Ed ora per la prima, ma non per l'unica volta in questo libro, mi tocca
di dir male d'un giovine a cui mi lega la più grata e affettuosa
consuetudine, che io ho sempre proseguito d'un affetto più che fraterno,
al quale non ho risparmiato mai le ammonizioni e le prediche e i
vituperii quando mi pareva che deviasse dalla grande strada apertagli
dal destino, anche a rischio di essere accusato dal dottor Verità e da
altri più bugiardi di lui d'un turpissimo peccato: d'invidia. Parlo di
Gabriele D'Annunzio.
Gabriele, fanno ora due anni, giunse a Roma dall'Abruzzo con la bella e
fresca ricchezza dei suoi vent'anni, e con molta opulenza di poesia e di
prosa poetica. E subito mi venne a vedere. Ero, me ne rammento
benissimo, sdraiato sopra una panca negli uffici del _Capitan Fracassa_,
e sbadigliavo tra le ciance di molta gente; e alla prima vista di quel
piccolino con la testa ricciuta e gli occhi dolcemente femminili, che mi
nominò e nominò sè con un'inflessione di voce anch'essa muliebre, mi
scossi e balzai su stranamente colpito. E l'effetto fu, in tutti quelli
che lo videro, eguale. Lo conducemmo nel salotto, e tutta la gente gli
si raccolse d'intorno. Non mai scrittore comico trionfante, in quel
luogo ove l'ammirazione e la curiosità d'ogni cosa nuova scoppiano con
sì facile violenza, s'ebbe un accoglimento tanto festoso. Mi par di
vedere ancora Gennaro Minervini, quell'ultimo erede dello spirito
napolitano, stargli d'avanti a guardarlo con gli occhi spalancati senza
parlare; e Cesare Pascarella, con lo scialle raggruppato intorno al
collo, frenare a stento la smania di accarezzarlo. E dovunque, poi, lo
condussi, era la medesima cosa: persino la faccia incresciosa di Angelo
Sommaruga al primo aspetto di quel fanciullo fu rasserenata da un
sorriso. Aspettato con impazienza curiosa, dopo il giudizio
singolarmente benevolo che della sua poesia infantile diè il Chiarini,
con lo spettacolo della sua estrema giovinezza, con la irradiazione di
simpatia che la sua sembianza e le sue parole e i suoi atti di fanciulla
mandavano, conquistò nel primo istante questa cittadella romana che a
tanta gente pare inespugnabile, e che apre invece tanto facilmente le
porte. Gabriele ci parve subito una incarnazione dell'ideale romantico
del poeta: adolescente gentile bello, nulla gli mancava per
rappresentarci alla fantasia il fanciullo sublime salutato da
Chateaubriand in Victor Hugo. E col crescere della consuetudine, la
concorrenza dell'affetto e dell'ammirazione crebbe. Nell'inverno e nella
primavera del '82, Gabriele fu per tutti noi argomento d'una
predilezione e quasi d'un culto non credibile. Egli era così mite e così
affabile e così modesto, e con tanta grazia sopportava il peso della sua
gloria nascente, che tutti accorrevano a lui per una spontanea attrazion
d'amicizia, come a un gentile miracolo che nella volgarità della vita
letteraria non troppo spesso occorre. A ogni persona che novamente lo
vedeva, era un'esclamazione di meraviglia. Ricordo l'esclamazione del
Carducci, quando glie lo presentarono: anche ricordo il barone De
Renzis, che molte cose ha veduto nella sua vita, con le mani in tasca e
con la gamba destra tesa un po' innanzi, starlo a udire la prima volta
scotendo lievemente il capo, quasi non credesse a' suoi occhi. Per me
poi quel primo anno d'amicizia fu il maggior diletto di tutta la mia
faticosa e turbolenta vita di seccatore del prossimo letterario. Io
ritrovavo in Gabriele ingentilite le mie passioni di buttero platonico,
e quella tendenza di espansione all'aperto, di riavvicinamento alla
santa e selvaggia natura, che mi trasse nei primi anni della gioventù a
scrivere e a stampare bruttissimi versi. In lui era tanto spontaneo il
senso della barbarie e tanto curiosamente commisto a una nativa
gentilezza di donna, che lo avreste detto una di quelle querce educate
al tempo del barocchismo e potate in guisa da dar la sembianza d'una
qualche cosa poco selvatica, educata questa per altro e potata da un
meraviglioso artefice che avesse saputo dal taglio far nascere come un
nuovo albero vivo e bellissimo. Noi andavamo assai spesso a passeggiare
insieme, e in quel lungo andare a piedi o in carrozza, e nei colloqui, e
nella comunione di tutti i pensieri cementavamo il concorde immenso
amore dell'arte. O Gabriele, te ne rammenti? Io ricordo con un senso di
tenerezza ineffabile un pellegrinaggio che noi facemmo su la via Appia.
Era una mite mattinata di febbraio, e le siepi di bianco spino e di rose
canine tuttavia rugiadose pareva che buttassero tutte insieme le gemme
novelle alle prime carezze del sole: per l'aria le cornacchie viaggianti
dalle terme di Caracalla alla tomba di Cecilia Metella si riversavano
con un giubilante clamore di festa. Come la gioventù ci si espandeva
lietamente e liberamente dal petto, mentre noi correvamo d'avanti alle
terme tirando al vento colpi di rivoltella, e con che ilare impeto di
fame assalimmo la frittata della colazione! La frittata era cattiva, ma
tra la pergola il sole cortese di febbraio trapelava con molto sorriso,
e d'avanti una scena meravigliosa di pianura e di colli sovrastata
dall'Aventino ci accendeva nell'animo le fiamme dell'entusiasmo. Noi
recitammo a vicenda l'ode carducciana per le terme di Caracalla, e io
mangiando di quella frittata benedetta pur ti guardavo; e ti spiavo nei
miti occhi fanciulleschi le ragioni e l'origine del _Canto novo_. Chi mi
avrebbe detto allora, o Gabriele, ch'io dovevo essere accusato
d'invidiarti?
Anche d'un'altra colazione mi sovviene, in casa mia, un giorno che nè
egli nè io avevamo tanti denari da poter mangiare in una trattoria. Noi
mettemmo in comune il peculio imponderabile, e comperammo della ricotta
e del pane; e in quella concordia della nostra miseria ridevamo come due
matti. Poi, come la primavera avanzava, io mi trassi dietro Gabriele in
una mia poco felice escursione in Sardegna. Erano le calende di maggio,
e il tempo per la dolcezza lusingava all'aperto. Il poeta piccolino
volle accompagnare Cesare Pascarella e me alla stazione della ferrovia,
e il desiderio di rivedere il mare lo indusse a venire sino a
Civitavecchia. Era il pomeriggio, e il sole tuttavia alto batteva sopra
il grande spazio del mare con una sì gloriosa pompa di porpora e d'oro,
che noi restammo tutti tre dritti in sul molo con le mani protese per
difesa degli occhi, con gli occhi spalancati, e il petto anelante per la
delizia della brezza salata, immobili, estatici. La lusinga per il
piccolino poeta della salsedine era potente troppo: venne anch'egli in
Sardegna. Ed ahi! con che spasimi e con che vomiti scontò egli quel
soddisfacimento della passione. Scorrendo poscia quella sventurata e
generosa isola, Cesare Pascarella ed io fummo testimoni e parte d'un
inaspettato spettacolo, poichè il nome del giovinetto barbaro aveva già
valicato il mare, e ovunque noi scendemmo fu un coro di ammirazione e di
acclamazione. Io veggo qui d'avanti a me la faccia di Gabriele
sfavillante di contentezza a un banchetto che l'amicizia di molti
cortesi e intelligenti giovini cagliaritani ci diede. Felice Uda,
veterano del giornalismo, con un bicchiere colmo di vino d'Oliena in
mano, guardando quel ragazzo teneramente, diceva un brindisi: e il
piccolino ascoltando le sue lodi a cui tutta la mensa si accordava come
con un coro comune, raggiava dagli occhi e dall'atteggiamento di tutta
la persona la sacra gioia della conscienza del proprio ingegno. Allora
questo bambino, che si teneva tra la capelliera arruffata una mano, mi
parve veramente bello.
Poi una mattina, a Nuoro, ci svegliò il fattorino della posta che recava
le prime copie del _Canto novo_. Io lo lessi tutto quanto in letto, se
bene lo sapevo già a memoria; e non so dire con quanto impeto di
entusiasmo abbracciai l'amico, levandomi. Quel giorno si andò con una
compagnia numerosa a fare una passeggiata a cavallo, e galoppando in
prova con Gabriele su pei sentieri della montagna, e poi da la cima del
monte contemplando la scena stupenda che ci si spiegava alla vista
intorno e all'in giù, il mio spirito si abbandonava giubilando a uno dei
più puri e più vivi diletti che lo abbiano mai consolato: la
contemplazione della santa natura a fianco d'un amico o d'un'amica, che
la intuisca e l'adori con intelletto d'arte. O quella escursione per la
Sardegna, dalle steppe di Terranova alle fatate grotte di Alghero, ove
qualche ninfa delle onde marine si è costruito un nido per l'amore! I
colombi selvaggi si buttavano a stormi fuori dalle grotte, quando noi ci
appressammo con la barca; e quando un'altra barca dallo scalo di
Terranova ci portò alla nave del ritorno, i gabbiani volavano sopra di
noi nell'aria serena, quasi salutando il loro poeta. Chi avrebbe potuto
pensare allora, o Gabriele, che quella nave ci valicava alla tua rovina
poetica?
Sì, fu proprio alla rovina di Gabriele che noi navigammo sospinti dalla
furia del vapore. Poichè, un mese di poi, il piccolino ritornò alla
patria, onde nell'ultimo autunno venne di nuovo a noi stranamente
mutato. Nell'estate, chi sa per qual tristo fatto o per quale fenomeno
psicologico, era avvenuto in lui un rivolgimento: la fanciulla
inconsciamente timida e selvatica si era transmutata in una civetta che
sulla timidezza e sulla selvaticheria calcolava. Gabriele, che da Roma
era partito ingenuo modesto gentile, ritornò a Roma furbo vanesio
sdolcinato. Una improvvida necessità di assaporare immediatamente tutte
le tristi e sterili gioie della popolarità gli si annidò come un
canchero nell'organismo e nello spirito. Addio, passeggiate amichevoli
al tenero sole romano che erano un mutuo ammaestramento e un
incitamento! Addio, serene e pure contemplazioni della natura, e larghi
bagni di ossigeno tanto salutari al corpo e allo spirito! Gabriele si
abbandonò alla folla, a quella vil folla dalla quale il suo nativo
istinto d'artista fatalmente lo segrega. E prima si ragunò d'intorno una
volgare compagnia adulatrice di ragazzacci e d'impiegati; poi, come
l'inverno aprì le porte delle grandi case romane, cedette alle lusinghe
delle dame. Io non dimenticherò mai lo stupore che mi ferì vedendo la
prima volta Gabriele addobbato e azzimato e profumato per una festa.
L'anno innanzi non mai lo avevamo potuto indurre a vestirsi altrimenti
che d'una giacchetta scura e d'una cravatta di raso bianco: spesso,
anzi, dimenticava anche la cravatta. Ma quella sera che si pranzava
abruzzesemente con una compagnia di abruzzesi in casa di Ciccillo
Michetti, vedendolo così lindo e così studiosamente preoccupato della
lindezza sua, mi parve brutto. Mangiando, si guardava i polsini con uno
strano entusiasmo d'amore, e dell'avergli io fatto cadere qualche
briccica di pane sull'abito nero s'ebbe a male come d'un'offesa. —
Diavolo! diss'io, non ricordo se a lui proprio o a me, Gabriele si è
dunque imbecillito? — Ma quella prima ferita dell'amicizia fu piccola,
in confronto di quelle che seguirono. Gabriele si buttò storditamente a
quella nuova e stupida vita, assaporando con una voluttà malsana il
diletto della lode bugiarda e dell'adulazione sfacciata. Le dame che
forse non avevano letto, certo non avevano inteso, i suoi versi, in
conspetto di quel piccolino selvaggio rincivilito, di quel cagnolino con
un nastrino di seta al collo, furono prese da una morbosa e romantica
ammirazione. Per sei mesi Gabriele passò da una festa di ballo ad un
pranzo aristocratico, da una passeggiata a cavallo a una cena in
compagnia di qualche cretino blasonato e impomatato, senza aprir mai un
libro, senza fermar mai l'intelletto a un pensiero serio. L'arte, che
prima era per lui quasi un fattore della vita, divenne un gioco
bambinesco per diletto di quelle povere dame, che volevano dei sonetti
negli _albums_ e sopra i ventagli così come sulle mensole vogliono della
chincaglieria giapponese. In questo ambiente, a questo fine, con questi
mezzi furono scritti i pochi e poveri versi raccolti di poi col titolo
d'_Intermezzo di rime_. Versi poveri stentati e sciocchi, ai quali
nessun'altra penitenza sarebbe stata più opportuna e più debita del
silenzio. Se non che, il Chiarini in un accesso d'ira generosa passò
ogni confine di moderazione, e denunziò alla questura Gabriele come un
poeta porcellone e inverecondo. Non mancava che questo! Luigi Lodi, il
quale con grandissimo stento era stato alcuni anni senza dimostrare al
popolo d'Italia coi soliti esempi degli elegiaci latini del Boccaccio e
dei poeti del Rinascimento che non ci è poesia bella e viva, la quale
non sia oscena, afferrò subito l'occasion pei capelli. Luigi Lodi è uno
strano uomo: non ha ancora trent'anni, e già campa di memorie, come un
vecchio. Da che scrive nel _Capitan Fracassa_, i suoi migliori articoli
sono di ricordi; da che coopera alla compilazione della _Domenica
letteraria_, i più vivaci e briosi scatti della sua prosa son
rifacimenti di cose fatte in gioventù: prima alcune notizie intorno alla
vita e alle consuetudini degli scrittori bolognesi, poi la polemica
contro la verecondia. Poichè in sostanza intorno all'_Intermezzo di
rime_ si è fatto lo stesso chiasso vacuo e ozioso che già si fece
intorno a Lorenzo Stecchetti: gli assalitori furono, invece del signor
Rizzi e del signor Alberti, Giuseppe Chiarini, il Dottor Verità e due
Enrici, il Panzacchi e il Nencioni: il difensore, al solito, fu Luigi
Lodi. Occorre qui riferire gli argomenti di attacco e di parata?
L'Italia per un mese è stata troppo piena di queste chiacchiere; e da un
secolo in qua esse sono state troppe volte ripetute. L'argomento
capitale dell'offesa era questo: che l'arte, avendo una missione
educatrice, non può passare i confini della decenza; l'argomento della
difesa era per contrario che confini in arte non ce n'è. I litiganti
stavano dunque a fronte come due ciechi che abbiano in mano un pezzo di
stoffa, e si accapiglino gridando l'uno: — Questa stoffa è bianca; — e
l'altro: — Questa stoffa è nera, — senza speranza di potersi accordare.
Il Chiarini, il quale, se bene apertamente non difese, certo accolse con
favore il tentativo di Lorenzo Stecchetti, e scrivendo delle prime prove
poetiche di Swinburne celebrò con grandissime lodi l'immoralità di quel
grandissimo poeta, transmutato subitamente in un puritano intransigente,
vituperò con orribili vituperii l'immoralità di Gabriele. Il più
coerente fu il Dottor Verità, che potè ripetere le sue solite
scioccherie in lode dell'arte sacrestana.
Il Chiarini non intese che a proposito di quei versi la questione non
era da porre nella moralità, poichè se all'artista si nega l'autorità e
il potere di trasformare o di sviluppare secondo gl'intendimenti suoi la
morale umana, come l'arte potrà avere una seria efficacia etica? Egli
ebbe un barlume di ragione quando disse che uno dei segni
dell'imbecillità è di mostrare le parti pudende; ma fu un barlume
fuggitivo soffocato dal riflusso della retorica. Anche il Panzacchi
intravide il punto giusto della questione, quando invece dell'oscenità
parlò della lascivia; però anch'egli non ebbe che un intravedimento e
non dichiarò francamente e lucidamente il suo pensiero. Mi sia dunque
lecito, ora che la disputa è terminata, di dir l'ultima parola.
La questione della moralità in arte è delicata assai: può essere non
pure illiberale ma in tutto academica ed oziosa, quando per moralità non
s'intenda se non la convenzione e l'abitudine esteriore della vita; ed è
invece d'una importanza capitale quando alla morale si dia il vero e
proprio e pieno significato di obbedienza alle leggi eterne della vita.
Ora il fatto dell'amore, che è tanta parte dell'arte così com'è tanta
parte della vita, è stato dagli uomini ricoperto d'uno strano mistero.
Prevale tuttavia il concetto cristiano che l'accoppiamento sia un
peccato; e più prevale l'assioma gesuitico che il peccato sia bensì da
commettere il più spesso possibile, ma il più celatamente possibile. La
difesa della nudità e della verecondia è dunque una mala difesa, poichè
il danno che alla moralità umana reca la consuetudine di tenere celate
le funzioni dell'amore non è calcolabile. Quasi tutti i genitori umani
lasciano che i loro figli si erudiscano dai compagni o dalle compagne
più sapienti di loro; e non ci è chi non sappia per esperienza il gran
male di questa erudizione contrabbandiera e dell'essere il fatto
dell'amore tenuto in una nebbia romantica di misterio peccaminoso. Ci è
nei _Contes drôlatiques_ di Balzac una storiella di due che giunsero
alla prima notte delle nozze e si abbracciarono nel letto senza sapere
che altro restasse loro da fare; ma la seconda notte la sposa andò per
erudizione da un vecchio che le svelò con l'esperienza l'arcano, e lo
sposo da una vecchia che similmente assaporò la primizia: di poi vissero
ambedue contenti di avere acquistata a sì buon prezzo la scienza. Ciò
ch'è nella vita, è nell'arte. Con quali argomenti si vorrebbe escludere
dall'àmbito dell'arte la rappresentazione piena e integra dell'amore?
Con criteri morali no, per le ragioni che abbiamo fuggevolmente
accennate; con argomenti storici meno che mai, perchè da Omero che con
tanto serena magnificenza narra l'accoppiamento di Paride con Elena dopo
il duello, sino al Carducci che con tanto casta potenza descrive la
lotta d'amore d'un'Evia con l'_amator silvano_ sulla cima del nevoso
Edone, non ci sarebbe un poeta non condannabile; e la Bibbia dovrebbe
essere arsa. La misura della moralità dell'arte non sta dunque nella
maggiore o minor pienezza della rappresentazione amorosa: sta in vece
tutta nella maggiore o minor limpidezza del flusso erotico che vi scorre
per entro.
L'amore ha, come tutta quanta la vita, la sua legge eterna; ed è la
riproduzione. Il diletto dell'amore dunque procede dall'equilibrio
organico e spirituale che segue al soddisfacimento della necessità della
riproduzione; e poichè alla legge della riproduzione è connessa quella
della scelta della femmina, il diletto è, direi, complesso. Finchè
dunque l'esercizio dell'amore non tende che a quel fine supremo, il
godimento è sano, e l'arte che lo rappresenta è santa. Se non che, il
pervertimento della natura umana giunge sino ad intorbidare questa
purissima gioia. L'amore, allontanandosi dalla finalità sua fatale, e
trovando in sè medesimo la sua ragione di essere, diventa inutile,
malsano, fonte di diletto fittizio, fattore di arte miserabile e
corruttrice. Confrontate, per un esempio, il _Canto novo_ con
l'_Intermezzo di rime_: là troverete palpitante e alitante di pagina in
pagina una bella e viva e fresca smania generatrice; qui troverete gli
allettamenti i vellicamenti i puttaneggiamenti onde un collegiale
vizioso, insinuata la mano sotto le gonnelle d'una educanda desiderosa
mentre tutta l'altra compagnia è intenta a giocare alla tombola, le
aizza e le rinfocola la prurigine del peccato. L'accoppiamento sano non
può essere afrodisiaco: è semplice casto solenne come tutte le più utili
e più naturali esplicazioni della vita: la libidine è degli eunuchi,
degli ammalati e della gente che, per non obbedire al destino finale
dell'amore, cerca sfoghi non consentiti dalla natura. Infatti,
nell'_Intermezzo di rime_ l'accoppiamento non pure non è mai descritto;
ma è tanto poco accennato, che quasi non appar necessario. O Gabriele, a
questo dunque dovevi tu giungere?
Se non che, pare ora che Gabriele si risvegli dal suo sogno lussurioso,
e che i fantasmi lascivi che gli sono stati materia e causa d'una sì
miserabile e malsana poesia, dileguino dal suo spirito. Così egli si
riscotesse da vero! Io intanto qui voglio ristampare per augurio
l'ultimo suo sonetto, pregando gli dèi della Grecia che rasserenino il
sangue e lo spirito dell'amico, e gli mandino molte solenni visioni
omeriche. Ecco il sonetto:
Ora così tra le colonne parie
de'l mio sogno di lusso e di piacere
le purissime forme statuarie
chiudo io per sempre. O sacre primavere
de l'arte antica, o grandi e solitarie
selve di carmi ove raggianti a schiere
passan li eroi, ne l'arida barbarie
de l'evo or chiedo splendami a'l pensiere
la vostra luce! — Troppo in un malsano
artifizio di suoni io perseguii
a lungo de l'amor le larve infide.
Ora un lucido senso alto ed umano
me invade, poi che novamente udii
cozzar ne'l verso l'armi de'l Pelide.
Egli mi scriveva giorni a dietro:
«Non mi sento ora nel possesso pieno di tutte le mie forze fisiche e
intellettuali. Sono indebolito dall'amore e dai piaceri dell'amore e
dalla consuetudine della vita orizzontale. Non ho più quella bella
sanità gioconda d'una volta: gli occhi mi dànno spesso fastidio, e il
fastidio m'impedisce di occuparmi e mi mette nei nervi l'irrequietezza
irosa dei piccoli mali. Sai che vorrei? Vorrei qui della gran neve e del
gran freddo che mi sforzasse all'esercizio e alle lunghe passeggiate e
alle larghe respirazioni dell'aria salutare. Oh, se venisse la neve
dalla Majella o da Montecorno! Verrà; la invocherò con tanta passione di
amante, che verrà.»
E io dal letto, onde scrivo, mi associo con Gabriele nell'invocazione, e
gli prego dai venti dell'Appennino abruzzese una stupenda nevicata.