L'ottavo capitolo del _Karma Çataca_, un poema indiano poco letto dai
romanzatori occidentali, è intitolato _Padma_, il loto; poichè il
protagonista è appunto un loto. Comincia così:
«Era a Cràvastî, sotto il regno di Prasenajit. Un giorno egli venne per
vedere Bhagavat e, dopo un'offerta di parasoli di polveri di profumi e
di fiori, s'assise di rimpetto a lui per udire la legge.
«In questo tempo un loto nacque fuori stagione nello stagno dei loti di
un campo coltivato da un giardiniere, il quale fece questo pensiero: —
Un giorno il re Prasenajit ha, per tre volte, offerto al Çramana Gautama
dei parasoli delle polveri dei profumi dei fiori, per onoranza; io gli
debbo offrire questo loto. —
«Fatta questa riflessione, prese il loto e si avviò a Cràvastî. In
questa un fedele di Nârâyana era intento a fare offerte a tutti gli
esseri soprannaturali. Vide venire quest'uomo portante un loto così
bello, nato fuori stagione, e gli disse:
— Ehi! cedimi questo loto: lo voglio offrire al buon Nârâyana: te ne do
cinquecento _kârsâpanas_.
«Nello stesso tempo passava il maestro di casa Anâthapindada che andava
con una compagnia di cinquecento servi a veder Bhagavat. Il maestro di
casa udì il romore delle parole di quell'uomo, che gli fecero fare
questo pensiero: — Ecco un uomo che segue un falso insegnamento, e offre
un sì gran prezzo per un dono a Nârâyana! Perchè non offrirei io un
prezzo abbastanza cospicuo da comperare (il loto) e farne un dono a
Bhagavat? — Disse dunque al giardiniere:
— Ti do mille _kârsâpanas_: dammi il loto.
«Queste parole aizzarono l'amor proprio del fedele di Nârâyana, che
promise di darne duemila; e, così, questi due uomini giunsero a
profferire, rincarando, la somma di centomila _kârsâpanas_. Allora disse
fra sè il giardiniere:
— Un maestro di casa come Anâthapindada è giunto, in causa d'un sol
uomo, a centomila _kârsâpanas_: questo Bixu Gautama dev'essere un gran
personaggio di certo. Perchè non andrò ad offrire io stesso (il loto) a
Bhagavat?
«Fatte queste riflessioni, il giardiniere disse al maestro di casa
Anâthapindada:
— Maestro di casa, io non so che farmi di tante ricchezze; vado io
stesso a far la offerta a questo Bhagavat. —
«E, preso il loto, andò a Jetavana.
«Il giardiniere scorse di lontano il felice Buddha ornato di trentadue
segni, ecc....; questo spettacolo gli suscitò una letizia violenta.
Pieno di gaudio, andò al luogo ov'era Bhagavat, adorò col capo i piedi
di Bhagavat, e gittò (il loto) sopra di lui in segno di offerta. Per la
potenza di Bhagavat questo loto si transmutò in ruota di carro che
camminava quando Bhagavat camminava, si fermava quando Bhagavat si
fermava.
«Alla vista di questo miracolo anche più s'allegrò, in causa di
Bhagavat; e fece un voto per la Bodhi perfetta e intiera, sopra la quale
non è nulla:
— Oh! disse — Per questa radice di virtù possa io diventare in questo
mondo cieco, senza guida e senza maestro, un Tathâgata, Arhat, un
perfetto e intiero Buddha, dotato di scienza e di guida, conoscente il
mondo, buon cocchiere, dottore degli Dei e degli uomini, un felice
Buddha. —
«Bhagavat rispose al giardiniere:
— Amico, sta bene, sta bene! Nell'avvenire tu sarai in mezzo al mondo
cieco, senza guida e senza maestro, un Tathâgata, Arhat, ecc..., il
felice Buddha Padmottama. —
«Tale fu la sua dichiarazione.»
Così, tradotto con più di fedeltà che di eleganza, il testo indiano. Ora
domando io: perchè non è concesso ai paria del nostro insegnamento quel
che si concedeva ai paria dell'India antica? Perchè non possono anche
quelli, come potevano questi, presentarsi candidati alla Bodhi perfetta
e intiera d'un posto in ginnasio? Perchè non possono questi miseri
insegnanti, quando per miracolo un loto, o un lampo di intelligenza,
nasce nello stagno della loro mente, offrirlo al felice Buddha che
governa l'instruzione pubblica? Il giardiniere del poema indiano potè
resistere alle tentazioni, e conquistarsi col suo loto la felicità della
Bodhi. Ma quando in Italia un maestro elementare ha la sventura di non
essere pienamente e placidamente un asino e un cretino, e scrive un
libro, chi gli consente di offerirlo a Bhagavat? Chi gli concede di
accostarsi al ministro? I maestri di casa e i fedeli di Nârâyana stanno
appostati in folla nella piazza della Minerva, e proibiscono l'ingresso
al Ministero. Per questo da Cerignola un maestro elementare mi stende
con ambe le mani un suo libro di novelle, supplicando di leggerlo,
invocando aiuto per ascendere alla sublime sfera della Bodhi ginnasiale.
Or che gli posso fare io? Io non sono nè il maestro di casa
Anâthapindada, nè il fedele di Nârâyana; e sono io stesso tanto lontano
dalla Bodhi, quanto il maestro di Cerignola. Una cosa sola io posso
fare: sfogliare il loto di questo giardiniere dell'infanzia in conspetto
del mondo, e citare dinanzi al giudizio degli uomini i numi della
Minerva, che si scolpino dall'accusa di non voler prendere in esame e in
considerazione i libri dei maestri elementari.
Il maestro di Cerignola si chiama Michele Siniscalchi, e i suoi
raccontini portano il titolo complessivo di _Tentativi_; e — dice
l'autore e veramente è così — non per falsa modestia. Sono in fatti
proprio dei tentativi, dai quali appare chiaramente una grandissima
attitudine a novellare, congiunta con molta vivacità e facilità
d'ingegno, con una sicura cognizione della lingua italiana, con una
acuta intuizione della vita campestre. La vita cittadina il povero
maestro di Cerignola non la può sapere: egli l'ha vista da lontano e
fuggevolmente facendo il soldato, e più con la fantasia che con gli
occhi: così la descrizione d'una cantante nel suo camerino ch'egli
timidamente tenta è senza dubbio una di quelle fantasticherie che
popolano lo spirito di alcuni soldati meno bestiali in certe ore di
riposo, quando nello sciogliersi del corpo dalla stanchezza nascono o
rinascono i desidèri. E tutte, in genere, le storielle cittadine del
signor Siniscalchi sono così: hanno l'aria di quelle frottole che gli
studenti raccontano dopo l'esame nella farmacia del villaggio nativo.
Però non tutte. Una a pagina 47, intitolata _Monte Calvario_, è un
piccolo capolavoro di verità semplice ed evidente: è un'inezia, un
ricordo d'una mezz'ora di vita militare, a Messina, di rimpetto al
carcere femminile, e non si può leggere senza pena. Ma i tentativi più
felici sono i bozzetti pugliesi. Il maestro di Cerignola partecipa anche
lui al gran movimento campagnolo che si va manifestando nella nostra
produzione novellistica; e, per la felicità di certe pitture, per
l'efficacia di certe osservazioni, per la vitalità di certe pagine, io
non esito a collocarlo tra i capi della _Land-league_ italiana.
Giudicate:
«In quella comparve il padrone, un giovane di trent'anni, grosso, obeso,
panciuto, di un'apparenza ignobile e ributtante, col viso imberbe, rosso
e butterato. Gaetano, appena lo vide, divenne livido in volto e mandò
scintille dagli occhi.
— Canaglia — gridò il signorotto bestemmiando — non fate altro che
dormire, che vi pigli un accidente! E questo marmocchio cos'ha che
strilla in tal modo? Non avete da mangiare e siete sempre ammorbati di
piscialetti, siete sempre dietro alle vostre donnacce. Portatele a noi
le vostre donne...
«A queste parole, Gaetano, che già si frenava a stento, strinse
nervosamente la falce, e fece l'atto di slanciarsi contro di lui; ma il
compagno che capì la sua intenzione gli afferrò il polso in una stretta
di ferro, susurrandogli:
« — Non è tempo ora!
«Il padrone intanto si allontanava tranquillamente, dimenando le anche
da bue, senza pensare che c'era mancato un pelo perchè la sua testa
rotolasse per terra.»
E ditemi se molti dei novellieri italiani che vanno per la maggiore non
avrebbero da imparare da questo maestro elementare. Il quale partecipa
anche a molti vizi comuni. Egli non si è potuto liberare in tutto dalle
reminiscenza dell'Arcadia; e per lui, come per parecchi altri
raccontatori di vita rurale, ancora l'ecloga di Titiro fluisce tra gli
ondeggiamenti dei salici, ancora i pastorelli del Sannazaro ballano
vestiti di velluto chermisino tenendosi per mano in tondo e cantando una
cantilena polita, ancora l'abatino sotto le vesti di pastore arcadico
aspetta con una fistola di cartone dorato alla fontana dell'acqua marcia
la nipote di Monsignore acconciata da ciociaretta, con un vincastro
piccolino in mano, e gli occhiettini di malachite ridenti malignamente
di lascivia agreste e verginale.
Anch'egli crede al sentimento o al senso dell'amore nei contadini, e ne
fa una delle molle della sua arte narrativa. Anch'egli, come tutti gli
altri, ha preso questo abbaglio. Ma no, ma no, ma no: nella popolazione
agricola il bisogno d'amore non è nè allo stato di sentimento e nè pure
a quello di sensualità: nelle campagne il grande ardore solare, e
l'immane peso del lavoro, e il perpetuo assillo della fame spengono o
attutiscono il senso dell'amore: nelle campagne l'amore ha due forme
sole, due stimoli soli, due soli scopi finali, l'istinto sessuale
dell'accoppiamento e la necessità della generazione per aiuto al lavoro.
Ma poichè questo peccato è comune, perchè rimproverarlo al signor
Siniscalchi?
Perchè non dire piuttosto gli altri suoi meriti? Dei quali potrei fare
una litania lunga, se avessi anch'io l'anima inzuccherata d'ottimismo
come Enrico Nencioni, il quale in un suo recente articolo levava sulle
più alte cime della gloria il De Amicis, e lo collocava più su del
Manzoni, accanto al Tommasèo, per la proprietà della lingua, senza
pensare che molti altri italiani, come il maestro elementare
Siniscalchi, scrivono non meno propriamente del De Amicis, senza per
questo avere uno stile tutto a piccole proposizioni allineate in fila
come una compagnia di bersaglieri, o come salcicce in un budello. Ma io
sono pessimista; e non andrò ricercando nei tentativi del signor
Siniscalchi gli appigli alla lode. Questi raccontini sono d'altra parte
troppo brevi, troppo frammentarii, troppo esigui per poterli considerare
altrimenti che come indizi sicuri di una felicissima propensione
all'arte del novellare; e non già una propensione iniziale e tuttavia
rozza o incerta, ma già matura e già pronta, e già capace di molto
maggiori frutti. Si vede in essi l'uomo che è impacciato e avvilito e
spaventato dalla sua condizione di maestro elementare, che non osa di
avventurare il suo forte ingegno a più alte prove, perchè non sa ancora
egli stesso, nè sanno gli altri, se a un maestro elementare sia lecito
di scrivere e di stampar novelle.
Non ridano i lettori, poichè pur troppo la condizione dei maestri
elementari in Italia è tale, da far rabbrividire chiunque abbia viscere
umane. Sono uomini o sono bruti? Chi sa? Ne ho conosciuto uno in
Abruzzo, ai confini dello Stato romano, che da tre anni non aveva avuto
un soldo dal comune, e campava d'elemosina, dormendo in un canile,
mangiando patate, insegnando l'abbicì e gli elementi dell'abaco a un
branco di piccole bestie selvagge, mezzo cani e mezzo porci, che gli
lanciavano i torsi di cavolo e gli rinfacciavano quelle poche patate. Ci
è una mia bella e buona amica che va in visibilio d'ammirazione dinanzi
a don Chisciotte, e pensa con un vivo entusiasmo d'amore a quel povero
erede dell'ultimo anelito medievale, cavalcante senza pietà e senza
speranza tra il crescere della platealità moderna. E via, o mia bella
amica! E i maestri elementari, que' primi e più utili seminatori della
scienza, costretti tra la più bestiale classe umana, più abietti, più
affamati, più disperati dei contadini?
Io non sono una creatura sentimentale, tutt'altro; e ho letto con un
acuto senso di piacere le invettive che un novelliere pornografico e
infame nella posterità, Restif de la Bretonne, scagliò contro il
sentimentalismo rivoluzionario e romantico di Diderot per le caste
indiane. Io credo con Restif che le caste siano necessarie
all'equilibrio umano, che nella lotta per la vita ci abbiano a essere i
vincitori e gli sconfitti, i forti e i deboli, che una parte
dell'umanità debba soffrire a benefizio dell'altra, che i contadini
siano nel loro diritto sovrapponendosi con la forza del numero e della
maggiore agiatezza a questo primo embrione dell'umanità civile che è il
maestro elementare. Io credo che questa depressione d'una classe umana
giovi a fermentare il lievito dell'attività e inasprisca le necessità
del combattimento. Ma, in nome della giustizia, non siamo vigliacchi!
non uniamoci tutti quanti contro una classe sola. E quando un maestro
elementare ha le forze necessarie alla battaglia, lasciamolo combattere.
Perchè si nega a questi poveretti il modo di ascendere all'insegnamento
secondario? Perchè, quando uno di essi ha più ingegno e più coltura
degli altri, non si prendono in esame i suoi libri? Perchè non si mette
il maestro elementare Siniscalchi a fronte d'uno dei tanti insegnanti
ginnasiali, o in tutto inetti o pietosamente mediocri? Egli lo
sconfiggerebbe.
Forse perchè i regolamenti e le norme ministeriali non accordano
misericordia ai libri di novelle? Anche questa è bella. In tutte le
parti del mondo, i romanzieri e i novellatori godono un favore e un
culto singolare. In Inghilterra e in Francia è tanto il favore popolare,
che essi non hanno bisogno di battere alle porte del Governo; in
Germania li fanno professori di storia o di letteratura; in Ispagna li
fanno ambasciadori o rettori di Università o ministri. E in Italia il
Governo non riconosce i diritti della novella e del romanzo nei dominii
dell'arte; e quando alcuno presenti un'opera di prosa narrativa a
documento de' suoi studi e del suo ingegno, un qualunque pecorone
burocratico lo respinge con una benevolenza pietosa, e con le parole del
cardinale d'Este a Lodovico Ariosto! O che bestialità di criterio è mai
questa? O qual differenza ci è tra una e un'altra opera d'arte; e perchè
un miserabile fascicolo di madrigali deve avere più valore d'un libro di
buoni racconti?
Non so. Il fatto è questo; e, con mio grandissimo dispetto, non posso
altrimenti protestare contro un tanto stolido governativo disprezzo per
l'arte narrativa, che dando, in questo mio esame dell'ultima letteratura
italiana, il primo posto al romanzo.