II.

Je vis les quatre vents passer.

— O venti — dissi — credete di aver voi soli una quadriga? Il grande

carro dello spirito umano rotola su quattro assi, e ciascuno di questi

grandi assi, epopea, dramma, ode, giambo, taglia come una spada. Poi:

Je vis Aldebaran dans les cieux. Je lui dis:

— L'antica poesia, con le sue quattro facce, Orfeo, Omero, Eschilo e

Giovenale, ti è eguale. Quando cade la notte, nell'ora che cantano le

cicale, quando agli uccelli spersi l'alba ride, in tutti i luoghi,

sull'Arno, sull'Avone, sull'Indo, la musa che sa i nostri mali ne fa la

somma. Ne vuoi una prova? Eccoti due volumi, settecento miserabili

pagine, ove i quattro venti dello spirito umano soffiano potentemente, e

quattro candelabri risplendono quanto tutte le costellazioni del cielo.

Ed ecco prima il vento della satira, un soffio di tramontana che divelle

gli alberi e sconvolge la superficie dei mari:

Tout frissonnant d'amour, d'extases, de splendeurs,

L'hymne universel chante au fond des profondeurs

Avec toutes les fleurs et toutes les étoiles;

Il chante Dieu rêvant sous les flamboyants voiles;

Il chante; il est superbe, éclatant, triomphant,

Doux comme un nid d'oiseau dans la main d'un enfant.

Il enivre l'azur, il éblouit l'espace;

Il adore et bénit. Tout-à-coup Satan passe,

L'être immonde qui cherche à tout prostituer,

Et l'hymne en le voyant se met à le huer.

Quand'io ero ancora un giovinetto pallido, mi disse la musa: — Tu parti?

Quando il Cid partiva, aveva armi di ricambio; e tu, che hai?

— Ho l'odio pe'l male e l'amore pe'l bene; e sono armato meglio d'un

paladino:

O sainte horreur du mal! devoir funèbre! o haine!

Quando Mosco canta di Enna; quando Orazio segue gaiamente Canidia, e sul

paiolo fumigante fa sternutire Priapo all'acre odore del filtro; quando

Plauto batte Davo e canzona Anfitrione, il cielo azzurro in un cantuccio

brilla radiando; e in fondo scroscia il riso dell'Olimpo. Ma l'azzurro

dispare ovunque passino i vendicatori:

L'âme alors est sinistre et voit avec angoisse

Ces occultations redoutables de Dieu.

Si nasce? si muore? che tempo è questo? che luogo è questo?

Le démon souriant dit: Je suis méconnu.

La satira ora non è più quella d'un tempo, quando alla Sorbona il

piccolo Andrieux, dal viso di rana, mordeva Shakspeare Amleto Macbeth

Lear Otello co' suoi denti falsi rubati al vecchio Boileau. Ora, come ai

tempi di Roma, la satira implacabile deve all'uomo Lume Intelletto Bontà

e Pietà suprema nell'ira. Il suo immenso sforzo, è la vita. Essa vuole

cacciar la morte, bandir la notte, rompere i lacci, dovesse anche rodere

il titano popolare. Eccoci dunque in piena vita: tutte quante le voci

del secolo scoppiano.

E, prime, le voci della soffitta imprecano, mentre da una fessura della

vòlta il cielo azzurro le ascolta serenamente dall'alto. Ecco la

caricatura d'un borghese arricchito, che va a messa recando

... sous son bras Jésus doré sur tranche.

— Resti fra noi: io non credo a queste scioccherie! — Egli va a messa

Fier de sentir qu'il prend dans sa dévotion

Le peuple en laisse et Dieu sous sa protection.

Ma i fantasmi si accavallano, s'addensano, si urtano. All'ombra d'una

catedrale, ecco degli spettri: preti con unghie di vipistrello, un

vigliacco che per virtù d'adulazioni spera di arrampicarsi in alto. La

letteratura, ch'è tanta parte della vita umana, non è più quella d'una

volta: dalle solitudini d'Arcadia è ritornata fra lo spesseggiare

romoroso del popolo su le piazze assolate:

Oui, tel est le poète aujourd'hui. Grands, petits,

Tous dans Pan effaré nous sommes engloutis.

È un momento di sosta. Il poeta, stanco o nauseato, si ferma un momento

a contemplare sè stesso. La satira diventa critica. Poi, di nuovo la

critica è sopraffatta da una eruzione di entusiasmo:

Notre adoration, notre autel, notre Louvre,

C'est la vertu qui saigne ou le matin qui s'ouvre;

Les grands levers auxquels nous ne manquons jamais,

C'est Vénus des monts noirs blanchissant les sommets;

C'est le lys fleurissant, chaste, charmant, sévère;

C'est Jésus se dressant, pâle, sur le Calvaire.

E di nuovo, come un gladiatore acconciato per la lotta che fa

scricchiolar le sue ossa per provarsi e misurare le forze, grida il

poeta:

Il monte; il est le vers; je ne sais quoi de frêle

Et d'éternel, qui chante et plane et bat de l'aile.

Poi si slancia di nuovo. Ecco il _Mont-aux-pendus_ sulla costa di

Jersey, contro di cui si rompono i navigli; ecco dei chiaroscuri:

Du temps de Vénus Aphrodite,

Parfois seule, écoutant on ne sait quelle voix,

La déesse errait nue et blanche au fond des bois;

Elle marchait tranquille, et sa beauté sans voile,

Ses cheveux faits d'écume et ses yeux faits d'étoiles,

Etaient dans la forêt comme une vision;

Cependant, retenant leur respiration,

Voyant au loin passer cette clarté, les faunes

S'approchaient; l'œgipan, le satyre aux yeux jaunes,

Se glissaient en arrière ivres d'un vil désir,

Et brusquement tendaient le bras pour la saisir,

Et le bois frissonnait, et la surnaturelle,

Pâle, se retournait sentant leur main sur elle.

Così la coscienza umana procede luminosa fra il nostro crepuscolo;

quando alla vista dei fauni, subitamente oscurata, dà addietro. E chi

sono i fauni? Sono i preti che ardono i libri pieni di luce, è la forca

che gitta la sua ombra nera sulla fiamma vivace della vita umana, sono

le belle donne che ai balli di Corte inneggiano alla forza e alla

guerra, sono i cannoni, è il vizio, tabe velenosa che rode quella Venere

Afrodite passante ignuda nel fondo delle selve, che si chiama la

coscienza umana:

Elle passa. Je crois qu'elle m'avait souri.

C'était une grisette ou bien une houri.

Je ne sais si l'effet fut morale ou physique,

Mais son pas en marchant faisait une musique.

Quoi! ton pavé bruyant et fangueux, ô Paris,

A de ces visions ineffables! Je pris

Ses yeux fixés sur moi pour deux étoiles bleues.

Fraîche et joyeuse enfant! moineaux et hochequeues

Ont moins de gaîté folle et de vivacité.

Elle avait une robe en taffetas d'été,

De petits brodequins couleur de scarabée,

L'air d'une ombre qui passe avant la nuit tombée,

Je ne sais quoi de fier qui permettait l'espoir.

Pendant que je songeais, croyant encore la voir

Même après qu'elle était enfuie et disparue,

Et que debout, pensif au milieu de la rue,

Contemplant, ébloui, cet être gracieux,

J'avais l'œil dans l'espace et l'âme dans les cieux,

Une vieille, moitié chatte et moitié harpie,

Au menton hérissé d'une barbe en charpie,

Vêtue affreusement d'un sinistre haillon,

Effroyable, et parlant comme avec un bâillon,

Me dit tout bas: — Monsieur veut-il de cette fille?

È il ritratto d'una santa, morta d'itterizia in convento; è la visita a

un bagno di forzati; è lo spettacolo d'un cimitero. Le tenebre si fanno

più folte: i fantasmi diventano più terribili e scivolano per le tenebre

come lemuri, schifosamente. Ecco una processione di bonzi, seguita da

una processione di preti, e dietro un arcivescovo nemico della luce. Poi

i fantasmi a poco a poco si allargano, si allungano, si diffondono in

idee astratte: la satira drammatica di Orazio, cede il posto alla satira

predicatrice di Giovenale: i quadretti scompaiono sotto una eruzione di

sermoni. Le idee, non più vestite di forme plastiche, ma libere e

fluide, prorompono cozzando. Prima è la filosofia che dà la scalata al

cielo: il vecchio spirito della notte, coi chiodi che tennero saldo

Cristo in sulla croce, fabbrica all'uomo una catena: esso agghiaccia le

fronti scaldate dall'aurora: — È necessario che una fiamma fosca

rischiari un imperatore: per questo io ho scritto gli _Châtiments_. Io

ho dovuto fare questo libro; ed ecco Parigi agonizza, e un uomo è

fuggito: è un vigliacco: è l'imperatore. Così tutto è finito: la

rivoluzione francese non è che una pazza, a cui Bruxelles dice: vattene.

E io sono odiato. Perchè? Perchè amo i deboli e i vinti. Ma che monta?

Dalle culle mi piovono benedizioni, l'uomo che piange mi sorride tra le

lacrime, il firmamento è azzurro, e ogni dovere è un diritto. Gloria a

Dio. Ma forse voi avete ragione: io sono un imbecille:

J'ai vu des naufragés qui s'enfonçaient dans l'ombre,

Sans aide, et j'ai sauté sur le vaisseau qui sombre,

Aimant mieux leur malheur que votre joie à tous,

Et périr avec eux que régner avec vous.

E poichè io sono straniero nella vostra città, io che la vita voglio

amara più tosto che abietta, lasciatemi tornare al mio nero Guernesey.

Così noi abbiamo perduto Strassburg, nè più abbiamo Metz, la casta culla

dei vecchi Franchi capelluti: quel cielo azzurro è nostro, quei campi

son terra nostra:

Nous, nous sommes laissés prendre ces grands pays,

Nous, France!

Ora il primo miserabile imbecille che ci venga tra' piedi, ci può

gridare:

— Paix là, vous tous! Gare à qui bouge!

Mais nos pères auraient mordu dans du fer rouge!

O voi che avete il mondo in mano, buon dì! Rammentatevi che, pur essendo

di marmo, siete di carne:

Il suffit d'un cheval emporté, d'un gravier

Dans le flanc, d'une porte entr'ouverte en janvier,

D'un rétrécissement du canal de l'urètre,

Pour qu'au lieu d'une fille on voie entrer un prêtre.

Ma il buon Dio invecchia, e si ripete: l'inverno è bianco e vecchio;

l'aurora è bianca e vecchia:

Tu deviens fatigant, tu deviens pluvieux,

Mon pauvre éternel! prends la retraite, mon vieux.

Così Dio è sopraffatto da Zoilo, la notte vince il giorno, il Nadir

lotta con lo Zenit. Senonchè lo Zenit, concludendo il libro della

satira, prelude al dramma:

O Dieu vivant, pardonne au rire immonde et noir,

Pardonne au rire misérable,

Toi qu'adore, incliné comme l'arbre du soir,

Le juste sombre et vénérable.

Il libro termina com'è cominciato: un lembo azzurro di cielo ascolta le

voci della soffitta, il cielo azzurro dall'alto guarda la ribellione dei

bassi fondi: tutto un largo azzurreggiare calmo e sereno abbraccia i

fantasmi torvi e le bestemmie che salgono con orrendo rimescolìo a galla

della vita umana:

Dieu, vie, abîme, espoir! grand œil mystérieux

d'où tombe l'homme, cette larme! —

Ed eccoci al libro drammatico, che consta di una comedia in un atto e di

un dramma in due. Cominciamo dalla comedia, _Margarita_.

Questa Margarita, questa gemma, è Nella, figlia del barone di Holburg,

spogliato delle sue terre e del suo grado nella vicenda delle guerre

germaniche. Egli s'è ridotto a vivere in una vecchia _Burg_ diroccata

della Soavia, ove coltiva pochi iugeri di terra mentre la figliuola mena

le vacche al pascolo.

Nello stesso villaggio vive Giorgio, figlio al defunto duca di Soavia,

usurpatogli il trono dallo zio Gallus. Nella e Giorgio hanno vent'anni.

Si amano. Càpita un giorno fra quei boschi il principe Gallus col barone

Gunich; è annoiato, e va in traccia d'una femmina che lo liberi dal

tedio.

Il principe Gallus è di una strana raffinatezza di gusti:

Avoir ma Pompadour comme un roi très chrétien,

Je prémédite ça. Mille défauts; pas veuve,

Et je la cherche au bois pour l'avoir toute neuve.

— Monseigneur, ce n'est point impossible à trouver.

— Mais je la veux sauvage.

— Il faudra la rêver,

En ce cas — c'est un peu de complaisance à mettre —

Et de ne pas trop prendre votre rêve à la lettre,

Sauvage presque...............

— Je viens chercher Vénus toute nue au désert,

Je tends les bras vers vous, bois, monts, épithalame!

O nature, un sourire! ô forêts, une femme!

— O forêts, une vierge!

— Oui, vierge. J'y consens,

Un démon vierge! un être aux penchants malfaisants,

Ayant l'aspect du lys que la nature encense!

Laïs Agnès. Le monstre à l'état d'innocence!

E Gunich gli mostra Nella discorrente con Giorgio. Quei due si

nascondono dietro la _Burg_, e assistono a un duetto d'amore tanto

frescamente e limpidamente primaverile, che il principe comincia a

dubitare delle sue forze. Partito Giorgio, Gallus entra nella _Burg_, e

chiede a Nella una tazza di latte; poi comincia a tentarla, e, parlando,

apre il mantello e scopre il petto tutto lucente di decorazioni. Nella,

semplicemente, solleva una tenda, e mostra al principe il ritratto di un

feld-maresciallo; poi dice:

— Questa è l'effigie del barone di Holburg, mio nonno.

E, insistendo il principe, gli comanda di escire. Sopravvengono,

successivamente, Giorgio e il Padre di Nella, e subito Gallus denunzia

al vecchio barone l'amore della figliuola per Giorgio, e narra la scena

onde è stato testimone; e provocandolo, furibondo, Giorgio, e

spingendolo a palesare il suo nome, esclama:

— Je suis Gallus, landgrave de Souabe,

Le frère du feu duc régnant George premier.

L'aigle à deux têtes prend son vol sur mon cimier.

L'Allemagne n'a pas de famille plus grande.

Et, monsieur le baron d'Holburg, je vous demande

En mariage ici votre fille Nella

Pour mon neveu le duc George deux, que voilà.

E così la comedia ha lieto fine, avendo la virtù di Nella sopraffatto le

turpi voglie del vecchio cinico libertino.

Nel dramma, che s'intitola _Esca_, di nuovo siamo fra le selve. Gallus,

che ha abdicato in favore del nipote, risale in carrozza, con Gunich,

una via di montagna. Precede, sopra una carretta carica di letame, un

ricco fittaiolo, Harou, che va ad ammonire la sua fidanzata Lison di

tenersi presta alle nozze per mezzodì. Lison, che si sta pettinando alla

finestra della sua capanna, ferisce sì forte il vecchio libertino, che

lo move a scendere dalla carrozza, e a nascondersi nel bosco. Harou

intanto parla con la sua fidanzata, e la vorrebbe abbracciare; ma costei

lo ributta, fastidita dall'odor di letame che il villanzone tramanda.

Partito il fittaiolo, che ha promesso di ritornare a prenderla con la

sua carretta, Lison comincia ad acconciarsi da sposa, e non possedendo

uno specchio, esce mezzo nuda a specchiarsi alla vicina sorgente. Mentre

ella malinconicamente contempla l'imagine della sua povera beltà, Gallus

le sorge alle spalle, le conficca tra i capelli un fermaglio di

brillanti, poi di nuovo dispare. Lison sbalordita e non sapendo che si

pensare, arrossisce di star così nuda in mezzo al bosco; quand'ecco le

si appresenta un nano con un mantello di velluto. Cadendo d'una in

maggior meraviglia, la fanciulla volge a dietro il capo, e subitamente

si vede allato un moro che le allaccia al collo una collana di perle.

Uno strano scompiglio le turba l'intelletto; le pare di esser l'eroina

d'un racconto di fate, e comincia a cantare:

— Les lutins — dans le thym — les hautbois —

Dans les bois — les roseaux — dans les eaux — ont des voix...

Donc faisons — des chansons — et dansons. — L'aube achève —

Notre rêve — et l'amour — c'est le jour. —

Ed ecco si mostra Gallus vestito di broccato d'oro, con uno scintillìo

vago di croci e di gemme sul petto. Questa volta la resistenza è fiacca,

e il demonio si reca via la sua preda agevolmente in carrozza, quando

già, tratta da un asino, appare in lontananza la carretta di Harou, il

grosso fidanzato, padrone di molti poderi, che viene con due sonatori di

violino a prendersi Lison.

Nel secondo atto, in Parigi, ritroviamo Gallus e Lison transfigurata e

ribattezzata nella marchesa Zabeth. Il dramma si svolge quasi tutto

dietro le quinte. La marchesa è uscita, e Gallus chiacchiera con Gunich.

Costui afferma essere il duca innamorato di Zabeth. Il duca nega

recisamente, con un vivo fuoco d'artifizio di facezie orribilmente

ciniche, fiutando tabacco. E appunto nel cavar dal taschino della

sottoveste la tabacchiera, lascia cadere una carta che Gunich raccoglie.

Sopra la tavola sono dei gioielli e un mazzo di fiori, portati da

qualche incognito ammiratore. Lentamente, fra gli alberi del parco,

fuggono le ultime note d'una mattinata musicale.

— Questi fiori e questi gioielli — dice Gunich — li avete fatti recar

voi. Le mattinate musicali che ogni giorno svegliano gli uccelli del

parco sono ordinate da voi. Questi versi — e gli tende la carta raccolta

— son vostri. Negate?

Il duca non nega: seguita a celiare, ferocemente, finchè ritorna la

marchesa con una numerosa comitiva. Si discorre dei doni offerti a

Zabeth, della musica matutina, dei versi inviatile. Zabeth trova bellini

i versi, belli i fiori, bellissima la musica, meravigliosi i gioielli.

Gallus asserisce che i fiori costano trenta soldi, che i gioielli son

mediocri, i versi sciocchi, la musica ridicola.

— Questo non direste — osserva Zabeth — se il donatore foste voi. Ma

questa sera non andremo a teatro: resterete a cena con me.

Partono gli altri, restano Gallus e Zabeth.

— Voi — dice il duca — chiedetemi tutto che desiderate. La vita delle

belle donne deve essere un tramite infinito di godimenti. Nel vostro

parco mancano delle statue: fatevene dunque scolpire. Una donna senza

milioni non è concepibile. Anche, voi avete necessità di amore; e

cercatevi degli amanti: io non sono geloso.

E per un buon quarto d'ora quel demonio sferra dalla bocca maledetta una

eloquenza infernale, addolcita da una musica fascinosa di alessandrini,

con una sonorità lusinghevole, con un cinismo ammaliante. In fine

Zabeth, non potendo più reggere, erompe:

Pas d'amour et pas d'espoir! Je souffre,

J'ai dans le cœur le vide et dans l'âme le gouffre.

E poi di nuovo, seguitando il duca a catechizzarla, grida:

Oh! sarcler dans l'herbe! oh! glaner dans le blé!

M'éveiller, m'en aller, sereine et reposée,

L'âme dans la candeur, les pieds dans la rosée,

J'avais cela! j'avais la sainte pauvreté!

Maintenant je vois croître, autour de moi, l'été,

L'hiver, sans fin, sans cesse, un luxe énorme, étrange,

Fait de plaisir, de pourpre et d'orgueil, — et de fange!

Je n'ai plus rien, je râle, et tout me manque enfin!

Le mépris, c'est le froid, l'estime, c'est la faim.

Je dois cette indigence à vos tristes manœuvres,

Monseigneur . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tenez, duc, et voyez quelle soif est la vôtre!

Vous êtes prince et vieux, deux choses que je haïs,

Eh, bien, pourtant, peut-être, hélas! nos vains souhaits

Gardent au fond de l'ombre une porte fermée,

Je vous aurais aimé si vous m'aviez aimée.

Il duca non ha tempo di più aprir bocca. Egli tenta di parlare; ma

Zabeth lo interrompe:

— Oramai — ella dice — non v'ha più speranza che nella morte. — E si

reca alla lingua un anello avvelenato che aveva una notte tolto di dito

al duca. E, cadendo, esclama:

Adieu. Je prends mon vol, triste oiseau des forêts.

Personne ne m'aima. Je meurs.

E Gallus, buttandosi alle ginocchia della morente, urla:

— Je t'adorais.

Così termina il libro drammatico. Del lirico è, non che difficile,

impossibile rendere una qualunque imagine. Come si fa a fotografare un

volo precipitoso di falchetti e di aquile? I componimenti raccolti sotto

questo titolo vanno dal '54 al '70; e probabilmente molti che non recano

data sono posteriori. Chi ha seguito l'evoluzione dello spirito di

Victor Hugo dalla prima entrata nella terra dell'esilio sino a questi

ultimi anni può, presso a poco, meglio che non per una infelice

esposizione, argomentare del contenuto e della forma di questa lirica.

Se nel libro satirico non v'ha, come s'è potuto vedere, una stretta

coerenza delle singole parti, nel libro lirico si può dire non sia nesso

di sorta fra le parti. Non è un edificio, è una selvaggia selva d'alberi

d'ogni clima e d'ogni specie: i licheni di Guernesey accanto agli aloè

di Marsiglia e di Nizza, i cactus accanto ai cardi, le quercie

inerpicate dai fichi d'India. È un ondeggiare ampio e sonoro di

fogliame, un soffio impetuoso di mille bocche, tutta quanta l'immensa

orchestra del romanticismo evocata dal sepolcro per l'ultima sonata.

Ecco del preludio:

Jersey dort dans les flots, ces éternels grandeurs,

Et dans sa petitesse elle a les deux grandeurs,

Ile, elle a l'océan; roche, elle est la montagne.

E dalla terra dell'esilio si leva una processione di spettri foschi,

lugubremente. Naufraghi che passano a nuoto, urlando. Navi che si

frangono agli scogli, nelle notti tempestose, con orrendo fragore.

Alberi spogli flagellati dalle brezze del mare, cavalloni che si

riversano sulla riva scoscesa con un galoppo di polledri furibondi:

A cause du vent d'ouest, tout le long de la plage,

Dans tous les coins de roche où se groupe un village,

Sur les vieux toits tremblants des pêcheurs riverains

Le chaume est retenu par des câbles marins,

Pendant le long des murs avec des grosses pierres;

La nourrice au sein nu qui baisse les paupières

Chante à l'enfant qui tette un chant de matelot;

Le bateau dès qu'il rentre est tiré hors du flot.

Ma la terra dell'esilio fu ospitale al poeta, e gli sorrise; in

primavera i venti caddero, gli alberi si rinverdirono di fogliame, il

mare placato si distese pianamente sotto la libera corsa delle navi, e

le rocce fiorite sursero bellamente nella luce del sole d'aprile:

Mais au lieu d'angoisse et de peine

J'ai le calme et la joie au cœur.

Le lion s'est mis, dans l'arène,

A lécher le gladiateur.

Poi di nuovo sopravvengono le tenebre:

Je songe, un clair rayon luit sur le flot sonore;

Le phare dit: C'est l'ombre, et souffle son flambeau;

Je voudrais bien savoir les choses que j'ignore

Et quelle est la blancheur qu'on voit dans le tombeau.

E ritornano a volo le memorie della patria, tristamente:

Si je pouvais voir, ô patrie,

Tes amandiers et tes lilas,

Et fouler ton herbe fleurie,

Hélas!

Si je pouvais, — mais, ô mon père,

O ma mère, je ne peux pas, —

Prendre pour chevet votre pierre,

Hélas!

. . . . . . . . . .

Oh! vers l'étoile solitaire,

Comme je leverais les bras!

Comme je baiserais la terre,

Hélas!

Intanto il rombo della tormenta soffoca i rimpianti:

Oh! comme tout devient terrible sur la mer!

Le passeggiate fra le rupi, col mare in tempesta, col vento scatenato,

allargano la visione: la terra dell'esilio si diffonde all'infinito, e

tutta l'umanità si rimescola sinistramente sui maresi sabbiosi:

Ces erreurs, nuage durable,

Obscurcissent la terre, et font

Que l'âme humaine est misérable,

En présence du ciel profond.

Il poeta è invecchiato. La mia vita entra nelle ombre della morte, egli

grida. Il ritornello della _chanson d'autrefois_ si perde in lontananza

per le praterie fiorite; tutte le sue fantasie son cupe. Egli vede da

per tutto qualcosa di fatale e di lampeggiante:

Quand Eschyle au vautour dispute Prométhée,

Quand Juvénal défend Rome aux tigres jetée,

Quand Dante ouvre l'enfer aux tyrans qu'il poursuit,

Ces hommes sont pareils à l'antique euménide;

Leur face, qu'illumine une lueur livide,

Semble un masque d'airain qui parle dans la nuit.

Ma pure agli occhi del vate splende in alto una luce. Sentite come egli

chiude il libro lirico con un'apostrofe all'avvenire:

Oh, que le genre humain monte sur la montagne!

Terre, souris enfin à l'homme audacieux,

Et sois l'éden, après avoir été le bagne,

O globe emporté dans les cieux.

È chiaro che siamo all'epopea.

La statua di bronzo stava ritta all'ombra, in mezzo al sonno di Parigi.

Calma, la spada al fianco, in dosso l'arnese dei cavalieri feudali, se

ne stava là, dritta, in armatura di battaglia, tenendo le redini nere

nel guanto nero. D'un tratto, il cavaliere girò le redini e il cavallo

la testa. I muscoli di bronzo mostruosi fremettero, la schiena tremò, il

piede sempre levato che lascia crescer l'erba tra le fessure del

pavimento si abbassò, l'altro fisso nell'architrave si alzò; il colosso

chinò la grave fronte; il cavallo si fe' presso all'orlo del

piedestallo; il cavaliere discese dallo zoccolo, e camminò a passi

lenti. In mezzo a una grande piazza dalle arcate di pietra, sotto

l'ondeggiare d'un fitto fogliame, s'intravedeva un fantasma bianco: era

un cavaliero di marmo. Disse Enrico IV a Luigi XIII:

— Vieni a vedere se tuo figlio sia ancora al suo posto.

Il re marmoreo discese dal piedestallo, e le due statue s'avviarono con

un fragore terribile, tra il sonno di Parigi, a un'altra piazza, in

mezzo alla quale sorgeva un altro uomo immobile.

Cet homme n'était pas un homme, mais un dieu.

Era Luigi XIV. L'uomo di bronzo disse:

— Louis, quatorzième du nom,

Réveille-toi, Louis! et viens avant l'aurore

Voir si ton petit fils est à sa place encore. —

Le dieu de bronze au front vaguement étoilé

Ouvrit sa lèvre sombre et dit: — M'a-t-on parlé?

Et son regard cherchant à ses pieds, sembla naître.

— Oui. — Qui donc? — Moi. — Qui es tu? — Ton père, dit l'ancêtre.

— Quel est ce petit fils que ta voix m'a nommé?

— Celui que tes sujets appelaient Bien-Aimé.

— Où donc est-il, l'objet de ces idolatries?

— Dans une grande place au bout des Tuileries.

Viens. . . . . . . . . . . . . . . .

Vanno, l'antenato superando i nepoti di tutto il capo. Si lasciano alle

spalle il funesto balcone, ove la _Saint-Barthélemy_, accovacciata,

sogna sinistramente sopra Parigi. La Senna riflettè i tre fantasmi: il

re soldato, il re cesare, il re dio.

Allora i mascheroni della Senna, scalpellati in marmo da Gennaro Pilone,

proruppero in un cupo scroscio di risa; e quello che più forte

sghignazzava, gridò: — o re, la via è selciata e ampio è il terreno:

andate.

— Allez! le fleuve gronde et le vent se corrouce.

Allez! allez, les rois! Où vont-ils? qui les pousse,

N'ayant plus d'intérêt dans ce monde vivant?

Et qu'est-ce donc qu'ils ont à marcher en avant

Allez! allez! Où donc les mènes-tu, nuit blême?

Nuit! ces trois rois en vont chercher un quatrième.

E i tre re camminavano per le vie tenebrose senza udire queste grida

nell'ombra. Gli alberi, come colti da un fremito sepolcrale, torcevano

le braccia sofferenti e i rami morti, mentre lungo le _Tuileries_

procedevano lentamente i due cavalieri neri e il cavaliere bianco.

L'acqua del fiume fuggiva nelle tenebre. Giunti alla meta, invece della

statua del Ben Amato, videro fra due assi nere un triangolo di color

livido, e sotto una rotondità tenebrosa simile alla bocca d'una caverna.

Lontanamente una fuga di nuvoloni disegnava sul fondo del cielo questa

cifra: Novantatrè. Era quella una ghigliottina. Una porpora sanguigna,

filtrando pel pavimento nero, scriveva: Giustizia. Sopra una delle assi

si leggeva: Potere, e sull'altra: Pazzia. I tre cavalieri lessero

tremando. Una testa passò attraverso l'ombra formidabile: anch'essa era

livida. I tre cavalieri fremettero, tastando il pomo delle spade; e,

disse l'antenato di bronzo alla testa mozza:

— Qual'è il tuo delitto, o testa sinistra, più pallida che non quella di

Cristo crocefisso?

— Io sono il nipote di vostro nipote.

— E d'onde vieni?

— Dal trono.

— Spectre, quelle est là-bas cette machine horrible?

— C'est la fin — dit la tête au regard sombre et doux.

— Et qui donc l'a construite?

— O mes pères, c'est vous.

Tali i _Quatre vents de l'esprit_. Segue l'ultima tragedia, il

_Torquemada_.

Avete visto mai in un porto di mare una vecchia nave giubilata dopo

lunghi e onorati servigi? La povera vecchia nave se ne sta incatenata

sull'acqua torbida e oleosa del bacino, e leva la chiglia squassando

l'ancora rugginosa: intanto i battelli vivaci e risplendenti nella

vernice nuova le si addensano intorno con un gran tonfo di remi, con una

petulanza giovenile, come nuvoli di mosche sopra una carogna di cavallo.

Voi la guardate dal molo con un senso di pietà profonda, mormorando:

— Povera vecchia nave, non più contro le tue murate invincibili si

leveranno i cavalloni impotenti; nè più ti agiterà i fianchi il palpito

del vapore; nè le tue bandiere si leveranno fremendo fra le tempeste. Ma

il tarlo accanito dell'acqua salata dissolverà le tue membra; ma gli

assalti della risacca ti demoliranno le costole; e ogni marea ti rapirà

una tavola, e ogni tempesta ti strapperà una catena. Ed ecco, un bel

giorno voi non troverete più la nave incatenata al solito posto, e vi

parrà che il mare l'abbia inghiottita; ma un navigante vi accennerà con

la mano un punto nero sul gran piano turchino. È la povera vecchia

carcassa che si è sferrata dalle sue catene e salpa ancora vittoriosa

tra la furia delle burrasche. Il palpito del vapore agita di nuovo i

fianchi possenti; i cavalloni, vinti, si abbattono contro le murate; e

sulla vetta degli alberi le bandiere fremono ai venti. Così Victor Hugo.

Pareva che questa fulminea corvetta corsara fosse stata sfasciata dalle

maree di Guernesey. Gli ultimi poemi — _Le Pape_, _L'Ane_, _Les Quatre

Vents de l'Esprit_ — erano sforzi vani di sferrare dalla sabbia le

àncore rugginose. Noi vedevamo con un senso di pietà profonda ogni

cavallone rapirsi una tavola, e ogni tempesta conquistare una catena. Ed

ecco la corvetta, con un urto improvviso, ha rotto i vincoli, e si è

avventata in mezzo alla burrasca. Tentiamo di seguire la sua corsa

vittoriosa, e leggiamo in fretta il _Torquemada_.

Il vecchio cimitero è diventato un giardino: la terra catalana,

ingrassata dalle carogne dei frati, germina senza misura e senza riposo.

I ciuffi della malva sgorgano fra le croci abbattute, le macchie di

ortica si abbandonano sulle lapidi rotte. Il meriggio primaverile sta

luminoso su quella trista verzura; e il priore, ritto nella cocolla di

lana, con la testa calva, con la barba bianca, guarda il muro di cinta

crollante, e pensa. Pensa che la Chiesa, ròsa dalla ruggine, crolla,

come quel vecchio muro di cinta; pensa alla tristizia dei tempi e al

disfacimento della decrepitezza, che addenta tutte le cose: quand'ecco

alla breccia del muro si affaccia una persona umana. È il re. Il re,

accompagnato dal suo nano Gucho che porta una marionetta in ciascuna

mano, e dal suo Mefistofele, il marchese di Fuentel. Il re, che rompe a

mezzo la meditazione del frate, e lo atterrisce con minacce tremende, e

lo abbatte a' suoi piedi; poi gli domanda se nel convento siano femmine.

È mezzogiorno. Dalla breccia aperta si vede una compagnia di

archibusieri: il nano, accovacciato tra l'erba folta, gioca con le sue

marionette. Il re, alto nella sua bella persona piena di gioventù, con

un rosario alla cintura, con la bocca agitata da un sogghigno di cinismo

amaro, il re sferza il marchese e il priore senza pietà: dalle sue

labbra sottili la voce scorre limpidamente con uno scroscio di sarcasmi

crudi, con un impeto di assalti irresistibili, con una piena di rampogne

amare. Intanto un domenicano alto, magro, grigio, impietrito nella

vecchiaia, cammina cammina silenziosamente pel cimitero, contemplando le

croci disseminate tra l'erba. In un canto, la bocca d'una tomba scoperta

si spalanca al sole, simile ad una immane gola nera.

— Chi è quel frate? — domanda il re.

— È un domenicano, è un pazzo: ha delle visioni affocate: ha sempre

nella mente presenti l'inferno e Satana.

— Chi sono quei due fanciulli là in fondo?

— Rosa d'Ortez, e Sancio di Salinas infante di Burgos: ella ha sedici

anni, egli diciassette. Il cardinale di Ortez li vuol maritare, e li

tiene sepolti in questo chiostro finchè il giorno delle nozze non sia

venuto.

— Ah, il cardinale mi vuol rubare Burgos! Buon prò gli faccia. Si

sposino quei fanciulli: io mi prenderò la Navarra. L'infante è bella!

E il re si perde tra gli alberi, per veder meglio i fanciulli.

Allora il marchese afferra il priore per un braccio, e gli grida negli

orecchi con una voce di minaccia:

— Dimmi la verità. Questo Sancio di Salinas è figlio di Sancia di

Portogallo?

— Sì.

— Donna Sancia non diede al suo marito il re di Burgos un figliuolo

ch'ella ebbe dal paggio Gorvona?

— Sì.

— E questo figliuolo è quel fanciullo perduto laggiù tra il fogliame?

— Sì.

— Dio! — urlò il Mefistofele cacciandosi le dita nei capelli; e

subitamente il paggio Gorvona ripalpitò nel marchese di Fuentel; e una

polla improvvisa di passione scoppiò in quell'anima scellerata; e la

coscienza della paternità vinse il cortigiano. Se ne andarono tutti.

Rosa e Sancio, avvinghiati insieme, con lunghi strilli d'amore, con

lunghe risate squillanti, con una lieta battaglia di baci, invasero il

cimitero. Il vecchio recinto, occupato dall'amore, ringiovanì. I fiori,

calpestati, piegavano le teste odorose: le farfalle fuggivano dinnanzi a

quei cacciatori ridenti. Ma i cacciatori scomparvero di nuovo dietro le

farfalle, e l'ombra bieca del domenicano si rizzò tra le tombe. Nelle

pupille profonde gli splendevano riverberi sanguinosi; la sua faccia di

bronzo fremeva come la crosta d'una terra vulcanica; le sue braccia

secche si levavano al cielo dalle maniche cadenti, con le dita distese e

tremanti come volessero afferrare qualcosa che fuggiva. Una visione

ardente, una visione di fiamma purpurea stava là nell'aria, dinnanzi

alle sue pupille fulminanti, sopra le sue braccia che si stendevano per

poterla afferrare. Ed ecco il vescovo d'Urgel gli sorge dinanzi, e gli

domanda:

— Come ti chiami?

— Torquemada.

Il vescovo lo interroga intorno alle sue dottrine con tutta la

sottigliezza d'un teologo, sforzandosi di avvilupparlo nelle reti della

dialettica, tentando di abbatterlo a colpi di sofismi. Ma il domenicano,

impassibile, invincibile, invulnerabile, sta saldo, e non cede d'un

passo.

— Meglio la morte, che la dannazione: meglio il fuoco terreno, che il

fuoco eterno: io amo d'immenso amore l'umanità, e voglio salvarla

dall'inferno. Per salvarla non c'è che un modo, il rogo. Si accendano

dunque i roghi, e si spicchino al cielo le anime umane di mezzo alla

rabbia del fuoco liberatore. Il fantasma immane del fuoco occupa tutto

quanto quest'uomo con un accanimento così tenace, che tutta la

dialettica, che tutti i sofismi, che tutte le minacce del vescovo

d'Urgel cascano come frecce rintuzzate. Finalmente, quando l'ultima

freccia rimbalza spuntata da quella corazza adamantina, due frati

afferrano il visionario e lo spingono nella tomba spalancata; poi vi

gittano sopra il coperchio, e il cimitero resta deserto.

Ma ritornano i cacciatori di farfalle con lo strepito lieto dell'amore,

e un lamento sotterraneo li ferisce e li ferma atterriti tra l'erba. Non

tardano a pensare che la voce venga dalla tomba chiusa di fresco; e

tosto si affaticano a scoperchiarla; ma le loro forze non bastano a

sollevare il masso pesante. Allora Sancio strappa da un sepolcro una

croce di ferro che gli serve di leva, e il coperchio è alzato, e il

frate riappare alla luce del giorno. Egli è calmo: i suoi turbamenti

sono cessati: la sua via è segnata. Torquemada passa la breccia del muro

di cinta, e s'incammina per la via fatale.

Questo è il prologo che occupa più di un terzo del dramma. Il quale si

sviluppa con una rapidità semplice, vivace, calda. Il re, che in

sostanza è Ferdinando il Cattolico, innamorato di Rosa, la vuole ad ogni

costo; e quando il vescovo di Urgel viene coi due fanciulli, per

chiedergli il permesso di maritarli, egli comanda che siano rinchiusi

ciascuno in un convento. Intanto Torquemada viaggia alla volta di Roma,

e giunto sulle montagne del Lazio, con le reni rotte dalla fatica, col

cranio calvo martoriato dal sole, con l'ugola arsa dalla sete, si

ricovera nella grotta di un romito semplice, mite, pietoso. Si chiama

Francesco di Paola, e vive macerandosi nella penitenza come gli antichi

solitari nella Tebaide. A poco a poco, il dialogo scoppia; e quei due

uomini, l'uno di fronte all'altro, combattono: l'italiano pieno di

mansuetudine, pieno di pace, pieno del santo egoismo della fede, e lo

spagnuolo tutto invaso dalle fiamme e da un sanguinoso amore

dell'umanità. Nel cozzo più fiero dei due campioni, sopravviene un

paciere, un cacciatore vestito riccamente, con un corno al collo, con

una faccia di gaudente. Egli ha visto i primi colpi di spada, e ride:

— Voi siete due pazzi, dice; e avete torto tutti due. L'uomo non deve

prendersi grattacapi inutili. L'uomo deve godere. Ve lo dico io, che

sono infallibile, perchè sono papa. Io mi chiamavo una volta Alessandro

Borgia; ora mi chiamano Alessandro VI. Mi piace la vita allegra, mi

piacciono le femmine belle, e sono un buon diavolo. Voglio farvi

contenti. Tu, Francesco, resta nella tua grotta con la tua testa di

morto; e tu, Torquemada, ritorna in Ispagna, e brucia tutti gli ebrei:

te li dono tutti.

Eccoci dunque di nuovo in Ispagna, nella reggia di Sevilla, nella più

calda furia dell'inquisizione. In piazza è pronta una grande catasta che

deve ardere cento ebrei: tutti gli altri, nel giorno medesimo del

supplizio, dovranno uscire dagli Stati di Ferdinando. Ma gli ebrei hanno

molta esperienza del cuore dei re, e offrono trenta mila scudi d'oro per

ottenere la grazia del rogo e dell'esilio. Ferdinando ed Isabella, prima

di dare una risposta definitiva, si rinserrano in una stanza, e pregano

con molto fervore dal cielo il lume necessario in un caso di tanto

momento.

— Trentamila scudi d'oro fanno seicentomila piastre, dice il re;

seicentomila piastre fanno venti milioni di zecchini, che, cambiati in

bisanti turcheschi, sono il carico di un galeone; e cambiati in _duros_

d'argento sono il carico di due galeoni. Con questo tesoro potrei

snidare Boabdil da Granata.

— Ebbene, si perdoni — dice la regina; e afferra un foglio di carta per

segnare l'atto di grazia. Ma si spalanca l'uscio della sala, e una

statua di bronzo s'affaccia sulla soglia. È Torquemada.

— In ginocchio — comanda. La regina, tremando, s'affretta ad obbedire;

ma il re tentenna.

— In ginocchio — ripete il frate, e il re, tremando, obbedisce.

— Guardate — ripiglia Torquemada, spalancando la finestra.

In mezzo alla piazza, dalla immane catasta, si è scatenato l'inferno: un

mucchio di persone umane si divincola in mezzo alla rabbia delle fiamme:

ai quattro angoli del rogo le statue immani dei quattro evangelisti

sembrano quattro demoni di brace, pieni dell'urlo dei dannati. I reali

di Sevilla, secondo l'etichetta di corte, andarono a passare a Triana,

in penitenza, il giorno seguente al supplizio; ma prima di partire, il

re, che non aveva dimenticata donna Rosa, ordinò al marchese di Fuentel

di strapparla dal convento ov'era rinserrata, e di condurgliela

nell'_huerto del Rey_, del quale gli affidò una chiave: l'altra fu

rubata da Gucho, il nano, che vedendo essere l'inquisizione più forte

del re, si vendette alla inquisizione. La notte dunque, mentre il re in

compagnia della regina sgranava rosari a Triana per l'anima dei poveri

morti, il marchese di Fuentel, giovandosi d'un ordine scritto di

Ferdinando, potè liberare non solo donna Rosa, ma anche il suo figliuolo

Sancio; e tosto li condusse nell'_huerto del Rey_, poi partì in cerca di

cavalli per condurli oltre i confini del reame. Ed ecco, nella tenebra

fonda si leva Torquemada, e riconosce nei due fanciulli che si

dimenticavano in quella prima ebbrezza del rivedersi i suoi liberatori.

Li riconosce, e fattosi narrare da loro ogni cosa, promette di

proteggerli contro il re. In conspetto di quell'idillio fresco e odoroso

come una mattinata d'aprile, quell'anima arsa dal furore del fuoco si

apriva desiderosamente, e si tuffava nell'umidore della rugiada. Egli

stava là, alto nella tenebra susurrante, a contemplarli, e li ascoltava

con una voluttà strana.

— Noi non potevamo alzare la pietra del sepolcro con le nostre piccole

braccia — diceva Sancio.

— Allora tu sferrasti una croce da un sepolcro, e l'adoperasti per leva.

La faccia del domenicano si fece nera.

— Che hai detto? Tu hai sferrata una croce? Era proprio una croce?

— Sì — rispose il fanciullo semplicemente — non c'era altro ferro che

quella croce, e la divelsi.

— Sacrilegio maggiore! — urlò il frate nel suo pensiero subitamente

intorbidato. — L'inferno li aspetta, implacabile, irremissibile. Dio

mio, che peccato! Come salvarli dal fuoco eterno?

Qui di nuovo, nell'aria nera, egli vide un grande barbaglio di fuoco.

Era la visione, era quella sinistra visione fiammeggiante che gli

riappariva fatalmente sul capo. E all'istante, senza più stare, partì.

Di lì a poco, mentre i due fanciulli, avvinghiati con un abbracciamento

tenace, si abbandonavano nel delirio dell'amore, in cima alla scalinata

dell'orto apparve una bandiera nera con una testa di morto tra quattro

stinchi di morto. E dietro la bandiera, i frati della Santa

Inquisizione, in due lunghe file silenziose.

Ed ora questa esposizione ha bisogno di commenti e di dichiarazioni? Non

basta, nella sua rozza semplicità giornalistica, a mostrar come la mente

del gran vecchio sia disorganizzata? Victor Hugo mi fa ripensare le

_Notti romane_ del Verri. Non è egli lo spirito d'un poeta antico tenuto

a forza fra questa pecoraggine presente da un crudel capriccio della

vita? Che fa egli tra noi? Noi non possiamo più intenderlo: lo scroscio

delle campane di _Notre-Dame_ non più suscita in tutte le genti del

mondo una commozione mista di letizia e di ammirazione e di pianto: non

più l'eco degli _Châtiments_ si propaga fragoroso per tutta l'Europa.

Victor Hugo è un vecchio poeta, cui un tristo incantamento costringe a

restare fra gli uomini in apparenza di vita. Si sforza di richiamare

dall'anima e di riversare nella poesia la potenza antica; ma in verità

egli è morto.

E fin qui, spero, non ci è chi dissenta da me; poichè da alquanti anni

tutti i libri che la senile attività di Victor Hugo gitta ai popoli del

mondo, son considerati come opere postume, e quasi come voci d'oltre

tomba.

Il libro di Don Chisciotte · 第 18 / 71 题