Facciamo ora un pasticcio. Prendiamo alcuni novellatori vari di sesso,
di intendimenti e di ingegno; e mescoliamoli.
E cominciamo da un commendatore.
Io sono uno dei più antichi lettori del Barrili. Ho letto l'_Olmo e
l'Edera_ molti anni addietro, in un giornale illustrato di Milano, in
collegio. Poi, nel collegio medesimo, comprai una volta le _Confessioni
di fra Gualberto_, e furono causa di scandali e di penitenze non poche;
poi lessi, via via, _Val d'olivi_, _Capitan Dodero_ e un altro romanzo,
del quale non rammento più il titolo; ma rammento benissimo tutta quanta
la tela, e ci era tra le altre cose un diavolo, di cui ritrovai il nome
più tardi nella logica aristotelica, ed era Aporema, il sillogismo della
contradizione: parlava mezzo in prosa e mezzo in rima. Più tardi, ho
seguìto il Barrili da _Semiramide_ all'_Undecimo comandamento_, e
sebbene da queste letture non sia escito tutto ardente di entusiasmo,
pure non ho mai ritrovato in quei libri tracce galliche o pappagalliche,
come negli altri. Così, nemmeno negli ultimi due romanzi, pubblicati ad
un tempo in Milano e in Roma, queste tracce appaiono.
In questi due libri ci è tutto quanto il Barrili, ci è tutto quanto il
romantico aperto e schietto, sebbene lievemente corretto dalla pratica
della vita borghese; il romantico che, incapace o aborrente dalla
intuizione immediata della vita, ripara tra le penombre della storia o
tra la nebbia rosata del sentimento. Di più ci è il Barrili dei tempi
migliori, il Barrili di dieci e di venti anni addietro. Non più quel
pervertimento delle facoltà fantastiche che lo trasse alle stranezze del
_Merlo Bianco_, non più quella posa academica e catedratica che lo
condusse alla monotonia fastidiosa del _Biancospino_. Nell'_Anello di
Salomone_ si ritrova quel caldo e simpatico soffio di fantasia storica
che alita per le pagine di _Semiramide_ e di _Tizio Caio Sempronio_.
Nella _Sirena_ son rifiorite tutte quelle gentilezze, tutte quelle
eleganze, tutte quelle finezze del sentimento che fanno di _Val d'olivi_
un piccolo capolavoro romantico.
L'_Anello di Salomone_, come appare dal titolo, volge tutto intorno al
regno e agli amori del re sapiente, ed è il romanzo del Barrili che si
legge più volentieri dopo _Come un sogno_, sebbene la materia sia per
grandissima parte nota, sebbene la favola non sia nè molto artifiziosa
nè molto ingegnosa, sebbene tutta quella gente che si move per le pagine
del racconto sia circonfusa da un velo di nebbia poetica. Questo romanzo
non è propriamente un racconto storico, nel significato romantico della
parola: rassomiglia più tosto ai racconti egiziani di Giorgio Ebers.
Tuttavia in una cosa ne differisce: l'Ebers è, più che altro, un
archeologo e un filologo, che approfitta delle felici disposizioni della
sua fantasia per diffondere tra il popolo gli usi e la vita dell'antico
Egitto: il Barrili invece è un organismo incompiuto di novelliere e di
poeta, che non contento e dispettoso della vita reale, si butta,
coll'aiuto dell'archeologia e della filologia, in piena leggenda
biblica, tra l'opera gloriosa dell'edifizio del Tempio, tra i caldi
amori di Salomone per Abisag Sunamite. Però, io preferisco i romanzi di
Ebers, poichè le facoltà imaginative servono assai meglio questo
archeologo, che l'archeologia e la filologia e l'esegesi biblica non
servano il nostro romanziere. Nell'_Anello di Salomone_, il Delitzsch o
il Justi o il Vigouroux o qualunque altro esegeta moderno molte cose
troverebbe a ridire: per esempio, se il Barrili, invece del testo
comune, avesse preso un moderno testo critico della poesia biblica, il
_Cantico dei cantici_, quale veramente è, spoglio di ogni affezione
afrodisiaca, gli avrebbe senza dubbio consigliato un tipo salomonico più
vicino all'umanità e all'animalità. Ma se ci impantaniamo in questa
discussione, e in altre dispute esegetiche, non ne caveremo più i piedi:
lasciamo dunque in pace l'esegesi, l'archeologia, la filologia; e
passiamo oltre senza osservare che il re Salomone del Barrili, quando
non è mosso dall'attività d'amore, rassomiglia un poco al re Carlone dei
poemi di cavalleria e al re Alboino di _Bertoldo_, seduto eternamente
sopra un trono d'oro che non deve essergli molto soffice, sempre
sguainante al sole il cencio dell'autorità e della dignità regia, ma
buon diavolaccio in fondo, amico delle belle donne e della buona tavola.
Del resto non è una cosa strana, nè il Barrili è il primo che abbia
scritto un romanzo intorno alla vita di Salomone. Salomone, come ha
colpito ora la fantasia del Barrili, colpì la mente del popolo nel medio
evo, e in quel singolare arruffìo di tutte le nozioni umane restò
stampato nella memoria universale, e con Virgilio, con Boezio, con
alcuni imperatori romani, con alcuni capitani e filosofi greci visse
d'una vita nuova ed entrò come fattore principalissimo nella mitologia
medievale. La sua vita, i suoi giudizi, la sua sapienza, i suoi amori
diventarono materia fantastica e poetica, e informarono molta arte di
prosa e di poesia: vi è tutto un poema tedesco intitolato _Salaman und
Markolf_; e da questo, e da altri che intorno a questo e dopo di questo
furono composti e si propagarono da per tutto, nacque la favola di
_Bertoldo_, si fermò il tipo di re Alboino, e forse anche quello di re
Carlone ne ebbe a sopportare l'influenza.
Ma lasciamo questa materia, perchè il romanzo del Barrili non va
considerato con criteri mitologici, o storici, o filologici; il romanzo
del Barrili va preso qual è, come una fortunata intuizione fantastica
del tipo e della vita ebraica nel tempo dello splendore più grande, come
una calda e viva imaginazione orientale, ove si sentono qua e là
scaturire con un'abbondanza singolare i fiotti della poesia biblica e
balenare i lampi del dramma. È un romanzo che cinquant'anni a dietro
avrebbe fatto la fortuna d'uno scrittore; ora, poichè i tempi sono
mutati e l'orbita del racconto non è più quella di una volta, esso ha il
difetto di tutte le cose nate troppo tardi.