte a batuffoli di bambagia, salvo a lasciar la sua

posa di nume melodrammatico per bisbigliar basso in un crocchio — Il

tale o il tal altro è un birbante — e stendere nel medesimo tempo la

mano inguantata al su lodato birbante se entri nella stanza. Certamente

non dobbiamo rinnovare gli esempi del Castelvetro e del Caro: ma la pace

a tutti i costi è politica da vigliacchi._» Tale è, in fatto di civiltà

polemica, l'opinione del Carducci; e se essa può non troppo piacere agli

avversari, deve necessariamente tornare a grado dei lettori

indifferenti, pel calore e per la vita che ne viene alla prosa; e poi

l'ira del Carducci è santa, poichè non è se non la stizza d'un uomo che

con tutto l'animo stia intento a un'opera di grave momento, e i tafani

gli ronzino intorno pungendolo per la faccia.

I suoi sforzi di rinnovare il contenuto e la forma della poesia e della

prosa critica egli li fece con piena conscienza della serietà de' suoi

intendimenti, della maturità delle sue forze, con una preparazione di

studii e di esperienze quale, credo, nessun poeta moderno ebbe dopo il

Goethe: quelli che lo attaccarono furono manzoniani di seconda mano, o

cronisti a cui altra materia difettava, o critici lunghi e mingherlini

con mustacchi irsuti e la testa piena di fanfaluche. Costoro lo

assalirono con leggerezza strana, senza pensare alla gravità

dell'impresa, reputando che i poeti classici fossero una specie di

bestie da soma, sulla schiena delle quali il primo imbecille venuto

potesse picchiare con pieno e libero arbitrio. Doveva il Carducci,

secondo il precetto evangelico, starsene in pace invocando ancora altre

bastonate? Egli è pagano, e i pagani certi scherzi non li sopportavano.

Si levò dunque anche lui, con le pugna in alto, e per ogni buffetto

restituì dieci cazzotti. I suoi avversari furono scavalcati, tutti gli

assalti scoperti o abilmente occultati furono respinti, e le violenze

sue, non meno dei suoi versi, giovarono a sospingere la gioventù

d'Italia alle conquiste della coltura moderna.

Del resto, predecessori in bastonagione, tra i classici e tra i

romantici, non gli mancano. Il Goethe, il Dio, che veramente passeggiava

in trionfo fra una raggiera di stucco indorato sulle nuvole dell'Olimpo

di Weimar, non risparmiò la punta e il taglio de' suoi epigrammi al

povero Anacarsi Klootz, che non li meritava; e l'abate Monti menò senza

misericordia su la schiena del De Cureil. E non ebbe torto. Poi il

Carducci non è una bestia feroce, e allo Zendrini morto perdonò cose che

allo Zendrini vivo non aveva potuto perdonare.

Sino a qualche anno a dietro la prosa del Carducci era stata poco letta:

gl'italiani, come i francesi, son tanto avversi alla critica, che i

magistrali studi carducciani non hanno avuto subito quella popolarità,

che, per vantaggio e per onore del nostro paese, avrebbero dovuto avere;

poichè nessuno come lui, se non forse il Sainte-Beuve, accoppia a una

potenza meravigliosa d'intuizione, a una preparazione larghissima, a un

metodo veramente sperimentale, la vivezza del movimento drammatico e il

calore e il colore dell'entusiasmo. Le _Confessioni e battaglie_ hanno

fatto il miracolo, e mentre in Francia dei più virulenti e più

strombazzati libri critici di Zola, per confessione dell'editore, non si

vendono tre mila copie, questi volumi carducciani si ristampano a

migliaia di esemplari, e le domande del pubblico sempre più crescono.

Il libro di Don Chisciotte · 第 49 / 71 题