VII.

L'ottavo capitolo del _Karma Çataca_, un poema indiano poco letto dai

romanzatori occidentali, è intitolato _Padma_, il loto; poichè il

protagonista è appunto un loto. Comincia così:

«Era a Cràvastî, sotto il regno di Prasenajit. Un giorno egli venne per

vedere Bhagavat e, dopo un'offerta di parasoli di polveri di profumi e

di fiori, s'assise di rimpetto a lui per udire la legge.

«In questo tempo un loto nacque fuori stagione nello stagno dei loti di

un campo coltivato da un giardiniere, il quale fece questo pensiero: —

Un giorno il re Prasenajit ha, per tre volte, offerto al Çramana Gautama

dei parasoli delle polveri dei profumi dei fiori, per onoranza; io gli

debbo offrire questo loto. —

«Fatta questa riflessione, prese il loto e si avviò a Cràvastî. In

questa un fedele di Nârâyana era intento a fare offerte a tutti gli

esseri soprannaturali. Vide venire quest'uomo portante un loto così

bello, nato fuori stagione, e gli disse:

— Ehi! cedimi questo loto: lo voglio offrire al buon Nârâyana: te ne do

cinquecento _kârsâpanas_.

«Nello stesso tempo passava il maestro di casa Anâthapindada che andava

con una compagnia di cinquecento servi a veder Bhagavat. Il maestro di

casa udì il romore delle parole di quell'uomo, che gli fecero fare

questo pensiero: — Ecco un uomo che segue un falso insegnamento, e offre

un sì gran prezzo per un dono a Nârâyana! Perchè non offrirei io un

prezzo abbastanza cospicuo da comperare (il loto) e farne un dono a

Bhagavat? — Disse dunque al giardiniere:

— Ti do mille _kârsâpanas_: dammi il loto.

«Queste parole aizzarono l'amor proprio del fedele di Nârâyana, che

promise di darne duemila; e, così, questi due uomini giunsero a

profferire, rincarando, la somma di centomila _kârsâpanas_. Allora disse

fra sè il giardiniere:

— Un maestro di casa come Anâthapindada è giunto, in causa d'un sol

uomo, a centomila _kârsâpanas_: questo Bixu Gautama dev'essere un gran

personaggio di certo. Perchè non andrò ad offrire io stesso (il loto) a

Bhagavat?

«Fatte queste riflessioni, il giardiniere disse al maestro di casa

Anâthapindada:

— Maestro di casa, io non so che farmi di tante ricchezze; vado io

stesso a far la offerta a questo Bhagavat. —

«E, preso il loto, andò a Jetavana.

«Il giardiniere scorse di lontano il felice Buddha ornato di trentadue

segni, ecc....; questo spettacolo gli suscitò una letizia violenta.

Pieno di gaudio, andò al luogo ov'era Bhagavat, adorò col capo i piedi

di Bhagavat, e gittò (il loto) sopra di lui in segno di offerta. Per la

potenza di Bhagavat questo loto si transmutò in ruota di carro che

camminava quando Bhagavat camminava, si fermava quando Bhagavat si

fermava.

«Alla vista di questo miracolo anche più s'allegrò, in causa di

Bhagavat; e fece un voto per la Bodhi perfetta e intiera, sopra la quale

non è nulla:

— Oh! disse — Per questa radice di virtù possa io diventare in questo

mondo cieco, senza guida e senza maestro, un Tathâgata, Arhat, un

perfetto e intiero Buddha, dotato di scienza e di guida, conoscente il

mondo, buon cocchiere, dottore degli Dei e degli uomini, un felice

Buddha. —

«Bhagavat rispose al giardiniere:

— Amico, sta bene, sta bene! Nell'avvenire tu sarai in mezzo al mondo

cieco, senza guida e senza maestro, un Tathâgata, Arhat, ecc..., il

felice Buddha Padmottama. —

«Tale fu la sua dichiarazione.»

Così, tradotto con più di fedeltà che di eleganza, il testo indiano. Ora

domando io: perchè non è concesso ai paria del nostro insegnamento quel

che si concedeva ai paria dell'India antica? Perchè non possono anche

quelli, come potevano questi, presentarsi candidati alla Bodhi perfetta

e intiera d'un posto in ginnasio? Perchè non possono questi miseri

insegnanti, quando per miracolo un loto, o un lampo di intelligenza,

nasce nello stagno della loro mente, offrirlo al felice Buddha che

governa l'instruzione pubblica? Il giardiniere del poema indiano potè

resistere alle tentazioni, e conquistarsi col suo loto la felicità della

Bodhi. Ma quando in Italia un maestro elementare ha la sventura di non

essere pienamente e placidamente un asino e un cretino, e scrive un

libro, chi gli consente di offerirlo a Bhagavat? Chi gli concede di

accostarsi al ministro? I maestri di casa e i fedeli di Nârâyana stanno

appostati in folla nella piazza della Minerva, e proibiscono l'ingresso

al Ministero. Per questo da Cerignola un maestro elementare mi stende

con ambe le mani un suo libro di novelle, supplicando di leggerlo,

invocando aiuto per ascendere alla sublime sfera della Bodhi ginnasiale.

Or che gli posso fare io? Io non sono nè il maestro di casa

Anâthapindada, nè il fedele di Nârâyana; e sono io stesso tanto lontano

dalla Bodhi, quanto il maestro di Cerignola. Una cosa sola io posso

fare: sfogliare il loto di questo giardiniere dell'infanzia in conspetto

del mondo, e citare dinanzi al giudizio degli uomini i numi della

Minerva, che si scolpino dall'accusa di non voler prendere in esame e in

considerazione i libri dei maestri elementari.

Il maestro di Cerignola si chiama Michele Siniscalchi, e i suoi

raccontini portano il titolo complessivo di _Tentativi_; e — dice

l'autore e veramente è così — non per falsa modestia. Sono in fatti

proprio dei tentativi, dai quali appare chiaramente una grandissima

attitudine a novellare, congiunta con molta vivacità e facilità

d'ingegno, con una sicura cognizione della lingua italiana, con una

acuta intuizione della vita campestre. La vita cittadina il povero

maestro di Cerignola non la può sapere: egli l'ha vista da lontano e

fuggevolmente facendo il soldato, e più con la fantasia che con gli

occhi: così la descrizione d'una cantante nel suo camerino ch'egli

timidamente tenta è senza dubbio una di quelle fantasticherie che

popolano lo spirito di alcuni soldati meno bestiali in certe ore di

riposo, quando nello sciogliersi del corpo dalla stanchezza nascono o

rinascono i desidèri. E tutte, in genere, le storielle cittadine del

signor Siniscalchi sono così: hanno l'aria di quelle frottole che gli

studenti raccontano dopo l'esame nella farmacia del villaggio nativo.

Però non tutte. Una a pagina 47, intitolata _Monte Calvario_, è un

piccolo capolavoro di verità semplice ed evidente: è un'inezia, un

ricordo d'una mezz'ora di vita militare, a Messina, di rimpetto al

carcere femminile, e non si può leggere senza pena. Ma i tentativi più

felici sono i bozzetti pugliesi. Il maestro di Cerignola partecipa anche

lui al gran movimento campagnolo che si va manifestando nella nostra

produzione novellistica; e, per la felicità di certe pitture, per

l'efficacia di certe osservazioni, per la vitalità di certe pagine, io

non esito a collocarlo tra i capi della _Land-league_ italiana.

Giudicate:

«In quella comparve il padrone, un giovane di trent'anni, grosso, obeso,

panciuto, di un'apparenza ignobile e ributtante, col viso imberbe, rosso

e butterato. Gaetano, appena lo vide, divenne livido in volto e mandò

scintille dagli occhi.

— Canaglia — gridò il signorotto bestemmiando — non fate altro che

dormire, che vi pigli un accidente! E questo marmocchio cos'ha che

strilla in tal modo? Non avete da mangiare e siete sempre ammorbati di

piscialetti, siete sempre dietro alle vostre donnacce. Portatele a noi

le vostre donne...

«A queste parole, Gaetano, che già si frenava a stento, strinse

nervosamente la falce, e fece l'atto di slanciarsi contro di lui; ma il

compagno che capì la sua intenzione gli afferrò il polso in una stretta

di ferro, susurrandogli:

« — Non è tempo ora!

«Il padrone intanto si allontanava tranquillamente, dimenando le anche

da bue, senza pensare che c'era mancato un pelo perchè la sua testa

rotolasse per terra.»

E ditemi se molti dei novellieri italiani che vanno per la maggiore non

avrebbero da imparare da questo maestro elementare. Il quale partecipa

anche a molti vizi comuni. Egli non si è potuto liberare in tutto dalle

reminiscenza dell'Arcadia; e per lui, come per parecchi altri

raccontatori di vita rurale, ancora l'ecloga di Titiro fluisce tra gli

ondeggiamenti dei salici, ancora i pastorelli del Sannazaro ballano

vestiti di velluto chermisino tenendosi per mano in tondo e cantando una

cantilena polita, ancora l'abatino sotto le vesti di pastore arcadico

aspetta con una fistola di cartone dorato alla fontana dell'acqua marcia

la nipote di Monsignore acconciata da ciociaretta, con un vincastro

piccolino in mano, e gli occhiettini di malachite ridenti malignamente

di lascivia agreste e verginale.

Anch'egli crede al sentimento o al senso dell'amore nei contadini, e ne

fa una delle molle della sua arte narrativa. Anch'egli, come tutti gli

altri, ha preso questo abbaglio. Ma no, ma no, ma no: nella popolazione

agricola il bisogno d'amore non è nè allo stato di sentimento e nè pure

a quello di sensualità: nelle campagne il grande ardore solare, e

l'immane peso del lavoro, e il perpetuo assillo della fame spengono o

attutiscono il senso dell'amore: nelle campagne l'amore ha due forme

sole, due stimoli soli, due soli scopi finali, l'istinto sessuale

dell'accoppiamento e la necessità della generazione per aiuto al lavoro.

Ma poichè questo peccato è comune, perchè rimproverarlo al signor

Siniscalchi?

Perchè non dire piuttosto gli altri suoi meriti? Dei quali potrei fare

una litania lunga, se avessi anch'io l'anima inzuccherata d'ottimismo

come Enrico Nencioni, il quale in un suo recente articolo levava sulle

più alte cime della gloria il De Amicis, e lo collocava più su del

Manzoni, accanto al Tommasèo, per la proprietà della lingua, senza

pensare che molti altri italiani, come il maestro elementare

Siniscalchi, scrivono non meno propriamente del De Amicis, senza per

questo avere uno stile tutto a piccole proposizioni allineate in fila

come una compagnia di bersaglieri, o come salcicce in un budello. Ma io

sono pessimista; e non andrò ricercando nei tentativi del signor

Siniscalchi gli appigli alla lode. Questi raccontini sono d'altra parte

troppo brevi, troppo frammentarii, troppo esigui per poterli considerare

altrimenti che come indizi sicuri di una felicissima propensione

all'arte del novellare; e non già una propensione iniziale e tuttavia

rozza o incerta, ma già matura e già pronta, e già capace di molto

maggiori frutti. Si vede in essi l'uomo che è impacciato e avvilito e

spaventato dalla sua condizione di maestro elementare, che non osa di

avventurare il suo forte ingegno a più alte prove, perchè non sa ancora

egli stesso, nè sanno gli altri, se a un maestro elementare sia lecito

di scrivere e di stampar novelle.

Non ridano i lettori, poichè pur troppo la condizione dei maestri

elementari in Italia è tale, da far rabbrividire chiunque abbia viscere

umane. Sono uomini o sono bruti? Chi sa? Ne ho conosciuto uno in

Abruzzo, ai confini dello Stato romano, che da tre anni non aveva avuto

un soldo dal comune, e campava d'elemosina, dormendo in un canile,

mangiando patate, insegnando l'abbicì e gli elementi dell'abaco a un

branco di piccole bestie selvagge, mezzo cani e mezzo porci, che gli

lanciavano i torsi di cavolo e gli rinfacciavano quelle poche patate. Ci

è una mia bella e buona amica che va in visibilio d'ammirazione dinanzi

a don Chisciotte, e pensa con un vivo entusiasmo d'amore a quel povero

erede dell'ultimo anelito medievale, cavalcante senza pietà e senza

speranza tra il crescere della platealità moderna. E via, o mia bella

amica! E i maestri elementari, que' primi e più utili seminatori della

scienza, costretti tra la più bestiale classe umana, più abietti, più

affamati, più disperati dei contadini?

Io non sono una creatura sentimentale, tutt'altro; e ho letto con un

acuto senso di piacere le invettive che un novelliere pornografico e

infame nella posterità, Restif de la Bretonne, scagliò contro il

sentimentalismo rivoluzionario e romantico di Diderot per le caste

indiane. Io credo con Restif che le caste siano necessarie

all'equilibrio umano, che nella lotta per la vita ci abbiano a essere i

vincitori e gli sconfitti, i forti e i deboli, che una parte

dell'umanità debba soffrire a benefizio dell'altra, che i contadini

siano nel loro diritto sovrapponendosi con la forza del numero e della

maggiore agiatezza a questo primo embrione dell'umanità civile che è il

maestro elementare. Io credo che questa depressione d'una classe umana

giovi a fermentare il lievito dell'attività e inasprisca le necessità

del combattimento. Ma, in nome della giustizia, non siamo vigliacchi!

non uniamoci tutti quanti contro una classe sola. E quando un maestro

elementare ha le forze necessarie alla battaglia, lasciamolo combattere.

Perchè si nega a questi poveretti il modo di ascendere all'insegnamento

secondario? Perchè, quando uno di essi ha più ingegno e più coltura

degli altri, non si prendono in esame i suoi libri? Perchè non si mette

il maestro elementare Siniscalchi a fronte d'uno dei tanti insegnanti

ginnasiali, o in tutto inetti o pietosamente mediocri? Egli lo

sconfiggerebbe.

Forse perchè i regolamenti e le norme ministeriali non accordano

misericordia ai libri di novelle? Anche questa è bella. In tutte le

parti del mondo, i romanzieri e i novellatori godono un favore e un

culto singolare. In Inghilterra e in Francia è tanto il favore popolare,

che essi non hanno bisogno di battere alle porte del Governo; in

Germania li fanno professori di storia o di letteratura; in Ispagna li

fanno ambasciadori o rettori di Università o ministri. E in Italia il

Governo non riconosce i diritti della novella e del romanzo nei dominii

dell'arte; e quando alcuno presenti un'opera di prosa narrativa a

documento de' suoi studi e del suo ingegno, un qualunque pecorone

burocratico lo respinge con una benevolenza pietosa, e con le parole del

cardinale d'Este a Lodovico Ariosto! O che bestialità di criterio è mai

questa? O qual differenza ci è tra una e un'altra opera d'arte; e perchè

un miserabile fascicolo di madrigali deve avere più valore d'un libro di

buoni racconti?

Non so. Il fatto è questo; e, con mio grandissimo dispetto, non posso

altrimenti protestare contro un tanto stolido governativo disprezzo per

l'arte narrativa, che dando, in questo mio esame dell'ultima letteratura

italiana, il primo posto al romanzo.

Il libro di Don Chisciotte · 第 30 / 71 题