In genere i costruttori di melodrammi per musica, come i volgarizzatori
di romanzi francesi, mi fanno ribrezzo: pure mi piace che nello
scomparire di tutti i segni esteriori dei vari mestieri letterari, che
nel confondersi di tutti i tipi d'uomini di lettere in una categoria
confusa e camaleontica che va dallo scrittore-professore allo
scrittore-giornalista, uno almeno si distacchi dalla volgarità comune. E
questo è il _librettista_; tutti gli altri sono scomparsi.
Dove sono andate a finire tutte quelle classi di letterati, dilettanti o
mestieranti, che pur giovavano, se non altro, alla vendita dei libri?
Dov'è l'abate, _professore di belle lettere_, autore di un trattato
intorno all'arte dello scrivere? Dov'è il canonico, autore d'un mese di
Maria in versi sciolti e d'una versione in terza rima del Salterio? E
l'academico tronfio d'una cicalata sul miglior modo di tostare il caffè,
recitata in concistoro? E il parassita rimatore, che in due giorni
derivava dalla facile vena un sonetto per monsignore arcivescovo e una
canzone petrarchesca per le nozze della duchessina e un madrigale pel
ventaglio della principessa e una inscrizione per la tomba del
pizzicagnolo, strappando la vita a morso a morso, a furia di
endecasillabi? E i dilettanti di piccola erudizione, e i questionatori
grammaticali, e gli armenti di Arcadia, dove dunque sono andati a
finire? La stampa periodica, politica o letteraria, quotidiana o
domenicale o bimensile o mensile, li ha tutti assorbiti. Chi
riconoscerebbe in Ferdinando Martini il presidente dell'Accademia dei
Tribolati; e chi nel Rigutini uno dei tanti che intorno al Perticari al
padre Cesari a Basilio Puoti strillavano o predicavano teoriche
linguistiche, e davano al minuto lezioni di purismo? Nessuno, certo;
poichè anche le ultime pastorelle arcadiche stampano versi nei giornali
clericali, o, al più, compilano diari danteschi.
Anche il comediante, quell'ultimo e più genuino legatario dell'antica
reputazione e dell'antica fisonomia italiana, ha tralignato; e nessuno
oserebbe asserire che il commendatore Pietriboni rassomigli allo zingaro
di cent'anni fa, ruffiano paltoniere poeta e attor comico insieme, il
quale la mattina imbastiva un dramma e lo rappresentava la sera tra
l'immenso plauso della moltitudine, pur tenendo nell'opinione della
gente un luogo medio tra la meretrice e il ladro. Tuttavia, dicevo, mi
piace che il _librettista_ resista ancora; e sebbene esso non è proprio
constituito e rinserrato in una categoria singolare con statuti propri,
ma lo incontriamo da per tutto nel tramenìo faticoso della vita moderna,
pure porta segnate in fronte certe note specifiche che lo distaccano e
lo distinguono da tutta l'altra folla dei succhiatori d'inchiostro.
Il _librettista_ è un tipo vario ed elastico: ce n'è che restano nel
puro aere sereno dell'opera seria, ce n'è che discendono sino
all'abiezione dell'_operetta_: quasi tutti congiungono alla difficile
capacità del _libretto_ quella più volgare della romanza per camera. Sta
fra l'accordatore di pianoforti e il sonatore di violino nelle scuole di
ballo, un po' più sublime di questo, un po' più umile di quello; ma di
ambedue queste professioni ritrae una certa esteriore e non necessaria
intuizione musicale e l'abitudine di industriarsi e di aiutarsi con
qualche altro mestiere. Così non di rado il _librettista_ è anche
redattore di critica bibliografica o artistica o musicale, o è impiegato
del Debito Pubblico; e ce n'è anche tra i barbieri e tra gli uffiziali
della milizia territoriale: degli scolari poi di giurisprudenza si sa
che uno almeno ogni cinque è autore, _in pectore_ o in fatto, d'una
comedia o d'un libretto d'opera.
Di rado il _librettista_ procede dal comediante; per lo più sbuccia
dalla scorza d'un poeta giovinetto, dopo il primo fiasco; e,
naturalmente, più volentieri sbuccia dalla scorza d'un giovinetto poeta
romantico. Dico naturalmente, perchè il romanticismo è il miglior
ausiliare dell'opera musicale, la quale mal si acconcia alla semplicità
del sentimento umano e al piccolo spettacolo della vita; ma vuol
prorompere con le furie della passione, e vuole puntellarsi a uno
spettacolo che prenda tutti quanti i sensi dell'uditorio e li converga a
forza verso un oggetto unico. Infatti, — non so se altri mai vi abbia
posto mente, ma certo è così, — guardate alla storia della nostra scena
musicale, dai primi melodrammi metastasiani a Riccardo Wagner, dalla
_Didone_ ai _Nibelüngen_: che ascensione trionfale del romanticismo a
traverso la musica dai primi flussi naturali della melodia alle più
dotte e più studiose combinazioni dell'algebra armonica! Parlo del
materiale musicato, non della musica, la quale io, con molta paura di
dire uno sproposito, direi che abbia tenuto un cammino inverso.
I librettisti dunque vivono in pieno mondo romantico; e, ligi ai
comandamenti della legge romantica, viaggiano. Viaggiano da un capo
all'altro dell'orbe, da un momento all'altro del tempo, a traverso lo
spazio, a traverso i secoli, con la fantasia badiamo, come il capriccio
della mente o il capriccio della moda li guida. Non rifuggono dal mondo
romano, travisato romanticamente; ma più amano il medio evo, e più
volentieri fuggono agli aranceti del reame di Castiglia e alle selve di
banani e ai canneti di bambù che coprono il suolo dell'India. Onde
questa predilezione, e perchè? Forse che nel melodramma musicale questa
prevalenza dell'antichità medievale procede da una prima scossa contro
gli dèi della Grecia, come accadde nella poesia romantica? Oibò: se così
fosse, il libretto d'opera, come la lirica tedesca, dopo la furia della
ribellione, sarebbe a poco a poco ritornato, rinnovato e ringiovanito, a
cantare un più forte e più passionato inno agli dèi della Grecia, i
quali in più parti gli gioverebbero, poichè la tragedia greca era in
sostanza un grandioso libretto d'opera. Invece il melodramma va sempre
più sprofondando negli abissi medievali; e dalla ingenua bestialità del
_Trovatore_ è precipitato nelle nebbie tedescamente folte e fantastiche
del _Mefistofele_, e dopo aver respirato una boccata di aria pura nel
_Lohengrin_, si è gittato via per la campagna popolata di spettri,
dietro la _caccia selvaggia_, dietro la cavalcata delle Valchirie, nei
_Nibelüngen_ e nel _Parsifal_. Or io non voglio parlare nè del Boito, il
quale ha nell'arte poetica quella stessa serietà d'intendimenti e anche
di coltura che ha nell'arte musicale, il quale è ritornato agli dèi
della Grecia col libretto d'_Ero e Leandro_, che a me pare una delle più
felici e più squisite fioriture liriche di questo ventennio; nè del
Wagner, il quale con immenso amore e con immensa fortuna volle e seppe
infondere un nuovo soffio di vita nelle antiche epopee della patria. Io
dico della turba infinita, la quale in tutte le parti del mondo taglia
melodrammi musicali dalla stoffa medievale, non perchè i fantasmi del
medio evo sorgano dal fondo della conscienza artistica rinnovata con lo
studio della storia e del materiale romanzesco; ma perchè dà campo a una
inesauribile fabbrica di trovadori, ma perchè è tutto pieno di _risorse_
preziose, dal torneo alla corte d'amore, dalla gara dei giullari pel
conquisto della violetta all'assalto del castello, dal combattimento in
campo chiuso al colloquio sentimentale al lume della luna, ella
sporgente il bel corpo di fata dal verone della finestra ogivale, egli
là giù perduto nella notte: la luce elettrica intanto scatta bianca di
mezzo le quinte e va a ferire in viso la castellana; giù nell'orchestra
un pizzicamento di violoncello finge il crocidare dei ranocchi nel fosso
del castello. E poi, la _messa in iscena_ di un melodramma medievale è
la più facile cosa del mondo. In ogni magazzino teatrale ci è sempre un
certo fondo di scenarii con torrazzi feudali e notti stellate, e
_interni_ gotici con finestroni binati e coloriti e ampie cappe di
camino; in quanto ai panni, l'impresario va da un rigattiere, e chiede
del medio evo, senza parsimonia; e, si sa, di corazze di latta e di elmi
di cartone con pennacchi rossi, e di farsetti di velluto color nocciòla,
e di calze di seta le botteghe dei rigattieri non difettano; e nemmeno
mancano di stiletti e di spadoni: non ci è, forse, una bella veste
bianca per la castellana, ma a questa la prima donna provvede da sè. E
poi un'altra cosa, più importante forse, ribadisce il trionfo del medio
evo nel melodramma musicale: il gusto del pubblico. È inutile: questo
benedetto pubblico è come un lattante ostinato alla mammella, e non
vuole svezzarsi dal medio evo. E per questa parte i librettisti hanno
ragione: poichè la gente paga per volere udir cantare un tenore vestito
da Marco Visconti e una prima donna vestita da Maria Tudor, e perchè
scontentarla? Poniamo una zimarra di lana bianca in dosso e una borsetta
di pelle gialla a lato alla Signora delle camelie, e non se ne parli
più. In quanto alla manìa indiana ed egiziana scoppiata ultimamente,
parrebbe anch'essa una emanazione della prima grande rivoluzione
romantica, la quale anche nel mondo primitivo ariano cercò nuove fonti
d'inspirazione; parrebbe, se non fosse ridicolo pensare che i
costruttori di libretti d'opera si preoccupino d'altro che d'ammucchiare
le masse corali sotto la specie d'una folla indiana, che di edificare un
viale di sfingi sulle rive del Nilo per cornice d'un duetto romantico,
che di giovarsi del tempio buddhistico per comodo d'un finale a piena
orchestra. Leggete l'_Africana_, e vedete se dall'atto terzo in giù vi
riesce di capire in qual paese vi troviate; leggete l'_Aida_ e il _Re di
Lahore_, e se avete qualche esperienza di cose indiane ed egiziane fate
a meno, se potete, di ripetere i primi due versi dell'_Inferno_. Nè io
me ne maraviglio, da che la musica ha soffocato sotto le sue ampie ali
l'elemento poetico, da che, segnatamente nell'arte scenica, prevalgono
in modo vituperevole l'empirismo e il macchinismo; mi maraviglio anzi
che in mezzo a tanta abiezione vi siano dei maestri quali Arrigo Boito e
Riccardo Wagner, i quali con molta serietà hanno tentato di rilevare il
melodramma musicale a una dignità quale forse non ebbe mai. Anzi mi
pareva strano, leggendo due libri pubblicati ultimamente, che nel 1834
un librettista scrivesse versi come questi:
Non ti diero invano
Alto senno le Muse ed alma forte,
Ed a te bolle italo sangue in petto;
Invan non fosti eletto
Quaggiù custode delle cozie porte,
Nè invan, cinta di torri e d'armi piena,
Il dorso inchina a te l'onda tirrena.
Il librettista scrittore di questi versi fu Felice Romani, e la canzone
esorta discretamente la maestà di Carlo Alberto a tener vivo il pensiero
del riconquisto d'Italia. Discretamente per due ragioni, l'una politica
e la seconda d'arte: prima perchè Felice Romani viveva e scriveva in
corte dei Re di Sardegna, ed il rammentare solo i bisogni e le speranze
d'Italia era già una gran cosa; secondo, egli per una singolare
consuetudine del suo temperamento poetico non sapeva escire, anche nel
concitamento lirico, da una certa serena e sicura moderazione degli
affetti. Per questo, non per tepidità patriottica, il Romani fu meno
veemente e meno caldo del Leopardi. Non fu tepidità patriottica, poichè
non trascurò occasione di far sonare la voce della patria impaziente
agli orecchi dei principi savojardi; e celebrando con grandi lodi il
senno di Vittorio Emanuele I, lo ammonì arditamente
Iddio ti diede
Tanta in Italia sede
Perchè tu fossi, come forte, pio;
e cantando con una canzone petrarchesca Carlo Alberto legislatore, non
dimenticò di dire:
E ancor tu l'ami quest'Italia e vedi
Risorger forse nel fatal domani
L'astro oscurato della sua grandezza.
Solamente nel '42, posando ai piedi di una coppia nuziale, in nome di
_Torino esultante_, un carme ricalcato sui _Sepolcri_, non disposò la
nota patriottica ai modulamenti della melodia cortigianesca. Lo sposo
era il duca di Savoia Vittorio Emanuele, e la sposa un'arciduchessa
austriaca: gli parve forse che dalle nozze felici dovesse nascere la
libertà d'Italia; certo egli non pensava che sette anni più tardi
avrebbe dovuto chiudere un sonetto con queste due tristi terzine:
Te incolpa, o Italia, te che cieca e stolta
Fra vane ambizioni e rei consigli
Fosti pronta ai garriti, all'opre ignava.
Tal che inerme ed oppressa un'altra volta
I tuoi ferri strascina e grida ai figli:
Genia divisa eternamente è schiava.
Un pensiero, sopra gli altri, gli stava inchiodato nella mente: voleva
che Genova, unita al Piemonte, movesse la guerra per la salute della
patria; sempre, rivolgendosi alla città o al re di Sardegna, propugna
questo suo pensiero, e vuole ad ogni modo che i nepoti degli Amadei e i
nepoti dei Doria siano i liberatori della patria. Era un'utopia come
un'altra, poichè nè i nepoti dei Doria nè quelli degli Amadei avrebbero
potuto affrancare l'Italia, se essa finalmente non si levava, e non
rompeva il ferro delle catene. Ad ogni modo questa lirica patriottica in
Piemonte dal '30 al '59 è degna di studio. Tanto più curiosa a studiare,
per la singolarità del poeta. L'impresa di Novara, dopo quella del
Trocadero; l'impresa di Novara, sollecitata e auspicata in rima da uno
scrittore di libretti d'opera, s'intende più chiaramente. E poi questa
dinastia savoiarda è come circonfusa di un'aureola romantica: tenutasi
per tanti secoli salda nel dominio del suo feudo alpino come una
famiglia di licheni abbarbicata a una rupe, si mostra, a cavallo, al bel
sole d'Italia armata in guerra a capo del popolo che si leva dal sonno
nel nome della patria e della libertà; e quando tutte le genti italiche,
nel tripudio della vittoria, pareva che dovessero andare ad appendere
corone al tempio di Giove Liberatore, ecco un cavaliere medievale,
simile ad Umberto Biancamano, con la visiera levata e la faccia nera pel
fumo del combattimento, scese da le Alpi; e tutto il popolo lo gridò re:
così la moltitudine dei Franchi acclamò Clodoveo. Poi questa stirpe
invecchiata, povera di sangue, fiacca di muscoli e di nervi, si adagiò
in mezzo al popolo d'Italia, come i _re fannulloni_ in mezzo al popolo
di Francia, e regge tuttavia per virtù della bellezza d'una donna. Non
ci è in tutto questo qualcosa di melodrammatico, e non doveva essere
appunto un _librettista_ il poeta di questa dinastia? Solamente è strano
che celebratore d'una romantica generazione di re sia stato un
_librettista_ classico.
Le inclinazioni e le predilezioni classiche nel Romani appaiono più
chiaramente forse dalla lirica che dai melodrammi, ove molte cose
dovette il poeta concedere alle necessità della musica e alla volontà
dei musicatori. È classico in tutto, nel contenuto e nella forma; anzi
nella forma fu così strettamente ligio persino alla nomenclatura
classica della lirica, che, ristampando certi suoi versi intorno
all'_Amante esule_ che canta alla luna come i cani randagi e i poeti
sentimentali, vi pospose la seguente nota: «Questa elegia fu già
stampata, ora sotto il nome di Ode, ora sotto quello di Romanza, i quali
nomi sono rigettati dall'autore per le sue idee particolari intorno
all'indole di siffatte poesie.» Tuttavia qua e là, nelle canzonette
erotiche o elegiache, nell'inno sacro manzoniano per la _Resurrezione_ e
nella trilogìa intitolata da Folchetto di Marsiglia, qualche germe
romantico tenta di gittar le radici; ma il terreno non è propizio,
poichè lo studio del Foscolo e, più sensibile forse, del Monti, lo ha
fatto sterile ad ogni seminagione romantica. Il Monti, il gran mago che
affascinò da prima anche il Manzoni, in sul principio di questo secolo
abbracciò con la grande potenza musicale tutte le facoltà poetiche
dell'Italia; e ci voleva una forza non comune a liberarsene: ci volle,
appunto, la forza del Manzoni e del Leopardi. I minori soggiacquero, e
non poterono escire dalla cerchia segnata dal mago. Tra questi, il
Romani. Del resto era naturale. Si esciva dalla preponderanza arcadica e
dai sonetti del Minzoni: gli orecchi erano stanchi di quella rimerìa
vuota e strepitosa come un rullìo di tamburi, e le bocche erano sazie di
giuncate; la gente prendeva a seccarsi dell'avvocato Zappi e a sparlare
della moglie. In Italia si cominciava a studiare il latino per altro che
per intendere gli statuti di Arcadia, e come una inconsciente necessità
di un bagno nelle pure linfe classiche nasceva tra la gente; ma il
Parini fuori di Milano era poco e male inteso, e il Foscolo ancora
troppo giovine. Venne il Monti, l'abate Monti con quella sua larga vena
sgorgante liberamente come l'eloquenza ciceroniana, e rievocò tutta
l'antichità classica, non già con le cabalette metastasiane, ma con un
violento flusso melodico e armonico in una, che pare il corso di un
fiume, e insieme lo scoppio di una facondia copiosa. Molti furono
ammaliati dalla novità del mondo evocato; ma i più cedettero al fascino
musicale. Leggete, per un esempio dichiarativo e persuasivo, questa
stanza d'una canzone petrarchesca del Romani pel busto del Monti:
Cogli occhi al ciel rivolti,
Al ciel che lo pascea di tanto lume,
Stassi il poeta in estasi rapito,
Qual se la voce ascolti
Del genio ispirator, del suo gran Nume
Chiamato in terra e da nessun sentito.
Spazia lo sguardo ardito
Per entro a campi che non han misura,
Regni di fantasia noti a lui solo;
E qual disciolta a volo
Fiamma si leva al ciel per sua natura,
S'erge lo spirto a region divina
Ove s'interna, ove sè stesso affina.
Nel Monti dunque più volentieri si specchiò il Romani, non tanto, per
altro, che molto non ritraesse anche dal Foscolo. Di più, il caprifico
d'Arcadia gli aveva lasciato qualche barbilla confitta bene addentro nel
midollo cerebrale. Le anacreontiche e le romanze sono tutte, quale più
quale meno, fiori bianchi del bosco Parrasio:
Esci, o sospir, dal core,
Vola al mio bene, e dille,
Che sei sospir d'amore,
Ma non le dir di chi.
Ecco, mi pare, una strofetta degna dell'avvocato Zappi; e qui pure è da
ricercare il nodo che unisce la poesia lirica alla poesia melodrammatica
di Felice Romani. Il melodramma moderno infatti ha origine boschereccia:
è nato dal grembo d'Arcadia; nè occorre uno studio molto profondo della
poesia metastasiana a persuadersene. Nacque arcadico, e morrà forse
romantico, poichè il romanticismo gli ha subito aperto le braccia e va
lentamente soffocandolo. Nel Romani, l'ho detto, il romanticismo poco o
nulla fe' presa: più tosto prevalsero le reminiscenze arcadiche, le
quali nella lirica si rifugiarono in una determinata forma di
componimento, ma nel melodramma proruppero più prepotenti, ovunque le
lusinghe melodiche le tentavano, troppo mal temperate dalla
premeditazione classica dei _recitativi_, e da qualche involontaria
irruzione romantica.
In genere, si può dire che il Romani è classico nella lirica obbiettiva,
e arcadico nella lirica subbiettiva; ma obbiettivo o subbiettivo che
sia, classico o romantico o arcadico, una cosa è certa: che in lui le
naturali facoltà liriche sono guidate e corrette da un infinito amore
della misura e della forma. Non mai egli trascende oltre i confini del
sentimento umano, e la passione in lui, anche nel momento del maggiore
impeto lirico, è regolata con quella moderazione, nella quale sta
l'eccellenza dell'arte. Certo, gli mancò il soffio potente che dà le
penne maestre alle cose poetiche e le sospinge in alto; ma questo libro
di lirica, ove appaiono più chiaramente gli studi e le inclinazioni sue,
sarà molto utile a chi voglia studiare la genesi del melodramma moderno.
Poichè nella poesia del Romani, anche nella canzone petrarchesca, anche
nell'ode saffica fatta un po' liberamente, la presenza del melodramma si
sente nel movimento drammatico dell'affetto e nell'onda melodica; così
come ne' suoi melodrammi le consuetudini liriche si affacciano tra le
esigenze della scena e il capriccio della musica. E il librettista
appare anche nelle _novelle_, le quali il Romani non volle imitare dal
francese, ma trasse da vecchi romanzi di cavalleria: l'intenzione era
buona, o almeno a me pare buona, poichè si accorda in parte con certi
miei criteri novellistici; ma il cancro della _situazione_, e le ulceri
della declamazione, e le fistole della cabaletta e del duetto gli
rodevano da troppo tempo la carne; e le sue novelle sono melodrammi in
prosa narrativa.
Tuttavia queste preoccupazioni d'arte in un librettista sono molto
significanti; e mostrano, se non altro, una cosa: che il Romani non solo
alla lirica, ma e alla novella e al libretto d'opera giudicava
necessaria una qualche preparazione; e certo egli prima di scrivere la
_Norma_ lesse i commentari della guerra gallica.