Nelle presenti condizioni dello spirito italiano, un uomo che goda di
qualche favore letterario e si presenti al pubblico con un libro di
lirica, o deve avere smarrito affatto il senso comune, o è provveduto
d'un coraggio leonino e d'una fiducia strana nelle proprie forze
poetiche. La lirica infatti dopo un ultimo lampo di luce si va
rapidamente ringolfando nelle tenebre. Non ci strappiamo i capelli per
disperazione, nè ci cospargiamo di cenere il capo: questa ruina è
fatale, non per noi solamente, ma per tutta l'Europa. L'Inghilterra
resiste ancora, per un singolare fenomeno della sua natura tenace, e dal
Byron ai nostri giorni ha tutta una gloriosa tradizione poetica non
interrotta mai; la Francia (lasciamo in pace Victor Hugo), prima ha
levato sugli scudi il Coppée e gli altri poveri parnassiani lodatori in
rima delle _cocottes_ e delle passeggiate in _omnibus_, poi è caduta
ammirando alle ginocchia del signor Rollinat; e ciò è il vituperio
ultimo della poesia francese. E gli altri popoli del concerto europeo?
Non ne parliamo neppure, poichè da quel poco che io ne posso sapere
debbo concludere che la miseria è universale. So che in Germania hanno
levato alle stelle come miracoli i romanzi poetici dell'Hamerling e le
novellette in rima di Paolo Heise e hanno ristampato più di cinquanta
volte quella retoricata indegna pure di uno dei poeti svevi flagellati
dallo Heine, ch'è il _Trombettiere di Säckingen_ dello Scheffel; so che
più d'un critico tedesco molto reputato ha rimproverato alla Germania la
sua abiezione lirica; so che la Spagna moderna ha celebrato come un dio
quell'Espronceda, che ebbe bensì qualche lampo di poesia, ma la
confusione della sua mente e la nessuna cura dell'arte e la scarsa
preparazione metrica e grammaticale l'offuscarono in tutto. Vogliamo
andare in traccia di qualche filone lirico di là dal Danubio e di là dal
Volga? Non ne vale la pena. La Rômania incorona di molti lauri Vâsili
Alexandri, perchè la sua storia letteraria si può dire cominci con lui:
così nelle enciclopedie di poesia latina si ristampano anche i frammenti
poetici di Cicerone, e il mio amico Guido Mazzoni traducendoli li fa più
belli che non siano nell'originale. In quanto alla poesia russa, io non
me ne intendo; ma non ho mai letto nè udito dire che una polla di lirica
nichilista sia scaturita di mezzo agli scoppi della dinamite. Lasciamo
dunque che il concerto europeo discuta la questione danubiana, e
congratuliamoci con noi medesimi. Sì, noi abbiamo ragione di esser
superbi; e possiamo levar la fronte alta in conspetto dei poeti inglesi:
noi nella storia universale della lirica abbiamo fatto un miracolo.
Poichè, riaversi dall'urto della reazione cattolica proceduta dal
Manzoni, riaversi dall'infiacchimento della reazione romantica proceduta
dal Prati e dall'Aleardi, rialzarsi, dopo gli inni sacri dopo la lirica
patriottica dopo la lirica da salotto, con una freschezza e una forza
strana d'ideali classici nel contenuto e nella forma, rifare, in senso
inverso, tutta quanta la rivoluzione poetica del Goethe dopo le più
pazze aberrazioni del romanticismo — è stato un miracolo poco credibile.
Dopo gl'inni sacri, dopo le lettere a Maria, che cosa potevamo
aspettarci e augurarci noi? Qualche Rollinat da strapazzo spinto in
piazza non già da Sarah Bernhardt, poichè non siamo in repubblica, ma da
Leone XIII o dalla figliola dilettante di letteratura di qualche
ministro del Re d'Italia. Abbiamo invece avuto un riverbero di luce
foscoliana; abbiamo invece avuto finalmente un poeta lirico che ha
saputo intuire, che ha saputo rappresentare la vita moderna senza
discostarsi mai dagli ideali classici che son cementati nel midollo
delle nostre ossa; possiamo invece andare con l'Inghilterra dinanzi a
tutti gli altri popoli d'Europa, e vogliamo lamentarci, e vogliamo
cospargere i nostri capi di cenere? Oibò. Portate fiori e corone di
lauro, e sia il canto funebre della nostra lirica come l'epigramma di
Simonide pei caduti alle Termopili, o come l'inno funebre del _Rigveda_.
Non in tutto però come l'inno del _Rigveda_, poichè guai a colui che
volesse ricondurre a nozze la vedova, senza avere i fianchi abbastanza
forti per fecondarla. E questo appunto io mi domandavo, leggendo le lodi
dei giornali a un libro di versi del signor Luigi Gualdo: — Il signor
Gualdo ha egli forze sufficienti a tanta fecondazione? — No. Letto il
libro, ho subito veduto che il signor Gualdo si è messo
sconsigliatamente a una impresa pazza. È come se don Chisciotte avesse
tentato col soccorso di Sancho la giornata di Roncisvalle. Egli ha
voluto serrare nelle braccia debilucce di damerino una femmina troppo
forte troppo repugnante troppo avvezza ad abbracciamenti leonini; ed
ella sdegnata o nauseata gli è insorta contro serrandolo con le dita
alla gola, e soffocandolo sotto i guanciali del letto. La vedova aveva
bisogno d'altri mariti ben più potenti, e questo nuovo poeta
preconizzato e levato alle stelle dai giornali è un piccolo dicitore in
rima, del quale nessuno si occuperebbe, se non avesse scritto dei buoni
romanzi in lingua francese. Avesse scritto anche i versi in francese!
Allora lo avremmo paragonato a un rimatore di corte del secolo XIII,
dispregiatore della lingua volgare; e lo avremmo messo insieme col
signor Rollinat.
La leggerezza maggiore del signor Gualdo sta in questo: ora che la
lirica cessa per un mancare dei motivi poetici, mettersi a fabbricar
lirica senza un lungo lavoro di meditazione e di preparazione, senza
avere accumulato nella mente una qualche quantità di materiale nuovo
poetabile, è come montare in un treno di strada ferrata senza avere i
quattrini per pagare il biglietto, è come affidarsi al mare senza sapere
gli elementi del nuoto. Di che consiste il contenuto poetico del signor
Gualdo? Vediamo.
Il signor Gualdo deve sopra tutto aver posto molto studio nei
parnassiani francesi, poichè le due forme poetiche predominanti nel suo
libro sono le due forme predilette dai parnassiani, e quelle che
d'ordinario accennano al crollo della lirica: la narrazione e la
chiacchierata in rima, che sta fra la _moralisatio_ medievale e la
_tirada_ del dramma spagnolo e il _recitativo_ del melodramma. Di più,
ci è qualche _ritratto_ e qualche _paesaggio_, in ultimo: altro segno di
sfacimento lirico, che appare specialmente di questi tempi in Germania.
Le forme esteriori dunque rivelano subito la debolezza del signor
Gualdo, poichè quando l'impeto lirico si va attenuando nei vezzi del
raccontino, poichè quando la foga della passione si squaglia e si
diffonde nella cascaggine della chiacchiera rimata, la lirica si
sfascia. Domandatene a Pindaro, che cantava le lodi dei cocchieri
vincitori, e non altro; domandatene a Saffo, che esprimeva la passione
per una donna amata, e niente di più; domandatene a Victor Hugo, al
Leopardi, al Carducci. Diavolo, o se vi mancano i nervi, se vi manca il
fuoco sacro, se vi mancano i concitamenti dell'animo, e perchè farsi
scorticare come Marsia? E perchè rifare in italiano le storielline
miserabili e i ciangottamenti leziosi del Coppée e di Sully-Prudhon?
Fate dei madrigali, per Dio, e scriveteli sui ventagli delle signore; ma
non ci date lo spettacolo di accoppiamenti contro natura, costringendo
la lirica nel letto della poesia narrativa, nascondendo le chiacchiere
da salotto sotto le gonnelle d'una rimerìa fastidiosa.
Ma altri peccati ben più gravi ha il signor Gualdo sulla conscienza. Il
suo libro è intitolato _Nostalgie_, e il titolo è singolarmente lirico e
subbiettivo. Ebbene, credereste voi che egli, per quanto ci si
affatichi, non riesce mai ad essere subbiettivo, non riesce mai a far
palpitare il suo _io_ in mezzo a tutti quei contorcimenti di strofe?
Credereste voi che di nostalgico in questo libro di versi non ci è
proprio nulla, nulla, nulla? Già, si capisce dalla forma: quando il
poeta lirico ha bisogno di ricorrere alla novelletta o alla poesia che
io chiamerei _discorsiva_, quando non sa far sprizzare nessuna scintilla
nè dalla contemplazione dei fatti della vita, nè dalla contemplazione
degli spettacoli della natura, vuol dire che in fondo all'anima sua non
c'è niente, nemmeno un lampo d'amore, che è l'elemento lirico più
comune; vuol dire che nell'intelletto suo non ci è niente, se non
qualche reminiscenza dei parnassiani francesi, del Leopardi,
dell'Aleardi, di Emilio Praga, dei peggiori romantici tedeschi. E
allora, siamo sempre là, perchè mettersi a costruire della lirica con
molta fatica?
Già: la fatica e lo sforzo nel libro del signor Gualdo, che io
volentieri direi un rimario, appaiono per più segni. E prima, è evidente
lo stento nella ricerca dell'argomento. Al signor Gualdo manca persino
quella volgare facilità del Coppée di transformare ogni fatto della
cronaca quotidiana in un raccontino poetico, e ogni scipitaggine
pettegola in un monologo rimato; manca l'intuizione della vita moderna.
Per tenersi entro l'àmbito della modernità scrive una _Storia di mare_,
che può esser di tutti i tempi e di nessun tempo, poichè narra di due
che s'innamorano nuotando in mare, e poi la passione fa loro mancare le
forze, e si annegano; poi scrive qualche altra storiella, ove il senso
della modernità, anzi il senso della vita manca assolutamente; e
finalmente piomba a capofitto nel grande espediente romantico: va a
rimuginare tra i ferravecchi del passato. Grande espediente davvero, e
gran fattore di poesia epica e di poesia lirica e di poesia drammatica e
di ogni più alto soffio poetico, quando i rimuginatori sono il Goethe lo
Schiller il Carducci; quando sono dei veri poeti, e insieme degli
eruditi, quando sanno la storia, e dalla storia sanno far scoppiare la
scintilla dell'inspirazione, e hanno riguardo alle forme popolari della
poesia narrativa. Ma il signor Gualdo che non intuisce e non sa
rappresentare la vita moderna, in mezzo alla quale vive, come potrà far
rivivere agli occhi del lettore un medio evo studiato nelle commediole
del Giacosa, una Grecia imparata nel compendio storico del signor
Berrini, un Egitto intraveduto, non già nei romanzi di Giorgio Ebers,
che sarebbe troppo, ma negli scenari dell'_Aida_ e un poco anche nel
libretto? Leggete la _Separazione_, un raccontino medievale con la
solita castellana che aspetta il marito e il solito paggio sospiroso
d'amore; leggete i sonetti intitolati dagli _Amori_, ove si discorre
dell'amor greco e dell'amor medievale e dell'amor secentista e dell'amor
moderno con una freddezza, con un obbiettivismo, con una incompetenza
storica e amatoria che fa torto al signor Gualdo, il quale, dicono, è
uomo di buone fortune. Tale è il contenuto di questo libro: contenuto
quaresimale e che ci richiama alla presente miseria poetica degli altri
popoli d'Europa, e ad una vecchia miseria nostra, della quale
cominciavamo a dimenticarci. Ma ho detto che per più segni appare lo
stento. Ritorniamo dunque alla forma. Il signor Gualdo non ha nemmeno la
facilità della forma esteriore, la sveltezza scorrevole del verso, la
fluidità frolla della strofe. Per lui comporre parecchi versi in una
strofe deve essere una fatica ingrata, se s'ha a giudicare dal fastidio
che ne risente chi legge. Eccovi in prova delle terzine:
Mi parve ancor che qui ove tutto passa,
Ove il dolore sol di nostro è certo,
E ogni voglia ne attira odiosa e bassa,
Ove tutti si va per cammin erto
E faticoso ad una ignota mèta,
Non sapendo il perchè d'aver sofferto,
Ove lo spirto mio non si disseta
E ribellar sentiamo prigioniera
L'alma rinchiusa nella fragil creta,
Temibile non è per l'uom la sera,
Che alfin dirà ciò che a ciascuno è ignoto,
E affermerà se la speranza è vera
O se il destino d'ogni senso è vuoto.
Non sente il lettore lo stento del rimatore per aggiogare un qualunque
concetto a quelle terzine strascicantisi con una pena pietosa sulla
strada maestra del senso comune tutta piena di polvere, tutta consparsa
dai ciottoli pericolosi delle rime? Di più il signor Gualdo non si tiene
alle forme metriche della lirica, vecchie o nuove; ma tranne qualche
sonetto, tranne queste terzine, che sono un metro non già lirico ma
epico o elegìaco, egli foggia la strofe a fantasia; e questo è un altro
segno d'incertezza e di stento. Non mai egli si avventura a tentare il
marmo pario dell'ode alcaica; non mai si affida ai ripiegamenti larghi e
pericolosi della canzone; non mai si abbandona all'impeto d'una strofe
settenaria, come fece tante volte con tanta fortuna il Prati. Oibò. Egli
si adagia nel comodo seggiolone imbottito di borra della quartina; o
foggia delle strofe strane, ove gli endecasillabi rimano due a due;
oppure caccia timidamente il cuneo d'un settenario nel gran ceppo d'una
lunga stanza endecasillaba. E più in là non va, perchè le forze non
bastano. Mi pare dunque di poter conchiudere che al signor Gualdo le
forze troppo fanno difetto, perchè il suo esperimento lirico gli si
possa perdonare. Disse una volta Giulio Salvadori che l'ultima lirica
italiana è come un tirso nudo che i poeti, carducciani o no, rivestono
di fronde. Il signor Gualdo stenta anche a trovare le fronde. I motivi
della sua lirica sono presi o dalla presente lirica francese, o dal
romanticismo tedesco e italiano di trent'anni a dietro. Egli non ha
saputo nemmeno mettersi a paro delle ultime tradizioni liriche italiane,
e nemmeno sta saldo e sicuro in una determinata forma; ma oscilla
incerto tra il romanticismo antico e il romanticismo moderno. Così nella
poesia intitolata _Una voce_, la prima parte, nella quale parla la
fanciulla morta dalla tomba, è una derivazione schietta del romanticismo
tedesco; mentre la seconda parte, nella quale il rimatore dice che il
discorso della sepolta fu un sogno, e fa risplendere il sole e spuntare
i fiori dalla terra ingrassata dai morti, è un motivo tolto dal Praga.
Anche la sua forma grammaticale e la sua forma metrica sono incerte;
poichè ora egli si abbandona a una famigliarità di locuzione poetica che
tocca i confini della sciatteria, e ora invece s'affatica e suda, per
mantenersi all'altezza di un certo stile aulico che rammenta i còmpiti
degli scolari ginnasiali. Di più nel suo libro c'è parecchi versi
sbagliati o duri. Eccone qualcuno:
Dell'ideal col vero _unione_ estrema (pag. 200);
Dall'albero pendea una vela lacera (pag. 122);
Smarrito è omai il vessillo che fluttua (ib.);
Ed il cozzar dei _destrier_ bardati (pag. 184);
_Region_ che attira le instancabili ale, ecc.
Io dunque mi domando di nuovo: perchè il signor Gualdo si è attentato a
mettere insieme con gran fatica un cattivo libro di rime italiane,
invece di scrivere un altro romanzo? La cosa è strana, poichè noi ora
abbiamo un gran bisogno di romanzi, e pochissimo bisogno di lirica. E
finchè la Francia continua a precipitare di Rollinat in Rollinat,
possiamo viver contenti di quel che abbiamo, e condannare alla
deportazione in terra francese tutti i cattivi rimatori che si ostinano
a cicalare con molto sudore loro, e molto fastidio nostro.