«Dal tronco d'Isai nascerà un germoglio, e dalla sua radice un ramo; e
sarà in lui lo spirito del Signore, etc.»
Cito solamente la prima strofe, perchè le altre parlano quasi solamente
di bestie che non possono esser di molto interesse pel lettore, quando
si parla del marchese Colombi. E cito questa strofe d'un carme profetico
d'Isaia per la venuta del Messia, perchè rassomiglia stranamente a certa
prosa del signor Eugenio Torelli-Viollier, ch'io chiamo il marchese
Colombi perchè è marito dell'amabile novellatrice nota col nome di
_marchesa Colombi_. Veramente la prosa del signor marchese è lontana
della poesia biblica, quasi quanto la prosa della marchesa è lontana
dalla perfezione; ma a questo argomento ritorneremo in sèguito. Prima,
c'è qualche cosa d'altro a dire. Il marchese Colombi è andato seminando
per le glebe infeconde del _Pungolo della domenica_ una sua cicalata
spropositata, e noiosetta, e pesantuccia, e sminuzzata in molti
paragrafetti, come i commentari _De bello gallico_, intorno al Carducci
e ai poeti contemporanei. Veramente tutto il discorso si aggira intorno
al Carducci, e gli altri poeti contemporanei non si sa quali siano,
poichè il marchese Colombi ne nomina uno ogni tanto, come per gittare un
tartufo sopra un pasticcio di fegato d'oca. Ma lasciamo andare; se no,
dieci pagine almeno di questo libro si dovrebbero empire di tartufi di
pasticci e di fegato d'oca; però che il marchese Colombi sia sempre quel
bestione faceto che tutti sanno; e così parlando dal palcoscenico, come
scrivendo nei giornali, egli è la sola creatura veramente comica del
nostro teatro contemporaneo.
Chi volesse classificare il marchese Colombi, si troverebbe imbarazzato.
Infatti, una qualunque classe, o famiglia, o genìa critica per lui è
difficile trovare, poichè egli non è nè della stirpe del _chierichino_,
nè di quella del _professore_, che il Carducci celebrò con un umorismo
tanto sanguinosamente italiano. Dove dunque collocheremo il marchese
Colombi, che da qualche tempo è stato colpito dalla pazzia melanconica
di far della critica? Ecco, mi pare che il posto suo veramente sia tra i
mariti delle _grandi attrici_. Li conoscete? Stanno al botteghino, e
sopraintendono con una prosopopea maravigliosa alla vendita dei
biglietti; e, quando l'occasione, per non escire dalla bella
imaginazione ariostesca, porga i capelli, li afferrano, e dicono corna
delle altre _grandi attrici_ e anche dei grandi attori, se bene non
facciano concorrenza alle mogli loro.
Quale titolo ha il signor marchese Colombi per poter parlare di poesia?
Forse la licenza liceale? Forse la licenza ginnasiale? Io per me, sino a
prova contraria, nego; e nego che un critico possa presentarsi al
giudizio della gente con minori titoli di un aspirante al posto di
vice-segretario nel Ministero di agricoltura e commercio. Forse un
romanzo intitolato da _Ettore Caraffa_? Ma lasciamo stare i romanzi,
poichè di questa debolezza giovanile del marchese Colombi forse in
Italia mi rammento io solo, e io non voglio recar dolori alla gente
quando posso farne di meno. E poichè tutta la gente ha dimenticato in
Italia che il signor marchese Colombi, quando era un filisteo della casa
Sonzogno, ha fatto di tutto, anche, _meminisse horret_, dei romanzi
storici, perchè dovrei rinnovarne io la memoria? Io non sono maligno e
vendicativo come il marchese Colombi; e certi delitti giovanili li
lascio nascondere dalla ruggine del tempo. A che serve? ripeto:
l'Italia, per brutte che siano le nuove commedie italiane, è pur sempre
la patria dei comici. Solamente non andateli a cercare nel commendatore
Pietriboni o nel signor Emanuel: i comici veri sono questi burloni che
scrivono di critica poetica senza saper nemmeno gli elementi della
metrica. Non è vero, marchese Colombi? Le academie si fanno o non si
fanno; e così pure le commedie, in nome di Dio!
Questo nuovo marchese dice cose che farebbero rabbrividire il marchese
vecchio; dice, per esempio: «_I nostri versi, grazie a tutte quelle
licenze, quelle forme convenzionali, di cui ho trattato negli articoli
precedenti, sono facilissimi a fare, e tutti ne fanno_.» Costui è matto.
Come: la nostra metrica è _facilissima_? Ma che cosa vuol dir questo? E
qual'è la metrica _difficile_, e quali sono i versi difficili? Sinora,
la facilità e difficoltà del poetare sono state cose subiettive, e
procedevano dalla maggiore o minore attitudine poetica del poetante. Ed
ecco, il marchese Colombi le scopre nel metro, o, come dice lui, nel
_verso_. Salute, o marchese, e che Dominedio vi conservi la vena comica!
Ma non basta, perchè se questa non fosse una scioccheria insensata,
sarebbe un grandissimo sproposito. Ha mai letto il marchese Colombi un
libretto di Dante intitolato _De vulgari eloquio_? Ci è una parte che
tratta appunto della metrica nostra, con una competenza maggiore assai
di quella dimostrata dal signor marchese negli _articoli precedenti_; e
ci vuole molta pazienza e anche un po' d'ingegno per raccapezzarsi in
mezzo a quella difficilissima architettura e a tutti quegli artifizi
della poetica volgare. E il marchese Colombi ci viene a dire che i
_versi italiani sono facilissimi_. Ma forse egli non intende il latino,
e non ha potuto leggere il _De vulgari eloquio_. E allora poteva ben
leggere il libro del Böhmer sulla poetica dantesca. Ma forse egli non
intende nemmeno il tedesco. E allora, in nome del diavolo, sapesse
almeno l'esposizione che fece il D'Ovidio del libro del Böhmer! Dove
dunque ha egli studiato la metrica prima di scrivere di metrica? Egli
dice che i _versi italiani sono facili_; e forse in fondo non ha torto;
tutto in questo mondo può esser facile, anche la prosa quando si scrive
come la scrive il marchese Colombi, anche la critica quando si fa alla
maniera del marchese Colombi.
Dice poi il teorizzatore: «_Gli uomini più grandi, quelli che sembrano
quasi divini, hanno la loro parte terrestre. Ognuno ha in sè un demonio
che lo schiaffeggia, ognuno sente in sè — come ha cantato Arrigo Boito —
un demonio in contrasto con un angelo. Povero colui il quale si
meraviglia che Leopardi, negli ultimi anni della sua vita, fu avaro e
maligno, e che Musset fu cinico. Quando scrissero i loro versi, parlava
in loro l'angelo, ed a noi basta sapere, per chiamarli poeti, che in
quel momento erano quali la poesia, la loro poesia li mostra._»
Questa teorica, ho detto, è mezzo platonica e mezzo romantica. Dice
infatti Socrate nell'apologia platonica, che egli ha dentro di sè un
demonio inspiratore, onde move ogni atto dell'animo suo. Solamente il
demonio socratico è meno villano del demonio colombesco, e non
schiaffeggia nessuno. Di più, mentre il demonio del marchese è la parte
terrestre del poeta, quello socratico ne è per contrario la parte
divina; e nell'apologia medesima dice Socrate, che avendolo l'oracolo di
Delfo designato pel più sapiente degli uomini, egli volle avere una
riprova della verità dell'oracolo; e prese a paragonar sè stesso con
tutti quelli che godevano reputazione di sapienza. E cominciò dai poeti.
Ora, dice Socrate, subito vidi ch'io ero più sapiente di loro, poichè
quelli non fanno con conscienza quello che fanno, ma per impulso
naturale e come farneticanti a guisa degli indovini.
E una cosa poi manca nella teorica socratica, che si ritrova invece in
quella del marchese Colombi: l'angelo. Quest'angelo è d'importazione
moderna, e basta guardare a' suoi grandi occhi turchini e alle penne
azzurre delle ali, e al lembo di camicia che gli esce dall'apertura dei
calzoni, per riconoscere in lui i segni del romanticismo. Sì:
quest'angelo del marchese Colombi è di quel grande stormo di pennuti
angelici, a cui diede il volo il romanticismo, e che empirono il cielo
d'un grande starnazzamento di ali. A poco a poco essi fuggirono di là
dalle nuvole, cacciati dal fumo e dal puzzo d'olio e di carbon fossile
onde l'industria moderna va appestando la terra; e solamente qualcuno ne
restò indietro, non per amore delle figlie degli uomini: qualche povero
angelo spennato a cui mancò la forza pel gran viaggio. Ora il marchese
Colombi ne ha preso uno, e lo ha cacciato nello stomaco del poeta,
insieme con un tristo demonio schiaffeggiatore.
Così popolato l'_interno_ del poeta, è chiaro che la poesia, nella mente
del marchese Colombi, sia un che di fantastico o di sovrumano o di
ineffabile; e veramente egli ne parla con certi suoi aforismi che paiono
responsi della Sibilla: «_Non c'è poesia se non c'è originalità, perchè
non c'è originalità se non c'è sincerità._» Non vi pare di sentire:
_Ibis. redibis. non. morieris. in bello?_ E pure, per chi sappia in
qualche modo interpretare i sogni e gli oracoli, l'aforismo del marchese
Colombi è chiaro o, almeno, è _originale_. In fatti, per giungere ad
enunciarlo con una faccia tosta tanto ammirabile, è necessario, per lo
meno, non sapere di che consista, come nacque, onde derivò tutta quanta
la poesia latina; e, confessiamolo, gli uomini che a questi chiari di
luna si mettono a definire la poesia senza sapere nemmeno un'ode
d'Orazio, anche in Italia son pochi. Il marchese Colombi vuole che la
poesia sia, quanto al contenuto, _sincera_; e afferma che se si potesse
provare che Silvia e Nerina non vissero mai, il Leopardi diventerebbe di
punto in bianco, un retore e un rimatore. Or non avevo ragione io di
dire: quest'uomo è un pazzo?
Pazzo o mattoide, come più vi piace, e rassomigliante assai a quei
poveri mentecatti, dei quali il cervello è come preso nella morsa d'una
fissazione che sconvolge tutto il naturale movimento del loro spirito.
Il marchese Colombi vuol dimostrare che il Carducci non è un poeta
moderno; e questa fissazione gli turba per modo le funzioni della mente,
che lo costringe a fabbricare tutta una teorica poetica nell'anno di
grazia 1883, dopo duemil'anni e più di poesia tra greca, latina e
neolatina. Or che ci volete fare? Ci è più d'un pazzo che si crede
Dominedio e vuol creare il mondo: il marchese Colombi vuol definire
adesso la poesia. Lasciamolo stare: queste infermità si curano col
riposo. Solamente, si proibisca al marchese Colombi di nominar Dante.
_Vade retro, Satana!_ Indietro, marchese: non contaminate il sacro nome
di Dante, e non cercate di gabellare per sue le vostre fantasticherie
sulla sincerità poetica e sull'originalità. Dante ha ben detto quale sia
il suo sistema poetico: Dante dice molto chiaramente che il fattore
primo e la caratteristica della poesia nuova, dopo Guitton d'Arezzo, è
l'_imagine_; e molto chiaramente dice che gli esemplari debbono essere
Virgilio e Stazio, e gli altri poeti latini. Ma perchè discorrere di
queste cose al marchese Colombi? Se non ha letto nemmeno Dante, che gli
posso fare io? Se egli cita _Io mi son un che quando_, e non sa nemmeno
che Dante ha scritto il _Convito_, che gli posso fare io? Il meglio sarà
di lasciarlo teorizzare: il riposo gli farà bene. E veniamo alla
profezia.
La quale, come ho detto in principio, rassomiglia stranamente
all'undecimo carme d'Isaia; solamente non è scritta in quattro strofe di
sei settenari con gli accenti tutti nelle sedi pari, come nel testo
biblico, ma è stampata in mezza colonna di prosa, come nella vulgata:
questa volta dunque il materiale poetico passando dall'Oriente in
Occidente non ci ha guadagnato, e si è aggravato di certe incrostazioni
mezzo tra polemiche e dimostrative, che ne guastano la bella e bestiale
semplicità. Dice infatti il marchese Colombi che la poesia non è morta e
che il poeta dell'avvenire verrà; e sarà un uomo interamente moderno, e
nella sua poesia metterà tutta la vita moderna, senza sdegnarne le
funzioni più umili, i fenomeni più apparentemente insignificanti. Questo
poeta avrà natali umili, e apparirà nelle colonne d'un giornale, fra il
bue dell'articolo di fondo e l'asinello della cronaca cittadina. Saprà
parlare ai grandi ed ai piccoli, la sua poesia sarà carne della carne e
sangue del sangue del suo tempo. Questo poeta verrà certamente; è ora
forse sui banchi del liceo, è forse un _piccolo_ di stamperia, è un
artigianello frequentatore delle scuole serali: è necessario ed
inevitabile: verrà: preparate le vie del Signore.
E fin qui, niente di male. Secondo la teoria del marchese e secondo
quella di Socrate, i poeti e gl'indovini e i pazzi molte parti hanno in
comune, e la profezia del marchese può forse far ridere chi non ha letto
tutta la sua lunga tiritera; ma io ho riso tanto in mezzo a tutto quel
fascio di ingenuità primitive e di spropositi incredibili, che il carme
profetico mi pare quasi bello e spiritoso. Ma il guaio serio è che il
marchese non si è accontentato di predire; ha voluto anche motivare la
predizione, e ha accusato non solo il Carducci, ma anche me, di aver
condannato a morte la poesia.
Ma proprio quest'uomo è pazzo? Il Carducci ha detto una volta, e il
marchese cita le sue parole, che «la poesia oggigiorno non è più nè un
elemento di civiltà per la nazione, nè un bisogno estetico della
società, nè istrumento di rivoluzione o mezzo di rinnovamento; ella,
salvo qualche volta o più volte il dramma e il romanzo, è tutta
individuale.» Oggigiorno, dice il Carducci, e lo dice in uno di quei
momenti di stizza o di pietà, dai quali chiunque abbia qualche rispetto
dell'arte non può esimersi vedendo la sciocchezza l'ignoranza la
ciarlataneria predicare alle turbe con una maravigliosa sfacciataggine
di su le colonne d'una gazzetta. Oggigiorno, dice dunque il Carducci; e
non domani. Chi può dire quello che sarà domani? Può essere che le cose
precipitino a ruina, e può anche essere che vadano un poco meglio, se le
teoriche poetiche del marchese non prevalgano, e se i critici prima di
teorizzare leggano almen Dante. Il Carducci non si sente invasato dallo
spirito profetico, e lascia al marchese Colombi le profezie. E anch'io
lascio al marchese le profezie, e non ho mai condannato a morte la
poesia. Ma quanto a me il marchese Colombi è d'una severità spaventosa.
Egli mi avventa passando, in una specie d'inciso, una botta non saprei
se di punta o di taglio, e dopo avere contro ogni buona regola
grammaticale scritto il mio cognome con l'iniziale minuscola, afferma
categoricamente che la mia critica è guidata da questo ragionamento: «Io
non sono poeta, dunque la poesia ha fatto il suo tempo; non sono
romanziere, dunque il romanzo è una forma esaurita dell'arte.»
Dove diavolo il marchese è andato a pescare codeste fanfaluche? O bella!
E se, per fargli dispetto, mi saltasse il ticchio di scrivere un
romanzo, o un canzoniere, o una epopea, o un poema eroicomico? Vorrebbe
forse impedirmelo il signor marchese? O che vi sarebbe di strano, quando
persino lui ha pubblicato qualche cosa, non so più bene che cosa? Io
dunque non riescivo ad intuire la causa di questa botta falsa; e proprio
concludevo nel mio pensiero che il marchese Colombi sia oramai
rimbambito, quando mi è ritornata nella memoria una cosa: mi son
rammentato che una volta ho detto male di un romanzo della marchesa
Colombi. Il marchese Colombi è marito della marchesa: dunque sarebbe
questo un atto di cavalleria coniugale? Dunque il marchese Colombi
rientrerebbe nella categoria critica che io ho paragonata a quella dei
mariti delle grandi attrici? E viva allora il marchese Colombi! Già, il
marchese Colombi, nato in una commedia, non può fallire alla sua natura
comica; e così quando scriveva articoli di mode con un nome femminile,
come ora vendendo al suo amico Fortis bugie e buffonerie, è un che di
mezzo tra il padre nobile e il _pantalone_. Diamine! Le accademie si
fanno o non si fanno.
Se non che, sono state queste le ultime bugie e le ultime buffonerie che
il povero marchese ha vendute a buon prezzo al suo amico Leone. — Però
che quando già si apprestasse alla pugna, contro i poeti contemporanei e
contro di me che non sono stato mai un poeta contemporaneo, se bene, se
la profezia del marchese non sia fallace, ho molta speranza di esserlo
una volta o l'altra, quando, letta moltissima prosa del mio amico
Arnaldo Vassallo e digeritala, una nuova materia e una nuova forma
poetica sorgeranno nell'anima mia, — qualcuno gli ammaccò un occhio con
uno scapaccione.
Ben fatto, per Dio! I poeti contemporanei sono stati ben vendicati,
dovrei gridare se fossi quel posatore d'antropofagia che dice il dottor
Verità. Ma io sono meno feroce assai di quanto alcuno creda, e della
sventura toccata al signor Torelli mi duole sinceramente come d'una mia
propria: anzi molto di buon animo avrei sopportato dieci scariche del
suo tristo umore, se questo avesse potuto salvarlo dalla bestiale
violenza di quel dentista che l'ha aggredito. Però il _Pungolo della
domenica_ può bensì perdere il Torelli, ma il vizio di spropositare non
mai; ed ecco papa Leone Fortis, il Telamonio, sorgere al posto
dell'Oileo abbattuto da un pugno.
Pare impossibile! Dominedio li fa, e il _Pungolo_ li accoppia!