III.

In genere i costruttori di melodrammi per musica, come i volgarizzatori

di romanzi francesi, mi fanno ribrezzo: pure mi piace che nello

scomparire di tutti i segni esteriori dei vari mestieri letterari, che

nel confondersi di tutti i tipi d'uomini di lettere in una categoria

confusa e camaleontica che va dallo scrittore-professore allo

scrittore-giornalista, uno almeno si distacchi dalla volgarità comune. E

questo è il _librettista_; tutti gli altri sono scomparsi.

Dove sono andate a finire tutte quelle classi di letterati, dilettanti o

mestieranti, che pur giovavano, se non altro, alla vendita dei libri?

Dov'è l'abate, _professore di belle lettere_, autore di un trattato

intorno all'arte dello scrivere? Dov'è il canonico, autore d'un mese di

Maria in versi sciolti e d'una versione in terza rima del Salterio? E

l'academico tronfio d'una cicalata sul miglior modo di tostare il caffè,

recitata in concistoro? E il parassita rimatore, che in due giorni

derivava dalla facile vena un sonetto per monsignore arcivescovo e una

canzone petrarchesca per le nozze della duchessina e un madrigale pel

ventaglio della principessa e una inscrizione per la tomba del

pizzicagnolo, strappando la vita a morso a morso, a furia di

endecasillabi? E i dilettanti di piccola erudizione, e i questionatori

grammaticali, e gli armenti di Arcadia, dove dunque sono andati a

finire? La stampa periodica, politica o letteraria, quotidiana o

domenicale o bimensile o mensile, li ha tutti assorbiti. Chi

riconoscerebbe in Ferdinando Martini il presidente dell'Accademia dei

Tribolati; e chi nel Rigutini uno dei tanti che intorno al Perticari al

padre Cesari a Basilio Puoti strillavano o predicavano teoriche

linguistiche, e davano al minuto lezioni di purismo? Nessuno, certo;

poichè anche le ultime pastorelle arcadiche stampano versi nei giornali

clericali, o, al più, compilano diari danteschi.

Anche il comediante, quell'ultimo e più genuino legatario dell'antica

reputazione e dell'antica fisonomia italiana, ha tralignato; e nessuno

oserebbe asserire che il commendatore Pietriboni rassomigli allo zingaro

di cent'anni fa, ruffiano paltoniere poeta e attor comico insieme, il

quale la mattina imbastiva un dramma e lo rappresentava la sera tra

l'immenso plauso della moltitudine, pur tenendo nell'opinione della

gente un luogo medio tra la meretrice e il ladro. Tuttavia, dicevo, mi

piace che il _librettista_ resista ancora; e sebbene esso non è proprio

constituito e rinserrato in una categoria singolare con statuti propri,

ma lo incontriamo da per tutto nel tramenìo faticoso della vita moderna,

pure porta segnate in fronte certe note specifiche che lo distaccano e

lo distinguono da tutta l'altra folla dei succhiatori d'inchiostro.

Il _librettista_ è un tipo vario ed elastico: ce n'è che restano nel

puro aere sereno dell'opera seria, ce n'è che discendono sino

all'abiezione dell'_operetta_: quasi tutti congiungono alla difficile

capacità del _libretto_ quella più volgare della romanza per camera. Sta

fra l'accordatore di pianoforti e il sonatore di violino nelle scuole di

ballo, un po' più sublime di questo, un po' più umile di quello; ma di

ambedue queste professioni ritrae una certa esteriore e non necessaria

intuizione musicale e l'abitudine di industriarsi e di aiutarsi con

qualche altro mestiere. Così non di rado il _librettista_ è anche

redattore di critica bibliografica o artistica o musicale, o è impiegato

del Debito Pubblico; e ce n'è anche tra i barbieri e tra gli uffiziali

della milizia territoriale: degli scolari poi di giurisprudenza si sa

che uno almeno ogni cinque è autore, _in pectore_ o in fatto, d'una

comedia o d'un libretto d'opera.

Di rado il _librettista_ procede dal comediante; per lo più sbuccia

dalla scorza d'un poeta giovinetto, dopo il primo fiasco; e,

naturalmente, più volentieri sbuccia dalla scorza d'un giovinetto poeta

romantico. Dico naturalmente, perchè il romanticismo è il miglior

ausiliare dell'opera musicale, la quale mal si acconcia alla semplicità

del sentimento umano e al piccolo spettacolo della vita; ma vuol

prorompere con le furie della passione, e vuole puntellarsi a uno

spettacolo che prenda tutti quanti i sensi dell'uditorio e li converga a

forza verso un oggetto unico. Infatti, — non so se altri mai vi abbia

posto mente, ma certo è così, — guardate alla storia della nostra scena

musicale, dai primi melodrammi metastasiani a Riccardo Wagner, dalla

_Didone_ ai _Nibelüngen_: che ascensione trionfale del romanticismo a

traverso la musica dai primi flussi naturali della melodia alle più

dotte e più studiose combinazioni dell'algebra armonica! Parlo del

materiale musicato, non della musica, la quale io, con molta paura di

dire uno sproposito, direi che abbia tenuto un cammino inverso.

I librettisti dunque vivono in pieno mondo romantico; e, ligi ai

comandamenti della legge romantica, viaggiano. Viaggiano da un capo

all'altro dell'orbe, da un momento all'altro del tempo, a traverso lo

spazio, a traverso i secoli, con la fantasia badiamo, come il capriccio

della mente o il capriccio della moda li guida. Non rifuggono dal mondo

romano, travisato romanticamente; ma più amano il medio evo, e più

volentieri fuggono agli aranceti del reame di Castiglia e alle selve di

banani e ai canneti di bambù che coprono il suolo dell'India. Onde

questa predilezione, e perchè? Forse che nel melodramma musicale questa

prevalenza dell'antichità medievale procede da una prima scossa contro

gli dèi della Grecia, come accadde nella poesia romantica? Oibò: se così

fosse, il libretto d'opera, come la lirica tedesca, dopo la furia della

ribellione, sarebbe a poco a poco ritornato, rinnovato e ringiovanito, a

cantare un più forte e più passionato inno agli dèi della Grecia, i

quali in più parti gli gioverebbero, poichè la tragedia greca era in

sostanza un grandioso libretto d'opera. Invece il melodramma va sempre

più sprofondando negli abissi medievali; e dalla ingenua bestialità del

_Trovatore_ è precipitato nelle nebbie tedescamente folte e fantastiche

del _Mefistofele_, e dopo aver respirato una boccata di aria pura nel

_Lohengrin_, si è gittato via per la campagna popolata di spettri,

dietro la _caccia selvaggia_, dietro la cavalcata delle Valchirie, nei

_Nibelüngen_ e nel _Parsifal_. Or io non voglio parlare nè del Boito, il

quale ha nell'arte poetica quella stessa serietà d'intendimenti e anche

di coltura che ha nell'arte musicale, il quale è ritornato agli dèi

della Grecia col libretto d'_Ero e Leandro_, che a me pare una delle più

felici e più squisite fioriture liriche di questo ventennio; nè del

Wagner, il quale con immenso amore e con immensa fortuna volle e seppe

infondere un nuovo soffio di vita nelle antiche epopee della patria. Io

dico della turba infinita, la quale in tutte le parti del mondo taglia

melodrammi musicali dalla stoffa medievale, non perchè i fantasmi del

medio evo sorgano dal fondo della conscienza artistica rinnovata con lo

studio della storia e del materiale romanzesco; ma perchè dà campo a una

inesauribile fabbrica di trovadori, ma perchè è tutto pieno di _risorse_

preziose, dal torneo alla corte d'amore, dalla gara dei giullari pel

conquisto della violetta all'assalto del castello, dal combattimento in

campo chiuso al colloquio sentimentale al lume della luna, ella

sporgente il bel corpo di fata dal verone della finestra ogivale, egli

là giù perduto nella notte: la luce elettrica intanto scatta bianca di

mezzo le quinte e va a ferire in viso la castellana; giù nell'orchestra

un pizzicamento di violoncello finge il crocidare dei ranocchi nel fosso

del castello. E poi, la _messa in iscena_ di un melodramma medievale è

la più facile cosa del mondo. In ogni magazzino teatrale ci è sempre un

certo fondo di scenarii con torrazzi feudali e notti stellate, e

_interni_ gotici con finestroni binati e coloriti e ampie cappe di

camino; in quanto ai panni, l'impresario va da un rigattiere, e chiede

del medio evo, senza parsimonia; e, si sa, di corazze di latta e di elmi

di cartone con pennacchi rossi, e di farsetti di velluto color nocciòla,

e di calze di seta le botteghe dei rigattieri non difettano; e nemmeno

mancano di stiletti e di spadoni: non ci è, forse, una bella veste

bianca per la castellana, ma a questa la prima donna provvede da sè. E

poi un'altra cosa, più importante forse, ribadisce il trionfo del medio

evo nel melodramma musicale: il gusto del pubblico. È inutile: questo

benedetto pubblico è come un lattante ostinato alla mammella, e non

vuole svezzarsi dal medio evo. E per questa parte i librettisti hanno

ragione: poichè la gente paga per volere udir cantare un tenore vestito

da Marco Visconti e una prima donna vestita da Maria Tudor, e perchè

scontentarla? Poniamo una zimarra di lana bianca in dosso e una borsetta

di pelle gialla a lato alla Signora delle camelie, e non se ne parli

più. In quanto alla manìa indiana ed egiziana scoppiata ultimamente,

parrebbe anch'essa una emanazione della prima grande rivoluzione

romantica, la quale anche nel mondo primitivo ariano cercò nuove fonti

d'inspirazione; parrebbe, se non fosse ridicolo pensare che i

costruttori di libretti d'opera si preoccupino d'altro che d'ammucchiare

le masse corali sotto la specie d'una folla indiana, che di edificare un

viale di sfingi sulle rive del Nilo per cornice d'un duetto romantico,

che di giovarsi del tempio buddhistico per comodo d'un finale a piena

orchestra. Leggete l'_Africana_, e vedete se dall'atto terzo in giù vi

riesce di capire in qual paese vi troviate; leggete l'_Aida_ e il _Re di

Lahore_, e se avete qualche esperienza di cose indiane ed egiziane fate

a meno, se potete, di ripetere i primi due versi dell'_Inferno_. Nè io

me ne maraviglio, da che la musica ha soffocato sotto le sue ampie ali

l'elemento poetico, da che, segnatamente nell'arte scenica, prevalgono

in modo vituperevole l'empirismo e il macchinismo; mi maraviglio anzi

che in mezzo a tanta abiezione vi siano dei maestri quali Arrigo Boito e

Riccardo Wagner, i quali con molta serietà hanno tentato di rilevare il

melodramma musicale a una dignità quale forse non ebbe mai. Anzi mi

pareva strano, leggendo due libri pubblicati ultimamente, che nel 1834

un librettista scrivesse versi come questi:

Non ti diero invano

Alto senno le Muse ed alma forte,

Ed a te bolle italo sangue in petto;

Invan non fosti eletto

Quaggiù custode delle cozie porte,

Nè invan, cinta di torri e d'armi piena,

Il dorso inchina a te l'onda tirrena.

Il librettista scrittore di questi versi fu Felice Romani, e la canzone

esorta discretamente la maestà di Carlo Alberto a tener vivo il pensiero

del riconquisto d'Italia. Discretamente per due ragioni, l'una politica

e la seconda d'arte: prima perchè Felice Romani viveva e scriveva in

corte dei Re di Sardegna, ed il rammentare solo i bisogni e le speranze

d'Italia era già una gran cosa; secondo, egli per una singolare

consuetudine del suo temperamento poetico non sapeva escire, anche nel

concitamento lirico, da una certa serena e sicura moderazione degli

affetti. Per questo, non per tepidità patriottica, il Romani fu meno

veemente e meno caldo del Leopardi. Non fu tepidità patriottica, poichè

non trascurò occasione di far sonare la voce della patria impaziente

agli orecchi dei principi savojardi; e celebrando con grandi lodi il

senno di Vittorio Emanuele I, lo ammonì arditamente

Iddio ti diede

Tanta in Italia sede

Perchè tu fossi, come forte, pio;

e cantando con una canzone petrarchesca Carlo Alberto legislatore, non

dimenticò di dire:

E ancor tu l'ami quest'Italia e vedi

Risorger forse nel fatal domani

L'astro oscurato della sua grandezza.

Solamente nel '42, posando ai piedi di una coppia nuziale, in nome di

_Torino esultante_, un carme ricalcato sui _Sepolcri_, non disposò la

nota patriottica ai modulamenti della melodia cortigianesca. Lo sposo

era il duca di Savoia Vittorio Emanuele, e la sposa un'arciduchessa

austriaca: gli parve forse che dalle nozze felici dovesse nascere la

libertà d'Italia; certo egli non pensava che sette anni più tardi

avrebbe dovuto chiudere un sonetto con queste due tristi terzine:

Te incolpa, o Italia, te che cieca e stolta

Fra vane ambizioni e rei consigli

Fosti pronta ai garriti, all'opre ignava.

Tal che inerme ed oppressa un'altra volta

I tuoi ferri strascina e grida ai figli:

Genia divisa eternamente è schiava.

Un pensiero, sopra gli altri, gli stava inchiodato nella mente: voleva

che Genova, unita al Piemonte, movesse la guerra per la salute della

patria; sempre, rivolgendosi alla città o al re di Sardegna, propugna

questo suo pensiero, e vuole ad ogni modo che i nepoti degli Amadei e i

nepoti dei Doria siano i liberatori della patria. Era un'utopia come

un'altra, poichè nè i nepoti dei Doria nè quelli degli Amadei avrebbero

potuto affrancare l'Italia, se essa finalmente non si levava, e non

rompeva il ferro delle catene. Ad ogni modo questa lirica patriottica in

Piemonte dal '30 al '59 è degna di studio. Tanto più curiosa a studiare,

per la singolarità del poeta. L'impresa di Novara, dopo quella del

Trocadero; l'impresa di Novara, sollecitata e auspicata in rima da uno

scrittore di libretti d'opera, s'intende più chiaramente. E poi questa

dinastia savoiarda è come circonfusa di un'aureola romantica: tenutasi

per tanti secoli salda nel dominio del suo feudo alpino come una

famiglia di licheni abbarbicata a una rupe, si mostra, a cavallo, al bel

sole d'Italia armata in guerra a capo del popolo che si leva dal sonno

nel nome della patria e della libertà; e quando tutte le genti italiche,

nel tripudio della vittoria, pareva che dovessero andare ad appendere

corone al tempio di Giove Liberatore, ecco un cavaliere medievale,

simile ad Umberto Biancamano, con la visiera levata e la faccia nera pel

fumo del combattimento, scese da le Alpi; e tutto il popolo lo gridò re:

così la moltitudine dei Franchi acclamò Clodoveo. Poi questa stirpe

invecchiata, povera di sangue, fiacca di muscoli e di nervi, si adagiò

in mezzo al popolo d'Italia, come i _re fannulloni_ in mezzo al popolo

di Francia, e regge tuttavia per virtù della bellezza d'una donna. Non

ci è in tutto questo qualcosa di melodrammatico, e non doveva essere

appunto un _librettista_ il poeta di questa dinastia? Solamente è strano

che celebratore d'una romantica generazione di re sia stato un

_librettista_ classico.

Le inclinazioni e le predilezioni classiche nel Romani appaiono più

chiaramente forse dalla lirica che dai melodrammi, ove molte cose

dovette il poeta concedere alle necessità della musica e alla volontà

dei musicatori. È classico in tutto, nel contenuto e nella forma; anzi

nella forma fu così strettamente ligio persino alla nomenclatura

classica della lirica, che, ristampando certi suoi versi intorno

all'_Amante esule_ che canta alla luna come i cani randagi e i poeti

sentimentali, vi pospose la seguente nota: «Questa elegia fu già

stampata, ora sotto il nome di Ode, ora sotto quello di Romanza, i quali

nomi sono rigettati dall'autore per le sue idee particolari intorno

all'indole di siffatte poesie.» Tuttavia qua e là, nelle canzonette

erotiche o elegiache, nell'inno sacro manzoniano per la _Resurrezione_ e

nella trilogìa intitolata da Folchetto di Marsiglia, qualche germe

romantico tenta di gittar le radici; ma il terreno non è propizio,

poichè lo studio del Foscolo e, più sensibile forse, del Monti, lo ha

fatto sterile ad ogni seminagione romantica. Il Monti, il gran mago che

affascinò da prima anche il Manzoni, in sul principio di questo secolo

abbracciò con la grande potenza musicale tutte le facoltà poetiche

dell'Italia; e ci voleva una forza non comune a liberarsene: ci volle,

appunto, la forza del Manzoni e del Leopardi. I minori soggiacquero, e

non poterono escire dalla cerchia segnata dal mago. Tra questi, il

Romani. Del resto era naturale. Si esciva dalla preponderanza arcadica e

dai sonetti del Minzoni: gli orecchi erano stanchi di quella rimerìa

vuota e strepitosa come un rullìo di tamburi, e le bocche erano sazie di

giuncate; la gente prendeva a seccarsi dell'avvocato Zappi e a sparlare

della moglie. In Italia si cominciava a studiare il latino per altro che

per intendere gli statuti di Arcadia, e come una inconsciente necessità

di un bagno nelle pure linfe classiche nasceva tra la gente; ma il

Parini fuori di Milano era poco e male inteso, e il Foscolo ancora

troppo giovine. Venne il Monti, l'abate Monti con quella sua larga vena

sgorgante liberamente come l'eloquenza ciceroniana, e rievocò tutta

l'antichità classica, non già con le cabalette metastasiane, ma con un

violento flusso melodico e armonico in una, che pare il corso di un

fiume, e insieme lo scoppio di una facondia copiosa. Molti furono

ammaliati dalla novità del mondo evocato; ma i più cedettero al fascino

musicale. Leggete, per un esempio dichiarativo e persuasivo, questa

stanza d'una canzone petrarchesca del Romani pel busto del Monti:

Cogli occhi al ciel rivolti,

Al ciel che lo pascea di tanto lume,

Stassi il poeta in estasi rapito,

Qual se la voce ascolti

Del genio ispirator, del suo gran Nume

Chiamato in terra e da nessun sentito.

Spazia lo sguardo ardito

Per entro a campi che non han misura,

Regni di fantasia noti a lui solo;

E qual disciolta a volo

Fiamma si leva al ciel per sua natura,

S'erge lo spirto a region divina

Ove s'interna, ove sè stesso affina.

Nel Monti dunque più volentieri si specchiò il Romani, non tanto, per

altro, che molto non ritraesse anche dal Foscolo. Di più, il caprifico

d'Arcadia gli aveva lasciato qualche barbilla confitta bene addentro nel

midollo cerebrale. Le anacreontiche e le romanze sono tutte, quale più

quale meno, fiori bianchi del bosco Parrasio:

Esci, o sospir, dal core,

Vola al mio bene, e dille,

Che sei sospir d'amore,

Ma non le dir di chi.

Ecco, mi pare, una strofetta degna dell'avvocato Zappi; e qui pure è da

ricercare il nodo che unisce la poesia lirica alla poesia melodrammatica

di Felice Romani. Il melodramma moderno infatti ha origine boschereccia:

è nato dal grembo d'Arcadia; nè occorre uno studio molto profondo della

poesia metastasiana a persuadersene. Nacque arcadico, e morrà forse

romantico, poichè il romanticismo gli ha subito aperto le braccia e va

lentamente soffocandolo. Nel Romani, l'ho detto, il romanticismo poco o

nulla fe' presa: più tosto prevalsero le reminiscenze arcadiche, le

quali nella lirica si rifugiarono in una determinata forma di

componimento, ma nel melodramma proruppero più prepotenti, ovunque le

lusinghe melodiche le tentavano, troppo mal temperate dalla

premeditazione classica dei _recitativi_, e da qualche involontaria

irruzione romantica.

In genere, si può dire che il Romani è classico nella lirica obbiettiva,

e arcadico nella lirica subbiettiva; ma obbiettivo o subbiettivo che

sia, classico o romantico o arcadico, una cosa è certa: che in lui le

naturali facoltà liriche sono guidate e corrette da un infinito amore

della misura e della forma. Non mai egli trascende oltre i confini del

sentimento umano, e la passione in lui, anche nel momento del maggiore

impeto lirico, è regolata con quella moderazione, nella quale sta

l'eccellenza dell'arte. Certo, gli mancò il soffio potente che dà le

penne maestre alle cose poetiche e le sospinge in alto; ma questo libro

di lirica, ove appaiono più chiaramente gli studi e le inclinazioni sue,

sarà molto utile a chi voglia studiare la genesi del melodramma moderno.

Poichè nella poesia del Romani, anche nella canzone petrarchesca, anche

nell'ode saffica fatta un po' liberamente, la presenza del melodramma si

sente nel movimento drammatico dell'affetto e nell'onda melodica; così

come ne' suoi melodrammi le consuetudini liriche si affacciano tra le

esigenze della scena e il capriccio della musica. E il librettista

appare anche nelle _novelle_, le quali il Romani non volle imitare dal

francese, ma trasse da vecchi romanzi di cavalleria: l'intenzione era

buona, o almeno a me pare buona, poichè si accorda in parte con certi

miei criteri novellistici; ma il cancro della _situazione_, e le ulceri

della declamazione, e le fistole della cabaletta e del duetto gli

rodevano da troppo tempo la carne; e le sue novelle sono melodrammi in

prosa narrativa.

Tuttavia queste preoccupazioni d'arte in un librettista sono molto

significanti; e mostrano, se non altro, una cosa: che il Romani non solo

alla lirica, ma e alla novella e al libretto d'opera giudicava

necessaria una qualche preparazione; e certo egli prima di scrivere la

_Norma_ lesse i commentari della guerra gallica.

Il libro di Don Chisciotte · 第 35 / 71 题