E ora, il secondo posto tocca a un altro siciliano, al quale io ho assai
minore stima che non al Capuana, perchè manca a lui quella serietà e
quella larghezza di preparazione che l'altro possiede. Costui è Giovanni
Verga, il quale veramente con gli anni si è venuto rimutando in meglio,
e non è più così sciattamente arruffato com'era in principio; ma tutto
lo studio egli lo pone nella tecnica, sicchè, riprendendo in Italia il
sistema zoliano, non ha saputo indurvi se non qualche novità formale di
poco momento e di maggiore e più fastidioso artifizio. Nel romanzo
veramente non indusse nessuna novità, se non una pesante monotonia poco
zoliana, che fece naufragare i _Malavoglia_ come quella barca carica di
lupini che ne è il substrato. Allora ha voluto fare una cosa non tentata
dallo Zola, se non in qualcuno degli ultimi raccontini: ha voluto fare
la novella sperimentale; e il tentativo gli è riescito felicemente. La
_Vita dei campi_, pubblicata qualche anno addietro, è un libro quale nè
Emilio Zola, nè, con buona pace del signor Vittorio Pica che ha una
sconfinata ammirazione per costoro, gli scolari suoi hanno saputo
scrivere, e confrontando ora le _Novelle rusticane_ coi racconti
pubblicati ultimamente dallo Zola in due volumi intitolati dal _Capitano
Burle_ e da _Naïs Micoulin_, appare chiaramente una cosa: che in Italia
la vita della campagna s'intuisce con un acume sottile e profondo
insieme, e si rappresenta con una vivezza di colore e con una forza di
disegno che nessun novelliere francese del nostro tempo ha.
Guardate in Francia, oltre lo Zola, i novellatori più reputati, di
qualunque categoria o scuola essi siano: hanno un'amabilità graziosa
d'imaginativa, e un facile dominio della forma e una finezza
d'osservazione pariginamente e argutamente maligna; ma in Francia la
novella fatta con intendimento largo non c'è, mentre ci è, o almeno
comincia ad essere, in Italia. Il Verga ha rinchiuso la materia delle
sue novelle entro una breve cerchia di campagna siciliana; e si è messo
a rappresentare la vita agricola quale veramente è, senza preoccupazioni
sentimentali o subbiettive, con una serie di quadretti e di schizzi.
Egli non si è lasciato prender la mano dall'ambiente, come è accaduto a
qualche altro novellatore campagnolo; ma ha saputo sempre temperare la
prepotenza del paesaggio e vincere il fascino della natura esteriore con
lo scoppio del sentimento umano. Le sue novelle son dissimili l'una
dall'altra: ora predomina il racconto, come in _Pane Nero_, ora la
rappresentazione, come in _Libertà_, ora l'analisi, come in _Malaria_;
ma sempre è la vita umana che geme che freme che ride, non già i canneti
nè i castagneti nè i littorali. La materia è nuova, poichè dalla
georgica virgiliana in poi uno studio obbiettivo di questa parte della
famiglia umana, che provvede al nutrimento di tutti, in Italia non è
stato fatto mai. È stato bensì fatto in Inghilterra in Germania in
Russia, e le novelle del Verga stanno degnamente tra i racconti agricoli
del Goldsmith dell'Auerbach del Turghenief.
Solamente in una cosa pecca il Verga, ed il peccato è grave: nella
forma. Egli non pecca di sciatteria, o di lambiccatura: ma si affatica a
farsi uno stile proprio semplice e colorito e vivo insieme. Però lo
sforzo è così grande e così chiaro, che questo stile diventa come un
lungo singhiozzo senza riposo che fa pena; e la semplicità e la vivezza
e il colorito si pèrdono in una contorsione faticosa e fastidiosa. La
prosa deve avere il suo periodo come la poesia, ma la prosa del Verga
non ha periodo: essa pare tutta una gran tirata monoritma, rotta qua e
là da versi tronchi e da paure inaspettate.
Di più il Verga ha inciampato nel grande ostacolo che si frappone fra le
gambe di tutti i naturalisti: il dialogo. Il romanzo sperimentale, si
sa, è tutto un macchinismo di effetti prospettici che concorrono a dare
una similitudine più o meno fallace della verità. Ora nel racconto
l'artifizio è facilmente mascherabile, poichè è il raccontatore che
scrive e che con le sue proprie parole vuol suscitare nei lettori i
fantasmi. Ma quando, per maggior colore di verità, il narratore fa
parlare i fantasmi, la difficoltà cresce a dismisura.
Questa del dialogo, diceva una romanzatrice che lo fa di solito
pessimamente, la signorina Serao, è una questione insolubile: se
vogliamo tenerci alla verità e scrivere come gl'italiani delle varie
parti d'Italia parlano, violiamo le leggi grammaticali della lingua
comune; se ci teniamo nel debito ossequio della grammatica, ci
discostiamo da ogni apparenza di verità, e l'efficacia della
rappresentazione ne soffre. E aveva pienamente ragione: infatti leggendo
una novella di materia bretone di Emilio Zola, ove lo scrittore ad ogni
passo avverte: — il tale disse in _patois_ la tal cosa, — vien voglia di
ridere. O che razza di naturalismo è mai cotesto, in cui per
raffigurarsi il parlare d'una persona bisogna tradursene i discorsi dal
francese comune in dialetto di Bretagna? Lo stesso, se non peggio,
accade in Italia, ove l'autocrazia del dialetto toscano va sempre più
perdendo d'autorità e di vigore; e la signorina Serao medesima ce ne dà
una prova, ella che con una così felice costanza trasporta nell'italiano
academico della sua prosa tutte le innumerevoli improprietà del volgare
napolitano; ella che giorni addietro cominciò una novella, pubblicata
con gran pompa dalla _Domenica letteraria_, con un singolarissimo
sproposito. La novella cominciava con una scampanellata, e quando fu
aperto l'uscio, domandò alla serva una signora romana che aveva sonato:
— _Ci sta Caterina?_
Domanda che mostra ad evidenza a quali fatali errori meni
l'italianizzamento di questo o quel dialetto. Tutte le persone che la
signorina Serao introduce a dialogare nella sua prosa, di qualunque
parte d'Italia siano, parlano un napolitano illustre curiosissimo.
Ancora un altro esempio. Con questo sistema, chi volesse dar la parola
in un romanzo a qualche indigeno della provincia di Chieti, si
troverebbe a fronte d'uno strano impaccio. Nei dialetti chietini l'uso e
il valore degli ausiliari verbali è in ragione inversa dall'uso e dal
valor comune: _io ho fatto_ in volgar chietino si traduce _so' fatte_:
bisognerebbe dunque far spropositare questo sciagurato così: _io sono
fatto la tal cosa_.
Anche il Verga ha cercato una soluzione empirica di questo problema, e
la soluzione sua, se non è tanto antigrammaticale quanto quella della
signorina Serao, è per contrario più artifiziosa e faticosa, e causa non
ultima del poco favore che immeritamente trovano i suoi racconti. Egli
cerca, con effetti prospettici, di dare non già il dialogo, ma una
rappresentazione del dialogo; quindi ogni tanto fra il racconto suo
scatta una esclamazione, un proverbio, una qualunque frase o una parola
della persona che egli finge in atto di parlare; di più, fa uno strano
abuso del dialogo indiretto, per modo che le sue novelle ci offrono
questo risibile spettacolo: il dialogo è raccontato, il racconto invece
è parlato. Sicchè, per troppo sforzo di verità, si riesce a un
meccanismo che alla prima novella, per la novità, piace; alla seconda,
discoprendosi, comincia a infastidire; e infine diventa insopportabile.
Per cercare una soluzione possibile e razionale di questa questione, la
quale è d'importanza capitale perchè raccoglie in sè anche le sorti
della comedia, bisogna pensare a una cosa, sfuggita, non so come, a
tutti quelli che, nell'esperienza dell'arte o teorizzando, vi hanno
meditato intorno: in Italia non si parla la lingua italiana, ma si parla
il dialetto. Tranne i Toscani, tutti gl'Italiani quando si trovano a
discorrere con persone che non siano del loro paese, traducono dal
proprio dialetto, e il più delle volte traducono male. Ho notato
ultimamente questo fatto nella propria persona di Giovanni Verga. Noi
parlammo un giorno lungamente insieme, e io notavo lo stento e
l'imperfezione del suo italiano, com'egli, certamente, si scandolezzava
della sconcezza del mio. Poi andammo a mangiare delle sardelle sopra una
tartana messinese ancorata nel porto di Ripa Grande; e subito il Verga
cominciò a parlar siciliano coi marinari con una così facile speditezza,
che io dissi in me medesimo:
— Diavolo! E perchè costui non fa parlar siciliano i Siciliani delle sue
novelle?