I.

La seconda serie delle odi barbare rassomiglia assai poco alla prima.

Con quelle il Carducci, che era andato di esperienza in esperienza

ricercando sè stesso in tutte le forme della metrica neolatina, dalla

lauda spirituale e dalla canzone politica o d'amore alla canzonetta

francese del XVI secolo e al giambo di Augusto Barbier, sempre più

avvicinandosi a quella perfetta fusione dello spirito moderno col latino

e con l'italico dei più felici e più liberi tempi italici, che è la

ragione intima e il fondamento di tutta la sua poesia, aveva infine

trovata la formola più precisa, e il più perfetto accordo fra la materia

e la veste esteriore: una veste di meravigliosi colori e di stupenda

eleganza, nella quale la sua lirica giunta alla maturità piena della

gioventù si mosse come una bellissima donna che per la conscienza della

beltà propria e dell'acconciatura elegante va sicuramente all'amore. Con

le nuove odi barbare il Carducci ha fatto un passo, direi, laterale; e

dopo un ultimo grande impeto lirico nell'ode a Garibaldi, in quella per

Eugenio Napoleone, e in qualche altra, si è abbandonato all'elegia.

L'ultima barbarie carducciana, alla quale si deve l'immensa popolarità

onde ora gode, con molto onore del buon gusto italiano, il maggior

nostro poeta, è schiettamente elegiaca. Predomina il distico, che nelle

prime odi invece ebbe una parte modesta assai; e anche nelle altre forme

metriche un mite afflato elegiaco prevale:

Qual da la madre battuto pargolo

od in proterva rissa mal domito

stanco s'addorme con le pugna

serrate e i cigli rannuvolati,

tal nel mio petto l'amore, o candida

Lalage, dorme: non sogna o invidia,

s'al roseo maggio erran giocondi

gli altri felici pargoli al sole.

Pare che tutto il mondo fantastico che per questa poesia si aggira sia

nato nello spirito del Carducci da qualche contemplazione malinconica,

da uno di quegli spettacoli della natura che in un momento di languore o

di fastidio vi suscitano nell'animo un ineffabile e indomabile senso di

tenerezza. E ci è due circostanze di fatto, che possono avere in qualche

modo conferito alla formazione di questa singolare e insigne poesia.

Mentre faceva e pubblicava nel _Fanfulla_ domenicale queste odi, scoppiò

la polemica tibulliana; e in uno degli assalti disse il Carducci che la

tibullica di Rocco De Zerbi gli era venuta tra mano mentre compiva un

pellegrinaggio votivo alle classiche terre di Baia e di Cuma, rileggendo

le elegie romane di Goethe. E chi bene osservi, in queste odi troverà

che l'ultimo e miglior Goethe e Tibullo vi sono entrati come fattori

indiretti, e che l'orizzonte cumano lumeggiato da qualche caldo e

solenne tramonto vi campeggia e vi sovrasta.

L'elegia carducciana ha una grande varietà d'intonazione. Tavolta la

lieta serenità oraziana vi si diffonde blandamente, come per un riflusso

di giovinezza:

O sole, o Bromio, date che integri,

non senza amore, non senza cetera

scendiamo a le placide ombre

là dov'è Orazio, — l'amico ed io.

Tal'altra un'amarezza caustica le conferisce un colorito heiniano:

Io levai gli occhi al sole — O lume superbo del mondo,

tu su la vita guardi com'ebro ciclope da l'alto! —

Gracchiarono i pavoni schernendomi tra i melograni,

e un vipistrello sperso passommi stridendo sul capo.

E ci è infine il malinconico ottimismo tibulliano, come nei distici per

la certosa di Bologna e per Sirmione, e lo scoppio d'una tetraggine

fantastica e biliosa:

Calvi, aggrondati, ricurvi, sì come becchini alla fossa,

stan radi alberi intorno a la sucida riva.

Stendonsi livide l'acque in linea lunga che trema

sotto squallido cielo per la lugubre macchia.

Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole

piove sprazzi di riso torbido sopra i poggi.

I poggi sembran capi di tignosi nell'ospitale,

l'un fastidisce l'altro da' finitimi letti.

E questi distici dànno anche la nota comune e più evidente delle elegie

carducciane: il paesaggio. Già nella prima barbarie la tendenza al

paesaggio appariva: ogni tanto, nel turbine di una strofe alcaica o

jambica o saffica si scopriva un lembo di mare turchino con quattro vele

rosse, o una rada con un naviglio ammainante, o un vespero maremmano, o

una scena fluviale tra i veli del crepuscolo. Nell'ode alle fonti del

Clitumno anzi, il paesaggio storico alla maniera del Macaulay è una

delle più splendide cose del Carducci. Ma nella barbarie ultima il

substrato si può dire che sia tutto di paesaggio. Le antiche

predilezioni carducciane per la natura libera ritornano, un po'

intorbidate e intristite per gli anni trascorsi. L'idillio maremmano

rifluisce naturalmente, ma non è più la grande epopea della

coltivazione, che trova qui una nuova fioritura di canti, e non più

Maria si leva di fra la mésse matura, nè più il pio bove che sembra un

monumento mugghia guardando dal mite occhio i campi arati. Il Carducci è

ridiventato selvaggio, e più gli piacciono le terre incolte. Segno anche

questo di una cosa che io vorrei dire con molta cautela e con molta

titubanza, non perchè non ne sia pienamente persuaso, ma perchè alla

gente che ha criteri di storia letteraria o troppo meschini o falsi può

fare un brutto senso: segno di romanticismo.

E qui, per non esser frainteso, una piccola dichiarazione, che gioverà

anche all'intelligenza di molte altre parti di questo libro. Il

romanticismo è una parola elastica, a cui l'odio onde il Carducci l'ha

proseguita ha non poco conferito d'infamia. Basta ora dire di un libro o

di uno scrittore, che sia romantico, per condannarlo alla gogna. Di più,

ognuno interpreta questo maledetto vocabolo secondo il capriccio suo.

Che cos'è il romanticismo? Gli amici dicono che sia l'arte per

divinazione, la poesia emanante dalle budella, l'afflato più o men soave

del ventricolo: i nemici pretendono che sia la nebbia, il fariseismo, la

campanella squillante nella _Waldkapelle_. Or finchè non si ascenda

sopra questi luoghi comuni che servirono già per armi di polemica, e

sono adesso come il catino del barbiere sul cocuzzolo di Don Quijote, e

non si abbracci in una larghissima percezione tutta la storia letteraria

europea dall'Enciclopedia francese ai nostri giorni, non si potrà mai

avere un criterio onesto del romanticismo. L'imagine vera del

romanticismo ce la dà appunto l'Enciclopedia, poichè esso non fu se non

la ricerca di nuova materia e di nuove forme dell'arte. Quello stesso

impeto innovatore che invase la scienza si apprese all'arte: da una

parte la scienza ricercava, dall'altra l'arte elaborava i risultamenti

della ricerca. Così noi vediamo l'esplorazione filologica e storica

aiutare rinnovare rinsanguare la letteratura moderna; e dedurre da

questo suo officio una efficacia e un'importanza immensa. Ogni altra

determinazione del romanticismo è assurda e impossibile, poichè non si

può altrimenti intendere il Goethe procedente dal _Faust_

all'_Ifigenia_, creatore del mito di Werther e rinnovatore di quello di

Elena. Il romanticismo dunque procede con la scienza moderna, e non si

arresterà se non quando questa avrà percorsa tutta l'orbita sua, e sarà

abbattuta o rinnovata alla sua volta da una nuova rivoluzione dello

spirito umano intorno a sè stesso e intorno alla vita universale delle

cose. In principio esso fu, più che altro, intuitore; e procedè

intravedendo. Ora che la scienza ha fatto in tutti i campi conquiste

sicure, procederà con più bella e più vivace franchezza. Dopo la

ricostruzione che la filologia ha fatto e séguita a fare di tutto il

materiale antico, non sarà più possibile o lecito un errore drammatico

come quello commesso da Victor Hugo, nè più la falsa interpretazione

della poesia popolare che ha condotto tanti poeti romantici a tanti

errori; quando i libri di Darwin saranno entrati nella conscienza

comune, e l'arte moverà da verità acquisite e incontestate, e non da una

divinatoria intuizione della unità delle specie, come in Goethe, il

romanticismo avrà infine un substrato e un fondamento solido, e

procederà con la seria sicurezza che offre la scienza a nuove e più

meravigliose avventure. Noi siamo in pieno mondo romantico: i tumulti

antiromantici non altro intento nè altro effetto hanno avuto, se non di

correggere le aberrazioni del romanticismo; e tutta l'opera del Carducci

è senza alcun dubbio il più nobile e più felice sforzo tentato

nell'ultima metà del secolo in Europa per ricondurre il romanticismo,

traviato e pervertito dai guastamestieri, alle sue più sane e più

gloriose tradizioni. La poesia carducciana è stupendamente significata

nell'ode per le terme di Caracalla da quel complesso delle rovine, della

visitatrice inglese del ciociaro febbroso, e del vapore, come la poesia

di Goethe è rappresentata nel risvegliarsi di Faust in su le rive

dell'Egeo tra una folla di fauni e di ninfe del gentilesimo. In Goethe è

il medio evo che gitta le braccia al collo del paganesimo, è il dottore

scolastico e lambiccatore di filtri che sposa Elena moglie di Menelao:

nel Carducci è Lidia che affaccia allo sportello del vagone il pallido

volto, è il presente che si fonde col passato. In fine, — strano caso di

analogia, — il primo accenno del romanticismo tedesco è nelle odi romane

di Klopstock; e quelle odi son barbare, anzi da esse appunto procede la

barbarie germanica.

Il Carducci ha fatto con piena conscienza la sua campagna d'arte; e dopo

essersi per poco fermato, per maggior segno di contradizione e per

orizzontarsi, nel territorio delle forme classiche cristallizzate, si è

slanciato in pieno romanticismo giovandosi di quei maggiori aiuti che

gli studii filologici suoi proprii gli offerivano. Così, dai _Juvenilia_

è giunto all'ultima barbarie, ove di romantico ci è perfino quella

tendenza al fantastico, quell'aspirazione all'inconoscibile, quella

smania di valicare i confini dello spazio e del tempo. Egli rinnova

l'inno vedico all'aurora come Schiller rinnovò quello agli dèi della

Grecia, e passando pel Chiarone gli s'imprime nella memoria e nel verso

un paesaggio che potrebbe servire per le tregende del Brocken o per la

caccia selvaggia. E quel cascherino del marchese Colombi accusa il

Carducci di essere un poeta antico. Ma se egli è l'unico che in Italia

abbia inteso lo spirito dell'arte moderna, e saputo animarne tutta la

sua meravigliosa opera poetica!

E fin qui, niente di male. Ora poi mi tocca di entrare in un argomento

che anche al Carducci pare una pazzia. Si tratta di una certa

interpretazione ch'io ho data degli ultimi sonetti carducciani: _Ça

ira_.

L'annunzio di questi sonetti variamente mosse l'animo e la curiosità

della non poca gente che intende oramai la poesia del Carducci, e se ne

compiace. Anch'io, lo confesso volentieri, sapendo dei sonetti e

dell'argomento, non potetti frenare un certo movimento di stupore.

Infatti, dopo le _Nuove odi barbare_, non sapevo quale altra via potesse

tentare il Carducci. La sua parte di poeta civile, lo disse egli stesso,

col riacquisto di Roma con l'avvenimento della Sinistra al potere con le

ultime riforme elettorali, era naturalmente finita; dopo, nella molle

apatìa del governo progressista, la sua attività poetica s'era fermata a

quella tranquilla e ideale contemplazione della natura e dell'amore

nella vita e nella storia, onde nacquero le prime e le seconde odi

barbare. Con le quali la sua parabola poetica pareva compiuta, dacchè

egli aveva ricongiunto nel cemento tenace dell'ode classica i suoi

sentimenti di uomo moderno col desiderio dell'antichità pagana; e non

era facile prevedere dove si sarebbe vòlto. Avrebbe egli preso le mosse

dall'_Idillio maremmano_, come già dalle _Primavere elleniche_ procedè

al gran trionfo della barbarie? Ahimè! — Il male è che s'invecchia —

diceva la primavera scorsa il Carducci agli amici che gli stavano

intorno.

Col mutare del tempo non solo il capo incanutisce; ma nella macchina

umana molte ruote si ossidano, e non più dai centri nervosi scattano

violente le esuberanze della vita, e non più le polle del sentimento

scaturiscono vive dalle fonti. Chi può ridare al Carducci l'impeto

selvatico della giovinezza? Chi può ridargli quel desiderio aspro della

Maremma? I figli di Maria non più pendono poppanti dalla mammella, ma

vanno a scuola e s'apparecchiano all'esame di licenza ginnasiale. E se

ancora i butteri guidano i polledri a bere nei vesperi ardenti, non più

le facoltà affettive del poeta si lanciano ad essi con gli scatti delle

strofe indomite. Non più. Il Carducci è oramai nonno, è membro del

Consiglio Superiore di pubblica istruzione, è troppo infastidito dalle

commissioni d'esame: la vita cittadina lo ha in molta parte mutato, e la

_Cronaca Bizantina_ lo ha in molta parte assorbito. Si levino pure le

villane fiorenti tra le cime del grano: il Carducci ha già salutato

Iperione precipitante, bevendo con Lidia sotto la pergola; e poi, il

Carducci deve apparecchiarsi per le sue lezioni di storia letteraria.

Dunque, proprio la parabola mi pareva pienamente descritta; e poichè

egli si mostra non saprei se stanco o sazio della barbarie, il momento

del riposo sembrava venuto per lui. E già qualcuno credeva ch'egli fosse

per ritrarsi in disparte e in riposo, lungi dall'affannoso ronzìo della

folla, quando furono annunziati questi sonetti settembrizzatori. Che mai

potevano essere? Un ritorno agli antichi impeti repubblicani, onde

scaturì _Versaglia_? Questa, in genere, fu l'opinione della gente; e,

dopo la prefazione ai _Giambi ed epodi_, pareva un ritorno strano. In

vece si tratta d'altro; e proprio il Carducci si è messo per una via

nuova, poichè in questi sonetti il suo spirito si applica alla

contemplazione storica, e la sua vena lirica batte alle porte

dell'epopea.

Riparlare qui della rivoluzione di settembre, dopo il Thiers, dopo il

Michelet, dopo il Carlyle, sarebbe una pazzia. Più tosto, per

l'intelligenza piena del nuovo poema carducciano, è bene richiamare la

memoria del lettore all'ultimo storico della Rivoluzione: al Carlyle.

Questi non ebbe nè la sapienza politica di Thiers, nè il grande

splendore poetico e fantastico di Michelet. Anche raccontando fatti

della storia francese, si lasciò guidare dalle consuetudini della sua

educazione germanica, e dal suo senso pratico d'isolano britannico. Non

tanto si curò di fare uno studio politico, non tanto considerò la

Rivoluzione come materiale epico, quanto gli parve meglio e più

opportuno tenersi alla verità dei fatti, e alla semplicità; e fece

quasi, direbbesi, un racconto sperimentale. Così la sua storia è

un'opera obbiettiva, onde gli elementi e i movimenti epici si levano

naturalmente, non per virtù dello scrittore, ma per virtù dei fatti

appurati e narrati semplicemente; e per un poeta che voglia trarre

inspirazione da quella gloriosa irruzione della vitalità umana, è la

fonte migliore. E dal Carlyle appunto ha tolto il Carducci

l'inspirazione di questi sonetti, i quali nel breve ambito di

centosessantotto endecasillabi rappresentano, non già in una unità

complessa, ma così a tratti e a scatti pittorici spezzati, la grande

epopea di settembre.

La materia era alta, e difficilissima a maneggiare. Se ne rammentano i

lettori? I Prussiani tenevano mezza la Francia, e cioncavano entro

Verdun; Longwy era caduta, e il rombo della cannonata di Valmy giungeva

alle mura di Parigi, aizzando il tumulto, scatenando i macellatori:

l'Abbadia era piena di condannati a morte, le mura delle Tuileries erano

nere ancora e fumanti e crollanti per l'assalto e per l'incendio, e il

popolo di Parigi affamato ardeva d'una sanguigna febbre di omicidio;

l'Assemblea intanto, tra le tempeste della discussione, deliberava; e

all'esercito si mandavano aiuti, e per la salute interna si provvedeva,

e Dumouriez il traditore era chiamato dal campo dinanzi al giudizio

della patria; gli _assegnati_ si spacciavano a peso di carta.

Questa la materia, la quale è tanta e tanto alta, che anche il poema

epico stenterebbe a comprenderla tutta. E d'altra parte l'organismo

dell'epopea pare incompatibile con le presenti condizioni della vita e

dello spirito; e prima che un poema possa ancora essere scritto e

largamente letto, sarà necessaria una lunga educazione epica. Del resto,

tale è l'evoluzione naturale dell'epopea. Nella natura umana una

necessità epica, un desiderio di narrazione è innato; ma prima che

questo bisogno possa essere appagato, occorre una lenta e graduale

preparazione, un eccitamento successivo delle facoltà epiche sino alla

necessità. Di più, il poema non può escire maturo e grande e armato da

un cervello umano, ma deve via via venire crescendo col crescere dei

bisogni epici. L'epopea moderna dunque, quando abbia trovata la vera via

dell'ascensione progressiva, crescerà a poco a poco dal frammento e dal

canto singolare sino all'organismo multiplo del poema; è tutta questione

di tempo, e di trovare la via buona.

E mi pare che il Carducci l'abbia trovata. Egli con questa sua prima

prova, incerta ancora per molte parti, pone questo che sarà il cardine

dell'epopea avvenire: pone, come punto di partenza dell'epopea, non già

l'elemento fantastico e favoloso, ma la verità storica. In fatti, non

più lo spirito umano si diletta del meraviglioso. La scienza si va

miracolosamente propagando, e rinnova la conscienza estetica e la

conscienza morale degli uomini. Non più l'oziosa fantasticaggine della

mente intorno ai fenomeni: ora l'attività interiore, applicata

all'indagine delle cause e all'esame dei fatti, ha seccato quella fonte

di godimenti; e anche il bisogno del meraviglioso, nella universale

evoluzione dello spirito umano, si è andato lentamente mutando nel

bisogno della verità.

Dicono che il romanzo storico sia uno sviluppo del romanzo cavalleresco:

non è vero, il romanzo storico è la prima forma narrativa, nella quale

il punto di partenza è la verità storica. Esso dunque potrà essere

precursore, e in parte origine dell'epica storica, come il romanzo

d'avventura fu in gran parte origine dell'epica cavalleresca. I sonetti

del Carducci vanno appunto giudicati con questo criterio. E proprio

dalla verità storica essi ritraggono l'efficacia maggiore, e i migliori

effetti pittorici e drammatici insieme. Il più bello è intorno

all'annunzio della resa di Longwy; parlano i fuggitivi:

L'un dopo l'altro i messi di sventura

Piovon come dal ciel. Longwy cadea,

E i fuggitivi da la resa oscura

S'affollan polverosi all'Assemblea.

— Eravamo dispersi in su le mura:

A pena ogni due pezzi un uom s'avea:

Lavergne disparì ne la paura:

L'armi fallian. Che più far si potea?

Morir — risponde l'Assemblea seduta.

Questa non è fantasia poetica: è la verità minuta, secondo la ritrovò e

la narrò il Carlyle. Ancora; son due ritratti:

In conspetto a Danton pallido enorme

Furie di donne sfilano cacciando

Gli scalzi figli sol di rabbia armati.

Marat vede nell'aria oscura torme

D'uomini con pugnali erti passando,

E piove sangue donde son passati.

Non è il Carducci che li dipinge così per una subitanea visione della

sua potenza imaginativa; è la verità storica che gli dà il fantasma.

Non vorrei ora che qualcuno credesse, per ciò che io ho detto, che in

sostanza tutto questo nuovo metodo epico consista nel versificare un

libro di storia: — troppo questo tornerebbe a grado del deputato

Cavallotti. — La questione sta tutta nel punto di partenza; quando la

base è la verità storica, quando il poeta corregge il fantasma per modo

ch'esso risponda alla verità, basta; il resto non muta, e il

procedimento e il meccanismo epico rimangono quali furono sempre. E che

la verità non rimpicciolisca l'effetto, anzi ne sia il fattore massimo,

gli esempi addotti lo dimostrano; e chi pensi che nei nostri

meravigliosi romanzatori di cavalleria la fortuna non tanto procede

dalla ricchezza fantastica quanto dal senso umano che trapela dai pori

delle corazze d'acciaio dei cavalieri, non ha bisogno di altre

dimostrazioni.

Il Carducci ha colto con un miracoloso intuito i tratti epici della

rivoluzione di settembre e li ha rappresentati con una evidenza e con

una potenza alla quale egli forse non era giunto ancora. Il sonetto

nelle sue mani ha acquistato una capacità pittorica straordinaria,

poichè i fantasmi sono nettamente chiusi nella cornice dei quattordici

versi, e oltre la cornice il lettore deve cercarne con la sua facoltà

imaginativa e con la sua erudizione storica i legami. Sicchè ogni

sonetto si riallaccia necessariamente all'altro; e nel complesso essi

dànno, con pochi schizzi rapidi e sicuri, l'immagine vivente e tutto

quanto il movimento del gran dramma.

Così, noi ci troviamo dinanzi a due fatti degni di molta considerazione.

Primo, la rivoluzion francese tolta a materia d'arte ai nostri giorni;

secondo, un primo passo epico del Carducci. La rivoluzione francese, il

vero materiale epico del nostro tempo, ha spaventato sinora tutti quelli

che osarono di tentarla. Victor Hugo volle assaltarla con tutta la

potenza del suo ingegno più che umano, con tutta l'audacia delle sue

consuetudini romantiche, e fu respinto dalla grande epopea

rivoluzionaria alla piccola tragedia reazionaria della Vandea e al

dramma borghese di Waterloo. Il Goethe, che negli epigrammi pubblicati

tra gli _Xenien_ dell'almanacco schilleriano, poi introdotti nel _Walbur

gissnachttraum_ del primo Faust, aveva stuzzicato con pungiglioni di

vespa il gran colosso, quando volle abbracciarlo con una stretta d'amore

fu ributtato anch'egli, e dovette accontentarsi di qualche episodio

dell'emigrazione. È vero che quell'episodio fu materia degli stupendi

esametri dell'_Arminio e Dorotea_; ma la rivoluzione non cedè agli

assalti. Non so; la rivoluzione francese è una materia repugnante

dall'arte. Forse essa, nella sua terribilità storica, sta troppo

chiaramente e vivamente stampata nello spirito universale, perchè ci sia

necessità e modo di ravvivarne i fantasmi con l'arte; oppure essa per

natura è barocca e teatrale, e rifugge da tutte le rappresentazioni che

non siano la festa dell'Ente Supremo, o gl'immani fantocci di David, o i

pasticci tragici d'argomento repubblicano di Gabriel Legouvé: rifuggì

persino alla larga vena ciceroniana di Michelet.

Pure al Carducci qualche cosa ha concesso; ed è singolare che sia stato

un italiano il primo epico della rivoluzione, come italiani furono i più

grandi epici del ciclo carolingio. Sarebbe forse una fatalità storica;

oppure il materiale epico ha bisogno di essere elaborato lungi dai

luoghi ove si formò? Chi sa? Certo la materia dell'_Iliade_ e

dell'_Odissea_, dell'_Eneide_, della _Gerusalemme_ e dei poemi di

cavalleria, per tre quarti si svolse fuori della Grecia e dell'Italia.

Tuttavia le concessioni non sono state grandi. «Impossibile mettere in

versi quella storia, se non a brevi tratti,» dice il Carducci. E perchè

impossibile? se si potè mettere in versi quella delle crociate, e la

leggenda cavalleresca? E perchè è possibile metterla in versi a brevi

tratti? Sono questioni oziose, a prima vista; eppure molto bene potrebbe

venirne dal ventilarne. Si dice che l'epopea sia morta, e chi guardi al

fatto deve confessare ch'essa è almeno petrificata dalla catalessia. Ora

come e perchè questa grandissima forma dell'arte è caduta? Non sarebbe

tutta una questione di metodo? Io per me dico di sì; e quando veggo la

_Légende des siècles, Hermann und Dorothea_, i romanzi poetici di

Hamerling, i poemi cavallereschi di Swinburne e di Tennyson, la _Canzone

di Legnano_, quando veggo sopra tutto le tendenze descrittive narrative

drammatiche della lirica moderna, sempre più mi persuado che un largo

movimento epico si vada inconsciamente propagando, e che l'epopea

storica vada lentamente maturandosi nella coscienza umana. Certo, non

sarà più l'_epos_ antico, e l'elemento leggendario non potrà più

entrarvi come fattore primo: il fattore sarà un altro, forse la verità

storica, forse un altro, ma l'epopea nasce, ma l'attività poetica piega

sensibilmente a quella via, e la lirica uscendo dalle strette del

subbiettivismo prende naturalmente forma epica. Esempio ultimo e più

patente, questi sonetti carducciani.

I quali non sono ancora epopea, come sarà forse la _Canzone di Legnano_;

ma non son più lirica. Forse il Carducci non aveva nessuna

premeditazione epica, se no, non avrebbe scelta la forma del sonetto; e

questa inspirazione gli è nata forse inconsciamente, leggendo la storia

del Carlyle. Ma il fatto sta che egli è escito dalla cerchia magica

della lirica, che egli senza avvedersene quasi è entrato in un momento

nel campo sereno della poesia obbiettiva, che la verità storica si è

subitamente impossessata del suo spirito; e i sonetti sono scaturiti,

l'uno dopo l'altro, investendo e vestendo d'una viva luce i fantasmi che

si levano più alti da quel grande scompiglio. Questa certo non è ancora

epopea; ma è già il racconto o la rappresentazione epica; ma è già il

frammento epico animato da una singolare forza di coesione. Fate un

piccolo movimento mentale: triplicate il numero dei sonetti, inseritene

fantasticamente altri ventiquattro che rannodino l'uno all'altro con la

narrazione quei dodici, in modo che i fantasmi non stiano più così

staccati e solitari; e voi avrete il racconto epico moderno, il quale

può via via risalire sino alla bancarotta di Law o alla morte di Luigi

XIV e allargarsi fino al ritorno dalla spedizione d'Egitto.

Questo il Carducci non ha fatto, perchè non voleva fare epopea, perchè

gli pareva impossibile fare una epopea della storia della rivoluzione

francese. Ma certamente egli ha congiunto un sonetto all'altro con un

nesso ideale, tanto più che si appella a esempi dei secoli XIII e XIV,

quando il sonetto fu anche _strofe_. Non si tratta dunque propriamente

di epopea; questi sonetti sono forse l'ultimo stadio della lirica

carducciana.

Così, in due riprese, dichiarando e determinando meglio il mio concetto

la seconda volta, annunziai io quella nuova fioritura poetica spuntata

improvvisamente nello spirito del Carducci ai primi soli di maggio. Ed

ecco, la gente prese a fantasticare, e ci furono degli sciocchi e degli

uomini di sano giudizio che tolsero argomento da quelle parole mie a

dissertazioni e a dispute intorno all'epopea, intorno al Carducci,

intorno a me: qualcuno nella _Gazzetta Italiana_ mi die' dell'asino,

però ch'io non avessi ricordato il sonetto famosamente infame:

Sudate, o fuochi, a preparar metalli;

per contrario un signor M. T. dimostrò con molto garbo l'assurdità delle

mie fantasie epiche, e dalle mie parole giudicando che il Carducci con

quei dodici sonetti si fosse proprio proposto di fare una piccola iliade

della rivoluzion francese, diede addosso al Carducci. Il quale è stato

così costretto, rispondendo ai critici del _Ça ira_, di bastonare non

pur me che ho gridato al lupo, ma il signor M. T. che è corso alle mie

grida. Sicchè io, che secondo l'opinione del signor M. T. sono una

_lancia-spezzata_ del Carducci, gli ho fatto più danno che non un

nemico.

E poichè tutte le mie speranze per l'epopea storica riposavano nel

Carducci, e il Carducci non pur nega di volerne fare mai, ma ne dimostra

con molti argomenti la non possibilità, accidenti all'epica storica! Io

vi rinunzio senza dolore, anzi, stampo qui le mie fanfaluche per

penitenza mia e per ammonimento agli altri critici fantasiosi. Se non

che, io allora non intendo più la ragione e la materia e la forma della

_Canzone di Legnano_, della quale pubblicando un canto il Carducci in

una nota rivendicò al poeta il diritto di percorrere non pur tutto lo

spazio della terra, ma tutto l'ambito della storia: affermò, ciò è, il

principio cardinale e più liberale del romanticismo, di tor materia

d'arte ovunque se ne trovi. Or la canzone di Legnano non è _epos_, non è

poesia narrativa di materia storica? e non ricorda anche col titolo il

canto guerriero o politico che fu preludio e coefficiente dell'epopea

romanza?

Di più non mi pare che l'epopea sia in tutto morta: il poema-novella,

per esempio, se fu falso e lirico e subbiettivo in Byron, se fu

sensualmente effeminato in Tommaso Moore, se per colpa di molti

romantici d'ogni paese, da Bürger al De Musset, da Walter Scott al

Grossi abortì, per virtù di Wolfango Goethe ritrovò la larghezza e la

serenità omerica nell'_Arminio e Dorotea_; e vive ancora, rinvigorito e

nobilitato dagli anni, nella poesia inglese, ove, se di nuovo si è

macchiato degli antichi peccati romantici in mano di Longfellow e di

Tennyson, è apparso meravigliosamente illustrato d'un novissimo lume di

verità umana nei poemi di Browning. L'epopea intesa nel significato

etimologico di poesia raccontata non mi par peritura, poichè il bisogno

della narrazione è nativo e perenne nello spirito umano, poichè essa ha

una così straordinaria pieghevolezza di forma e tanta capacità di

materia e tanta potenza di transmutamenti, quanta non ebbe mai nessun

mostro della mitologia greca e delle mitologie medievali. Chi potrebbe

determinare la universal legge della formazione epica? Essa sfugge a

ogni delimitazione di confini, e se in Grecia l'ombra di Omero cantore

dilegua d'avanti alla persona di Erodoto scrittore, l'epopea persiana

per contrario nasce scritta con Firdusi quando già la Persia aveva avuto

tutto un periodo di civiltà e di poesia lirica e drammatica; e in tutte

le letterature semitiche l'ultima genita fu la poesia gnomica.

Così intesa l'epopea, e così certamente l'intendo io, non so vedere

perchè dei rifacimenti epici non siano possibili. La contemplazione

ideale della storia umana, che ha partorito al romanticismo la tragedia

di Schiller due secoli dopo Shakspeare, non può essere argomento di

qualunque forma di poesia? Tutta quanta la poesia, da un pezzo in qua,

non è più nè cantata nè recitata: a Pindaro, che intona l'ode cantata e

ballata in conspetto del vincitore trionfale e tuttavia insozzato dalla

polvere e dal sudor della corsa, è succeduto il grande poeta moderno che

fa tutto un corso di studi e tutta una larga preparazione per disposare

lo spirito della patria antica con quello della patria moderna sul

talamo dell'ode barbara infiorato di rose. Le condizioni dei popoli

mutano, e mutano le fogge della poesia, e in luogo dell'aedo cantante

per inspirazione e quasi per afflato divino subentra Socrate che prima

di morire, per vedere se il fato non lo abbia sortito alla poesia,

mentre la teoria indugia a tornare da Delfo, scrive un preludio ad

Apollo ed una favola esopica; ma la poesia permane, e quando più par

morta, ecco rinasce dalle ceneri: dopo la cronaca poetica di Ennio, che

pareva dovesse vietare per sempre al popolo latino ogni aspirazione

epica, ecco l'Eneide scritta, anzi a giudizio del poeta non ancora a

bastanza elaborata quanto era il desiderio e il proponimento. Che poemi

intorno a Garibaldi e a Napoleone, come dice Domenico Milelli, siansi

bensì fatti, ma con poca fortuna, non monta: moltissima lirica in morte

di Vittorio Emmanuele e in morte e in vita di Garibaldi si è scritta in

Italia e fuori d'Italia, e se si avesse a giudicare da questi epinicii e

da questi epicedii, bisognerebbe dire che la lirica è morta di

ossessione per gli urli e per lo sbraitare freneticamente sgrammaticato

del deputato Cavallotti. Invece, per la morte di Eugenio Napoleone e per

le geste di Garibaldi il Carducci ha saputo trovare le più fresche, le

più violente, le più gloriose emanazioni del suo spirito poetico. Perchè

dunque non potrebbe, egli che col _Ça Ira_ ha dato la rappresentazione

epica, che con la _Canzone di Legnano_ è entrato nel campo vero

dell'epopea, egli che dalla ideale intuizione della storia ha saputo

dedurre così mirabili effetti, tentare con fortuna sicura ciò che a lui

e al Milelli pare una impossibile cosa?

Certo l'epopea elaborata dal popolo, ripresa e segnata col suggello

immortale dell'arte dagli scrittori, non è più possibile oggi; ma questa

legge di formazione dell'epopea non è forse la universal legge genetica

dell'arte? E quando l'orbita fatale dell'arte d'un popolo è stata tutta

percorsa, e comincia il periodo dei rifacimenti e dei rimanipolamenti

individuali, l'epopea non si trova, come tutte quante le altre forme

dell'arte, in uno stato di catalessia, onde non può trarla

momentaneamente che la virtù peculiare di un intelletto? Tutta quanta

l'arte moderna, lo ha detto il Carducci, non è per lo scrittore che un

mezzo egoistico di diletto estetico, e pel popolo un passatempo e un

lusso non necessario. Così stando le cose, e poichè la lirica

subbiettiva dovrà necessariamente scadere quando gli uomini si siano

infastiditi di pur versificare la gioia o la noia della vita, non dovrà

l'arte della poesia cercar nuovo alimento in una obbiettività, onde la

forma epica sarà la più logica e la più opportuna? Poemi su Garibaldi

non se ne potranno forse fare, per ora; si potrà bensì fare una

rappresentazione epica della battaglia di Legnano o della rivoluzione

francese, senza che i tentativi anteriori falliti possano contraddire

questa speranza. I tentativi falliti non contano: dopo il Trissino, che

naufragò nel gran mare dell'epopea con l'_Italia liberata dai Goti_ e si

pentì amaramente di non avere invece tentato il romanzo di cavalleria,

venne Torquato Tasso, che dal poema romanzesco era distolto per

l'esempio del padre e per l'esperienza sua propria, e guidò la nave al

porto della salute.

Epopea dunque nazionale e primitiva non più, perchè non ci è nè la

materia nè la gioventù nè la necessità popolare; ma l'esercizio epico,

come l'esercizio lirico, come l'esercizio della prosa narrativa, perchè

no? Tutto ciò è alessandrino, d'accordo; ma e qual cosa mai è tutta

l'arte moderna, se non un alessandrinismo più o meno ingegnoso e

sapiente? E non abbiamo noi fondata, e non scriviamo noi la _Cronaca

Bizantina?_

Il libro di Don Chisciotte · 第 33 / 71 题