III.

E ora, il secondo posto tocca a un altro siciliano, al quale io ho assai

minore stima che non al Capuana, perchè manca a lui quella serietà e

quella larghezza di preparazione che l'altro possiede. Costui è Giovanni

Verga, il quale veramente con gli anni si è venuto rimutando in meglio,

e non è più così sciattamente arruffato com'era in principio; ma tutto

lo studio egli lo pone nella tecnica, sicchè, riprendendo in Italia il

sistema zoliano, non ha saputo indurvi se non qualche novità formale di

poco momento e di maggiore e più fastidioso artifizio. Nel romanzo

veramente non indusse nessuna novità, se non una pesante monotonia poco

zoliana, che fece naufragare i _Malavoglia_ come quella barca carica di

lupini che ne è il substrato. Allora ha voluto fare una cosa non tentata

dallo Zola, se non in qualcuno degli ultimi raccontini: ha voluto fare

la novella sperimentale; e il tentativo gli è riescito felicemente. La

_Vita dei campi_, pubblicata qualche anno addietro, è un libro quale nè

Emilio Zola, nè, con buona pace del signor Vittorio Pica che ha una

sconfinata ammirazione per costoro, gli scolari suoi hanno saputo

scrivere, e confrontando ora le _Novelle rusticane_ coi racconti

pubblicati ultimamente dallo Zola in due volumi intitolati dal _Capitano

Burle_ e da _Naïs Micoulin_, appare chiaramente una cosa: che in Italia

la vita della campagna s'intuisce con un acume sottile e profondo

insieme, e si rappresenta con una vivezza di colore e con una forza di

disegno che nessun novelliere francese del nostro tempo ha.

Guardate in Francia, oltre lo Zola, i novellatori più reputati, di

qualunque categoria o scuola essi siano: hanno un'amabilità graziosa

d'imaginativa, e un facile dominio della forma e una finezza

d'osservazione pariginamente e argutamente maligna; ma in Francia la

novella fatta con intendimento largo non c'è, mentre ci è, o almeno

comincia ad essere, in Italia. Il Verga ha rinchiuso la materia delle

sue novelle entro una breve cerchia di campagna siciliana; e si è messo

a rappresentare la vita agricola quale veramente è, senza preoccupazioni

sentimentali o subbiettive, con una serie di quadretti e di schizzi.

Egli non si è lasciato prender la mano dall'ambiente, come è accaduto a

qualche altro novellatore campagnolo; ma ha saputo sempre temperare la

prepotenza del paesaggio e vincere il fascino della natura esteriore con

lo scoppio del sentimento umano. Le sue novelle son dissimili l'una

dall'altra: ora predomina il racconto, come in _Pane Nero_, ora la

rappresentazione, come in _Libertà_, ora l'analisi, come in _Malaria_;

ma sempre è la vita umana che geme che freme che ride, non già i canneti

nè i castagneti nè i littorali. La materia è nuova, poichè dalla

georgica virgiliana in poi uno studio obbiettivo di questa parte della

famiglia umana, che provvede al nutrimento di tutti, in Italia non è

stato fatto mai. È stato bensì fatto in Inghilterra in Germania in

Russia, e le novelle del Verga stanno degnamente tra i racconti agricoli

del Goldsmith dell'Auerbach del Turghenief.

Solamente in una cosa pecca il Verga, ed il peccato è grave: nella

forma. Egli non pecca di sciatteria, o di lambiccatura: ma si affatica a

farsi uno stile proprio semplice e colorito e vivo insieme. Però lo

sforzo è così grande e così chiaro, che questo stile diventa come un

lungo singhiozzo senza riposo che fa pena; e la semplicità e la vivezza

e il colorito si pèrdono in una contorsione faticosa e fastidiosa. La

prosa deve avere il suo periodo come la poesia, ma la prosa del Verga

non ha periodo: essa pare tutta una gran tirata monoritma, rotta qua e

là da versi tronchi e da paure inaspettate.

Di più il Verga ha inciampato nel grande ostacolo che si frappone fra le

gambe di tutti i naturalisti: il dialogo. Il romanzo sperimentale, si

sa, è tutto un macchinismo di effetti prospettici che concorrono a dare

una similitudine più o meno fallace della verità. Ora nel racconto

l'artifizio è facilmente mascherabile, poichè è il raccontatore che

scrive e che con le sue proprie parole vuol suscitare nei lettori i

fantasmi. Ma quando, per maggior colore di verità, il narratore fa

parlare i fantasmi, la difficoltà cresce a dismisura.

Questa del dialogo, diceva una romanzatrice che lo fa di solito

pessimamente, la signorina Serao, è una questione insolubile: se

vogliamo tenerci alla verità e scrivere come gl'italiani delle varie

parti d'Italia parlano, violiamo le leggi grammaticali della lingua

comune; se ci teniamo nel debito ossequio della grammatica, ci

discostiamo da ogni apparenza di verità, e l'efficacia della

rappresentazione ne soffre. E aveva pienamente ragione: infatti leggendo

una novella di materia bretone di Emilio Zola, ove lo scrittore ad ogni

passo avverte: — il tale disse in _patois_ la tal cosa, — vien voglia di

ridere. O che razza di naturalismo è mai cotesto, in cui per

raffigurarsi il parlare d'una persona bisogna tradursene i discorsi dal

francese comune in dialetto di Bretagna? Lo stesso, se non peggio,

accade in Italia, ove l'autocrazia del dialetto toscano va sempre più

perdendo d'autorità e di vigore; e la signorina Serao medesima ce ne dà

una prova, ella che con una così felice costanza trasporta nell'italiano

academico della sua prosa tutte le innumerevoli improprietà del volgare

napolitano; ella che giorni addietro cominciò una novella, pubblicata

con gran pompa dalla _Domenica letteraria_, con un singolarissimo

sproposito. La novella cominciava con una scampanellata, e quando fu

aperto l'uscio, domandò alla serva una signora romana che aveva sonato:

— _Ci sta Caterina?_

Domanda che mostra ad evidenza a quali fatali errori meni

l'italianizzamento di questo o quel dialetto. Tutte le persone che la

signorina Serao introduce a dialogare nella sua prosa, di qualunque

parte d'Italia siano, parlano un napolitano illustre curiosissimo.

Ancora un altro esempio. Con questo sistema, chi volesse dar la parola

in un romanzo a qualche indigeno della provincia di Chieti, si

troverebbe a fronte d'uno strano impaccio. Nei dialetti chietini l'uso e

il valore degli ausiliari verbali è in ragione inversa dall'uso e dal

valor comune: _io ho fatto_ in volgar chietino si traduce _so' fatte_:

bisognerebbe dunque far spropositare questo sciagurato così: _io sono

fatto la tal cosa_.

Anche il Verga ha cercato una soluzione empirica di questo problema, e

la soluzione sua, se non è tanto antigrammaticale quanto quella della

signorina Serao, è per contrario più artifiziosa e faticosa, e causa non

ultima del poco favore che immeritamente trovano i suoi racconti. Egli

cerca, con effetti prospettici, di dare non già il dialogo, ma una

rappresentazione del dialogo; quindi ogni tanto fra il racconto suo

scatta una esclamazione, un proverbio, una qualunque frase o una parola

della persona che egli finge in atto di parlare; di più, fa uno strano

abuso del dialogo indiretto, per modo che le sue novelle ci offrono

questo risibile spettacolo: il dialogo è raccontato, il racconto invece

è parlato. Sicchè, per troppo sforzo di verità, si riesce a un

meccanismo che alla prima novella, per la novità, piace; alla seconda,

discoprendosi, comincia a infastidire; e infine diventa insopportabile.

Per cercare una soluzione possibile e razionale di questa questione, la

quale è d'importanza capitale perchè raccoglie in sè anche le sorti

della comedia, bisogna pensare a una cosa, sfuggita, non so come, a

tutti quelli che, nell'esperienza dell'arte o teorizzando, vi hanno

meditato intorno: in Italia non si parla la lingua italiana, ma si parla

il dialetto. Tranne i Toscani, tutti gl'Italiani quando si trovano a

discorrere con persone che non siano del loro paese, traducono dal

proprio dialetto, e il più delle volte traducono male. Ho notato

ultimamente questo fatto nella propria persona di Giovanni Verga. Noi

parlammo un giorno lungamente insieme, e io notavo lo stento e

l'imperfezione del suo italiano, com'egli, certamente, si scandolezzava

della sconcezza del mio. Poi andammo a mangiare delle sardelle sopra una

tartana messinese ancorata nel porto di Ripa Grande; e subito il Verga

cominciò a parlar siciliano coi marinari con una così facile speditezza,

che io dissi in me medesimo:

— Diavolo! E perchè costui non fa parlar siciliano i Siciliani delle sue

novelle?

Il libro di Don Chisciotte · 第 25 / 71 题