IV.

Intorno alla _Fantasia_ di Matilde Serao i critici hanno imaginato una

straordinaria moltitudine di belle fantasie. Da qualche tempo la critica

italiana, sforzata ad affacciarsi tutte le domeniche ai balconcini dei

giornali ebdomadari, e a stare tutto dì in esposizione come il

Santissimo, era di malo umore. Pareva infreddata, poichè si udivano qua

e là come gli scoppi e gli spurghi del catarro di Enrico Nencioni,

poichè si propagavano certi rumori come di chi si soffi il naso con

troppa violenza. I giovanastri distruggitori d'imagini cominciavano a

sentir la noia dell'iconoclastia, gli altri brontolavano contro

gl'iconoclasti. Un universal tono di lamentazione e di pianto coloriva

tutti i fogli letterari d'un color cinereo chiazzato di lacrime; e

sembrava giunto il momento di dire:

— La smettiamo questa comedia?

Pareva che il buon senso e il buon gusto del popolo italiano, rifluendo

spontaneamente per un miracolo d'atavismo, dovessero una buona volta,

con provvido atto di coraggio, empire i pitali critici di tutta quanta

la presente diarrea letteraria, e gittare tutto questo sudiciume alle

cloache del Tevere. Aimè, vana speranza! Il miracolo atavistico non

seguì, e il popolo non si mosse: per contrario la critica, guarita del

catarro ai primi caldi estivi, ritrovò nei suoi vecchi polmoni la voce

dell'entusiasmo; e per rifarsi della lunga musoneria, e per riaversi dal

malumore, e per folleggiare, e per bamboleggiare, e per civetteggiare,

si tolse in mezzo una femmina, e la levò in alto sulle braccia distese,

cullandola sballottandola trabalzandola in processione, con un maledetto

chiasso d'acclamazione, come d'una frotta di ragazzi dopo troppe ore di

clausura e di tortura scolastica.

Che il diavolo vi porti, o critici italiani che volete ad ogni costo

fare i pretoriani, ed eleggere per acclamazione l'imperadore! Voi fate

peggio dei montoni di Panurge. Voi siete come un passo di quaglie, che,

dopo valicato il mare, si butta a una radura. Le bestioline stanno qua e

là acquattate tra le ginestre tra le felci tra le stoppie,

dispersamente, affaticate dal lungo volare; ed ecco il re delle quaglie,

più grosso e di più lunghe zampe e con un ciuffetto sopra la testa,

prende a scorrer le file, contando le pellegrine; poi di subito comincia

a cantare. E da ogni parte, dalle ristoppie e dalle felci, dalle

ginestre e dai cespugli di erica tutte le altre quaglie prendono a

cantare in coro: — Qua, qua, qua. È la gioia del riposo, o il dolore

d'un nuovo viaggio, o la paura dei cacciatori? Il re delle quaglie dà la

nota: tutte le altre cantano con esso lui: — Qua, qua, qua. E corrono

cercando il cibo tra i solchi della terra, o si spiccano tutte quante a

volo.

Fra i critici italiani ora non v'è re, nè regolatore, nè intonatore; ma,

come alle primitive età dei popoli o in tempo di rivoluzione, il governo

è tumultuario, e la bacchetta di direttor dell'orchestra cade in mano

del primo usurpante. Questa volta è stato Luigi Lodi. Luigi Lodi è

venuto da Bologna a Roma con l'anima tutta nera di rimorsi e tutta

tremolante di contrizione. Dopo avere per molti anni combattuto ai

fianchi di Lorenzo Stecchetti, era singolarmente nauseato dei

combattimenti. Aveva voluto intorno al dottor Guerrini raccogliere una

falange di poliorceti critici e poetici, e la falange gli si permutò

d'avanti in una ragazzaglia di mirmidoni. Aveva, con tutto l'impeto

della gioventù e con molto aiuto di buoni argomenti, voluto schiacciare

Paolo Ferrari, e dalle ceneri di quel commendatore sparpagliate ai venti

non rinasceva alcun virgulto promettente. Allora la critica la

letteratura la guerra gli vennero in uggia; e poichè l'Italia non voleva

se non quella cacarella in santa pace, aiutata e vellicata, come da

clisteri di decotto malvaceo, dai _soffietti_, concluse seco medesimo:

— Sia dunque il soffietto. E prese a soffiare più forte di tutti. E il

primo libro che gli capitò fra mano, fu la _Fantasia_. Cominciò dunque a

fantasticare inni di gloria a questa _Fantasia_, proclamandola il più

efficace e più largo e più fortunato tentativo romanzesco fatto sinora

in Italia, levandola sopra i migliori romanzi di Daudet. Figuratevi:

tutte le quaglie acquattate nelle bassure dei giornali d'Italia, come

per accordo premeditato, cominciarono a cantare osanna; e l'onda

dell'entusiasmo ammirativo, raccolta dai fogli minori in uno zampillo

colossale, scaturì dal ventre della _Nuova Antologia_ per opera di

Enrico Nencioni in un inno mezzo fra bacchico e trionfale, che alla

prima lettura mi parve la gran pisciata della giumenta di Gargantua in

piazza di _Notre-Dame_.

Sembrò allora rifiorita l'alba d'uno di quei beati giorni che il popolo

italiano, ubriacato dalla bellezza del tempo sereno e dalla dolcezza del

sole, espande l'essere suo in una quasi pazzia gloriosa, e farnetica

gioiosamente contemplandosi e adorandosi e celebrandosi con immenso

rapimento d'amore. Tutti i critici, ragunati in coro, proclamarono nella

_Fantasia_ l'unico romanzo italiano veramente vitale, e il popolo battè

le mani. Nessuno pensò che una consimile proclamazione fu fatta

all'apparire dell'_Eva_, poi de' _Malavoglia_ del Verga, della

_Giacinta_ del Capuana, di _Malombra_ del Fogazzaro, di _Mater dolorosa_

del Rovetta; che il nostro romanzo, di acclamazione in acclamazione, se

ne va trionfalmente a finire in un cesso. Questo pensò ben qualcuno, che

qui non è il caso di nominare; ma gli amici lo ammonirono che non

bisogna dir male delle femmine, e poi a colui non garba il mestiere di

guastafeste. Lasciò dunque cantar l'inno di gloria. Ma ora che

l'entusiasmo si è raffreddato, e che questo romanzo è entrato nel

dominio storico, se ne può dir male? Se lo ha scritto una femmina, tanto

peggio per lei. È forse negato ai posteri un giudizio onesto intorno ai

romanzi della signorina di Scudéry? Perchè dunque le femmine, vive,

godranno d'un privilegio che ad esse, morte, non è concesso?

E comincio con un esordio che può parer singolare. L'anno scorso la

signorina Serao era stranamente decaduta nell'opinione della gente.

Cessato il rumore del suo primo romanzo, che se non fu maggiore certo fu

eguale al chiasso suscitato intorno al secondo, la sua reputazione andò

precipitando di articolo in articolo. I lettori del _Capitan Fracassa_

odoravano la prosa sua sotto ogni pseudonimo, e se ne infastidivano: la

natural gelosia sessuale irrompeva contro questa femmina che voleva ad

ogni modo invadere le più sicure e più dilette conquiste mascoline, e

l'esagerazione del biasimo fu allora quasi eguale alla presente

dell'ammirazione.

Or un amico suo, che l'ha proseguita sempre d'una calda benevolenza, che

ha del suo ingegno più che femmineo grandissima stima, e nativamente

radicato nell'animo il senso di equità, e che, avendo letto la

_Fantasia_ mentre si stampava in appendice della _Rassegna_, vedeva

quanto quella universal reprobazione fosse ingiusta e irragionevole,

andava da per tutto dichiarandone i meriti; e mi ricordo che molti,

lodatori di poi di questo romanzo oltre ogni confine di serietà, lo

canzonavano allora e gli davano del matto, come gli darebbero del matto

ora se si attentasse di dirne i difetti. Del resto, di questi gratuiti

definitori di matti non altrimenti è possibile liberarsi, se non

infischiandosi pienamente dei manicomi, della cavalleria e delle

femmine; e appellandosi contro di loro, come all'arbitro più sicuro, a

Matilde Serao, alla quale, subito dopo letto il suo romanzo, disse quel

suo amico a voce quasi le cose medesime che io pubblico oggi per le

stampe; ed ella ne fu contenta.

E la prima cosa che le disse, credo, fu questa, che la _Fantasia_, a

differenza del _Cuore infermo_, ha una ossatura solida e logicamente si

regge bene; ma nella fattura è così rozza, così arruffata, da non

potersi considerare come opera d'arte. E veramente, nella signorina

Serao, la quale di solito pare non abbia conscienza dell'arte, ma tira

via ad ammucchiar prosa e prosa e prosa, seguendo l'impulso del momento

o le reminiscenze dell'ultima lettura, tumultuariamente, è questo un

progresso grandissimo; del quale andò colui lodandola in conspetto del

popolo, ammonendo quelli che la vituperavano onestamente alla lontana

ch'ella accennava in fine a una serietà di propositi e a qualche men

vile intendimento. Aimè, i critici di poi lo hanno, al solito, fatto

pentire di quella gratuita e imprudente propaganda benevola! Pare dunque

proprio al Nencioni che la coerenza, chiamiamola così, di questo romanzo

sia straordinaria, non pure nell'opera peculiare della signorina Serao,

ma nella storia complessiva dell'arte narratoria? E via! La coerenza, la

solidità del contenuto di questo romanzo procedono da un fatto

semplicissimo: questo non è un romanzo, è una novella molto esigua,

allungata e distesa infinitamente. È un duetto, insomma, parlato qualche

volta davanti ad altra gente, ma di cui si può dire non sian collocutori

se non quei due. Tutta l'altra gente è inutile, impaccia anzi e

impedisce il dramma con la sua presenza spassionata e fastidiosa. Tutta

l'altra gente giova alla scena e giova a crescer la mole del romanzo:

non altro. Quella Caterina e quell'Alberto, così sciocchi, così

scoloriti, così seccanti, sono incomodi; e neppur tanto, da recare un

qualche intoppo allo sviluppo del dramma. Ogni tanto si movono, parlano,

chiamano l'attenzione del lettore; e quando il lettore si volge con

l'animo ad essi, li vede in ascolto del duetto, lei taciturna goffa

impacciata, lui noioso petulante piagnucolante, l'uno e l'altra tanto

stupidi, da non intender nulla di ciò che loro accade da torno. E quando

il dramma, onde non si sono avveduti, scoppia, non sapendo che altro

fare e come escir dalla scena, muoiono. Certo, le anime loro son volate

al limbo del romanzo moderno, ove nel bacio del Signore riposano quelle

innumerabili moltitudini di creature romanzesche che mai non fur vive.

Riposino in pace. Il dramma dunque è di una povertà francescana, e tutta

la lotta si restringe a un duello: usanza barbarica, come ognun vede, e,

più specialmente, gallica. In quasi ogni calata dei Galli sul territorio

latino, s'avanzava un barbaro tracotante e cianciatore, e proponeva di

riporre le sorti della guerra in un combattimento di due. Del resto,

anche greca; poichè l'Iliade comincia col duello di Menelao e di Paride,

e termina con quello di Ettore e del Pelide. Però queste battaglie duali

ad Omero parvero troppo povera materia epica, e non fece egli così

miseramente terminar la guerra di Troia; ma il primo combattimento fu

seguìto da una serie infinita di pugne, ove si mescolarono battagliando

gli uomini e gli dèi, e al secondo non successe se non la tregua pei

funerali di Ettore e per gli apparecchi dell'assedio. La signorina Serao

si è per contrario accontentata del duello, e poichè non siamo sul campo

dell'epopea, ma in quello del romanzo, la battaglia non è d'armi, bensì

di affetti; e poichè il romanticismo ha, a poco a poco, soppresso tutti

gli affetti umani a benefizio dell'amore, a cui si è appresso per virtù

di Balzac aggiunta l'_auri sacra fames_, siamo ad una lotta d'amore. Il

substrato dunque è questo: una creatura umana che induce l'altra

all'amore. Roba, mi pare, un po' vecchia; ma non importa: vediamo se la

signorina Serao abbia saputo in qualche modo rinnovare questo vecchiume.

Prima di tutto, ha fatto i combattenti dispari di forze. Il maschio è

felicemente constituito in tutto, nell'organismo nell'intelletto

nell'animo, persino nelle sostanze. È un uomo forte bello sano buono

agiato, che potrebbe offrire quasi il tipo della sua razza. La femmina

invece è un mostro: malaticcia bisbetica infinta fantastica, tutta

nervi, e nervi sempre in convulsione per gli accessi dell'isterismo,

cattiva. Non ha altra arma se non quella pallida e brutta bellezza delle

persone malate, onde il romanticismo cominciò a trarre argomento di

pietà, e finì col trovarvene d'amore. E, naturalmente, poichè i precetti

del romanticismo questo comandano, dei due combattenti non è già il più

forte che vince, ma il più fiacco. Dico naturalmente, perchè, anche

questo si sa, il preconcetto di riforma umanitaria che il romanticismo

succhiò dalle dottrine di Gian Giacomo Rousseau indusse nell'arte questo

assurdo pregiudizio, che essa dovesse, con le armi sue, combattere la

legge naturale della selezione, in vigor della quale gli esseri più

imperfettamente organizzati e armati alla lotta per la vita, soccombono:

pregiudizio, diremo, istintivo, però che quella legge non fosse ancora,

non pur formulata, ma intuìta; poichè il romanticismo non fu se non un

intravedimento confuso incerto istintivo di tutte le nuove conquiste

della scienza. E veramente non si può dar molta colpa a Giorgio Sand se,

in un tempo che le miracolose intuizioni di Lamark passavano inosservate

e non ancora il Lyell aveva abbattuto la dottrina dei cataclismi

geologici di Cuvier, ebbe intorno alla selezione naturale e alla mutua

relazione dei sessi un'opinione tanto incerta e tanto assurda, da

attribuire alla femmina la scelta del maschio, da propugnare per mezzo

del romanzo una mostruosa poliandria, che avrebbe infallibilmente menato

alla estinzione della specie umana. Ma nell'anno 1883, dieci mesi dopo

la morte di Carlo Darwin, quando una falsa interpretazione delle leggi

dell'amore è segno non più di fantasia malsana, sì d'ignoranza, una

persona, qualunque sia il suo sesso, che pretenda di scrivere un romanzo

sperimentale e lo fondi su quell'assurdo errore, mostra di non avere

nessuna attitudine e nessuna preparazione per intuire la vita. E poi,

mostra di avere inconsciamente, forse indirettamente a traverso il

tramite di Dumas figlio e di Feuillet, succhiato il sangue della Sand.

Dico inconsciamente, perchè appunto la signorina Serao ha ereditato dal

romanticismo quel terribile peccato della inconsapevolezza e

dell'arruffìo che ebbe il suo momento giovenilmente bello nel periodo

dei _Masnadieri_ e del _Werther_, poi, invecchiando, diventò una

cancrena dell'arte e il più sicuro segno di debolezza. Nella intuizione

e nella rappresentazione della vita ella procede a guisa d'un

sonnambulo, a cui i fantasmi si risvegliano nello spirito

spontaneamente. Sono letture frettolose e tumultuarie, senza criterio

determinato e quasi senza scopo, che la movono: tutte le sue

osservazioni sono di seconda mano, e per la più parte false; tutte le

sue contemplazioni della vita sono derivate da altri, e quasi sempre

paradossali. Da Giorgio Sand e da' suoi successori ha tratto quel

concetto inestetico immorale e scientificamente errato della donna; da

Emilio Zola ha usurpato il preconcetto ereditario, poichè le due femmine

de' suoi due romanzi deducono tutta la loro essenza drammatica dalla

fatalità di quella legge cui son sottoposte; dal Daudet ha imitato

quella composizione frammentaria del racconto, che conferisce

un'apparenza di varietà alla materia per sè stessa monotona. Infatti la

prima parte, la vita di collegio, ha poco o nulla da fare col resto,

come la vita napolitana non si collega a quella della campagna se non

pe'l filo ideale e invisibile della lotta che, cominciata là, dovrà qui

scoppiare: l'esposizione di Centurano poi, che è affatto superflua, che

non giova se non a crescer la mole del libro e a dar agio a quei due di

trovarsi insieme, è una interpolazione; di più essa è imitata da una

consimile esposizione narrata da Flaubert in _Madame Bovary_, come le

scene del collegio sono un'amplificazione d'un capitolo d'un romanzo di

Vittorio Cherbuliez e, diciamo, un infemminimento della prima parte d'un

vecchio romanzo di Dumas figlio. Così, nella determinazione della lotta

fra quei due si sente l'influenza della rigidezza e dei pregiudizi

sistematici dello Zola, pe'l quale l'umanità si scinde in due individui,

anzi in due temperamenti cozzanti. Ma è inutile proseguire, però che

quanto sinora si è detto basti a mostrare che se alcuno avesse la

pazienza di far l'analisi chimica dei romanzi della signorina Serao,

troverebbe un miscuglio strano di reminiscenze amalgamate insieme nella

papparella d'una prosa qua ciangottante con la più petulante

sguaiataggine del dialetto della borghesia napolitana, là incipriata

d'una polverina francese, altrove lambiccata e stiracchiata e maculata

di strane chiazze di colore.

E ancora: fossero almeno quelle due persone che fanno tutto il substrato

della _Fantasia_ veramente e vivamente e pienamente umane! Ma due più

sconce creature io non le ho vedute mai in nessun romanzo. Del maschio

non è rappresentata che la parte organica: è un uomo forte, sano,

grande, che tira di scherma, che mangia molto, che fabbrica vino. E poi?

È qui tutto? Che cosa quest'uomo ha nel cervello, e che cosa ha

nell'anima? E oltre alle funzioni organiche della locomozione della

nutrizione della riproduzione, costui non ha altro elemento e attività

di vita? Povero diavolo! E come allora può egli entrare per tanta parte

nel dramma? Ove quella donna lo ferisce? Nell'intelletto no, poichè ha

la scatola cerebrale affatto vuota; nell'anima neppure, poichè è un

bruto domestico: dunque nei sensi. Ma in prima quella donna non è tale

da suscitare un qualunque concitamento sensuale; e poi, se il movente

fosse stato tutto libidinoso, il dramma avrebbe dovuto avere un altro

sviluppo, avrebbe dovuto cominciare dal soddisfacimento della passione

afrodisiaca, non terminare con esso, poichè, segnatamente nelle nature

sane, il senso non può aver forza se non momentanea e finchè lo stimolo

è immediato: invece quei due, dormendo l'uno accanto all'altra, andando

insieme pei boschetti solitari, si desiderano chiacchierando e

baciandosi, e non mai quello stupido le alza le gonnelle. Dunque? Dunque

il gran fattore dell'amore è il _deus ex machina_ del romanzo moderno, è

l'ambiente. Eccolo, il gran generoso che accoglie nelle sue immense

braccia tutte le assurdità più balorde, e conferisce loro una sembianza

e un pretesto di verità. Esso ha accolto anche quei due, dei quali l'uno

era nato per far l'agricoltore, e l'altra la comediante quando il

pubblico si fosse stancato delle smorfie della signora Duse, e che in

grazia dell'ambiente fanno una fine così miserabile e così insensata.

Spalancate le nari, e fiutate: non sentite dall'esposizione agricola di

Centurano fluire un odor misto di formaggi e di fiori? Sono i fiori

della _Faute de l'abbé Mouret_ e i formaggi del _Ventre de Paris_ che

accordano nella miscela delle loro emanazioni i temperamenti discordanti

di quei due, e trasformano in un eroe da dramma francese un buon

borghese napolitano che non avrebbe speso cinquecento lire per dormire

una notte con una ballerina. È il padre eterno, Emilio Zola, che viene a

trar d'imbarazzo questa romanzatrice di pochi espedienti.

Quanto alla femmina, essa è uno strano mostro. In principio parrebbe, da

quel suo misticismo e da altri segni esteriori, isterica; poi

l'isterismo svanisce, ed ella ci appare ammalata d'una malattia

indefinibile, mista di nevrosi, di clorosi, e di chi sa mai quante altre

maledizioni. Che malattia sia quella, nessun medico saprebbe dire. Posso

bensì dirlo io, sebbene non abbia mai studiato medicina; e posso dirlo

senza tema di errare, fondando la diagnosi mia sopra uno dei migliori

articoli di giornale che Matilde Serao abbia scritto. Questa malattia si

chiama tabe romantica, e si va transmutando traverso le fasi del

romanticismo. Ai tempi della Staël si chiamava lo _spleen_, era

d'importazione inglese, era la più fastidiosa seccaggine che abbia mai

travagliato il romanzo: era una minor forma del dolore universale, e

prediligeva le passeggiate solitarie al chiaro della luna e i racconti

epistolari. Più tardi, lo _spleen_ scomparve soffocato dalle

convulsioni, le quali si adattavano stranamente alla vivacità e al

movimento delle comedie di Scribe, ed erano per ogni forma d'arte

feconde di espedienti. Poi ci fu un piccolo accesso di tisi, ma dopo la

_Dame aux camélias_ la tubercolosi fu sbandita dal romanzo e dalla

comedia, poichè è una malattia troppo terribile e troppo

scientificamente determinata. Ora ne abbiamo due, la clorosi e la

nevrosi, che si avvicendano e si accoppiano. E a proposito di queste due

malattie non è chi non sappia che esse, giunte nel dominio scientifico,

non sian più dramatizzabili, perchè una clorotica o una nevrotica che

abbia bisogno delle cure del medico non è più atta all'esercizio, non

che dell'amore, di quasi tutta la vita; e quando per conseguenza esse ci

si dimostrano nella vita e nell'arte, in tutta la pallida pompa del loro

malore, agenti di corruzione estetica e morale, si infingono: sono donne

macilente e scarnate dalla tenia, che cercano nella malattia in voga

un'arme di amore; sono femmine impudiche, che ne traggono argomento e

scusa a loro disordini. Così, in tutto il romanticismo, queste false

infermità si son riverberate dall'arte nella vita, e dalla vita son

rifluite nell'arte.

E ci è, in conforto di questa osservazione, una sicurissima prova di

fatto. Flaubert, l'unico romanziere romantico che non abbia poetizzato

le malattie romantiche, che scrivesse anzi il suo miglior romanzo per

mostrare come dai libri quelle malattie si propaghino alla vita, fu

figlio d'un medico che studiò con grandissimo amore tutte le malattie

nervose, e fu egli stesso nevrotico. O romanzatori e poeti comici della

nevrosi, avete voi mai aperto un libro di medicina, e sapete voi che sia

questa nevrosi? Ecco come Maxime Du Camp, il costante amico di Flaubert,

ne racconta la malattia: «Quando io giunsi a Rouen, il padre Flaubert

era accasciato da un'oppressione morale, onde gli si vedevano le tracce

sul volto. Era un misto di umiliazione, di disperazione e quasi di

rassegnazione a fronte d'una maggior forza ch'egli non poteva vincere.

La sua scienza era vana, e il suo amor paterno soffriva per l'impotenza

dell'arte. La malattia sacra, la grande nevrosi, quella che Boerhaave ha

chiamato il terremoto umano, aveva colpito Gustavo. Il povero gigante

sopportava questa sventura con qualche filosofia. Si sforzava al sorriso

e alla celia per chetar l'inquietudine de' suoi; ma quando dimenticava

la pietosa comedia, lasciava ricadere il capo e non ci voleva molto a

capire da quali pensieri fosse tormentato. Nulla mai aveva fatto

preveder questo. Alla sua infanzia linfatica eran succedute

un'adolescenza e una giovinezza sanissima; era d'un vigore e d'una

corporatura che nulla avean potuto dar a temere. Il male fu fulmineo.

Nel mese di ottobre 1843 egli si trovava a Pont-Audemer; suo fratello

Achille andò a riprenderlo. Partirono una sera insieme in un

_cabriolet_, e Gustavo appunto guidava. La notte era scura; nei dintorni

di Bourg-Achard, mentre un carretto passava co' suoi cavalli fragorosi

di sonagliere a sinistra del _cabriolet_ e si scopriva da lontano a

destra il lume d'un'osteria solitaria, Gustavo fu colpito, e cadde. Il

fratello lo salassò immediatamente. Altri assalti nervosi seguirono; ne

ebbe quattro nella quindicina seguente. Il padre Flaubert era fuori di

sè, e però ch'egli fosse della scuola di Broussais, non vedeva rimedio

oltre il salasso, accrescendo così un'eccitazione nervosa che dava a

temere assai. Un giorno ch'egli salassò Gustavo e il sangue non

spicciava dalla vena del braccio, gli fece versar nella mano dell'acqua

tiepida: nello scompiglio non s'avvidero che l'acqua era quasi bollente,

e gli produssero una ustione di secondo grado. Eccesso di pletora,

troppa forza, troppo vigore, disse il padre Flaubert, e proibì

all'ammalato i liquori, il vino, il caffè, i cibi succulenti e il

tabacco. Lo rimpinzavano di valeriana e d'altre diavolerie.

«Egli ingoiava le droghe con rassegnazione, mangiava vivande sciapite,

non fumava più, beveva decotto di foglie d'arancio, e diceva con un

sorriso mite: — Il vino di Sauterne è alquanto più buono. — Aveva preso

dalla biblioteca paterna tutti i libri che trattavano di malattie

nervose e li aveva letti; dopo questa lettura, mi disse in un momento

d'espansione: — Sono perduto. — »

Dopo di che, non io augurerò alle romanzatrici sperimentali la malattia

di Flaubert, — troppo sarei feroce; — auguro bensì loro di imitare

Flaubert nella lettura ch'ei fece dei libri medici, prima di gettare

nell'ospizio dei trovatelli dell'arte delle creature miserabili come

quella infelicissima Lucia Altimare.

Questa Lucia è una discendente di Corinna, è una sorella delle femmine

di Dumas figlio. È ammalata non si sa di che, è bisbetica, è fantastica,

è la solita donna elettrica e fatale, che ci ha rotto fatalmente le

tasche. Alcuni critici fantasiosi hanno voluto vedere in essa una satira

delle sue sorelle. O critici fantasiosi, e dove dunque avete voi

l'intelletto, se non nei piedi? Quella è la solita rana galvanizzata che

si contorce nelle comedie di Dumas, che si dimena sotto i panni della

signora Duse, che fa un balletto osceno in quasi tutti i romanzi

moderni. Dov'è la satira, o che razza di satira è mai questa?

E ora non voglio altro dire, se non che questo romanzo non si può

onestamente considerare come opera d'arte. L'opera d'arte comincia di

là, ove giunge l'ultima perfezione di tutti gli scritti della signorina

Serao: dal rifacimento grossolano. E poichè questa mia asserzione non è

accettabile se non è bene intesa, ricorriamo a un esempio. Il poema di

cavalleria nella sua più perfetta forma non è nato per generazione

spontanea, ma risulta da una lunga evoluzione che si può così in grosso

dividere in tre periodi: primo periodo di gestazione, quando il

materiale epico si raccolse e fu poetato fuori d'Italia; secondo periodo

di elaborazione, quando questo materiale medesimo, passato in Italia, si

dissolvè nell'acido della fantasia popolare e fu italianamente

rimanipolato; terzo periodo di perfezione, quando questi rifacimenti

pervenuti ai nostri grandi poeti furono rianimati dal caldo ed eterno

soffio dell'arte.

Il romanzo moderno in mano della signorina Serao è nel secondo periodo,

poichè appunto ella non altro ci ha dato sinora, se non rifacimenti

empirici e tumultuari di materiale francese. In lei nulla di proprio,

anzi nulla di stabile; ma un ondeggiamento continuo dei criteri e della

forma. Dei criteri si è già detto a bastanza: in quanto alla forma, si

può dire che essa sia come una materia inorganica, come una minestra

fatta di tutti gli avanzi, di un banchetto copioso, nella quale certi

stracci stranamente tinti nuotano in una broda incolore, nella quale

certi pimenti troppo forti tentano invano di saporire la scipitaggine

dell'insieme. La sua lingua poverissima vi si dissolve sotto le mani per

la inesattezza, per la inopportunità, per la miscela dei vocaboli

dialettali italiani francesi. E poi nel tessuto de' suoi libri manca

ogni principio di politura. Nella _Fantasia_ che abbia una certa

finitezza d'arte non ci è che la prima parte, e qualche scena qua e là:

per esempio quella del primo bacio. Tutta l'esposizione agricola non è,

o non pare, che una relazion d'un cronista; tutta la vita di quella

Lucia prima del matrimonio è malamente accennata in una lettera; tutto

il resto, fa rabbia.

E ora, se qualcuno credesse ch'io con queste mie osservazioni

contraddica la propaganda di benevolenza che in favore di questo romanzo

andò facendo quell'amico di lei e mio, s'ingannerebbe. Io sèguito a

reputarlo una bellissima cosa, anzi una cosa miracolosa in ragione delle

cattive speranze che questa donna dava di sè; poichè, per imperfetto,

per arruffato che sia, in confronto delle altre sue cose è stupendo. Ma

quando noi, facendo astrazione dal sesso e dalle consuetudini dello

scrittore, giudichiamo il libro secondo le leggi universali dell'arte,

allora è un altro paio di maniche.

E dire che i critici hanno voluto mettere questo romanzo sopra i

migliori romanzi francesi, i quali, se non altro, hanno il merito

grandissimo dell'autonomia. Oh, i critici! che il diavolo se li porti.

Il libro di Don Chisciotte · 第 26 / 71 题