III.

Ma, se vi dicessi una cosa non strana e nemmeno inverosimile, certo però

inaspettata dalla più gran parte dei lettori? Se vi dicessi che il

romanzo in Francia accenna a morire, e già gli crollano sotto le gambe

per la stanchezza della vecchiaia? Leggeste l'ultimo romanzo di Zola,

_Au bonheur des dames_, e l'ultimo di Daudet, _L'Évangéliste_?

Discordano nei difetti, ma la conclusione del lettore è una: che il

Daudet e lo Zola siano invecchiati. Questo mancare della gioventù nella

prosa di Emilio Zola trapelava già in _Pot-Bouille_, ove a traverso i

lampi dell'ingegno osservatore appariva la maniera, ove quella

gentilezza e quell'intima forza d'arte che sono in tutte le opere dello

Zola si erano come seccate, e l'intuizione interiore si perdeva nella

esposizione dei segni esteriori. Nel _Bonheur des dames_ la

preponderanza dell'ambiente sulle persone è tale, che l'elemento umano

scompare in una convulsione universale di tutte le cose inanimate, le

quali si scotono e vibrano e strillano come fossero vive. Nel Daudet

invece la vecchiezza è venuta tutta in un colpo: nei _Rois en exil_ si

vedeva qua e là qualche capello bianco e il solco d'una ruga; ma si

sentiva nella prosa la fibra sana e forte, si sentivano i muscoli e i

nervi sani. L'_ Évangéliste _ move nell'animo un senso di pena: par di

vedere, dopo qualche anno, un amico lasciato saldo e diritto, andarsene

tra la gente tutto curvo e tutto canuto, trascinando i piedi sul

selciato, con la testa tremante e la voce fischiante tra le gengive

spopolate di denti. Il nòcciolo dell'_Évangéliste_ è, naturalmente,

piccolo: in una casetta della via Val-de-Grâce abitavano, tra le altre,

due famiglie: due donne danesi, Lina e la signora Essen, e il signor

Lorie-Dufresne, ex sottoprefetto algerino, con due bambini. La protasi

del romanzo è qui: Lina, natura nordica, sana dolce mansueta, a poco a

poco si acconcia al pensiero del matrimonio, si erige un piano di

felicità domestica con Lorie-Dufresne. Ed ecco, accade una cosa strana:

la presidentessa della Società delle dame evangeliche di Parigi se le

mette ai panni, e comincia a insinuarle le massime del misticismo

bestiale onde la Società è infetta. Ella da prima repugna, inorridita,

reagendo; poi cede, rinunziando al suo sogno nuziale, rinunziando alla

vita.

Come vedete, l'argomento è più atto a un dramma della maniera di Dumas o

di Sardou, che a un romanzo sperimentale: e la teatralità, in questo

ultimo libro del Daudet, ogni tanto trionfa, e la chiusa è veramente un

colpo di scena. Di più è superficiale: vorrebbe essere acutamente

analitico, ed è una narrazione, non pure fredda e qua e là inverosimile,

ma assai spesso illogica. Poichè tutto il dramma sta appunto nel

movimento psicologico che la presidentessa delle dame evangeliche

determina in Lina, era là che occorreva fermarsi. Non basta dire accadde

questo, accadde quest'altro; ma come, ma perchè queste cose accaddero?

Ma quali mutamenti e traviamenti soffrì il sistema nervoso di Lina per

passare dalla quiete naturale a quella continua perturbazione

convulsiva? Lo studio, più che altro, doveva essere fisiologico; il

romanziere doveva studiare quel fenomeno nervoso come il prof. Lombroso

studia i suoi pazzi e i suoi delinquenti, non già fermarsi alla

rappresentazione dei segni esteriori. Di più, il caso patologico preso

in esame dal Daudet non è nuovo: due volte, tra gli altri, lo tolse ad

argomento Emilio Zola, nella _Conquête de Plassans_ e nella _Faute de

l'abbé Mouret_, anche lo toccò da vicino nella _Page d'amour_; e sempre

lo studio analitico fu fatto con la cura minuziosa di un medico, non

trascurando nessuno degli elementi esteriori che potevano produrre la

perturbazione interna, rappresentando chiaramente e pienamente tutti i

momenti di questa perturbazione, ricercando la malattia nell'organismo e

nello spirito. Il Daudet non lo ha saputo fare. Poi nell'_Evangelista_

appaiono con più evidenza gli artifizi proprii del Daudet. Si sa, per

esempio, che egli, trovato l'argomento, vi accozza intorno tutte le

osservazioni e tutte le persone formate prima; sicchè spesso quelle

persone stanno come a forza nella tela, e le osservazioni paiono fatte

_in anima vili_. Nell'_Evangelista_ appunto questo artifizio è più

chiaro: tutto il secondo capitolo, così come sta nell'_Evangelista_,

potrebbe stare in un altro qualunque romanzo, poichè è un episodio a

parte, come gli episodi dei romanzi di cavalleria, che erano già, e già

erano stati adoperati prima che il romanziere formasse il piano del

poema.

Del resto, poichè in questo libro ogni tanto la mano del Daudet riappare

trionfale, un romanzo riescito a male non sarebbe una cosa disperata. Se

non che, io faccio una osservazione complessiva: dopo che la morte

scisse la coppia dei Goncourt, uno dei maggiori fattori del romanzo

sperimentale venne quasi a mancare, poichè la _Faustin_ è fiacca; il

Flaubert è morto; Alfonso Daudet ed Emilio Zola dànno segni o di

stanchezza o di vecchiezza, poichè il loro metodo rappresentativo mostra

l'ordito come un soprabito che se ne vada alla consunzione; i discepoli

dello Zola, se bene qualcuno mostri vivacità d'ingegno, non accennano a

continuare troppo gloriosamente le tradizioni del maestro. Non sarebbe

questo un indizio che la Francia, dopo tanta produzione romanzesca, è

stanca e incomincia a sentire le angustie della sterilità? E poichè

anche l'Inghilterra dopo la morte del Dickens e di Giorgio Elliott in

fatto di fecondità narrativa vien manco; e poichè la Germania non ha mai

potuto levarsi nel racconto a grande altezza, e la Russia dopo la morte

del Gogol e del Turghenief pare voglia cedere le bandiere della prosa

narrativa che aveva conquistate, in quale terra d'Europa questa più

complessa e più larga forma dell'arte moderna avrà uno sviluppo nuovo?

Io non lo so dire: direi, però, che un nuovo sviluppo del romanzo non

possa cominciare senza una rivoluzione pacifica o una evoluzione

bellicosa contro ciò che si chiama in Francia pomposamente l'arte

sperimentale.

Emilio Zola ha fondato il suo metodo sopra due grandissimi errori. Anzi

tutto, ha creduto che per giovarsi della scienza moderna a una nuova

maniera d'intuire e di rappresentare la vita, bastasse dimostrare per

via di romanzi un qualche nuovo canone scientifico; e nell'allucinazione

sua è giunto a tale, da parergli che la ricerca del così detto documento

umano fecondasse nel grembo dell'arte una miniera di esperienza

scientifica. Ora non è questo un circolo vizioso? La dimostrazione d'una

tesi scientifica reca qualche novità nel possesso dell'arte, e ne

distende in qualche modo i confini, o non è in tutto simile alle altre

dimostrazioni di altre tesi morali, religiose, patriottiche, e non ha in

sè il peccato dell'opportunità e della temporaneità che hanno tutte le

tesi? Il Niccolini in Italia è stato per cinquant'anni un dio; e ora,

quando si è trattato di erigergli un monumento, ce lo siamo visto

d'improvviso dolorosamente rimpiccolito tra mano. La tesi del Niccolini

era patriottica, e nella rappresentazione o nella lettura delle opere

sue recavano il lettore e lo spettatore una predisposizione

dell'intelletto e dell'animo: ora, cessata la causa e venuta quindi

quella predisposizione a mancare, l'equilibrio tra l'anima dell'opera

d'arte e lo spirito del lettore è rotto, e l'ammirazione per l'artista

scema. La tesi dello Zola non ha alcun merito di amor patrio, e corre

per contrario un gran pericolo di caducità. Essa è fondata, come tutti

sanno, sopra una alquanto controversa teorica darwiniana, sulla teorica

dell'eredità; e la legge ereditaria appunto Emilio Zola ha voluto

dimostrare con suoi romanzi, creando una famiglia di persone umane

obbedienti a questa legge, facendone quasi un nuovo canone d'arte,

poichè essa nel suo microcosmo tiene il luogo del fato antico. Or che

mai sarà per avvenire nel microcosmo zoliano, se le nuove ricerche della

scienza scartino questa legge?

Quello probabilmente, diranno molti, che è accaduto nel gran mondo della

tragedia greca, dopo che gl'iddii greci o emigrarono o perirono. E sta

bene. Se non che, prima ancora di vedere se la prosa narrativa dello

Zola abbia in sè medesima tanta singolare vitalità d'arte quanta ne ha

la poesia tragica greca, nasce un'altra osservazione: il principio della

fatalità nell'arte greca non era una teorica scientifica, nè una

didascalìa; era un sentimento universale e nativo del popolo greco, che

nell'arte si ripercoteva da tutta quanta la vita, che, in una condizione

passiva di riflessione e negativa di canzonatura, perdurò persino nella

prosa lucianea: era il senso vago e pauroso dell'inconoscibile, che si

rifugiava e si determinava in un concetto unico. Per ciò esso, crollato

il mondo ellenico, non solo rivive in altre forme, ma ha tutta una

larghissima vita storica, che conferisce alla tragedia e a tutta l'arte

greca una importanza e una eternità di documenti umani. Ma la

dimostrazione d'una qualunque tesi scientifica, sia essa la legge

dell'eredità, o della gravitazione universale, o qualunque altra, che

valore può avere? Come può non essere momentanea, mutabile e non

necessaria, se è particolare? E come da una particolar legge si può

giungere alla intuizione universale della vita? Sopra la legge

dell'eredità ci è, più larga, più sicura, più efficacemente fattrice di

arte perchè penetrata nella coscienza comune, quella della evoluzione,

che riallaccia in un immenso movimento di vita il mondo naturale, il

mondo umano, il mondo morale; ora a questa lo Zola non ha nè pur

pensato, perchè partendo dal suo concetto dell'arte dimostrativa non

avrebbe potuto giungervi mai. Il concetto suo è non solo artisticamente

falso, ma anche scientificamente caduco, e piccino. Anzi si può dire

francamente che scientifico non sia nè punto nè poco. Infatti, questo

tanto vantato e raccomandato accumulamento di documenti umani, non è una

cosa risibile, e, se si ha a chiamare con la parola propria, per quanto

barbara anche in Francia, una mistificazione? Questi documenti umani mi

hanno sempre fatto pensare alle carte d'Arborea: son documenti falsi.

Quelle furono fabbricate da un frate assai abile nella calligrafia, per

dimostrare che la Sardegna ha su tutta l'Italia un primato linguistico:

questi da un potentissimo artista, per dimostrare la legge dell'eredità.

In sostanza son fabbricati anch'essi, e lo Zola medesimo ci ha detto con

qual metodo. E qui sta il circolo vizioso. Infatti questi documenti

fabbricati con la presupposizione di quella legge, come possono servire

per prova di quella legge medesima? La famiglia dei Rougon-Macquart

edificata meccanicamente col preconcetto ereditario, che contributo può

recare alla scienza, e come può essere la riprova artistica d'una

proposizione scientifica? Anche scientificamente lo Zola è incorso in un

errore grossolano e imperdonabile; poichè, pur pretendendo di fare opera

sperimentale, non ha inteso che la gran novità della scienza moderna,

(novità vecchia, per altro, poichè nel campo della speculazione discende

da Cartesio e in quello della ricerca dal Galilei) sta tutta nel metodo:

la scienza moderna procede induttivamente. L'esperienza non consente

preconcetti o presupposizioni: essa non presuppone altro che i fatti, e

dall'esame dei fatti ascende alla intuizione e alla determinazione della

legge. La scienza moderna segue in tutto il metodo di Socrate, il quale

per persuadere la propria coscienza della sapienza sua, prese ad

esaminare tutti gli uomini ateniesi; e da questa indagine si ridusse

alla persuasione piena. Emilio Zola, invece, è aristotelico.

L'altro grandissimo errore consiste nel criterio ch'egli ha dell'opera

di Balzac. Egli ha considerato Balzac come l'inventore, o almeno come un

rinnovatore del romanzo moderno, senza riguardo allo sviluppo generale

di questa forma dell'arte. Prima di tutto, Balzac, tra la smania

teorizzatrice del romanticismo, non intese di creare un sistema: egli si

appigliò al romanzo, come a un qualunque mezzo d'arte e di sussistenza;

e fra la pompa fantastica e la bella facilità di quel beato tempo entrò

come un intruso, come un coscritto di cervice dura e di molto buon

volere, che s'affatichi ad andare al passo con gli altri coscritti e a

stare in riga e a non lasciarsi nella marcia sopraffare dalla compagnia.

Egli fu un romantico ammiratore di Lamartine e dedicatore di libri a

Victor Hugo; e in tutta l'opera sua ci è una latente aspirazione al

romanticismo sentimentale. Trovò il romanzo già maturo: da una parte, la

forma più largamente e profondamente sperimentale tentata sinora nel

romanzo, che è la forma storica, propagantesi in tutto il mondo per

virtù di Walter Scott, dall'altra il romanzo dell'anima umana cominciato

forse con la _Clarissa Harlowe_ di Richardson, accennato certamente nei

libri romanzeschi di Rousseau, proseguito da Goethe, da Gian Paolo

Richter, dalla Staël, tratto per la Via Sacra sopra la quadriga

trionfale tra le acclamazioni del popolo da Beniamino Constant.

Per credere che il romanzo sperimentale sia un acquisto di Balzac

all'arte moderna, bisogna essere ingenui come il professore Rodolfo

Renier, il quale si meravigliava tempo addietro per le stampe di vederlo

accusato di romanticismo; e citava in prova contraria _Madame Bovary_.

Proprio _Madame Bovary_? E dire che il professore Renier, quando faceva

professione di critica estetica, pubblicò certo suo studio su Cervantes!

Non s'è avveduto il professore Renier che _Madame Bovary_ è rispetto al

romanzo sperimentale ciò che il _Don Quijote_ è rispetto al romanzo di

cavalleria, una caricatura o una critica, ma pur sempre sperimentale

come questo cavalleresco? Ora Flaubert non rappresenta la signora Bovary

come una vittima del romanticismo? E i romanzi letti da quella caballera

andante dell'amore non erano proprio sperimentali, o erano il romanzo di

Lancilotto e il _Pecorone_ di ser Giovanni Fiorentino?

Badate che io adopero con tanta facile leggerezza questo aggettivo di

sperimentale, perchè, nel giudizio mio, applicato al romanzo, esso non

ha virtù alcuna determinativa o dichiarativa; ma è un sonaglietto messo

in cima a un castelletto di carte per chiamar gente intorno a una

teorichetta faticosa. Il romanzo sperimentale dunque, chiamiamolo pure

così, raccoglie nelle ampie braccia del romanticismo Beniamino Constant

e Walter Scott, il Manzoni e la Staël, Balzac e la Sand, lo Zola e Dumas

figlio, i fratelli De Goncourt e Daudet, Richter e Rousseau, Goethe e

Victor Hugo: tra l'uno e l'altro di costoro corrono distanze grandissime

di metodo, d'intelletto, di studi; ma il vincolo comune è appunto in un

più o meno bene inteso e conseguito amore della verità. Qual mai

romanziere darwiniano è stato tanto ferocemente fautore del documento

umano quanto Gian Giacomo, che volle pubblicare tutte le vergogne sue? E

i _Miserabili_ al bel tempo victorughiano non ottennero una più larga

lode di verità umana, che non ne abbia ai nostri dì avuta l'_Assommoir_?

E qual naturalista è stato più serenamente limpidamente sicuramente

sperimentale del Manzoni?

Il professor Renier, che è uno dei più assidui interrogatori e

responsori del _Giornale dei cretini e curiosi_, si meraviglia di vedere

annoverati lo Zola e Flaubert fra i romantici. Altro che romantici, mio

caro e buono e grosso professor Renier! Voi siete professore di

filologia romanza, ma pare che abbiate poca esperienza del romanticismo,

se bene quella sia una filiazione e insieme una fattrice di questo. E

che altro mai fu dunque il romanticismo, se non un rinnovamento e un

allargamento del mondo mitologico? La mitologia gentile cristallizzata

nelle sue forme esteriori, per virtù delle fate romantiche rifiorì

novellamente e frescamente e verdemente giovine in un flusso di poesia

che dall'inno agli dèi della Grecia scorre sino al rinascimento di Elena

e al nascimento di Euforione; di più, tutto un nuovo mondo mitico fu

scoperto a benefizio dell'arte dalla esplorazione scientifica. La

mitologia vedica e tutte quante le mitologie germaniche e le medievali,

commiste bellamente insieme in un coro meraviglioso, danzarono

armonicamente al suono di nuove e rinfrescate forme poetiche: le

leggende storiche e le passioni umane furono stupendamente significate

in forme mitologiche. E accanto al mito geologico delle Madri nacquero

il mito della feudalità espresso nel _Götz von Berlichingen_ e quello

dell'amore infelice incarnato nel _Werther_; il substrato fantastico

dell'arte fu accresciuto e allargato, e i miti dell'anima umana

entrarono in trionfo in quel mondo delle forme estetiche ove Federigo

Schiller vide il tempio dell'arte moderna. E, guardate: appunto Balzac,

il quale senza essere darwiniano fu tra i più potenti intuitori della

vita, in uno de' suoi romanzi si domanda se per avventura le nuove

significazioni della passione non fossero una mitologia non saputa dagli

antichi, rappresentatori di tutti i fatti e di tutti gli aspetti della

natura.

Balzac dunque non scoperse una inconosciuta plaga romanzesca, ma nella

selva già per molta parte abbattuta prese con tutta la forza delle sue

braccia a tagliar alberi. E poichè la forza delle braccia sue era molta,

il taglio fu, quanto non potè più essere mai, grandissimo. Egli recò in

quest'opera le peculiari attitudini del suo ingegno, e la sua potente

originalità; ma nella forma universale del romanzo osservativo si può

dire che non mutasse nulla. Infatti ci è voluto il sospetto buon volere

dello Zola per scoprire nello sciagurato esploratore di miniere una

missione e un'opera innovatrice. Balzac una sola cosa ha fatto: ha

conquistato al romanzo un materiale sino a lui infruttifero. A lui il

senso, diciamo, poetico della vita sfuggiva; anzi, per confessione sua

propria, non sentiva nè pur l'elemento musicale del verso. Era tutto

penetrato e materiato di prosa: era il nume vero della prosa, apata ad

ogni soffio lirico, ad ogni emanazione epica, ad ogni concitamento

drammatico; e in mezzo al romanticismo, che fu tutto un lievito di

poesia, appare come Guerrin Meschino fra la festa in onore di Macometto.

Però, egli, come il Meschino, e come Bertoldo, ebbe il buon senso di

calarsi le brache e di mostrare il sedere alla poesia: e qui sta la sua

gran forza.

Egli infatti, non giungendo a cogliere il vago e l'impalpabile che era

come la nota fondamentale del romanticismo francese, e nel mondo

romantico non potendo afferrare l'immateriale, si buttò con animo

disperato alle cose esteriori, e trovò un campo vergine nell'attività

industriale della vita. La formula della pretesa rivoluzione di Balzac,

eccola: _les affaires!_ Gli affari, proprio. Egli seppe cogliere un

elemento d'arte nel giro delle cambiali, nella diffusione monetaria,

nelle ambizioni suscitate fra la società umana dall'agente metallico; e

pose per cardine della vita moderna lo scudo. Fondò dunque anche egli

una generazione di miti, e fra gli dèi del romanticismo guidò in trionfo

il vitello d'oro. Si può dir questa una rivoluzione? Per me, e per

chiunque ha delle rivoluzioni un concetto sano, questo non è altro nè

più che un contributo. Contributo larghissimo, certo; ma rivoluzione,

non mai. Questo, in quanto al materiale. In quanto alla forma che per

opera di Balzac trovò questa materia, io non so intendere come un uomo

di tanto ingegno, quanto è quello del Zola, possa in buona fede

predicarla come un universal canone d'arte. Ha egli dunque dimenticata

la singolarità dell'intelletto di Balzac? Balzac non aveva il tocco

sicuro e l'imagine netta: il fantasma nella sua mente era come velato da

una nebbiolina maligna, e non poteva essere buttato nella prosa con una

pennellata sola, franca, brutale. Egli doveva procedere alla lucidazione

minuta del suo pensiero nelle parole, lentamente, ordinatamente: alla

sintesi fantastica, che da un contorno confuso elice una figura viva,

non potè giungere mai, e dovette miniar sempre: se avesse trascurata una

linea o un punto, la rappresentazione non sarebbe stata più piena.

Perciò egli procede ordinatamente, e dovendo dar l'imagine d'una cosa

comincia dai comignoli e scende alle fondamenta, e dovendo rappresentare

una passione o raccontare un fatto, procede come se facesse un

ragionamento logico. Egli dunque si vale dei mezzi che sono in suo

potere per giungere allo scopo finale dell'arte: non elegge quella forma

deliberatamente perchè gli sembri l'unica eccellente, o, almeno, la

migliore. Così la sua minuziosa cura dei particolari fu per lui una

necessità, non una elezione: anzi, quando la materia gli consentì un

maggior ozio fantastico, egli se ne giovò volentieri: così nella terza

parte del _Grand'homme de province à Paris_, così nella seconda di

_Béatrix_, così nell'_Interdiction_, così ovunque potè subito cogliere

l'elemento drammatico e raccoglierlo in pochi tratti. Questo medesimo

procedimento di ciascun suo romanzo si riscontra nel complesso

dell'opera sua. Egli forse è l'artista moderno che meno facile abbia

avuto la universale intuizione della vita, poichè procedette

partitamente, costringendo entro limiti determinati ciascuna

contemplazione; e solo a mezzo dell'opera si avvide che le

rappresentazioni sue non davano un'imagine complessa della vita, che fra

l'una e l'altra v'era una soluzione di continuità, e volle rimediare al

difetto congiungendo a forza le une alle altre quelle membra disgregate.

Se non che, nessuna operazione chirurgica può trasfondere una comunione

di sangue e di anima in organismi d'arte diversi; e il gran peccato di

Balzac sta appunto nel nesso meccanico ond'egli volle innestare i suoi

romanzi. Egli, in sostanza, lo abbiamo veduto, non fu più sperimentale

degli altri romantici, poichè non procedè per induzione: egli non risalì

dalla singola esperienza della vita alla intuizione ideale, e non

rappresentò l'uomo direttamente; ma secondo certi suoi peculiari criteri

raccolse e fuse le note particolari intorno a creature umane complesse e

collettive: fece quel che, per la necessità del teatro, dovettero fare i

comici: creò dei tipi. Creò in Cesare Birotteau il tipo dell'uomo colto

dalla febbre ambiziosa dell'ingrandimento, nel padre Grandet l'avaro,

nella marchesa d'Espardes la bella intrigante, come Plauto creò anche

lui il tipo dell'avaro, come lo creò anche Molière, come tutti i comici

crearono dei tipi. Ora questi tipi, isolati, sono di una efficacia

grandissima, poichè ognuno di essi si scinde quasi e si moltiplica nelle

infinite varietà che concorrono alla constituzione di quella categoria

umana; ma quando son tutti insieme raccolti sopra un palcoscenico, ove

la determinazione dell'ambiente proibisce loro ogni sviluppo, la

larghezza dell'opera complessiva scema. Un mondo popolato di tipi è

inconcepibile; se poi li riducete nei confini angusti dell'individuo,

quel mondo diventa un microcosmo. E se leggete la _Comédie humaine_

tutta di seguito, se bene quasi tutte le sfumature della vita moderna vi

siano raccolte, sebbene vi si aggiri per entro una gran gente, la più

chiara sensazione che ne dedurrete sarà di angustia: vi parrà di essere

in un villaggio, ove sono in miniatura rappresentate tutte le varietà

della constituzione umana, ma voi non potete resistere al fastidio di

veder sempre quelle medesime facce. In Balzac accade appunto questo: in

ogni romanzo ci è un tipo, e le altre persone stanno intorno per

necessità scenica e narrativa, come patate intorno a una fetta di manzo:

sicchè ciascuna creatura sua funge a volta a volta da tipo o da patata.

Questo, come ognun vede, è pochissimo sperimentale. E poi, Balzac non ha

alcuna ambizione sperimentale: anzi egli è, direi, dottrinario e

cattedratico. A lui piace straordinariamente di far lezione, e di

disserire; e in un romanzo con un lunghissimo discorso mostra tutte le

magagne del codice di commercio in fatto di protesti cambiari ed espone

un trattato compiuto di arte tipografica e di fabbricazione della carta,

in un altro fa la storia esteriore e commerciale della letteratura

francese dal '20 al '30, in un terzo con singolar competenza fa la

critica della giurisdizione dei tribunali di commercio nei fallimenti; e

si può dire che non ci è romanzo, ov'egli non siasi fermato ad erudire o

a teorizzare. Egli fa la dissertazione economica, come Walter Scott la

dissertazione storica. Egli approfitta della sua molta esperienza e

della sua tanto più sicura e profonda quanto meno rapida e meno larga

intuizione della vita; ma è subbiettivo e deduttivo. D'onde dunque

Emilio Zola ha pescato la sperimentalità e il naturalismo di Balzac? E

d'onde il suo?

Anch'egli si è fatto un sistema meccanico di intuire la vita, più

meccanico assai e più angusto e più subbiettivo che non quello di

Balzac. Come Balzac egli ha la potenza di rappresentare vivamente le

creature della sua fantasia, ma son creature della sua fantasia, e non

creature umane; e poche opere d'arte sono nel loro complesso più false

della sua, poichè una famiglia che tanto rigidamente strettamente

fatalmente obbedisca alla legge dell'eredità, è una fanfaluca che fa

ridere non pure un ricercatore scientifico, ma un qualunque accidentale

lettore dei libri darwiniani. La sua arte poetica, chiamiamola così, è

una sì faticosa convenzione, che ci è voluto tutto lo straordinario

vigore del suo ingegno per cavarne degli effetti mirabili. Lo Zola non è

penetrato di prosa, come Balzac: in lui anzi gli elementi poetici,

fantastici e melodici, prevalgono; e l'anima del romanticismo palpita in

lui più schiettamente. Egli ha scarso e stentato il senso umano; ha, più

profondo e più largo, il senso della natura; in genere, di tutte le cose

esteriori. Così, nei suoi libri, gli uomini non sono il centro della

vita; anzi non sono che strumenti passivi dell'ambiente esterno. Il

concetto della lotta manca, o è inteso in un senso angustissimo, da uomo

ad uomo. Ma l'uomo della Zola non resiste alle altre opposizioni. Ci è

il grasso che si oppone al magro, il plebeo che si lascia sopraffare dal

borghese, il bastardo nervoso che soggiace al figliuol legittimo adiposo

o muscoloso; ma l'abate Mouret dall'odor dell'erba e dei fiori è tratto

senza difesa alla sconfitta, ma Renata dallo spettacolo della grande

vita parigina è tratta quasi inconsciamente al peccato, ma Coupeau dal

buon sole caldo è tratto senza rimedio al vino. Il preconcetto

ereditario destituisce le creature dello Zola d'ogni energia vitale, e

la forma più schietta dell'uomo zoliano è Desiderata, quella povera

sciocca sorella dell'abate Mouret, che vive vegetalmente. L'uomo zoliano

ha suoi bisogni fisiologici, e li vuol conseguire, a qualunque costo,

rubando o prostituendosi; quindi esso si scinde in due omuncoli, uno che

ruba, e un altro che si lascia rubare, uno che si prostituisce, e un

altro che costringe il primo a prostituirsi. Come vedete, non ci

potrebbe essere una intuizione più meschina, più falsa, più artificiosa,

dell'umanità. La vita dunque è tutta nelle masse, nel complesso delle

cose non animate o almeno non intelligenti: sono le piramidi dei

formaggi, sono i mucchi dei cavoli, sono i fasci dei fazzoletti, è

l'aria, è il cielo, che guidano il carro della vita: l'uomo solo resta

passivo. Esso è allo stato in cui lo trovò Gulliver nell'isola dei

cavalli: è trascinato nell'orbita della vita, inconscio e involontario,

pago di poter cogliere qualche bacca rossa che lo tenti di fra la

verzura d'una siepe. Esso non solo è veramente immorale, ma è anche

inutile per l'arte. E in fatti a che serve l'uomo, se il dramma è tutto

nelle cose brute? A che serve l'uomo, se è l'ambiente che palpita

artificialmente, come un pulmone morto per virtù d'una macchina

inalatrice? La stessa disuguaglianza che è tra l'elemento umano e gli

altri elementi naturali, è in questi medesimi elementi fra loro. Nella

lotta per la vita, lo Zola non concede rappresentanza veruna alle

minoranze; nella rappresentazione, come fu già osservato, egli non crede

alla prospettiva. Non vede che la massa eguale, e tutti gli oggetti

colloca sul medesimo piano, senza tener conto delle differenze: i più

grandi e i più piccoli, i più vicini e i più lontani, tutti sono messi a

un medesimo livello e ridotti a una sola dimensione. Così la

rappresentazione sua ha qualcosa di piatto, una inarmonia faticosa e

affaticante, una monotonia fastidiosa. È un cubo, che vorrebbe parere

piramide. È un ronzìo confuso d'insetti che vorrebbero accordare lo

stridore delle elitre a qualche grande sinfonia beethoveniana. E per

animare questa massa pesante, lo Zola ricorre alle più pazze aberrazioni

di stile. Tutte le cose inanimate si movono e fremono e parlano; e si

aggruppano in proposizioni tutte seminate d'incisi, e si volatilizzano

in astrazioni singolari, e si travestono in metafore pazze. Nessun

secentista mai potè essere più smodato e più barocco coloritore dello

Zola. Lo stile dello Zola, nell'espressione delle cose esteriori, ha

qualche rassomiglianza con quello di Victor Hugo. Anche lo Zola, come

Victor Hugo, raccoglie l'anima e la voce delle cose: paragonate il libro

delle cloache parigine dei _Miserabili_ con tanti capitoli del _Ventre

di Parigi_ e di altri romanzi zoliani, rammentate i _Lavoratori del

mare_. Molto lo Zola ha succhiato di qui, e si può dire con certezza che

nella descrizione egli sia il francese più schiettamente victorughiano,

e si può infine asserire che, a malgrado di certe particolari modalità

tecniche derivate dal Balzac, a malgrado dello sforzo di tenersi

rigidamente ossequente al suo preconcetto scientifico, egli discenda

direttamente da Victor Hugo, e da tutto quanto il romanticismo.

Ricordate, nella _Faute de l'abbé Mouret_, il _Paradou_? Un parco

deserto, fruttificante di tutti i frutti e fiorito di tutti i fiori,

selvaggio, abbandonato; qualcosa di immensamente grande e di

immensamente giovine, che tramanda un odore di verginità. E una coppia,

un maschio e una femmina, in istato d'innocenza, trascorrente per

quell'immenso verde liberamente francamente fatalmente all'amore? Non è

questo il Paradiso terrestre, non è questo il primo accoppiamento umano?

E non sentite in quella prosa fremente di voluttà vegetale ripalpitare

la vecchia anima di Chateaubriand passata a traverso il gran cervello di

Victor Hugo? Chateaubriand aveva un preconcetto religioso, Victor Hugo

un preconcetto vago tra patriottico e sociale, lo Zola un preconcetto

scientifico; ma son romantici tutti; poichè il romanticismo fu

singolarmente teorizzatore e infetto di pregiudizi.

E se volete cogliere al varco del romanticismo Emilio Zola, lasciate da

parte i suoi romanzi scientifici, e guardate le sue novelle, che non son

fatte per dimostrazione di nessuna legge darwiniana. I vecchi e i nuovi

_Contes à Ninon_ sono storielline, alcuna fantastica, le più di quella

maniera che fu detta realistica: sono filiazioni della _Vie de Bohême_,

sono piccoli poetizzamenti di piccolissimi fatti umani, ove l'arte è

tutta nella forma, ove l'ossatura è nulla: il _Capitano Burle_ che dà il

titolo alla terza serie di novelle zoliane, è tale da non poterne dire,

senza venir meno al rispetto dovuto a un uomo di tanto ingegno, se non

che è lontana da ogni similitudine di verità; l'ultima serie, che

s'intitola _Naïs Micoulin_, è la migliore di tutte, ma anche in questi

raccontini si sente l'afflato di Mürger.

La prima novella infatti, _Naïs Micoulin_, narra di un signorino che

cominciò una tresca con la figlia del suo mezzadro: costui,

naturalmente, se ne avvide, e una volta per annegare il signorino issò

la vela della barca con la quale avevalo condotto alla pesca, e virò

contro vento. La navicella si capovolse, il giovine si salvò per

miracolo. Naïs intanto, avendo veduto ogni cosa dalla riva, prese a

vegliar sull'amante; e una volta che egli era andato a caccia col

vecchio mezzadro, mentre costui, rimasto indietro, già levava lo

schioppo per tirare sul signorino, Naïs con una spinta sviò il colpo.

Infine, il terribile vecchio perì travolto in una frana scavatagli sotto

i piedi da un gobbo che amava Naïs d'una passione da gobbo.

Ora questa Naïs, questa campagnola così stranamente percossa dalla

vibrazione del senso e così vivamente animata dalla gentilezza d'amore,

così serenamente impudica e così soavemente affettuosa, è appunto una

discendente delle crestaine amabili che fioriscono di tanti schietti

sorrisi le pagine di Enrico Mürger. È proprio così. Lo Zola, nella

novella, senza il suo apparato scenico, senza la teatralità

dell'ambiente, senza il suo mito scientifico, è volgare come nel

_Capitano Burle_ e in _Nantas_, o è fiacco come in quasi tutte le altre

novelle. Riesce a qualche vivace freschezza di sentimento umano e di

colore esteriore, solamente quando riprende quella vena di realismo

ottimista e cortese e poetico, che dalla fantasia di Mürger di Heine di

Gérard de Nerval si diffuse nel romanticismo francese.

Or accade del sistema zoliano pseudo-scientifico quel che accade del

sistema empirico di Daudet, quel che accade di tutti i sistemi:

invecchia. A furia d'insistere in un concetto, la mente quasi vi si

paralizza e vi s'irrigidisce; di più, scemando quella freschezza e

quella particolar potenza dello scrittore che in prima copriva le

magagne del sistema, appare come una ossatura scarnata, misera, tarlata.

E non guardate Zola: guardate invece gli escrementi dei pulcini

dischiusi dalle uova che Zola ha disseminate pel mondo civile. Non

vedete stronzolini miserandi, che si sgretolano e se ne vanno in cenere,

mentre quei pulcini orgogliosetti pigolano tutti quanti un coro di

gloria al romanzo sperimentale?

Il romanzo sperimentale! E Carlo Dickens lo avete dunque dimenticato, o

pigolatori spennacchiati e molesti?

Il libro di Don Chisciotte · 第 19 / 71 题