II.

Pare un paradosso strano, e pure è una verità appurata e provata con

molte studiose ricerche, che i popoli latini, e più il popolo d'Italia,

hanno pochissima potenza di creazione fantastica. Tutta la nuova materia

d'arte che fu accumulata dopo il crollo della vita pagana, o venne

dall'Oriente con molta varietà d'importazione, o fu una produzione

indigena della razza sassone e della razza celtica: la razza latina non

concorse al gran cumulo di materiale se non con qualche tradizione

classica e con qualche getto di lirica d'amore. Così, mentre i monaci

pellegrini recavano dalle terre d'Oltremare coi frantumi del Santo

Sepolcro e coi ramoscelli d'olivo dell'orto di Getsemani le fantasie

maturate al sole del Cattai o dei piani del Gange; mentre dai boschi

armoricani e dalle paludi bretone e dalle torbaie della Turingia e della

Pannonia il canto epico sonava accordato sul ritmo gregoriano; mentre

nelle valli pireneiche tra la crescenza odorosa degli oleandri la nova

lirica si metteva a fiorire con un tumulto d'amore melodioso, l'Italia

badava a innestare i rampolli cristiani sul vecchio tronco gentile, e si

trasmutava e si rifondeva cristianamente le sembianze di Virgilio.

Nocquero le tradizioni e le presunzioni patrie, o fu un difetto

dell'intelligenza nostra? Non so. Certo la lingua italiana germogliò

ultima dal carcame fecondatore della romanità; certo il popolo d'Italia

conferì poco o punto al patrimonio epico lirico e drammatico fondato

dagli altri popoli d'Europa. Noi non fummo altro mai che manipolatori

del materiale altrui, e quasi amministratori del patrimonio altrui.

Guardate alla storia della nostra epica, della nostra lirica e della

nostra drammatica, da Sordello Mantovano che poetò in lingua d'oc sino

al signor Parodi e al signor Gualdo che scrivono drammi e romanzi in

lingua francese, e ditemi se fu mai popolo così sterile di fantasia come

il popolo italiano. Nè questa sterilità è solamente negli scrittori o

solamente nel popolo; ma il popolo e gli scrittori si accordano

meravigliosamente in una deficienza strana delle facoltà imaginative.

Pio Rajna mostrò già con documenti e con prove sicure come il più

fantasioso de' nostri poeti, l'Ariosto, nulla o presso che nulla traesse

dall'attività procreatrice della sua mente, ma solo con una sintesi

miracolosa raccozzasse e fondesse una mole immensa di favole di

cavalleria penetrate in Italia coi romanzi francesi, coi poemi inglesi,

con le canzoni di gesta e coi frammenti epici tedeschi: Alessandro

D'Ancona ha provato come il materiale della lirica popolare sia tutto o

presso che tutto d'importazione straniera; e se Domenico Comparetti

avesse seguitato i suoi studi di novellistica comparata, facilmente

avrebbe potuto dimostrare che nella selva folta di novelle popolari che

copre tutta l'Europa non c'è un solo virgulto italiota. Guardate ai

novellieri italiani: la materia ch'essi foggiarono con tanta maestria

d'arte da fare della novella una forma veramente italiana, venne

d'Oriente nelle emanazioni del buddhismo o fu qua e là raccattata per le

terre d'Europa. Quando i novellatori vollero attingere alla larga fonte

del popolo, la trovarono tutta scrosciante e zampillante di acque

forastiere; così accadde che nella prosa narrativa l'elemento indigeno

entrasse in una misura scarsa assai, e l'elemento popolare non tardasse

a cadere in discredito. Così vedendo ora che un novellatore italiano

della scuola sperimentale si è messo con proposito deliberato a formare

novelle popolari con materia tratta tutta dalla sua mente, e con fortuna

grande, io mi sarei aspettato un più largo plauso dagl'Italiani. Se non

che gl'Italiani l'importanza e la difficoltà di certe cose non le

intendono.

Dice il Capuana nella prefazione del suo bel libro di fiabe che, avendo

scritto una delle sue novelle per un caro bimbo che gli chiedeva una

bella fiaba, pensò di costruirne altre a diletto de' suoi nipotini; poi,

leggendole, lo prendeva una gran soggezione di quei cari diavoletti che

gli sedevano a torno, e stavano tutt'occhi e tutt'orecchi ad ascoltare.

Certo, l'autorità fanciullesca in fatto di storie imaginose è grande, ma

non bisogna poi esagerarne il peso, come fa il Nencioni. Io non ho dato

a leggere ai ragazzi il libro del Capuana, ma so che il gusto infantile

è facilmente appagabile. Io pure sono stato un bimbo curioso e

desideroso di fanfaluche strane, come tutti i bimbi di questo mondo, e

avendo avuto poche narratrici, mi erano di un diletto indicibile le

_Mille e una notte_ udite leggere la sera accanto al fuoco. Tutti sanno

come in questo suo rifacimento dall'arabo il signor Galland impegolasse

gli studiosi artifizi orientali di molta pomata francese; e pure la

storia di Aladino, raccontata con una prosa sciatta e spropositata e

pretensiosa insieme faceva fremere di godimento e di paura il mio

spirito bambinesco. Anche una vecchia traduzione in prosa dell'Iliade

popolò la mia mente di fantasie meravigliose e mi scosse forte i nervi

tra il settimo e l'ottavo anno; e pure la narrazione era fatta più

penosa dall'ortografia arcaica. Leggete a un bambino le fanfaluche meno

bambinesche, le favole di Esopo tradotte per uno da Siena, il Novellino,

i fatti di Enea, e lo spirito suo penderà dalle vostre labbra, come

quello di Saul pendeva dagli arpeggiamenti di David.

La cosa dunque va considerata più dall'alto, e a me pare che la prima

questione che il libro del Capuana debba suscitare, sia questa: il gran

materiale narrativo e cantativo che alimenta l'intelligenza di tutti i

popoli d'Europa è esso malleabile e foggiabile alle molteplici forme

dell'arte? Io dico di sì; e chiunque guardi alla storia delle

letterature antiche e delle letterature moderne dovrà accordarsi meco.

Non è forse appurato che la letteratura italiana non fu già fabbricata

toscanamente sui modelli provenzali alla corte sveva di Palermo, ma

venne via via crescendo e avvantaggiandosi, come in tutte le terre

d'Italia i dialetti germogliati dal terriccio latino misto di concime

barbarico si mettevano a fiorire? E non è forse noto all'universale che

l'Ariosto, e poi i poeti che intorno a Lorenzo il magnifico portarono

per Firenze la licenza allegra del carnasciale, attinsero dal popolo

materia nova e più fresca?

Se non che, questi e molti altri che io per brevità dimentico,

rinnovarono e rinfrescarono alle chiare fonti popolari l'epica un po'

appassita nelle mani troppo dotte del Boccacci, e la lirica stroppiata

dai petrarcheggianti; ma nessuno si mise per esercizio d'arte ad imitare

le rozze forme popolaresche. In Italia, no; ma in Germania e in

Inghilterra e in Francia si tentò questo più volte con varia fortuna; e

a me pare che la questione si possa più chiaramente formolare così: le

imitazioni delle forme popolari nella selvatichezza nativa sono

solamente un esercizio atto a dilettare i bambini, o possono essere vere

e proprie fogge dell'arte? Di nuovo, io dico di sì.

Ecco: da qualche tempo l'arte sente il bisogno di tuffarsi alle fonti

della vita; e dal Balzac in poi il romanzo ha deviato dalla sua antica

forma narrativa, piegando allo studio fisiologico e psicologico

dell'uomo. A questa deviazione della prosa narrativa il Balzac conferì

più di tutti studiando i segni esteriori e gli effetti visibili dei

sentimenti interni, la Sand analizzando con una sottigliezza femminile

tutte quante le crespe e gli avvolgimenti dello spirito, gli ultimi

romanzatori naturalisti proseguendo certe leggi della vita appurate

dalla scienza. Tutte queste vie menano, più o meno brevemente, alla

verità; ma ad una verità, direi, relativa: ci è sempre come una piccola

nuvola vaporosa, che offusca l'evidenza della rappresentazione. Nel

Balzac è lo stile troppo martoriato e qua e là gonfio o colorito

soverchiamente o contorto; nella Sand è la tabe sentimentale che

s'appiglia e corrode l'analisi più sottile; nello Zola è il rigore della

tesi scientifica e il calore secentistico dello stile. Manca a tutti

quella serenità plastica e semplice della concezione e dello stile, che

il Flaubert ebbe per un momento in _Madame Bovary_, e che tutta quanta

la letteratura popolare possiede naturalmente.

Qualche anno a dietro, trascrivendo io novelle popolari della campagna

romana, provavo un vero godimento estetico ascoltando dalla bocca d'una

serva, in una prosa semplice limpida, efficace, le fantasie più pazze

mescolate di osservazioni acute o profonde, corrette e regolate da un

criterio sano e giusto della vita. E trascrivendo in fretta o rileggendo

dopo avere trascritto, mi nascevano nella mente dei pensieri e dei

raffronti in folla. Per esempio, ripensavo al _Bertoldo_ e al

_Bertoldino_ di Giulio Cesare Croce; e non sapevo capacitarmi come di là

non avesse preso le mosse qualche opera di prosa, come dai leggendari e

dai frantumi epici si mossero tante opere di poesia: non trovavo, nella

prosa italiana, la rispondenza del _Morgante_ e dei due _Orlandi_. Ora

questo, che nel secolo XV era possibile, ma non più nei secoli che

seguirono, di nuovo è possibile e utile e forse anche necessario oggi.

Avete mai badato alla famigliarità, con la quale il popolo tratta i re e

le regine? E questi re e queste regine delle novelle popolaresche non vi

sembrano essi dei sovrani constituzionali? Rammentate il buon re Alboino

di Giulio Cesare Croce e il buon re Pantagruel di Rabelais? Ebbene,

l'ideale del re costituzionale è quello: come vedete, prima assai

dell'89 il popolo lo aveva pienamente intuìto e rappresentato. Così il

popolo ha pienamente intuìto e rappresentato tutta quella parte della

vita che gli è stata accessibile. E bene, perchè i novellatori

sperimentali non imparano anche dal popolo, ma se ne stanno contenti

alle teoriche darwiniane? Da cinquant'anni in qua le trascrizioni di

racconti popolari pullulano da tutte le parti, e la demopsicologia è

quasi diventata una scienza a sè. E bene, fate che dal dominio della

scienza tutto questo gran materiale passi nel dominio dell'arte.

Scartate tutte le scorie fantastiche: resterà una selva folta di

osservazioni e d'insegnamenti: resterà una miniera vergine di

esperienza. E non isdegnate d'imparare dalla vostra serva, poichè fu una

moltitudine miserabile di servi che, crollata la carcassa romana, fondò

una vita nuova una lingua nuova una metrica nuova, e ritrovò le prime

nuove forme dell'arte.

In quanto alla prova in sè, ho detto che è fortunata, e anche in questo

chiunque ha qualche pratica di novelle popolari si accorderà meco. Il

Capuana non ha rimpastato delle favole già diffuse, ma ne ha costruite

di nuove con gli elementi che entrano in tutti i prodotti della fantasia

popolare: elementi, come ho già accennato e come facilmente pare, non

indigeni, ma d'importazione forestiera. Lasciando dunque da parte

l'elemento fantastico e mitologico, che è ciò che più move lo spirito

bambinesco, e guardando solamente alla manipolazione e alla intuizione

dei criteri e delle forme e dello stile popolari, io dico che queste

fiabe mi paiono una cosa perfetta. Il Capuana ha saputo cogliere

mirabilmente quel sano e giocondo ottimismo, quella tranquilla

aspirazione al benessere, quel placido e sicuro senso della vita che

sono i caratteri più chiari delle produzioni letterarie del popolo. Di

più, egli mostra di essersi assimilato, con la semplicità rustica e

ingenua della narrazione, con la fusione naturale del dialogo e del

racconto, lo stile popolaresco. Non fosse altro, per avere tanto

felicemente pensato e con tanto studio condotto a perfezione questo

libro, merita il Capuana il primo posto fra i novellieri italiani; però

che esso dimostri una cosa, la più importante di tutte in tempi di

povertà universale, ch'egli ha conscienza di quello che fa.

Luigi Capuana è un vecchio giovine, e, se vi piace meglio, un giovine

vecchio; e a chi lo conosca pe'l complesso della sua molta attività di

novellatore e di critico, fa una strana maraviglia lo spettacolo di

quella bella maturità vigorosa improntata nella testa calva e nel poco

pelame bianco. La sua persona inclinante sensibilmente alla pinguedine

parrebbe in punto di precipitare nella vecchiaia adiposa e sonnacchiosa;

ma sotto quell'apparenza senile si sente la forza del sistema muscolare

nel pieno rigoglio dello sviluppo organico, e dagli occhietti grigi

balena la gioventù dello spirito. Luigi Capuana è giunto ora alla

perfezione del suo essere; e vi è giunto col sacrifizio dei capelli e

della barba. È colpa del pelo, morto troppo presto, o del Capuana,

maturato con troppa lentezza? Io non ho mai veduto la sua fede di

nascita, e non credo che lo stato civile sia un utile elemento di

critica. Certo questo singolare scrittore sta ora nel sommo della sua

curva, e le ultime opere del suo intelletto hanno la franchezza robusta

della piena virilità.

Non piccolo segno questo di serietà e di forte tempra artistica in un

paese ove da venti anni in qua i novellatori vanno innanzi con le bende

sugli occhi, deviando e tentennando, senza sapere quel che si vogliano,

nè quel che si facciano, senz'altro pensiero che di una faticosa e vana

produzione di materia grezza. Il Capuana non ha avuto mai

sdrucciolamenti, nè pencolamenti, nè pentimenti; ma un pensiero solo,

anzi un solo caldissimo e purissimo sentimento di religioso amore per

l'arte lo ha tratto sempre più in alto, dalle prime prove, romantiche

tuttavia e mal sicure, dei _Ritratti di donna_ e di _Giacinta_, alle

opere quasi perfette di _C'era una volta_ e di _Homo!_ Il Capuana ha

avuto una maturità lenta e faticosa. A lui non concessero i numi una

materia cerebrale spumante per la fermentazione precoce, ed

effervescente in una bella fumata di vario colore, graziosa e leziosa e

capziosa al contrasto dei raggi solari, nè volle il divo Apolline

assentirgli quel facile prezioso talento di assimilazione, pe'l quale

tanti cervellini mascolini e femminini assorbono tanto materiale

d'importazione francese, e con poca fatica di ruminamento lo rivomitano

mal digerito e sporco ancora dei colori repubblicani. Egli è giunto

all'altezza presente non senza molto sforzo della volontà e una assai

pertinace tensione di tutta la sua attività vitale. Non si è ritrovato

sbalestrato in alto per un capriccio della fortuna o del favor popolare;

ma ci è giunto per proposito deliberato, arrampicandosi. Per questo,

mentre gli altri, che pur non sono rimasti in terra, si guardano intorno

sbigottiti per l'altezza e già colti dalla vertigine, egli sta sicuro e

spazia intorno tranquillamente, poichè sa il terreno, e la via atta, e

quella che ancora resta a fare.

Per le quali cose, il Capuana non può essere giudicato equamente da un

libro solo; ma è necessario seguirlo a traverso tutta la sua attività

critica e risalire tutta la curva della sua ascensione narrativa per

abbracciare l'efficace opera di ammaestramento e di moralizzamento

ch'egli ha fatto e va tuttavia facendo nell'arte del novellare. Egli è

stato dei primi a gittar le grida contro l'empirismo dell'arte

constituzionale; e, venuto di Sicilia rozzo ancora e immaturo, e in

molta parte impreparato e ineducato, si gittò a combattere a mezza spada

con quei brillanti spiriti, che tra l'accasermamento italiano in Firenze

andavano rivendendo a buon mercato le scolature del _Figaro_, che nella

rocca di Milano abbandonata dal Manzoni nelle mani dei Farisei

costruivano teoriche estetiche ed etiche tra le piramidi e l'odor del

formaggio. In una prefazione che il buon Leopoldo Marenco pose innanzi a

certa sua commedia, si domanda al lettore con un tono tra di maraviglia

dispettosa e di compassione stizzosa se conoscano un certo Capuana che

osò dir male di lui, Leopoldo Marenco, grande ciambellano della

pastorelleria comica e del lattime teatrale e conferitore patentato di

speroni d'oro in cartone dipinto a tutti gli _attori giovani_ del felice

regno d'Italia. E si seccavano, a Firenze e a Milano, di questo barbuto

nero che veniva a intorbidare la soave persuasione del rinascimento

spirituale crescente all'ombra del gran caprifico della Constituzione;

poichè temevano una novità nella loro arte da rigattieri peggio di una

riforma dello Statuto, e un pungiglione critico più che tutti gli

assilli repubblicani. Leone Fortis lo guardò come il cane della favola

quando si vide insidiato il mucchio della paglia, e Paolo Ferrari sudò

freddo pe'l tremito e per l'orrore vedendo la prima volta quella barba

siciliana. Tutti così, questi robivecchi provveditori di materiale

scenico e di bambagia gazzettiera! Non hanno nemmeno la virtù della

resistenza; ma si oppongono col peso della loro inerzia, e brontolano,

percossi dalla paura e dallo stupore. Così, quando Paolo Ferrari vide

nelle vetrine dei librai milanesi il libretto di Luigi Lodi consecrato a

lui, si voltò a Leone Fortis con un'aria d'uomo infastidito, dicendo: —

Sarà uno dei soliti adulatori. Ma come ne ebbe letto due pagine, la

faccia gli diventò verde, e le braccia gli cascarono lungo i fianchi, e

il libro cadde per terra.

E pure, in questo tristo ambiente lombardo giunse il Capuana a piantare

una incudine; e battendo e battendo e battendo, e sempre più liberando

sè stesso dalle scorie, fu il primo e più efficace predicatore dei

canoni naturalisti; e certamente giovò assai a fermare sull'orlo del

precipizio il suo compatriota Giovanni Verga, che da principio cedeva

troppo volentieri alle calde furie del suo intelletto. Il Verga

conferisce anch'esso non poco a porre in miglior luce il Capuana; poichè

quel siciliano lombardizzato e incivilito, dopo aver gittato molto

calore della fantasia e molto fremito nervoso ad aliare un alito

afrodisiaco in certa bambagina avviluppata intorno ad esili scheletri

narrativi, dopo aver buttato le ultime scorie romantiche in certi strani

compiacimenti di lascivia idilliaca, pareva che dovesse morire di

spinite mentale; quando, inaspettatamente, ricomparve rinnovato,

riapparve in forma d'un uomo maturo e del più serio fra i nostri artisti

leggeri. E nessuno pensò che forse una buona parte del miracolo si

doveva a quel singolare martellatore di Luigi Capuana, il quale, dopo

aver predicato il vangelo naturalista, aveva dedicato ad Emilio Zola un

romanzo, il primo romanzo sperimentale stampato in Italia dopo il

Manzoni. La grande fortuna dello Zola in Italia procede segnatamente dal

Capuana; il quale, mentre i capelli cadevano e andavano sempre più

brizzolandosi, studiava la letteratura contemporanea in Italia e in

Francia con più di serietà, che non i farfallini fanfulleggianti che

camparono quindici anni sul panciotto rosso di Teofilo Gautier e sulle

bricciche di Alfonso Karr.

Di più egli ebbe una fortunata intuizione; una di quelle intuizioni che

non possono lampeggiare se non in un intelletto veramente materiato

d'arte. Intese tutto il beneficio che potrebbe venire all'arte narrativa

dallo studio del materiale popolaresco; e con tanto amore studiò e si

compenetrò delle forme e dello spirito dell'arte del popolo, che nel

1879, pubblicando le poesie siciliane di Paolo Maura, potè aggiungervene

in fine due che paiono affatto simili alle popolari, che ha potuto

ultimamente pubblicar quelle fiabe, le quali, come dicevo poco fa, a me

paiono una cosa perfetta. E nel suo ultimo volume di novelle, _Homo!_,

l'utilità degli studi di letteratura popolaresca appare ad evidenza. Per

esempio, una delle novelle, _Comparàtico_, che io senza esitare giudico

meravigliosa e tale da stare gloriosamente anche nel _Decameron_ o tra

le più perfette cose di Balzac, è un rifacimento in prosa italiana di

una _storia_ in poesia siciliana che il Capuana scrisse nel '68, e

presentò al Vigo, che, senza punto avvedersi dell'inganno, la stampò

nella sua _Raccolta amplissima di canti popolari siciliani_. Confrontino

i lettori la novella e la storia, e leggano gli altri racconti di questo

volume così maschiamente palpitante di umanità, così vivo, così forte,

così originale; e mi sappiano dire se ho avuto torto io di collocare il

Capuana sopra tutti quanti gli altri romanzatori d'Italia.

Il libro di Don Chisciotte · 第 24 / 71 题