Aprendosi in Roma solennemente al popolo d'Italia una esposizione
d'arte, era naturale che la critica dormente subito si risvegliasse per
giudicare e per augurare. E già da tempo i giornali, ove le maggiori
forze letterarie d'Italia si consumano per l'esercizio quotidiano e pel
quotidiano attrito con la folla, bandivano e vantavano il nome dei
critici: il _Fanfulla_ quello di G. D'Annunzio; la _Rassegna_ e il
_Pungolo_ milanese quello di F. Fontana; l'_Opinione_ quello del barone
De Renzis; l'_Illustrazione italiana_ quello di L. Bellinzoni, scrittore
del _Popolo Romano_; la _Stampa_ quello di R. Giovagnoli; altri
giornali, altri nomi. E appena in conspetto dei reali d'Italia la mostra
artistica fu aperta al pubblico, ecco la sinfonia critica si mosse e i
giudizi e gli augúri si levarono a volo, non tanto ordinati in fila per
altro, quanto gli uccelli di Romolo. Sicchè la buona gente che ha
l'odorato un po' grosso deve aver pensato che nel nostro bel paese la
critica d'arte sia in tutto fiore, e che da ogni gleba di terra italica
allo splendor caldo raggiato da ogni nuova esposizione nasca un critico
armato in arcione, come dai denti del serpente seminati nascevano i
guerrieri con le spade in mano. Dolce lusinga, che persuade i nostri
fabbricanti di candele steariche a lasciar l'arte in braccio dei critici
per badare solamente alle candele. Ma io, che non faccio il critico
d'arte, nè il fabbricante di candele steariche, non posso liberarmi dal
fastidio di un pensiero che mi va ronzando come un tafano nella testa:
ciò che si va scrivendo da molti anni in Italia in occasione d'ogni
nuova esposizione, è proprio critica d'arte o è stearica fusa in candele
con molto grasso d'asino e molto scoppiettìo di lucignoli umidi?
Poi, come accade nei pomeriggi d'estate che le persone dopo il pranzo si
gittano mezzo vestite sui letti, e prima una zanzara si leva con un
sibilo sottile e gira intorno alla faccia tentando la carne scoperta,
poi altre vengono da tutte le parti e intrecciano per l'aria un ronzìo
quasi di piccole seghe che seghino i nervi dell'udito, così con quelli
altri pensieri mi vengono a infastidire. Si è mai fatta in Italia vera
critica d'arte? Per l'arte moderna, non mi pare. In fatto di cose
moderne, accade un fatto brutto: poichè queste ricadono nell'àmbito
della cronaca quotidiana, e poichè la cronaca quotidiana si raccoglie
nei giornali da persone che, per l'insufficienza degli studi e per la
preoccupazione assidua del presente, non hanno nessun pensiero del
passato e non sanno o non vogliono guardare all'avvenire, i fatti del
giorno appaiono come staccati da tutti i fatti simili che furono e che
potranno essere appresso. Che cosa è mai un paesaggio del Gignous? È un
paesaggio del Gignous. Che cosa è un romanzo del Verga? È un romanzo del
Verga. Ma come, ma perchè, ma con quale vicenda di gloria e di vergogna
il paesaggio e il romanzo si vennero via via sviluppando in Italia e
fuori d'Italia sino al Gignous e al Verga? E nella storia generale del
paesaggio e del romanzo quale è il posto che tocca a questi due, e quali
sono le loro parentele artistiche, e quali furono i loro ascendenti, e
quali presumibilmente saranno i loro discendenti? Questo la critica
gazzettiera non dice; ma con più o meno di verità descrive il quadro e
racconta il romanzo, con più o meno di buon gusto e di esperienza
estetica ne dà un giudizio frettoloso; poi vi fa sapere che il pittore
ama i gatti e i biscottini di Novara e le donnine dagli occhi verdi, che
il romanziere parla poco e veste bene e conquista più femmine che il Cid
campeador non espugnasse castella; e la critica è fatta. Ora, se scopo e
ragione della critica non è appunto questa classificazione delle opere
d'arte nel tempo e, diciamo, nello spazio, a che serve questa benedetta
critica, che è in fondo una cosa seccante assai, della quale il popolo
italiano proprio non vuol sapere? Forse a dar notizia delle nuove
filiazioni dell'arte? Ma allora i cataloghi delle librerie e i cataloghi
delle esposizioni sarebbero il meglio.
Di più, ci è un altro guaio serio: di quelli che descrivendo raccontando
e giudicando, dànno notizia al pubblico delle novità dell'arte,
pochissimi hanno quella esperienza tecnica che pure nella critica è
necessaria. Certo, una qualche facoltà estetica tutti l'abbiamo, e
proprio deve avere ammalati i nervi dell'udito chi non sente subito il
verso zoppicante, e proprio deve avere ammalati i nervi dell'occhio chi
non vede subito la bruttezza d'un dipinto. Ma per intendere e mostrare
agli altri ciò che il verso ha in più o in meno è o non è necessaria
qualche nozione di metrica? Dunque come si fa l'analisi estetica d'un
dipinto senza sapere almeno gli elementi del disegno? Ora, raccogliete
in massa tutti quelli che nei giornali scrivono d'arte, ed esaminateli;
e se di questi due soli sopra dieci sanno gli elementi del disegno,
ghigliottinatemi in piazza Navona dinanzi alla fontanaccia del Bernini
con le mani legate dietro la schiena e la testa incappucciata di nero.
Ma non ci è bisogno di raccozzarli tutti quanti insieme in un luogo
chiuso per far quest'esame: basta, come io ho fatto, raccogliere tutti i
giornali ove si discorre dell'ultima Esposizione, e leggere. Ahimè,
quanto scoppiettìo di lucignoli e quanto grasso d'asino squagliato nella
prosa!
Morto il Selvatico, in Italia che abbia una competenza sicura in fatto
d'arte non ci è che Camillo Boito e, per la pittura, il Massarani; ma
anche al Massarani e al Boito molte cose mancano, che pur sarebbero
necessarie: manca quella sottigliezza di amatore intelligente che molti,
per esempio il Gautier, ebbero ed hanno in Francia; e manca il sistema.
Ora, poichè la critica è appunto un'opera di ordinamento e di
comparazione delle varie produzioni dell'arte, la prima necessità è
appunto il sistema; è appunto un complesso organico di criteri
inflessibili che guidino quest'opera ordinatrice per modo, che tutto il
lavoro d'un intelletto giudicatore sia come una massa omogenea. Anche
nel Massarani e nel Boito questo manca: essi non si fanno trarre
solamente dalla sensazione estetica o, come si dice bruttamente,
dall'_impressione_, ma dei criteri certi li hanno, non però coordinati
armonicamente in un accordo unico, disseminati e come isolati nella
mente, e a volta a volta concordi o discordanti. Di più, la consuetudine
degli incarichi officiali ha corretto questi criteri per modo che la
critica del Boito e del Massarani ha sempre una certa sembianza più di
rapporto al Governo che di giudizio d'una mente libera e imperiosa. Ma
questi due dell'Esposizione romana non hanno scritto; hanno scritto
bensì molti, dei quali io tengo raccolte dinanzi a me le scritture in un
fascio di giornali, e leggendole mi sentivo dentro molti impeti di pietà
e di riso, tanto la miseria è grande.
Volete che vi parli del signor Bellinzoni? A che serve? Egli è
altrettanto noto nel campo della critica pittorica e scultorica, quanto
il suo collega Canori in quello della critica musicale. Basterà citare
una definizione dell'arte, con la quale egli cominciò un articolo sulla
_Battaglia di San Martino_ del Cammarano: «_La missione ideale dell'arte
è di ricordare, di tramandare ai posteri i grandi fatti che onorano
l'umanità._» E allora il _Cesare_ di Ettore Ximenes non è un'opera
d'arte, e nemmeno è un'opera d'arte il _Voto_ di F. P. Michetti, poichè
nè l'assassinio del dittatore nè quel costume barbarico fanno onore
all'umanità. Ma lasciamo stare il signor Bellinzoni: a lui forse giova
di porre come cardini della sua critica criteri così allegri; se no il
_Popolo Romano_ e l'_Illustrazione Italiana_ non pubblicherebbero i suoi
articoli; e piuttosto occupiamoci del nostro amico G. D'Annunzio, nel
quale le signore di Roma salutarono un nuovo e meraviglioso critico
d'arte.
Il nostro amico D'Annunzio si è buttato alla critica di botto, come i
fantasmi che scorrono la sua lirica si buttano nel mare. Guardate: di
quella mirabile tavolozza che abbagliò tutta l'Italia, non gli resta se
non qualche vescichetta di verdemare e qualche pezzettino di inchiostro
chinese, e la sua prosa, come della trobadoria sicula dice il Carducci,
pare il balbettare infantile della decrepitezza. Peccato! Ma il caso non
è disperato, perchè Gabriele è così giovine e ha tanto ingegno, che
riescirà, ritemprato da nuovi studi, a tentare nuove forme dell'arte.
Intanto io, che scrivo queste cose di lui col dispetto doloroso d'uno
che vegga traviare un fratello e non giunga a fargli intendere la voce
della ragione, leggendo i suoi _Ricordi francavillesi_ ripensavo al
padre Bartoli che scrisse una storia della Compagnia di Gesù con una
prosa così folta d'immagini e così calda, che quella di Gabriele in
confronto è una cosa scialba; e mi persuadevo che la dismisura in prosa,
come in poesia, è il maggior segno di povertà. Questa povertà, pur
troppo, il D'Annunzio la mostra chiaramente nella critica, ove pare un
uomo sprofondato fino al petto in un pantano, che si sforzi vanamente
con le braccia e con le gambe di liberarsi dalla melma; e più
s'affatica, e più affonda. Dopo aver rimescolato con una rabbia
frenetica tutte le vecchie vescichette di colore in un articolo di
ricordi francavillesi, ove forse voleva mostrare l'ambiente nel quale
l'ingegno del Michetti si maturò, cominciò nel _Fanfulla_ quotidiano e
domenicale una serie di articoli, ove invano tentò di coprire col
frascame e coi capricci della fantasia la miseria dell'analisi e la
insufficienza della coltura artistica e la incertezza dei criteri; ove
l'abitudine del colore ogni tanto, per necessità, riappare; ove non ci è
altra cosa che descrizione, descrizione, descrizione come nelle poesie
liriche, come nelle novelle. Ora, nella critica d'arte, la descrizione è
forse l'ultima cosa; se ciò non fosse, anch'io farei della critica
d'arte; e quando in dodici colonne di giornale non si è riescito a
cogliere e a mostrare l'aspetto generale di una esposizione, le varie
inclinazioni d'arte che vi appaiono, le connessioni di queste prove con
le prove anteriori; quando non si classificano ordinatamente tutte le
forze che concorrono a questa mostra, e non si confronta questo momento
dell'arte moderna con gli altri momenti dell'arte moderna; quando non si
sa risalire dall'ultima manifestazione via via su per la storia generale
dell'arte, allora le descrizioni fatte di strofe stemperate nel
verdemare, ove le incertezze tecniche si nascondono nei viluppi della
frase, ove l'ignoranza si ripara con le graziette leziose del
raccontino, possono piacere alle signore, ma fanno pena a chi per
rispetto della critica e dell'arte non vuol fare critica d'arte.
Una sola volta il D'Annunzio ha avuto qualche barlume critico, ed è
stato a proposito del quadro del Michetti; ma anche questa volta, dio,
quanta miseria! Egli che ha visto il quadro nascere sulla tela; egli che
ha udito le prime osservazioni fatte dai primi che lo videro, non ha
inteso che, volendo scriverne, la questione prima e più importante da
porre era questa: perchè il Michetti non lo ha finito? Non per difetto
di tempo solamente, perchè la tela è così grossa che la fattura non
avrebbe mai potuto essere tanto perfetta quanto è negli studi. Ci è
dunque una ragione d'arte in questo sacrifizio che il pittore ha fatto
della forma esteriore al concetto; una ragione che forse il Michetti
sente istintivamente, e che il critico, per l'esame dei fatti consimili,
per la contemplazione delle leggi universali dell'arte, dovrebbe
esprimere. Forse in pittura fatti consimili mancano; ma non mancano
forse nella scoltura, e certo nelle arti letterarie ce n'è ad
esuberanza. Per esempio, un critico di qualche acume in conspetto del
quadro del Michetti non avrebbe dovuto rammentarsi di Shakespeare? A me
pare di vedere in quel quadro, nell'ammucchiamento della folla come di
masse corali, un movimento shakespeariano; e poi la temerità della scena
selvaggia, e certe audacie lineari, come la curva della donna che
allontana da sè il penitente deviato, e certi subitanei scatti lirici in
mezzo alla universale intonazione epica, come il bambino biondo dagli
occhi azzurri e quella unica ammantata di nero che par fiorita dalla
mente di Dante prima dell'esilio, e la piena del sentimento che trabocca
oltre la cornice, e quel signorile disprezzo della fattura e del piccolo
che ha persuaso a lasciare in abbozzo un tanto quadro un pittore che ha
saputo far quegli studi, non trovano un riscontro se non in Shakespeare.
Raccontare come il quadro sia nato è poco, specialmente quando accanto
al quadro sono esposti, visibili a tutti, gli studi; descrivere il
quadro è una vana velleità bambinesca, segnatamente quando esso è
dipinto dal Michetti; dire che la rivoluzione pittorica nello spirito
del Michetti è nata dallo spettacolo di quella scena barbarica in una
chiesa di Migliànico, è una volgarità. Come? Lo spettacolo d'un fatto
umano abbastanza comune induce un artista come il Michetti, il quale
aveva già corsa gloriosamente tutta una lunga via, a pigliarne
d'improvviso un'altra tutt'affatto opposta, a gittare la sua tavolozza
antica e gloriosa alle maree dell'Adriatico per una tavolozza nuova, a
mutar tutto, materia, criteri d'arte, inclinazioni, e tutto in un
momento? Non mi par serio. Molte cose hanno dovuto concorrere a questo
mutamento; e molto il Michetti ha dovuto pensare studiare osservare
cercare, prima di trovare il motivo ch'egli ha espresso così
stupendamente. Questi pensieri, questi studi, queste osservazioni,
queste ricerche un critico serio doveva dire; e il D'Annunzio avrebbe
potuto farlo meglio d'ogni altro.
Ma un'altra cosa c'era da fare, e più importante, forse, di tutte.
Oramai non ci è nessuno che non riconosca nel Michetti uno dei maggiori
pittori moderni; tanto questo è vero, che i critici in genere dicono
egli non rassomigli a nessuno, nè antico nè moderno. E questo sta bene.
Ma nella storia dell'arte al Michetti tocca un posto. Ora non dovrebbe
essere officio precipuo della critica definire questo posto? Il giudizio
intorno a un artista non è pieno e sicuro senza una determinazione certa
della sua opera; e la critica intorno al Michetti non sarà mai una cosa
seria, se non si dà un'occhiata alla pittura antica e all'altra pittura
moderna dell'Italia e delle altre parti d'Europa.
Se no, le osservazioni isolate non avranno che un valore subiettivo, non
saranno che il risultato delle sensazioni estetiche più o meno corrette
da una maggiore o minore esperienza tecnica. E questa esperienza tecnica
manca al mio amico D'Annunzio e a quasi tutti quelli che scrissero della
ultima Esposizione. Manca a Ferdinando Fontana, il quale racconta una
brutta storiella, poi in fine dice: «questo il pittore N. ha
stupendamente rappresentato nel suo quadro;» e la critica è fatta e
servita calda al pubblico. Manca al mio Ettore Gentili, il quale nel
_Bersagliere_ dice delle cose pazze, con una grande prosopopea di
critico consumato nel mestiere: dice, per esempio, che nel quadro del
Cammarano appare un gran _talento di rapportista_, mentre tutti quelli
che s'intendono di pittura pretendono il contrario; dice poi questo:
«Ora tu vedi non più il quadro di Michetti, ma il tuo. Durante questo
passaggio dalla repulsione alla convivenza, amico lettore, l'evidenza di
certe parti ti diede la possibilità di completarle imaginando le altre;
i tuoi ricordi, la fantasia, il sentimento ti aiutarono a vedere il vero
attraverso il falso, a sceverare ciò che in questo quadro vi è di visto
e reso da ciò che è soltanto imaginato e voluto: la sostanza dalla
facitura; sei giunto dalla convenzione alla realtà; così come Michetti è
giunto dalla realtà alla convenzione.»
Ora, per quanto io mi sforzi ad adottare questo sistema mentale di lenti
convesse e biconvesse, non giungo dalla realtà a questa convenzione, che
il mio amico Gentili sia un critico d'arte più forte di me. Infatti,
lasciando da parte la bizzarria e la freschezza della _dicitura_, mi
pare che il mio amico Gentili abbia preso, o voglia lasciar prendere
agli altri, lucciole per lanterne. Nel quadro di Michetti la
_convenzione_ o il _falso_ o il diavolo che si porti il mio amico
Gentili? Ma se tutti quelli che hanno nervi dinanzi a quel quadro se li
sentono tremare nel corpo, per l'orrore dello spettacolo! E poi, il
Gentili non ha badato a una cosa: alla dualità del sentimento che
scoppia in quel quadro. Guardate la folla: è placida, è inconscia come
un bestiame nella stalla, contempla, dice le preghiere latine che non
intende; guardate quelli che compiono il sacrifizio o che lo hanno già
compiuto: sono squassati dalla ferocia della fede. Quando mai il mio
amico Gentili ha trovato in un quadro il sentimento umano colto più
veramente ed efficacemente? Nè anche il signor Cesare Olati, che fa la
critica nella _Lega della Democrazia_, ha inteso questo dualismo, e
pochi altri, parmi, lo hanno inteso: eppure io credo che l'eccellenza di
questa opera d'arte stia, in molta parte, là.
Ma lasciamo i critici, nessuno dei quali, per esempio, ha pensato
dinanzi al quadro del Michetti a tutta quanta la nostra lirica
religiosa, che, con le compagnie dei flagellanti, si diffuse in due
secoli per l'Italia, radicandosi in ogni sacrestia, rinascendo in ogni
confraternita con polloni nuovi. Un critico di qualche serietà, prima di
scrivere, avrebbe riletto molte laudi spirituali; poichè mi pare officio
necessario della critica ricercare e dichiarare come certi fatti della
vita siano espressi nelle varie forme dell'arte, nello sviluppo del
tempo. Ora il fatto espresso dal Michetti rientra appunto fra le
pratiche buddhistiche entrate nell'esercizio della fede cristiana; e
poichè, nei primi secoli della nostra vita letteraria, da quelle
pratiche prese le mosse tutto un grande impeto lirico, sarebbe utile
rileggere Jacopone da Todi dinanzi al quadro del Michetti.
Ma lasciamo correre. In Italia, già, le cose si fanno tutte così. La
critica letteraria non è altro di meglio o di più che un bollettino
bibliografico; la critica d'arte è una conversazione estetica più o meno
noiosa, da quella del d'Annunzio che chiacchiera con una signora, a
quella del deputato Giovagnoli che predica ad un sindaco. Poichè
l'empirismo affoga l'Italia, signori e signore, facciamo una cosa:
chiudiamo bottega di critica, e andiamocene in piazza a rizzare i
carrettoni con le boccette degli _elixir_. Tanto, siamo una folla di
cavadenti.
E dacchè siamo qui a dimostrare in conspetto dell'Italia i cavadenti
della critica, eccovi il peggiore di tutti: un criticastro verde come un
ramarro per l'esuberanza della bile, e macchiato in faccia dai segni
d'una singolare malattia di fegato.