IV.

Nelle presenti condizioni dello spirito italiano, un uomo che goda di

qualche favore letterario e si presenti al pubblico con un libro di

lirica, o deve avere smarrito affatto il senso comune, o è provveduto

d'un coraggio leonino e d'una fiducia strana nelle proprie forze

poetiche. La lirica infatti dopo un ultimo lampo di luce si va

rapidamente ringolfando nelle tenebre. Non ci strappiamo i capelli per

disperazione, nè ci cospargiamo di cenere il capo: questa ruina è

fatale, non per noi solamente, ma per tutta l'Europa. L'Inghilterra

resiste ancora, per un singolare fenomeno della sua natura tenace, e dal

Byron ai nostri giorni ha tutta una gloriosa tradizione poetica non

interrotta mai; la Francia (lasciamo in pace Victor Hugo), prima ha

levato sugli scudi il Coppée e gli altri poveri parnassiani lodatori in

rima delle _cocottes_ e delle passeggiate in _omnibus_, poi è caduta

ammirando alle ginocchia del signor Rollinat; e ciò è il vituperio

ultimo della poesia francese. E gli altri popoli del concerto europeo?

Non ne parliamo neppure, poichè da quel poco che io ne posso sapere

debbo concludere che la miseria è universale. So che in Germania hanno

levato alle stelle come miracoli i romanzi poetici dell'Hamerling e le

novellette in rima di Paolo Heise e hanno ristampato più di cinquanta

volte quella retoricata indegna pure di uno dei poeti svevi flagellati

dallo Heine, ch'è il _Trombettiere di Säckingen_ dello Scheffel; so che

più d'un critico tedesco molto reputato ha rimproverato alla Germania la

sua abiezione lirica; so che la Spagna moderna ha celebrato come un dio

quell'Espronceda, che ebbe bensì qualche lampo di poesia, ma la

confusione della sua mente e la nessuna cura dell'arte e la scarsa

preparazione metrica e grammaticale l'offuscarono in tutto. Vogliamo

andare in traccia di qualche filone lirico di là dal Danubio e di là dal

Volga? Non ne vale la pena. La Rômania incorona di molti lauri Vâsili

Alexandri, perchè la sua storia letteraria si può dire cominci con lui:

così nelle enciclopedie di poesia latina si ristampano anche i frammenti

poetici di Cicerone, e il mio amico Guido Mazzoni traducendoli li fa più

belli che non siano nell'originale. In quanto alla poesia russa, io non

me ne intendo; ma non ho mai letto nè udito dire che una polla di lirica

nichilista sia scaturita di mezzo agli scoppi della dinamite. Lasciamo

dunque che il concerto europeo discuta la questione danubiana, e

congratuliamoci con noi medesimi. Sì, noi abbiamo ragione di esser

superbi; e possiamo levar la fronte alta in conspetto dei poeti inglesi:

noi nella storia universale della lirica abbiamo fatto un miracolo.

Poichè, riaversi dall'urto della reazione cattolica proceduta dal

Manzoni, riaversi dall'infiacchimento della reazione romantica proceduta

dal Prati e dall'Aleardi, rialzarsi, dopo gli inni sacri dopo la lirica

patriottica dopo la lirica da salotto, con una freschezza e una forza

strana d'ideali classici nel contenuto e nella forma, rifare, in senso

inverso, tutta quanta la rivoluzione poetica del Goethe dopo le più

pazze aberrazioni del romanticismo — è stato un miracolo poco credibile.

Dopo gl'inni sacri, dopo le lettere a Maria, che cosa potevamo

aspettarci e augurarci noi? Qualche Rollinat da strapazzo spinto in

piazza non già da Sarah Bernhardt, poichè non siamo in repubblica, ma da

Leone XIII o dalla figliola dilettante di letteratura di qualche

ministro del Re d'Italia. Abbiamo invece avuto un riverbero di luce

foscoliana; abbiamo invece avuto finalmente un poeta lirico che ha

saputo intuire, che ha saputo rappresentare la vita moderna senza

discostarsi mai dagli ideali classici che son cementati nel midollo

delle nostre ossa; possiamo invece andare con l'Inghilterra dinanzi a

tutti gli altri popoli d'Europa, e vogliamo lamentarci, e vogliamo

cospargere i nostri capi di cenere? Oibò. Portate fiori e corone di

lauro, e sia il canto funebre della nostra lirica come l'epigramma di

Simonide pei caduti alle Termopili, o come l'inno funebre del _Rigveda_.

Non in tutto però come l'inno del _Rigveda_, poichè guai a colui che

volesse ricondurre a nozze la vedova, senza avere i fianchi abbastanza

forti per fecondarla. E questo appunto io mi domandavo, leggendo le lodi

dei giornali a un libro di versi del signor Luigi Gualdo: — Il signor

Gualdo ha egli forze sufficienti a tanta fecondazione? — No. Letto il

libro, ho subito veduto che il signor Gualdo si è messo

sconsigliatamente a una impresa pazza. È come se don Chisciotte avesse

tentato col soccorso di Sancho la giornata di Roncisvalle. Egli ha

voluto serrare nelle braccia debilucce di damerino una femmina troppo

forte troppo repugnante troppo avvezza ad abbracciamenti leonini; ed

ella sdegnata o nauseata gli è insorta contro serrandolo con le dita

alla gola, e soffocandolo sotto i guanciali del letto. La vedova aveva

bisogno d'altri mariti ben più potenti, e questo nuovo poeta

preconizzato e levato alle stelle dai giornali è un piccolo dicitore in

rima, del quale nessuno si occuperebbe, se non avesse scritto dei buoni

romanzi in lingua francese. Avesse scritto anche i versi in francese!

Allora lo avremmo paragonato a un rimatore di corte del secolo XIII,

dispregiatore della lingua volgare; e lo avremmo messo insieme col

signor Rollinat.

La leggerezza maggiore del signor Gualdo sta in questo: ora che la

lirica cessa per un mancare dei motivi poetici, mettersi a fabbricar

lirica senza un lungo lavoro di meditazione e di preparazione, senza

avere accumulato nella mente una qualche quantità di materiale nuovo

poetabile, è come montare in un treno di strada ferrata senza avere i

quattrini per pagare il biglietto, è come affidarsi al mare senza sapere

gli elementi del nuoto. Di che consiste il contenuto poetico del signor

Gualdo? Vediamo.

Il signor Gualdo deve sopra tutto aver posto molto studio nei

parnassiani francesi, poichè le due forme poetiche predominanti nel suo

libro sono le due forme predilette dai parnassiani, e quelle che

d'ordinario accennano al crollo della lirica: la narrazione e la

chiacchierata in rima, che sta fra la _moralisatio_ medievale e la

_tirada_ del dramma spagnolo e il _recitativo_ del melodramma. Di più,

ci è qualche _ritratto_ e qualche _paesaggio_, in ultimo: altro segno di

sfacimento lirico, che appare specialmente di questi tempi in Germania.

Le forme esteriori dunque rivelano subito la debolezza del signor

Gualdo, poichè quando l'impeto lirico si va attenuando nei vezzi del

raccontino, poichè quando la foga della passione si squaglia e si

diffonde nella cascaggine della chiacchiera rimata, la lirica si

sfascia. Domandatene a Pindaro, che cantava le lodi dei cocchieri

vincitori, e non altro; domandatene a Saffo, che esprimeva la passione

per una donna amata, e niente di più; domandatene a Victor Hugo, al

Leopardi, al Carducci. Diavolo, o se vi mancano i nervi, se vi manca il

fuoco sacro, se vi mancano i concitamenti dell'animo, e perchè farsi

scorticare come Marsia? E perchè rifare in italiano le storielline

miserabili e i ciangottamenti leziosi del Coppée e di Sully-Prudhon?

Fate dei madrigali, per Dio, e scriveteli sui ventagli delle signore; ma

non ci date lo spettacolo di accoppiamenti contro natura, costringendo

la lirica nel letto della poesia narrativa, nascondendo le chiacchiere

da salotto sotto le gonnelle d'una rimerìa fastidiosa.

Ma altri peccati ben più gravi ha il signor Gualdo sulla conscienza. Il

suo libro è intitolato _Nostalgie_, e il titolo è singolarmente lirico e

subbiettivo. Ebbene, credereste voi che egli, per quanto ci si

affatichi, non riesce mai ad essere subbiettivo, non riesce mai a far

palpitare il suo _io_ in mezzo a tutti quei contorcimenti di strofe?

Credereste voi che di nostalgico in questo libro di versi non ci è

proprio nulla, nulla, nulla? Già, si capisce dalla forma: quando il

poeta lirico ha bisogno di ricorrere alla novelletta o alla poesia che

io chiamerei _discorsiva_, quando non sa far sprizzare nessuna scintilla

nè dalla contemplazione dei fatti della vita, nè dalla contemplazione

degli spettacoli della natura, vuol dire che in fondo all'anima sua non

c'è niente, nemmeno un lampo d'amore, che è l'elemento lirico più

comune; vuol dire che nell'intelletto suo non ci è niente, se non

qualche reminiscenza dei parnassiani francesi, del Leopardi,

dell'Aleardi, di Emilio Praga, dei peggiori romantici tedeschi. E

allora, siamo sempre là, perchè mettersi a costruire della lirica con

molta fatica?

Già: la fatica e lo sforzo nel libro del signor Gualdo, che io

volentieri direi un rimario, appaiono per più segni. E prima, è evidente

lo stento nella ricerca dell'argomento. Al signor Gualdo manca persino

quella volgare facilità del Coppée di transformare ogni fatto della

cronaca quotidiana in un raccontino poetico, e ogni scipitaggine

pettegola in un monologo rimato; manca l'intuizione della vita moderna.

Per tenersi entro l'àmbito della modernità scrive una _Storia di mare_,

che può esser di tutti i tempi e di nessun tempo, poichè narra di due

che s'innamorano nuotando in mare, e poi la passione fa loro mancare le

forze, e si annegano; poi scrive qualche altra storiella, ove il senso

della modernità, anzi il senso della vita manca assolutamente; e

finalmente piomba a capofitto nel grande espediente romantico: va a

rimuginare tra i ferravecchi del passato. Grande espediente davvero, e

gran fattore di poesia epica e di poesia lirica e di poesia drammatica e

di ogni più alto soffio poetico, quando i rimuginatori sono il Goethe lo

Schiller il Carducci; quando sono dei veri poeti, e insieme degli

eruditi, quando sanno la storia, e dalla storia sanno far scoppiare la

scintilla dell'inspirazione, e hanno riguardo alle forme popolari della

poesia narrativa. Ma il signor Gualdo che non intuisce e non sa

rappresentare la vita moderna, in mezzo alla quale vive, come potrà far

rivivere agli occhi del lettore un medio evo studiato nelle commediole

del Giacosa, una Grecia imparata nel compendio storico del signor

Berrini, un Egitto intraveduto, non già nei romanzi di Giorgio Ebers,

che sarebbe troppo, ma negli scenari dell'_Aida_ e un poco anche nel

libretto? Leggete la _Separazione_, un raccontino medievale con la

solita castellana che aspetta il marito e il solito paggio sospiroso

d'amore; leggete i sonetti intitolati dagli _Amori_, ove si discorre

dell'amor greco e dell'amor medievale e dell'amor secentista e dell'amor

moderno con una freddezza, con un obbiettivismo, con una incompetenza

storica e amatoria che fa torto al signor Gualdo, il quale, dicono, è

uomo di buone fortune. Tale è il contenuto di questo libro: contenuto

quaresimale e che ci richiama alla presente miseria poetica degli altri

popoli d'Europa, e ad una vecchia miseria nostra, della quale

cominciavamo a dimenticarci. Ma ho detto che per più segni appare lo

stento. Ritorniamo dunque alla forma. Il signor Gualdo non ha nemmeno la

facilità della forma esteriore, la sveltezza scorrevole del verso, la

fluidità frolla della strofe. Per lui comporre parecchi versi in una

strofe deve essere una fatica ingrata, se s'ha a giudicare dal fastidio

che ne risente chi legge. Eccovi in prova delle terzine:

Mi parve ancor che qui ove tutto passa,

Ove il dolore sol di nostro è certo,

E ogni voglia ne attira odiosa e bassa,

Ove tutti si va per cammin erto

E faticoso ad una ignota mèta,

Non sapendo il perchè d'aver sofferto,

Ove lo spirto mio non si disseta

E ribellar sentiamo prigioniera

L'alma rinchiusa nella fragil creta,

Temibile non è per l'uom la sera,

Che alfin dirà ciò che a ciascuno è ignoto,

E affermerà se la speranza è vera

O se il destino d'ogni senso è vuoto.

Non sente il lettore lo stento del rimatore per aggiogare un qualunque

concetto a quelle terzine strascicantisi con una pena pietosa sulla

strada maestra del senso comune tutta piena di polvere, tutta consparsa

dai ciottoli pericolosi delle rime? Di più il signor Gualdo non si tiene

alle forme metriche della lirica, vecchie o nuove; ma tranne qualche

sonetto, tranne queste terzine, che sono un metro non già lirico ma

epico o elegìaco, egli foggia la strofe a fantasia; e questo è un altro

segno d'incertezza e di stento. Non mai egli si avventura a tentare il

marmo pario dell'ode alcaica; non mai si affida ai ripiegamenti larghi e

pericolosi della canzone; non mai si abbandona all'impeto d'una strofe

settenaria, come fece tante volte con tanta fortuna il Prati. Oibò. Egli

si adagia nel comodo seggiolone imbottito di borra della quartina; o

foggia delle strofe strane, ove gli endecasillabi rimano due a due;

oppure caccia timidamente il cuneo d'un settenario nel gran ceppo d'una

lunga stanza endecasillaba. E più in là non va, perchè le forze non

bastano. Mi pare dunque di poter conchiudere che al signor Gualdo le

forze troppo fanno difetto, perchè il suo esperimento lirico gli si

possa perdonare. Disse una volta Giulio Salvadori che l'ultima lirica

italiana è come un tirso nudo che i poeti, carducciani o no, rivestono

di fronde. Il signor Gualdo stenta anche a trovare le fronde. I motivi

della sua lirica sono presi o dalla presente lirica francese, o dal

romanticismo tedesco e italiano di trent'anni a dietro. Egli non ha

saputo nemmeno mettersi a paro delle ultime tradizioni liriche italiane,

e nemmeno sta saldo e sicuro in una determinata forma; ma oscilla

incerto tra il romanticismo antico e il romanticismo moderno. Così nella

poesia intitolata _Una voce_, la prima parte, nella quale parla la

fanciulla morta dalla tomba, è una derivazione schietta del romanticismo

tedesco; mentre la seconda parte, nella quale il rimatore dice che il

discorso della sepolta fu un sogno, e fa risplendere il sole e spuntare

i fiori dalla terra ingrassata dai morti, è un motivo tolto dal Praga.

Anche la sua forma grammaticale e la sua forma metrica sono incerte;

poichè ora egli si abbandona a una famigliarità di locuzione poetica che

tocca i confini della sciatteria, e ora invece s'affatica e suda, per

mantenersi all'altezza di un certo stile aulico che rammenta i còmpiti

degli scolari ginnasiali. Di più nel suo libro c'è parecchi versi

sbagliati o duri. Eccone qualcuno:

Dell'ideal col vero _unione_ estrema (pag. 200);

Dall'albero pendea una vela lacera (pag. 122);

Smarrito è omai il vessillo che fluttua (ib.);

Ed il cozzar dei _destrier_ bardati (pag. 184);

_Region_ che attira le instancabili ale, ecc.

Io dunque mi domando di nuovo: perchè il signor Gualdo si è attentato a

mettere insieme con gran fatica un cattivo libro di rime italiane,

invece di scrivere un altro romanzo? La cosa è strana, poichè noi ora

abbiamo un gran bisogno di romanzi, e pochissimo bisogno di lirica. E

finchè la Francia continua a precipitare di Rollinat in Rollinat,

possiamo viver contenti di quel che abbiamo, e condannare alla

deportazione in terra francese tutti i cattivi rimatori che si ostinano

a cicalare con molto sudore loro, e molto fastidio nostro.

Il libro di Don Chisciotte · 第 36 / 71 题