I.

Da che ai poeti non si dan più laure nè lauri nè, meno che mai,

pensioni, la letteratura è diventata un esercizio faticoso quotidiano

forzato; e il cervello umano deve giorno per giorno segregare quel tanto

di poesia o di prosa che occorre a tradurre bene o male e più o meno

onestamente la vita. Di qui nasce quella forma giornalistica che va a

poco a poco prendendo tutto il lavoro dello spirito umano; di qui anche

procede la cresciuta libertà e la dignità che da qualche secolo il

pensiero stampato ha saputo conquistarsi. Da quando i riformatori e i

rinnovatori dello spirito pubblico non mangiano più alle mense del re di

Prussia e non sono più cavallari di casa d'Este, la letteratura è come

un giovine escito di tutela. Resterebbe tuttavia a vedere se per gli

scrittori non fosse meglio servir casa d'Este come cavallari, anzi che,

in professione di giornalisti, tutto il popolo più vizioso e più

tirannicamente prepotente. I cavallari di casa d'Este, mi pare, erano in

uno stato di soggezione relativamente men duro che non sia il nostro;

poichè avevan bensì l'obbligo di celebrare le glorie della casa, ma

erano compensati da due grandissime libertà: libertà nei criteri

dell'arte, e nella misura e nel modo del lavoro. Dovevano bensì badare

alle faccende della Garfagnana, però potevano scrivere un poema di

cavalleria in quanti anni volessero. Ma questo lavoro a dozzina che si

fa ora, senza certezza del domani, senza speranza di altre ricompense

oltre il salario pattuito, accomuna gli operai della letteratura con le

meretrici vagabonde, le quali se una notte non riescono ad invescare un

qualche bisognoso d'amore, il dì seguente non mangiano. E poi la

libertà, non dico della politica, ma dell'arte, è distrutta. Siamo,

anche in arte, sotto l'imperio delle maggioranza; e la maggioranza vile

che non sa nulla, che non intende nulla, che non desidera se non cose

sciocche e volgari, vuole anch'essa i suoi istrioni, i suoi

glorificatori, i solleticatori de' suoi istinti o cattivi o malsani o

imbecilli; e se non è contenta degli istrioni, non li paga. Ecco perchè

io dico che il mestiere del cavallaro è più bello e più nobile. E poichè

in noi medesimi non possiamo facilmente riconoscere le magagne,

guardiamo prima in un giornalista di cinquanta anni addietro: in Felice

Romani.

È un tipo perfetto di scrittore moderno: scrittore, badiamo, di

grandissimo ingegno, a cui nulla mancava per correre gloriosamente

questa o quella delle grandi vie dell'arte; e che, per la necessità

della vita e della letteratura, dovette smarrirsi in un affannoso e vano

viavai, e rifare i passi già fatti per poi ricominciare da capo, e così

sempre, come il bisogno lo urgeva, come l'occasione di lavorare lo

invitava. Lo abbiamo veduto scrittore di libretti d'opera, poeta lirico,

novelliere. Eccolo infine critico letterario. Quando saranno pubblicati

i suoi esercizi di letteratura politica e di critica musicale, avremo

tutta quanta l'opera d'un giornalista, a volta a volta poeta lirico o

dramatico, cronista teatrale o critico, estensore di notizie politiche e

novellatore. Anche l'abate Parini fu un gazzettiere; ma allora la

compilazione delle gazzette era più semplice e meno letteraria che ora

non sia. E poi, il male forse già cominciava. Ora vediamo la critica di

questo melodramatico.

Certo non si può dire che Felice Romani avesse grandi attitudini

critiche. I suoi articoli sono d'una leggerezza, d'una, direi,

inconsistenza strana. A leggerli, non dispiacciono, poichè sono scritti

con una forma onestamente e italianamente piana, poichè sono sempre

penetrati di buon senso, poichè sono intessuti con molto garbo; ma se

voi ne spremete via tutti i fronzoli delle frasi piacenti e delle

notizie più o meno utili, non vi resta in mano che il biasimo o la lode,

l'affermazione o la negazione. E veramente, se _crisis_ significa ancora

giudizio, e se il giudizio nasce quando di una cosa qualche cosa si

afferma o si nega, parrebbe che tutta la critica dovesse consistere di

un verdetto di o non colpabilità. Se non che, sin dalla prima origine,

essa ha usurpato un ben più alto e maggiore officio; e prima dichiarando

e producendo le ragioni del giudizio, poi risalendo dai fatti singolari

alle categorie generali, essa non si accontenta più dell'umile mestiere

di giudice, ma è diventata legislatrice. Ora il Romani non si attenta

mai di dettare o di dichiarare e interpretare secondo l'intendimento suo

le leggi universali e immutabili dell'arte, ma esercita appunto il

mestiere di giudice non senza timidezza e titubanza.

Nella lode e nel biasimo egli non è schietto e reciso mai, ma

condannando concede sempre le circostanze attenuanti, e nella lode pare

sempre pauroso di aver passato i confini della giustizia. Gli manca

dunque la prima e più necessaria attitudine critica, che è la sicurezza

nel giudicare, procedente non già da una stolta e risibile credulità nel

proprio criterio infallibile, ma dalla chiara, sicura e rapidissima

visione dei fatti. Il critico, come il condottiero d'eserciti offeritore

di battaglie, deve avere una chiaroveggenza naturale che gli dimostri

subitamente, senza dubbio e senza ombra, le cose con le ragioni e le

connessioni loro; e, come l'offeritore di battaglie, deve procedere

sicuramente, senza ripiegare e senza esitare. Quando ciò manchi, quando

l'intuizione non sia immediata e necessaria, e difetti, in conseguenza,

non dico l'ardire, ma la franchezza e la pienezza del giudizio, il

critico non offra battaglie.

Di più, questa facoltà nativa non basta, quando non sia accompagnata da

altre che si acquistano dall'esperienza e dallo studio. Il critico deve

esercitare l'attività sua indagatrice e giudicatrice non pure sulle cose

immediatamente sottoposte al suo esame, ma su tutte quelle che possono

in qualunque modo avere una ideale convenienza con esse. Egli deve avere

già matura nella mente una larga preparazione, e, direi quasi, un

substrato critico. Non può, senza che il giudizio suo sia affatto

empirico, mutabile e subbiettivo, esaminare i fatti per sè stessi,

singolarmente. Fra tutte le cose della vita la relazion prima e

universale è la legge di associazione: le cose per sè stesse non hanno

valore, ma lo acquistano dalla coesistenza: così un colore solo non

sarebbe nè il bianco, nè il rosso, nè il verde, nè il giallo, ma sarebbe

il colore, e se la sensazione umana non fosse multipla, non sarebbe il

colore, ma la sensazione. Così nel mondo dello spirito, ove i fantasmi

dall'associazione acquistano vita, ove dall'associazione i giudizi sono

coordinati a constituire la conscienza umana. Ciò al Romani manca. Egli

parte dal criterio sciocchissimo che la critica si debba fare senza

preconcetti, e i suoi giudizi sono tutti fondati sulla sensazione

estetica. Di più, si mette in una condizione di neutralità che vorrebbe

esser segno di forza, ed è di debolezza. Quando in arte cozzano

intendimenti opposti, ci è di quelli che prendono con molto calore a

parteggiare, altri invece se ne stanno in disparte e dichiarano che in

arte le rivoluzioni sono un danno o una cosa vana, e accettano tutto, e

fondono in sè medesimi quelle dissensioni. Questo fatto, quasi sempre, è

indizio di non aver bene inteso quella divergenza d'intendimenti, o di

non aver la forza di combattere per questi o per quelli. Può bensì

esservi neutralità in arte; ma deve essere una neutralità, direi,

armata. Quegli che si tien lontano dalla zuffa, deve avere

degl'intendimenti suoi propri, diversi da quelli che s'urtano in

battaglia, e aspettare che il combattimento cessi, e che le due parti

nella prima stanchezza si fermino a riposare, per metterli in campo e

farli sicuramente prevalere. Ora il Romani, che si trovò fra la lotta

del romanticismo e del classicismo, non sa a qual partito appigliarsi:

di qui, la memoria e lo studio del Monti e l'educazione arcadica lo

traggono all'Olimpo pagano; di là, le tentazioni dell'audace scuola

boreale lo sviano alle steppe del romanticismo. Ed egli, cadendo da una

canzone petrarchesca a un duetto della Norma, sbigottito dal fragore

della fucilata e accecato dal fumo, non vedendo bene di che si tratti e

per chi si combatta, va gridando: pace, pace, pace! Nella sua critica si

trovano gli ondeggiamenti che abbiamo già osservati nella sua varia

poesia. A lui pare il meglio che le due parti si accordino e rechino in

comune il patrimonio. Parla dunque dei combattimenti del romanticismo

come di guerre civili: li deplora, e loda così i vincitori come i vinti.

Insomma, per non errare, non dà torto a nessuno.

E pure, a malgrado di tutti questi difetti, a malgrado dell'inettitudine

critica del Romani, io augurerei all'Italia che tutti quelli che fanno

quotidianamente o domenicalmente esercizio di critica avessero quel buon

senso e quel buon gusto nativo onde gli articoli del Romani sono

penetrati; avessero, sopra tutto, quella coltura non profonda, per

verità, ma larga e complessa, ch'egli ebbe. Egli non intese che cosa si

nascondesse sotto quel fumo di polvere romantica che lo accecava; ma

allora questo non era facile. Occorreva avere quella chiaroveggenza

intuitiva e quel substrato critico che a lui mancava. Ma ora che il

romanticismo è un fatto avvenuto, perdurante ancora, è vero, ma, nelle

sue origini e nelle prime gesta, di dominio storico, è lecito scriverne

senza averlo bene inteso? Ebbene, udite come lo dichiari Vittorio

Bersezio, un giornalista di molto nome, presentando al pubblico d'Italia

l'opera giornalistica di Felice Romani: «In Germania, donde, col

carattere di lotta nazionale, prese le mosse il rivolgimento

antinapoleonico, antimperialista, antifrancese, la letteratura così

detta classica, prima insinuata e messa in voga dall'influenza

straniera, poi importata e quasi imposta dalla conquista, rappresentava

agli occhi del popolo la soggezione, la vergogna e il danno della

patria. Vi si aggiunse ancora l'elemento della diversità di razza: le

forme, le immagini, le idee che avevano sorriso alle menti serene degli

antichi Greci e dei Latini del secolo aureo, non potevano affarsi

all'ingegno più vago di complessità e di indeterminatezza, al gusto

delle astruserie nebbiose, propri della schiatta germanica; tanto più

che quella letteratura classica non veniva loro innanzi che in una

pallida, meschina, secca imitazione, da dirsi piuttosto parodia, quale

era la letteratura imperialista francese. La civiltà latina datava

dall'antichità, e da questa attingeva modelli, ispirazioni ed argomenti

alla sua letteratura; quella germanica dal medio evo, e in questo si

propose a sua volta di andare a cercare la sostanza e la forma del suo

nuovo pensiero. E così fu creato il romanticismo.»

O Rousseau, tu che pure vanti nella generazione del romanticismo qualche

diritto di paternità, lo hai tu udito dalla tomba questo scovritore

della _poesia imperialista_ francese? Ma che poesia imperialista, ma che

reazione antimperialista, ma che astruserie nebbiose! Povero Klopstok,

povero Lessing, povero Goethe! Il signor Bersezio, con una ginnastica

cronologica che farebbe fiaccare il collo al _clown_ più esperimentato,

fa di tutti costoro gli avversari di Gabriele Legouvé, delle femmine che

scrivevano romanzi, e dei maschi che scrivevano drammi romantici ai

tempi del primo impero!

Ma se vi scandalizzaste di così poco ai tempi che corrono, fareste

ridere i polli: lo sproposito, non accidentale e solitario ma

collettivo, ma segno manifesto d'una piena ignoranza di tutta la materia

onde si vuol disserire o disputare o chiacchierare, è, nella critica

spicciola che si fa ora in Italia, un peccato di poco momento; anzi non

è quasi peccato. Poichè i giornali, segnatamente i letterari, non si

possono empire di sole novelle, nè di soli versi, la critica è diventata

uno degli esercizi più largamente diffusi, più facili, più grati e più

proficui. E chi avrà la pazienza di seguirmi vedrà che il Bersezio, il

quale del resto non fa professione di giudicatore di poesia o di prosa,

in confronto di altri può passare per un critico sapiente.

Il libro di Don Chisciotte · 第 44 / 71 题