III.

«Dal tronco d'Isai nascerà un germoglio, e dalla sua radice un ramo; e

sarà in lui lo spirito del Signore, etc.»

Cito solamente la prima strofe, perchè le altre parlano quasi solamente

di bestie che non possono esser di molto interesse pel lettore, quando

si parla del marchese Colombi. E cito questa strofe d'un carme profetico

d'Isaia per la venuta del Messia, perchè rassomiglia stranamente a certa

prosa del signor Eugenio Torelli-Viollier, ch'io chiamo il marchese

Colombi perchè è marito dell'amabile novellatrice nota col nome di

_marchesa Colombi_. Veramente la prosa del signor marchese è lontana

della poesia biblica, quasi quanto la prosa della marchesa è lontana

dalla perfezione; ma a questo argomento ritorneremo in sèguito. Prima,

c'è qualche cosa d'altro a dire. Il marchese Colombi è andato seminando

per le glebe infeconde del _Pungolo della domenica_ una sua cicalata

spropositata, e noiosetta, e pesantuccia, e sminuzzata in molti

paragrafetti, come i commentari _De bello gallico_, intorno al Carducci

e ai poeti contemporanei. Veramente tutto il discorso si aggira intorno

al Carducci, e gli altri poeti contemporanei non si sa quali siano,

poichè il marchese Colombi ne nomina uno ogni tanto, come per gittare un

tartufo sopra un pasticcio di fegato d'oca. Ma lasciamo andare; se no,

dieci pagine almeno di questo libro si dovrebbero empire di tartufi di

pasticci e di fegato d'oca; però che il marchese Colombi sia sempre quel

bestione faceto che tutti sanno; e così parlando dal palcoscenico, come

scrivendo nei giornali, egli è la sola creatura veramente comica del

nostro teatro contemporaneo.

Chi volesse classificare il marchese Colombi, si troverebbe imbarazzato.

Infatti, una qualunque classe, o famiglia, o genìa critica per lui è

difficile trovare, poichè egli non è nè della stirpe del _chierichino_,

nè di quella del _professore_, che il Carducci celebrò con un umorismo

tanto sanguinosamente italiano. Dove dunque collocheremo il marchese

Colombi, che da qualche tempo è stato colpito dalla pazzia melanconica

di far della critica? Ecco, mi pare che il posto suo veramente sia tra i

mariti delle _grandi attrici_. Li conoscete? Stanno al botteghino, e

sopraintendono con una prosopopea maravigliosa alla vendita dei

biglietti; e, quando l'occasione, per non escire dalla bella

imaginazione ariostesca, porga i capelli, li afferrano, e dicono corna

delle altre _grandi attrici_ e anche dei grandi attori, se bene non

facciano concorrenza alle mogli loro.

Quale titolo ha il signor marchese Colombi per poter parlare di poesia?

Forse la licenza liceale? Forse la licenza ginnasiale? Io per me, sino a

prova contraria, nego; e nego che un critico possa presentarsi al

giudizio della gente con minori titoli di un aspirante al posto di

vice-segretario nel Ministero di agricoltura e commercio. Forse un

romanzo intitolato da _Ettore Caraffa_? Ma lasciamo stare i romanzi,

poichè di questa debolezza giovanile del marchese Colombi forse in

Italia mi rammento io solo, e io non voglio recar dolori alla gente

quando posso farne di meno. E poichè tutta la gente ha dimenticato in

Italia che il signor marchese Colombi, quando era un filisteo della casa

Sonzogno, ha fatto di tutto, anche, _meminisse horret_, dei romanzi

storici, perchè dovrei rinnovarne io la memoria? Io non sono maligno e

vendicativo come il marchese Colombi; e certi delitti giovanili li

lascio nascondere dalla ruggine del tempo. A che serve? ripeto:

l'Italia, per brutte che siano le nuove commedie italiane, è pur sempre

la patria dei comici. Solamente non andateli a cercare nel commendatore

Pietriboni o nel signor Emanuel: i comici veri sono questi burloni che

scrivono di critica poetica senza saper nemmeno gli elementi della

metrica. Non è vero, marchese Colombi? Le academie si fanno o non si

fanno; e così pure le commedie, in nome di Dio!

Questo nuovo marchese dice cose che farebbero rabbrividire il marchese

vecchio; dice, per esempio: «_I nostri versi, grazie a tutte quelle

licenze, quelle forme convenzionali, di cui ho trattato negli articoli

precedenti, sono facilissimi a fare, e tutti ne fanno_.» Costui è matto.

Come: la nostra metrica è _facilissima_? Ma che cosa vuol dir questo? E

qual'è la metrica _difficile_, e quali sono i versi difficili? Sinora,

la facilità e difficoltà del poetare sono state cose subiettive, e

procedevano dalla maggiore o minore attitudine poetica del poetante. Ed

ecco, il marchese Colombi le scopre nel metro, o, come dice lui, nel

_verso_. Salute, o marchese, e che Dominedio vi conservi la vena comica!

Ma non basta, perchè se questa non fosse una scioccheria insensata,

sarebbe un grandissimo sproposito. Ha mai letto il marchese Colombi un

libretto di Dante intitolato _De vulgari eloquio_? Ci è una parte che

tratta appunto della metrica nostra, con una competenza maggiore assai

di quella dimostrata dal signor marchese negli _articoli precedenti_; e

ci vuole molta pazienza e anche un po' d'ingegno per raccapezzarsi in

mezzo a quella difficilissima architettura e a tutti quegli artifizi

della poetica volgare. E il marchese Colombi ci viene a dire che i

_versi italiani sono facilissimi_. Ma forse egli non intende il latino,

e non ha potuto leggere il _De vulgari eloquio_. E allora poteva ben

leggere il libro del Böhmer sulla poetica dantesca. Ma forse egli non

intende nemmeno il tedesco. E allora, in nome del diavolo, sapesse

almeno l'esposizione che fece il D'Ovidio del libro del Böhmer! Dove

dunque ha egli studiato la metrica prima di scrivere di metrica? Egli

dice che i _versi italiani sono facili_; e forse in fondo non ha torto;

tutto in questo mondo può esser facile, anche la prosa quando si scrive

come la scrive il marchese Colombi, anche la critica quando si fa alla

maniera del marchese Colombi.

Dice poi il teorizzatore: «_Gli uomini più grandi, quelli che sembrano

quasi divini, hanno la loro parte terrestre. Ognuno ha in sè un demonio

che lo schiaffeggia, ognuno sente in sè — come ha cantato Arrigo Boito —

un demonio in contrasto con un angelo. Povero colui il quale si

meraviglia che Leopardi, negli ultimi anni della sua vita, fu avaro e

maligno, e che Musset fu cinico. Quando scrissero i loro versi, parlava

in loro l'angelo, ed a noi basta sapere, per chiamarli poeti, che in

quel momento erano quali la poesia, la loro poesia li mostra._»

Questa teorica, ho detto, è mezzo platonica e mezzo romantica. Dice

infatti Socrate nell'apologia platonica, che egli ha dentro di sè un

demonio inspiratore, onde move ogni atto dell'animo suo. Solamente il

demonio socratico è meno villano del demonio colombesco, e non

schiaffeggia nessuno. Di più, mentre il demonio del marchese è la parte

terrestre del poeta, quello socratico ne è per contrario la parte

divina; e nell'apologia medesima dice Socrate, che avendolo l'oracolo di

Delfo designato pel più sapiente degli uomini, egli volle avere una

riprova della verità dell'oracolo; e prese a paragonar sè stesso con

tutti quelli che godevano reputazione di sapienza. E cominciò dai poeti.

Ora, dice Socrate, subito vidi ch'io ero più sapiente di loro, poichè

quelli non fanno con conscienza quello che fanno, ma per impulso

naturale e come farneticanti a guisa degli indovini.

E una cosa poi manca nella teorica socratica, che si ritrova invece in

quella del marchese Colombi: l'angelo. Quest'angelo è d'importazione

moderna, e basta guardare a' suoi grandi occhi turchini e alle penne

azzurre delle ali, e al lembo di camicia che gli esce dall'apertura dei

calzoni, per riconoscere in lui i segni del romanticismo. Sì:

quest'angelo del marchese Colombi è di quel grande stormo di pennuti

angelici, a cui diede il volo il romanticismo, e che empirono il cielo

d'un grande starnazzamento di ali. A poco a poco essi fuggirono di là

dalle nuvole, cacciati dal fumo e dal puzzo d'olio e di carbon fossile

onde l'industria moderna va appestando la terra; e solamente qualcuno ne

restò indietro, non per amore delle figlie degli uomini: qualche povero

angelo spennato a cui mancò la forza pel gran viaggio. Ora il marchese

Colombi ne ha preso uno, e lo ha cacciato nello stomaco del poeta,

insieme con un tristo demonio schiaffeggiatore.

Così popolato l'_interno_ del poeta, è chiaro che la poesia, nella mente

del marchese Colombi, sia un che di fantastico o di sovrumano o di

ineffabile; e veramente egli ne parla con certi suoi aforismi che paiono

responsi della Sibilla: «_Non c'è poesia se non c'è originalità, perchè

non c'è originalità se non c'è sincerità._» Non vi pare di sentire:

_Ibis. redibis. non. morieris. in bello?_ E pure, per chi sappia in

qualche modo interpretare i sogni e gli oracoli, l'aforismo del marchese

Colombi è chiaro o, almeno, è _originale_. In fatti, per giungere ad

enunciarlo con una faccia tosta tanto ammirabile, è necessario, per lo

meno, non sapere di che consista, come nacque, onde derivò tutta quanta

la poesia latina; e, confessiamolo, gli uomini che a questi chiari di

luna si mettono a definire la poesia senza sapere nemmeno un'ode

d'Orazio, anche in Italia son pochi. Il marchese Colombi vuole che la

poesia sia, quanto al contenuto, _sincera_; e afferma che se si potesse

provare che Silvia e Nerina non vissero mai, il Leopardi diventerebbe di

punto in bianco, un retore e un rimatore. Or non avevo ragione io di

dire: quest'uomo è un pazzo?

Pazzo o mattoide, come più vi piace, e rassomigliante assai a quei

poveri mentecatti, dei quali il cervello è come preso nella morsa d'una

fissazione che sconvolge tutto il naturale movimento del loro spirito.

Il marchese Colombi vuol dimostrare che il Carducci non è un poeta

moderno; e questa fissazione gli turba per modo le funzioni della mente,

che lo costringe a fabbricare tutta una teorica poetica nell'anno di

grazia 1883, dopo duemil'anni e più di poesia tra greca, latina e

neolatina. Or che ci volete fare? Ci è più d'un pazzo che si crede

Dominedio e vuol creare il mondo: il marchese Colombi vuol definire

adesso la poesia. Lasciamolo stare: queste infermità si curano col

riposo. Solamente, si proibisca al marchese Colombi di nominar Dante.

_Vade retro, Satana!_ Indietro, marchese: non contaminate il sacro nome

di Dante, e non cercate di gabellare per sue le vostre fantasticherie

sulla sincerità poetica e sull'originalità. Dante ha ben detto quale sia

il suo sistema poetico: Dante dice molto chiaramente che il fattore

primo e la caratteristica della poesia nuova, dopo Guitton d'Arezzo, è

l'_imagine_; e molto chiaramente dice che gli esemplari debbono essere

Virgilio e Stazio, e gli altri poeti latini. Ma perchè discorrere di

queste cose al marchese Colombi? Se non ha letto nemmeno Dante, che gli

posso fare io? Se egli cita _Io mi son un che quando_, e non sa nemmeno

che Dante ha scritto il _Convito_, che gli posso fare io? Il meglio sarà

di lasciarlo teorizzare: il riposo gli farà bene. E veniamo alla

profezia.

La quale, come ho detto in principio, rassomiglia stranamente

all'undecimo carme d'Isaia; solamente non è scritta in quattro strofe di

sei settenari con gli accenti tutti nelle sedi pari, come nel testo

biblico, ma è stampata in mezza colonna di prosa, come nella vulgata:

questa volta dunque il materiale poetico passando dall'Oriente in

Occidente non ci ha guadagnato, e si è aggravato di certe incrostazioni

mezzo tra polemiche e dimostrative, che ne guastano la bella e bestiale

semplicità. Dice infatti il marchese Colombi che la poesia non è morta e

che il poeta dell'avvenire verrà; e sarà un uomo interamente moderno, e

nella sua poesia metterà tutta la vita moderna, senza sdegnarne le

funzioni più umili, i fenomeni più apparentemente insignificanti. Questo

poeta avrà natali umili, e apparirà nelle colonne d'un giornale, fra il

bue dell'articolo di fondo e l'asinello della cronaca cittadina. Saprà

parlare ai grandi ed ai piccoli, la sua poesia sarà carne della carne e

sangue del sangue del suo tempo. Questo poeta verrà certamente; è ora

forse sui banchi del liceo, è forse un _piccolo_ di stamperia, è un

artigianello frequentatore delle scuole serali: è necessario ed

inevitabile: verrà: preparate le vie del Signore.

E fin qui, niente di male. Secondo la teoria del marchese e secondo

quella di Socrate, i poeti e gl'indovini e i pazzi molte parti hanno in

comune, e la profezia del marchese può forse far ridere chi non ha letto

tutta la sua lunga tiritera; ma io ho riso tanto in mezzo a tutto quel

fascio di ingenuità primitive e di spropositi incredibili, che il carme

profetico mi pare quasi bello e spiritoso. Ma il guaio serio è che il

marchese non si è accontentato di predire; ha voluto anche motivare la

predizione, e ha accusato non solo il Carducci, ma anche me, di aver

condannato a morte la poesia.

Ma proprio quest'uomo è pazzo? Il Carducci ha detto una volta, e il

marchese cita le sue parole, che «la poesia oggigiorno non è più nè un

elemento di civiltà per la nazione, nè un bisogno estetico della

società, nè istrumento di rivoluzione o mezzo di rinnovamento; ella,

salvo qualche volta o più volte il dramma e il romanzo, è tutta

individuale.» Oggigiorno, dice il Carducci, e lo dice in uno di quei

momenti di stizza o di pietà, dai quali chiunque abbia qualche rispetto

dell'arte non può esimersi vedendo la sciocchezza l'ignoranza la

ciarlataneria predicare alle turbe con una maravigliosa sfacciataggine

di su le colonne d'una gazzetta. Oggigiorno, dice dunque il Carducci; e

non domani. Chi può dire quello che sarà domani? Può essere che le cose

precipitino a ruina, e può anche essere che vadano un poco meglio, se le

teoriche poetiche del marchese non prevalgano, e se i critici prima di

teorizzare leggano almen Dante. Il Carducci non si sente invasato dallo

spirito profetico, e lascia al marchese Colombi le profezie. E anch'io

lascio al marchese le profezie, e non ho mai condannato a morte la

poesia. Ma quanto a me il marchese Colombi è d'una severità spaventosa.

Egli mi avventa passando, in una specie d'inciso, una botta non saprei

se di punta o di taglio, e dopo avere contro ogni buona regola

grammaticale scritto il mio cognome con l'iniziale minuscola, afferma

categoricamente che la mia critica è guidata da questo ragionamento: «Io

non sono poeta, dunque la poesia ha fatto il suo tempo; non sono

romanziere, dunque il romanzo è una forma esaurita dell'arte.»

Dove diavolo il marchese è andato a pescare codeste fanfaluche? O bella!

E se, per fargli dispetto, mi saltasse il ticchio di scrivere un

romanzo, o un canzoniere, o una epopea, o un poema eroicomico? Vorrebbe

forse impedirmelo il signor marchese? O che vi sarebbe di strano, quando

persino lui ha pubblicato qualche cosa, non so più bene che cosa? Io

dunque non riescivo ad intuire la causa di questa botta falsa; e proprio

concludevo nel mio pensiero che il marchese Colombi sia oramai

rimbambito, quando mi è ritornata nella memoria una cosa: mi son

rammentato che una volta ho detto male di un romanzo della marchesa

Colombi. Il marchese Colombi è marito della marchesa: dunque sarebbe

questo un atto di cavalleria coniugale? Dunque il marchese Colombi

rientrerebbe nella categoria critica che io ho paragonata a quella dei

mariti delle grandi attrici? E viva allora il marchese Colombi! Già, il

marchese Colombi, nato in una commedia, non può fallire alla sua natura

comica; e così quando scriveva articoli di mode con un nome femminile,

come ora vendendo al suo amico Fortis bugie e buffonerie, è un che di

mezzo tra il padre nobile e il _pantalone_. Diamine! Le accademie si

fanno o non si fanno.

Se non che, sono state queste le ultime bugie e le ultime buffonerie che

il povero marchese ha vendute a buon prezzo al suo amico Leone. — Però

che quando già si apprestasse alla pugna, contro i poeti contemporanei e

contro di me che non sono stato mai un poeta contemporaneo, se bene, se

la profezia del marchese non sia fallace, ho molta speranza di esserlo

una volta o l'altra, quando, letta moltissima prosa del mio amico

Arnaldo Vassallo e digeritala, una nuova materia e una nuova forma

poetica sorgeranno nell'anima mia, — qualcuno gli ammaccò un occhio con

uno scapaccione.

Ben fatto, per Dio! I poeti contemporanei sono stati ben vendicati,

dovrei gridare se fossi quel posatore d'antropofagia che dice il dottor

Verità. Ma io sono meno feroce assai di quanto alcuno creda, e della

sventura toccata al signor Torelli mi duole sinceramente come d'una mia

propria: anzi molto di buon animo avrei sopportato dieci scariche del

suo tristo umore, se questo avesse potuto salvarlo dalla bestiale

violenza di quel dentista che l'ha aggredito. Però il _Pungolo della

domenica_ può bensì perdere il Torelli, ma il vizio di spropositare non

mai; ed ecco papa Leone Fortis, il Telamonio, sorgere al posto

dell'Oileo abbattuto da un pugno.

Pare impossibile! Dominedio li fa, e il _Pungolo_ li accoppia!

Il libro di Don Chisciotte · 第 46 / 71 题