La marchesa Colombi non ha la maschilità nervosa di Emma, nè la foga
della Serao; è la più tranquilla e la più casalinga di quante donne
scrissero e scrivono in prosa. Di solito nella donna la professione
dello scrivere turba l'equilibrio della vita; nella marchesa Colombi,
no. Per lei l'arte deve essere come un lavoro di ricamo, un passatempo,
o uno sfogo di certi tenui ribollimenti dello spirito; poichè in fondo
alla sua prosa appare sempre la madre di famiglia amica dell'ordine,
amica dell'economia, amica del buon pranzo e del buon fuoco nel
caminetto. M'inganno, marchesa, o le cose stanno proprio così come io
dico? Una volta in Italia si fece un gran vocìo d'ammirazione intorno a
un racconto della marchesa che voleva parere socialista e naturalista, e
che s'intitolava _In risaia_; ma non valeva più degli altri, e la cosa
migliore di quel libro era l'intenzione. Dopo, passato quel
fortunatissimo quarto d'ora, ella si mise a fabbricar racconti per gli
editori di provincia e prosa pei giornali di provincia. La marchesa
Colombi rassomiglia in piccolo a Giulio Claretie, il più fecondo
costruttore di prosa che sia ora in Francia; anche la marchesa, come il
Claretie, per qualunque giornale glie ne chiegga, ha sempre in pronto
della _copie_: non dice di no a nessuno, non si esaurisce mai, non cade
mai tanto giù da non farsi leggere volentieri. Io credo che se ella
vivesse cento anni, come io le auguro, tra romanzi e articoli di
giornale metterebbe insieme la materia di cinquecento volumi; e
sarebbero tutti per valore eguali, nè tanto belli da strappar le grida
dell'ammirazione, nè tanto brutti da meritarsi troppo acerbe censure dai
critici gunaicofagi. Sarebbero tutti come quegli uomini i quali vestono
_correttamente_, ossia non hanno addosso nulla che dia nell'occhio, nè
una cravatta troppo vistosa, nè una macchia d'olio sulla falda del
vestito. Anche il _Tramonto d'un ideale_ è un libro del quale non si può
dir male, quantunque neppure se ne possa dir bene: è una storiella
semplice, ove la marchesa ha voluto accostarsi alle temerità
sperimentali non senza rammentarsi delle sane e prudenti consuetudini
degli ultimi manzoniani; ha voluto ogni tanto toccare in fretta i
fianchi gladiatorii dello Zola, senza però dimenticare che Salvatore
Farina le tien gli occhi addosso. Così, essendosi forse proposto in
principio di fare uno studio serio e analitico della vita campestre, ha
finito col rimpastare una delle solite storielle che paiono un paesaggio
della Brianza dipinto sopra un piatto di porcellana. Però, le ragazze
potranno leggerlo, nelle vacanze, senza danno; e forse anche lo
leggeranno volentieri, perchè, come tutti gli altri della marchesa, è
_correct_.
Non tanto, bensì, che qualche sbrendolo rosso non appaia qua e là e che
qua e là lo stile non sia macchiato d'olio. Ecco, per esempio, alcune
macchie delle prime pagine: «E si finiva _a_ stappare una bottiglia»
(pag. 5); «quel nodino (della cravatta) ballonzolava allegramente, come
se fosse una parte di lui, vivamente interessata alla sua ilarità» (pag.
6); «_vestitura_, per vestito, due volte» (pag. 6 e 40); «la vedovanza
sarebbe un valore» (pag. 7); «le serve continuavano a mutarsi» (pag.
11); «_cucinature_» (pag. 16); «e sfibbiando il vestito _che mise a
nudo_ il suo petto» (pag. 19); «ed andò a coricarsi col suo male» (pag.
20); «ferito nel suo cuore di padre _al riconoscere_ che Giovanni pareva
mortificato» (pag. 40); «dopo averla veduta lei muoversi» (pag. 49);
«una bella collaretta, bianca increspata» (pag. 51). Ma tutte queste
macchioline sono inezie, in confronto di questa. Sentite che cosa pensi
la marchesa del Manzoni e del _purismo_:
«Avviò colla sua vicina un discorso sulla letteratura; ed essendo
_classico, purista_ e _puritano_, sparlò dei novatori, e fece un lungo
elogio dei _Promessi Sposi_.»
Il Manzoni classico, il Manzoni autore dell'_Adelchi_? Il Manzoni
purista, il Manzoni che scrisse i _Promessi Sposi_? Il Manzoni puritano,
il Manzoni degl'_Inni sacri_ e della _Morale cattolica_? Ah! questi poi
sono... Come si potrebbe dire, per serbarsi cortesi con una marchesa?
Ultimo, un orso. Udite:
«Darò qualche esempio, che dimostri, come le parentesi aggravano il
matrimonio, in quel modo, appunto, che rendon pesante lo stile. Fra
mille, ch'io ne so, scelgo le avventure di due sorelle Napolitane:
l'Almerinda e la Berenice Scielzo. Nel MDCCCLXV, la seconda era moglie,
da poco più di due anni. La prima, invece, si avvicinava alla trentina;
aveva, da un pezzo, per marito, il commendatore don Liborio Ruglia,
consigliere di cassazione; e, da diciotto mesi, per amante, il cavalier
Maurizio della Morte, capitano di cavalleria nel Regio Esercito.»
Così Vittorio Imbriani attacca la sua novella _Dio ne scampi dagli
Orsenigo_, pubblicata in questi ultimi giorni, della quale io amerei
meglio tacere, per non mi dare della zappa sui piedi. In fatti, in
questo libro io ho predicato con tutte le forze de' miei polmoni e ho
inveito e ho bestemmiato contro le consuetudini empiriche e contro
l'ignoranza dei nostri raccontatori; ho gridato forte più volte, sino
alla piena sazietà dei lettori, che la novella nostra ha bisogno di
rientrare nel campo della coltura letteraria scientifica e storica
disertato dopo il Manzoni e il Guerrazzi; che i romanzieri moderni
debbono specchiarsi nei novellatori antichi e attingere alle fonti
boccaccesche molta pura e fresca linfa italiana per lavarsi dalla melma
francese; che, fino a che i nostri scrittori di prosa narrativa non
escano dalla cerchia angusta e soffocante dello stile zoliano e non
imparino la lingua italiana, vedranno tutte le opere del loro intelletto
morire miseramente per le scrofole e per la tigna.
Ora dovrei io intonare il canto della vittoria e portare in trionfo
sopra lo scudo questa novella di Vittorio Imbriani, la quale non
contraddice a nessuno de' miei criteri novellistici; ma veramente è una
cosa originale ove il sapore e il colore italiano si sentono dalle prime
parole, ove ad ogni momento si sente l'artista conscio di sè e padrone
di sè, si sente, in nome di Dio, l'uomo che si propone uno scopo, e per
virtù dell'ingegno lo consegue. Tuttavia, come dicevo sopra, questo
racconto mi dà la zappa sui piedi, poichè, con tutti i suoi meriti
grandi, è un cattivo racconto, e non tanto leggendolo si perde la fede
nelle facoltà narratorie di Vittorio Imbriani, quanto nel metodo
narrativo che a me pare il migliore. Io dunque, leggendo, da prima
dubitavo di aver preso un granchio grossolano rimproverando tanta brava
gente d'una santa ignoranza; poi, pianamente, ho veduto che il granchio
lo ha preso Vittorio Imbriani.
Egli, infatti, sta fuori del movimento narrativo odierno, e questo suo
racconto è più una opera subbiettiva scritta a sfogo d'un desiderio
egoistico di diletto, che un romanzo moderno, nel significato usurpato
da questo vocabolo dopo Balzac; e non è nemmeno una novella scritta
solamente per distrazione o per passatempo della gente. È, nè più nè
meno, come quasi tutte le cose di Vittorio Imbriani, una storiella
scritta per dispetto. Di chi, non saprei dire; forse appunto della
sciatteria universale, forse anche del malumore che contro di lui cova
in molti luoghi. Certo il dispetto traspare ad ogni pagina,
dall'affettazione d'uno stile mezzo popolare mezzo cortigiano, d'una
lingua tra di ciompo moderno e di scrittore cinquecentista, d'una
ortografia così faticosa che move al singhiozzo; traspare dalla mancanza
quasi assoluta e voluta, e voluta mostrare, del dramma; appare, più
chiaramente, da quel continuo infischiarsene del pubblico e del
racconto, dal principio alla conclusione, che è questa: «Della sorella
dell'Almerinda, Berenice, e di quel che le avvenne, osservandissimi
lettori e lettrici, narrerò — un'altra volta, con comodo,
quandochessia.»
Ora questo peccato di esagerazione, e di affettazione, non è nuovo in
Vittorio Imbriani; e tutti sanno a quali stranezze lo abbia tratto la
sua irragionevole manìa di opposizione. Irragionevole, intendiamoci,
nella misura e nel modo dell'esplosione, perchè il motivo è quasi sempre
giusto. Le facoltà mentali di Vittorio Imbriani non sono bene
equilibrate, e non si affaticano tutte insieme con una attività concorde
e costante a uno scopo unico; ma son come una scolaresca in vacanza, che
va galoppando pei cortili del ginnasio senza governo, e si gitta or qua
or là, con altissime grida, e con la violenza d'uno stuolo di cani alla
caccia. E proprio l'intelletto dell'Imbriani non è mai giunto a
maturità, ed ha tutte le ardenze incomposte e tutti gl'impeti
inconsiderati e tutte le esuberanze della gioventù: col crescere degli
anni, col crescere della coltura, è rimasto sempre il medesimo, senza
potere o volere ascendere mai a quella serena e sublime sfera della
sofrosune della moderazione, ove lo spirito umano si libera da tutte le
affezioni e da tutte le intemperanze. Egli fa come i giovinetti che
sentono il primo afflato del dio, e tentano sè stessi; e prima si
gittano a corpo perduto nella poesia, poichè oltre di questa non veggono
il porto della salute; poi, in un momento, la piantano in asso, e si
abbandonano con le braccia aperte alle tempeste del dramma; onde fuggono
sfiduciati o nauseati, per provare altra via; e finalmente si
ritraggono, dopo molto consumo di fuoco, al luogo primo onde mossero,
per vedere dall'alto, diradate le nebbie delle illusioni prime, che cosa
sia da fare.
L'Imbriani ha voluto fare della critica d'erudizione, e ci si è messo
con una frenesìa ardente e con un maraviglioso impeto di pazienza
ricercatrice, e si è perduto in quisquilie di poco momento; ha voluto
fare della lirica, e si è buttato alle braccia di Polinnia con tanta
foga di passione, che è miracolo se non l'ha strozzata col suo inno al
canape; ha voluto novellare, ed è giunto a tali eccessi di contradizione
al gusto e alle abitudini moderne, che la lettura del suo racconto, ove
l'ingegno per l'ardore soverchio pare sfavilli ad ogni pagina, è appena
sopportabile.