Ci è due motori di ascensione su da la volgarità comune: o il sentimento
universale che sospinge all'alto il più forte, o il sentimento proprio,
una solitaria necessità di astrazione, che trae l'uomo fuori della
folla. Nel primo caso, quasi sempre, si hanno gli onori del trionfo; nel
secondo, assai spesso, si è puniti d'infamia. E così nel primo come nel
secondo caso non a torto, sebbene e l'uno e l'altro siano due
esplicazioni dell'attività umana; poichè gli uomini nello sviluppo e
nella perfezione della vita vogliono avere tutti quanti la parte loro,
vogliono tutti spiegare una concordia di energie motrici; e repugnano
per istinto dagli sforzi singolari, non coerenti e spesso anche non
utili al desiderio comune. Ecco perchè il popolo ha deificato Gesù
nazareno, e dopo un anno ha dimenticato David Lazzaretti.
Così in tutti i campi ove la lotta della vita affatica le creature
umane: così anche nei campi dell'arte, ove la battaglia è più evidente,
poichè si combatte sopra un palco in conspetto di tutti; ove il giudizio
è immediato, poichè gli spettatori stanno intenti allo spettacolo. Per
questo, Gian Giorgio Trissino, uno degli italiani che più sono stati
tormentati da smanie innovatrici, vedendo tutta l'opera della sua vita
miseramente morire soffocata nel trionfo del romanzo di cavalleria,
maledisse a sè medesimo e a quelle smanie sue. Ma forse nella sconfitta
del Trissino entrò anche per gran parte una certa stopposità e
pesantezza d'ingegno: cerchiamo dunque un esempio più vicino a noi, e
più persuasivo.
Carlo Dossi.
È difficile che alcuno del poco numero delle persone che leggono in
Italia non abbia udito rammentare con grandissime lodi o con un
permaloso e dispettoso arricciamento del naso questo nome; ma più
difficile ancora è che abbia letto qualche scritto di Carlo Dossi; e
pure il Dossi da quasi dieci anni scrive e scrive, e le cose sue sono
stampate e ristampate sino ad oggi, e sempre i fogli, letterari o no, ne
dànno notizia al pubblico. Or come accade che tutta l'opera di questo
novelliere resti pertinacemente estranea al rimescolamento evolutivo, e,
confessiamolo volentieri, progressivo dello spirito italiano? E, sopra
tutto, questa tenace astrazione che il popolo italiano fa dall'opera del
novellatore, è ingiusta? Sono due questioni che meritano una qualche
considerazione accurata, non tanto pe'l fatto particolare, quanto per la
categoria di fatti onde son parte. L'organismo della vita spirituale di
un popolo, quando l'arte non è più una libera e necessaria emanazione
del suo genio ma una produzione artificiale per diletto estetico o per
mezzo di educazione, rassomiglia assai a un gran congegno meccanico; e
se non si dirugginiscono e non si ungono tutte le ruote, molta parte
dell'energia e del lavoro si disperdono vanamente. Vediamo dunque di
ungere qualche ruota, poichè il caso di Carlo Dossi non è tanto
singolare quanto si può credere a bella prima; ma da molti anni in qua
ci è in Italia un grandissimo sperpero di forze, però che il senso
dell'opportunità sia per molta parte smarrito.
Innanzi tutto dichiariamo francamente che a Carlo Dossi non mancano nè
l'ingegno, nè la coltura, nè le altre facoltà dello spirito che
concorrono a constituire un grande scrittore. Pochi, come lui, hanno
l'intuizione profonda, sicura, larga, della vita; pochi, come lui, sono
abili a battere sull'incudine questo metallo della lingua italiana che,
non saprei se per manco o per eccesso di duttilità, pare da qualche
tempo così poco malleabile. Pochissimi, come lui, sanno guidare le
facoltà naturali della mente e correggere la formazione e la espressione
dei fantasmi, secondo l'architettura dell'arte. Quale cosa dunque gli
manca, e quale straordinario ostacolo si leva tra lui e il popolo?
Perchè tra questo artista, che pure ha tanta forza, e la gente, che pure
ha bisogno di accentrarsi come per aiuto intorno a qualche forte, non si
apre quella corrente di comunione simpatica che è la più salda leva del
lavoro meccanico dello spirito? E, sopra tutto, la colpa è del pubblico,
o dell'artista?
A me pare che la colpa sia di Carlo Dossi.
Egli fa parte d'una categoria di uomini e di scrittori, che io direi la
categoria dell'umiltà selvatica. Non è un selvaggio violento come Byron,
come Shelley, come il Carducci: è timido, è vergognoso quasi della sua
selvatichezza; e non gli basta l'animo di levarsi in mezzo alla gente,
audacemente, e di chiamare tutta la gente a battaglia. No: egli ha paura
quasi di farsi vedere tra la folla; ha paura che quelle sue novità
insolite suscitino il riso della moltitudine; ha anche quello spavento
inconscio e innato, che è naturale appunto a certi selvaggi di animo
mite e ai bambini. Chi sa? Forse il romore lo atterrisce, forse la vista
del pubblico lo sgomenta, forse il pensiero della battaglia gli è
insopportabile. E se ne sta in disparte, sempre più inselvatichendo,
sempre più chiudendosi nel suo guscio, sempre più levando, tra la sua
persona e l'opera sua e il pubblico, ostacoli. Non è vero che egli
scriva una lingua fantastica, come qualcuno ha gratuitamente asserito:
la prosa del Dossi, da qualche idiotismo lombardo e qualche latinismo in
fuori, è delle più pure che si siano scritte in Italia dopo il
Guerrazzi, e il suo stile, per efficacia nervosa e muscolosa, può
competere appunto con lo stile del Guerrazzi; nè l'ortografia sua, che
fa paura a tanta gente, è una cosa strana, poichè non è il primo lui che
abbia scritto l'italiano accentuando le sdrucciole; nè il contenuto de'
suoi racconti è pazzo, come molti credono, poichè il Dossi, l'ho già
detto, è un acuto e profondo intuitore. No: non sono queste bazzecole
che proibiscono a Carlo Dossi le porte di quel tempio della fama che
sono spalancate a tanti minori di lui. La causa sta tutta in quella sua
naturale e indomabile timidezza selvatica.
La prima cosa ch'egli pubblicò credo fosse quella _Colonia felice_, che
è pur sempre rimasta la miglior sua cosa. È, come l'autore confessa dal
frontespizio appunto del suo libro, una utopia lirica. Una utopia alla
Rousseau, che è in contraddizione aperta coi resultamenti e coi
postulati ultimi della scienza.
L'utopia appare nel primo principio, ove un principe filantropico e
filosofico, un Marco Aurelio platonizzato e imbevuto delle dottrine
enciclopediche, manda una trentina di deportati d'ambo i sessi a vivere
in libertà assoluta in un'isola deserta. Il primo atto di questa nuova
vita è la guerra: per la partizione della proprietà, e per la
supremazia. Un uomo forte e un uomo furbo si contendono il comando; e,
ognuno co' suoi seguaci, si battono. Prevale la volpe, e il leone con
quelli che gli restano fedeli si rifugia nel bosco. Ivi, da una sua
baldracca, gli nasce una figlia; e quindi, il primo bisogno umano, la
casa e la famiglia, lo sospinge per desiderio di pace verso il nemico.
Lo trova oppresso da discordie intestine; e desideroso di tregua. Si
accordano dunque, e si constituisce una comunità retta dal leone e dalla
volpe, aggruppata in famiglia, corretta da un embrione di codice penale.
Così, col crescere delle famiglie, la necessità del lavoro e la
consuetudine del lavoro sviluppano a grado a grado i sentimenti e le
consuetudini e gl'istinti umani, e vanno con un progresso evidente
cancellando le macchie da quelle conscienze. Così, dopo la famiglia, la
religione; finalmente, la patria.
Questa è la matassa della _Colonia felice_, non nuova, come ognun vede,
poichè se ne ritrovano gli elementi in moltissime opere d'arte di ogni
altezza e di ogni specie, dalla _Tempesta_ di Shakspeare al _Robinson
Crusoè_ di Daniele de Foe; ma tale in ogni modo da promettere in chi
sapeva sgomitolarla a vent'anni un fortissimo romanziere all'Italia.
Certo, i difetti son molti e gravi: e, prima di tutto, la tesi romantica
e derivata nella sua essenza morale dalle dottrine di Rousseau è
contradetta, come osserva l'autore ristampandola per la quarta volta,
dalle più sicure ricerche della psichiatria; poi, essa è tutta penetrata
e ulcerata di romanticismo, e quei deportati che vi si movono per entro,
se bene modellati con tratti sovente scultorii, hanno tutti quanti del
sangue di Emilio e di Eloisa nelle vene; e negli atti, e nelle parole, e
persino nei nomi sono fuori d'ogni apparenza di verità. Ancora: la
lingua, l'ho detto, a malgrado di certi meneghinismi e certi latinismi e
certe stramberie subbiettive, è, contro ogni consuetudine lombarda,
schiettamente italiana; e lo stile spesso d'un'efficacia grandissima,
per lo spoglio di tutte le frasche inutili. Ma è la lingua quella, ma è
quello lo stile più confacente al racconto? Ma il latinismo nella prosa
narrativa non è un elemento repugnante peggio della sgrammaticatura; e
quella concisione tra tacitiana e spartana come si piega essa alle
necessità della novella, che nacque tra gli avvolgimenti voluttuosi e
l'ampio drappeggiamento della prosa boccaccesca? Poteva esser questo,
come l'autore confessa nella _diffida_ preliminare, un eccesso
giovanile; ma furono appunto questi eccessi e questi errori, che fecero
considerare la _Colonia felice_, non come un risultamento positivo di
molte buone forze intellettive, ma solamente come una certa promessa.
Or come fu tenuta la promessa?
Ecco. Nel Dossi, subito dopo quella prima prova, la salvatichezza
naturale prevalse. E non si lanciò egli arditamente in mezzo ai nemici
che in Milano segnatamente non gli mancarono, sforzandosi d'imporre
certi suoi criteri e la superiorità della sua mente, concedendo qualcosa
per guadagnar molto. Egli si rinserrò nel suo timido egoismo e
nell'amicizia di pochissimi entusiasti; e invece di erompere all'aperto,
ove le forze dell'intelletto si maturano e si sviluppano, si ritrasse in
sè medesimo, o per paura, o per dispetto. A lui mancò dunque quella
violenta evoluzione fuori del proprio io, che dopo le prime prove
sospinge l'artista sulla via della maturità piena. Dopo aver filato con
molta maestria il suo bozzolo, non potè o non volle forarlo, e vi restò
dentro prigione. La sua mente si cristallizzò in certi piccoli criteri,
in certe utopie scolastiche, che diventavano monomanie. La questione
dell'accento, questione bizantina nella quale, dal Trissino in poi,
molti italiani dettero vanamente del capo, e alla quale Carlo Cattaneo
non potè addurre altro pretesto se non la comodità degli stranieri,
diventò per lui una legge inflessibile; certe strutture o dure o
artificiose del periodo e la libidine dell'imagine per causa di brevità
propagataglisi dagli scrittori della latinità decadente, crebbero in
malattie constituzionali e incurabili. Finalmente, il romanticismo gli
restò abbarbicato nella midolla. Così le opere sue, dopo quella _Colonia
felice_, non vanno considerate se non come sfogo d'un intelletto
fortissimo, se non come appagamento d'un desiderio egoistico e solitario
di arte. Non ci è, se non forse in embrione nella _Desinenza in a_,
quella larghezza di concepimento con cui fu pensata la _Colonia felice_;
non ci è una sola via di comunione con lo spirito e col sentimento del
popolo. Sono esercitazioni di composizione e di stile che a qualche
lettore di gusto squisito e non pauroso di quel fuoco d'artifizio
d'accenti possono qualche volta parere anche meravigliose, ma che il
popolo a ragione respinge da sè tenacemente, non ostante le molte
edizioni che di questi libri seguitano a fare.
E infatti: nello sviluppo complessivo di tutte le forme dell'arte
narrativa, quale posto spetta ai racconti di Carlo Dossi? Sono, per gran
parte, cose romantiche, ma non proseguono nessuna delle varie ultime
evoluzioni della novella romantica: più tosto si ricongiungono a quel
periodo del romanticismo che io chiamerei proto-romantico, al
romanticismo di Rousseau, senza la larghezza filosofica del ginevrino, e
a quello del Richter, senza la profondità umoristica del figlio del
Pastore-organista di Wonsiedel, con qualche incrostazione di
romanticismo socialista.
È naturale quindi, ed è giusto, che intorno al Dossi sia sempre eretta
una barriera che lo separa dal pubblico. Il pubblico del secolo
decimonono ha una grande necessità di romanzi, e una grande predilezione
al romanzo, e una grande massa di materia romanzabile. Questo buon
pubblico, che si è regalato l'immenso capriccio del romanticismo e ha
voluto veder risuscitato per la virtù magica dell'arte il medio evo e si
è ubriacato del liquore anodino della sentimentalità effervescente pe'l
pimento della fantasia, è stato in fine preso da una voglia brutale.
Esso vuol vedere ora sè stesso riflesso con tutti i palpiti e tutti i
movimenti della vita come in un grande specchio. Questo matto pubblico
si è appassionato per l'anatomia; e volentieri si distende sul marmo,
perchè il romanziere incida, poi cacci le mani nella spaccatura, e apra;
e mostri le viscere, e mostri la tessitura dei muscoli, e scopra i
nervi; e faccia vedere a tutta la gente l'artifizio della macchina
umana, come un bamboletto che squarti un fantoccio di cartapesta. E il
romanziere non può starsene in disparte, e costruire faticosamente
piccole teoriche d'arte e di stile. Egli deve aggirarsi per entro alla
folla, e compenetrarsi del sentimento che la move, e accumulare da essa
il materiale.
Se no, si rassegni alla mala fortuna. Nè la pena è ingiusta; e io
stesso, che ho una grandissima ammirazione per l'ingegno e per la
coltura di Carlo Dossi, che lo propongo come esempio di serietà di
propositi e di fanatico amore per l'arte ai molti faccendieri della
moderna novellistica italiana, io stesso, se si proponesse per lui
l'ostracismo dalla presente attività del romanzo, voterei per
l'ostracismo.
Gli è che i romiti e gli stiliti e tutti, in genere, i mistici solitari,
fanno un sacrifizio sterile così nella religione come nell'arte.