VI.

Ci è due motori di ascensione su da la volgarità comune: o il sentimento

universale che sospinge all'alto il più forte, o il sentimento proprio,

una solitaria necessità di astrazione, che trae l'uomo fuori della

folla. Nel primo caso, quasi sempre, si hanno gli onori del trionfo; nel

secondo, assai spesso, si è puniti d'infamia. E così nel primo come nel

secondo caso non a torto, sebbene e l'uno e l'altro siano due

esplicazioni dell'attività umana; poichè gli uomini nello sviluppo e

nella perfezione della vita vogliono avere tutti quanti la parte loro,

vogliono tutti spiegare una concordia di energie motrici; e repugnano

per istinto dagli sforzi singolari, non coerenti e spesso anche non

utili al desiderio comune. Ecco perchè il popolo ha deificato Gesù

nazareno, e dopo un anno ha dimenticato David Lazzaretti.

Così in tutti i campi ove la lotta della vita affatica le creature

umane: così anche nei campi dell'arte, ove la battaglia è più evidente,

poichè si combatte sopra un palco in conspetto di tutti; ove il giudizio

è immediato, poichè gli spettatori stanno intenti allo spettacolo. Per

questo, Gian Giorgio Trissino, uno degli italiani che più sono stati

tormentati da smanie innovatrici, vedendo tutta l'opera della sua vita

miseramente morire soffocata nel trionfo del romanzo di cavalleria,

maledisse a sè medesimo e a quelle smanie sue. Ma forse nella sconfitta

del Trissino entrò anche per gran parte una certa stopposità e

pesantezza d'ingegno: cerchiamo dunque un esempio più vicino a noi, e

più persuasivo.

Carlo Dossi.

È difficile che alcuno del poco numero delle persone che leggono in

Italia non abbia udito rammentare con grandissime lodi o con un

permaloso e dispettoso arricciamento del naso questo nome; ma più

difficile ancora è che abbia letto qualche scritto di Carlo Dossi; e

pure il Dossi da quasi dieci anni scrive e scrive, e le cose sue sono

stampate e ristampate sino ad oggi, e sempre i fogli, letterari o no, ne

dànno notizia al pubblico. Or come accade che tutta l'opera di questo

novelliere resti pertinacemente estranea al rimescolamento evolutivo, e,

confessiamolo volentieri, progressivo dello spirito italiano? E, sopra

tutto, questa tenace astrazione che il popolo italiano fa dall'opera del

novellatore, è ingiusta? Sono due questioni che meritano una qualche

considerazione accurata, non tanto pe'l fatto particolare, quanto per la

categoria di fatti onde son parte. L'organismo della vita spirituale di

un popolo, quando l'arte non è più una libera e necessaria emanazione

del suo genio ma una produzione artificiale per diletto estetico o per

mezzo di educazione, rassomiglia assai a un gran congegno meccanico; e

se non si dirugginiscono e non si ungono tutte le ruote, molta parte

dell'energia e del lavoro si disperdono vanamente. Vediamo dunque di

ungere qualche ruota, poichè il caso di Carlo Dossi non è tanto

singolare quanto si può credere a bella prima; ma da molti anni in qua

ci è in Italia un grandissimo sperpero di forze, però che il senso

dell'opportunità sia per molta parte smarrito.

Innanzi tutto dichiariamo francamente che a Carlo Dossi non mancano nè

l'ingegno, nè la coltura, nè le altre facoltà dello spirito che

concorrono a constituire un grande scrittore. Pochi, come lui, hanno

l'intuizione profonda, sicura, larga, della vita; pochi, come lui, sono

abili a battere sull'incudine questo metallo della lingua italiana che,

non saprei se per manco o per eccesso di duttilità, pare da qualche

tempo così poco malleabile. Pochissimi, come lui, sanno guidare le

facoltà naturali della mente e correggere la formazione e la espressione

dei fantasmi, secondo l'architettura dell'arte. Quale cosa dunque gli

manca, e quale straordinario ostacolo si leva tra lui e il popolo?

Perchè tra questo artista, che pure ha tanta forza, e la gente, che pure

ha bisogno di accentrarsi come per aiuto intorno a qualche forte, non si

apre quella corrente di comunione simpatica che è la più salda leva del

lavoro meccanico dello spirito? E, sopra tutto, la colpa è del pubblico,

o dell'artista?

A me pare che la colpa sia di Carlo Dossi.

Egli fa parte d'una categoria di uomini e di scrittori, che io direi la

categoria dell'umiltà selvatica. Non è un selvaggio violento come Byron,

come Shelley, come il Carducci: è timido, è vergognoso quasi della sua

selvatichezza; e non gli basta l'animo di levarsi in mezzo alla gente,

audacemente, e di chiamare tutta la gente a battaglia. No: egli ha paura

quasi di farsi vedere tra la folla; ha paura che quelle sue novità

insolite suscitino il riso della moltitudine; ha anche quello spavento

inconscio e innato, che è naturale appunto a certi selvaggi di animo

mite e ai bambini. Chi sa? Forse il romore lo atterrisce, forse la vista

del pubblico lo sgomenta, forse il pensiero della battaglia gli è

insopportabile. E se ne sta in disparte, sempre più inselvatichendo,

sempre più chiudendosi nel suo guscio, sempre più levando, tra la sua

persona e l'opera sua e il pubblico, ostacoli. Non è vero che egli

scriva una lingua fantastica, come qualcuno ha gratuitamente asserito:

la prosa del Dossi, da qualche idiotismo lombardo e qualche latinismo in

fuori, è delle più pure che si siano scritte in Italia dopo il

Guerrazzi, e il suo stile, per efficacia nervosa e muscolosa, può

competere appunto con lo stile del Guerrazzi; nè l'ortografia sua, che

fa paura a tanta gente, è una cosa strana, poichè non è il primo lui che

abbia scritto l'italiano accentuando le sdrucciole; nè il contenuto de'

suoi racconti è pazzo, come molti credono, poichè il Dossi, l'ho già

detto, è un acuto e profondo intuitore. No: non sono queste bazzecole

che proibiscono a Carlo Dossi le porte di quel tempio della fama che

sono spalancate a tanti minori di lui. La causa sta tutta in quella sua

naturale e indomabile timidezza selvatica.

La prima cosa ch'egli pubblicò credo fosse quella _Colonia felice_, che

è pur sempre rimasta la miglior sua cosa. È, come l'autore confessa dal

frontespizio appunto del suo libro, una utopia lirica. Una utopia alla

Rousseau, che è in contraddizione aperta coi resultamenti e coi

postulati ultimi della scienza.

L'utopia appare nel primo principio, ove un principe filantropico e

filosofico, un Marco Aurelio platonizzato e imbevuto delle dottrine

enciclopediche, manda una trentina di deportati d'ambo i sessi a vivere

in libertà assoluta in un'isola deserta. Il primo atto di questa nuova

vita è la guerra: per la partizione della proprietà, e per la

supremazia. Un uomo forte e un uomo furbo si contendono il comando; e,

ognuno co' suoi seguaci, si battono. Prevale la volpe, e il leone con

quelli che gli restano fedeli si rifugia nel bosco. Ivi, da una sua

baldracca, gli nasce una figlia; e quindi, il primo bisogno umano, la

casa e la famiglia, lo sospinge per desiderio di pace verso il nemico.

Lo trova oppresso da discordie intestine; e desideroso di tregua. Si

accordano dunque, e si constituisce una comunità retta dal leone e dalla

volpe, aggruppata in famiglia, corretta da un embrione di codice penale.

Così, col crescere delle famiglie, la necessità del lavoro e la

consuetudine del lavoro sviluppano a grado a grado i sentimenti e le

consuetudini e gl'istinti umani, e vanno con un progresso evidente

cancellando le macchie da quelle conscienze. Così, dopo la famiglia, la

religione; finalmente, la patria.

Questa è la matassa della _Colonia felice_, non nuova, come ognun vede,

poichè se ne ritrovano gli elementi in moltissime opere d'arte di ogni

altezza e di ogni specie, dalla _Tempesta_ di Shakspeare al _Robinson

Crusoè_ di Daniele de Foe; ma tale in ogni modo da promettere in chi

sapeva sgomitolarla a vent'anni un fortissimo romanziere all'Italia.

Certo, i difetti son molti e gravi: e, prima di tutto, la tesi romantica

e derivata nella sua essenza morale dalle dottrine di Rousseau è

contradetta, come osserva l'autore ristampandola per la quarta volta,

dalle più sicure ricerche della psichiatria; poi, essa è tutta penetrata

e ulcerata di romanticismo, e quei deportati che vi si movono per entro,

se bene modellati con tratti sovente scultorii, hanno tutti quanti del

sangue di Emilio e di Eloisa nelle vene; e negli atti, e nelle parole, e

persino nei nomi sono fuori d'ogni apparenza di verità. Ancora: la

lingua, l'ho detto, a malgrado di certi meneghinismi e certi latinismi e

certe stramberie subbiettive, è, contro ogni consuetudine lombarda,

schiettamente italiana; e lo stile spesso d'un'efficacia grandissima,

per lo spoglio di tutte le frasche inutili. Ma è la lingua quella, ma è

quello lo stile più confacente al racconto? Ma il latinismo nella prosa

narrativa non è un elemento repugnante peggio della sgrammaticatura; e

quella concisione tra tacitiana e spartana come si piega essa alle

necessità della novella, che nacque tra gli avvolgimenti voluttuosi e

l'ampio drappeggiamento della prosa boccaccesca? Poteva esser questo,

come l'autore confessa nella _diffida_ preliminare, un eccesso

giovanile; ma furono appunto questi eccessi e questi errori, che fecero

considerare la _Colonia felice_, non come un risultamento positivo di

molte buone forze intellettive, ma solamente come una certa promessa.

Or come fu tenuta la promessa?

Ecco. Nel Dossi, subito dopo quella prima prova, la salvatichezza

naturale prevalse. E non si lanciò egli arditamente in mezzo ai nemici

che in Milano segnatamente non gli mancarono, sforzandosi d'imporre

certi suoi criteri e la superiorità della sua mente, concedendo qualcosa

per guadagnar molto. Egli si rinserrò nel suo timido egoismo e

nell'amicizia di pochissimi entusiasti; e invece di erompere all'aperto,

ove le forze dell'intelletto si maturano e si sviluppano, si ritrasse in

sè medesimo, o per paura, o per dispetto. A lui mancò dunque quella

violenta evoluzione fuori del proprio io, che dopo le prime prove

sospinge l'artista sulla via della maturità piena. Dopo aver filato con

molta maestria il suo bozzolo, non potè o non volle forarlo, e vi restò

dentro prigione. La sua mente si cristallizzò in certi piccoli criteri,

in certe utopie scolastiche, che diventavano monomanie. La questione

dell'accento, questione bizantina nella quale, dal Trissino in poi,

molti italiani dettero vanamente del capo, e alla quale Carlo Cattaneo

non potè addurre altro pretesto se non la comodità degli stranieri,

diventò per lui una legge inflessibile; certe strutture o dure o

artificiose del periodo e la libidine dell'imagine per causa di brevità

propagataglisi dagli scrittori della latinità decadente, crebbero in

malattie constituzionali e incurabili. Finalmente, il romanticismo gli

restò abbarbicato nella midolla. Così le opere sue, dopo quella _Colonia

felice_, non vanno considerate se non come sfogo d'un intelletto

fortissimo, se non come appagamento d'un desiderio egoistico e solitario

di arte. Non ci è, se non forse in embrione nella _Desinenza in a_,

quella larghezza di concepimento con cui fu pensata la _Colonia felice_;

non ci è una sola via di comunione con lo spirito e col sentimento del

popolo. Sono esercitazioni di composizione e di stile che a qualche

lettore di gusto squisito e non pauroso di quel fuoco d'artifizio

d'accenti possono qualche volta parere anche meravigliose, ma che il

popolo a ragione respinge da sè tenacemente, non ostante le molte

edizioni che di questi libri seguitano a fare.

E infatti: nello sviluppo complessivo di tutte le forme dell'arte

narrativa, quale posto spetta ai racconti di Carlo Dossi? Sono, per gran

parte, cose romantiche, ma non proseguono nessuna delle varie ultime

evoluzioni della novella romantica: più tosto si ricongiungono a quel

periodo del romanticismo che io chiamerei proto-romantico, al

romanticismo di Rousseau, senza la larghezza filosofica del ginevrino, e

a quello del Richter, senza la profondità umoristica del figlio del

Pastore-organista di Wonsiedel, con qualche incrostazione di

romanticismo socialista.

È naturale quindi, ed è giusto, che intorno al Dossi sia sempre eretta

una barriera che lo separa dal pubblico. Il pubblico del secolo

decimonono ha una grande necessità di romanzi, e una grande predilezione

al romanzo, e una grande massa di materia romanzabile. Questo buon

pubblico, che si è regalato l'immenso capriccio del romanticismo e ha

voluto veder risuscitato per la virtù magica dell'arte il medio evo e si

è ubriacato del liquore anodino della sentimentalità effervescente pe'l

pimento della fantasia, è stato in fine preso da una voglia brutale.

Esso vuol vedere ora sè stesso riflesso con tutti i palpiti e tutti i

movimenti della vita come in un grande specchio. Questo matto pubblico

si è appassionato per l'anatomia; e volentieri si distende sul marmo,

perchè il romanziere incida, poi cacci le mani nella spaccatura, e apra;

e mostri le viscere, e mostri la tessitura dei muscoli, e scopra i

nervi; e faccia vedere a tutta la gente l'artifizio della macchina

umana, come un bamboletto che squarti un fantoccio di cartapesta. E il

romanziere non può starsene in disparte, e costruire faticosamente

piccole teoriche d'arte e di stile. Egli deve aggirarsi per entro alla

folla, e compenetrarsi del sentimento che la move, e accumulare da essa

il materiale.

Se no, si rassegni alla mala fortuna. Nè la pena è ingiusta; e io

stesso, che ho una grandissima ammirazione per l'ingegno e per la

coltura di Carlo Dossi, che lo propongo come esempio di serietà di

propositi e di fanatico amore per l'arte ai molti faccendieri della

moderna novellistica italiana, io stesso, se si proponesse per lui

l'ostracismo dalla presente attività del romanzo, voterei per

l'ostracismo.

Gli è che i romiti e gli stiliti e tutti, in genere, i mistici solitari,

fanno un sacrifizio sterile così nella religione come nell'arte.

Il libro di Don Chisciotte · 第 29 / 71 题