IV.

Un altro fattore barbarico di prosa, sono i romanzi tedeschi. A quale

miseria siamo dunque noi pervenuti, da dover chiedere aiuto alla

Germania, la quale oltre il _Werther_ e qualche racconto filosofico di

Gian Paolo Richter non ha nella storia del romanzo moderno alcun luogo

onorevole? E pure, i novellieri campestri tedeschi, in Italia, ove la

letteratura germanica è ignorata quanto l'italiana, hanno indotta la

consuetudine del regionalismo narrativo. La casa Treves e il signor

Salvatore Farina, appaltatore di romanzi stranieri come il signor

Vittorio Bersezio di comedie francesi, si dànno somma cura di riversare

in Italia tutte le scolature del romanticismo tedesco; e non ci è

novelletta sciapita di Federigo Spielhagen, o scempiaggine di Elisabetta

Marlitt, che non sia tradotta e donata in premio agli associati di

questo o di quel giornale.

Veramente ora l'influenza germanica, per la gran prevalenza zoliana,

scema; ma ci è stato un tempo che Salvatore Farina, Cesare Donati, e non

saprei quali altri, si smammolavano a cucinare in forma narrativa i

pasticcetti di ciliege e gli spezzatini d'oca novella che piacciono

tanto alle borghesucce alemanne. Pareva di vedere la vetrina d'una

bottiglieria, tanto giulebbe e tanto vivaci colori e tanta carta dorata

c'era solo nei titoli. O _Amore bendato_, o _Tesoro di donnina_, o

_Fiamma vagabonda_, o _Fante di picche_, o liquefacimento d'un cervello

non certo, per natura, impotente, ove siete voi? Il popolo italiano vi

ha ingoiati tutti, o tenui romanzi fatti di caramella e di polvere

cipria; e voi siete passati pe' suoi organi digestivi senza potervi

assimilare. Questo porco popolo vi ha ricacati al primo canto di strada.

Giusta penitenza del vostro peccato.

L'influenza tedesca dunque non continua se non indiretta, aizzando il

regionalismo narrativo, e propagando la novella campestre. Vediamo

dunque il racconto rusticano tedesco; e, poichè tutta questa è la più

sicuramente e prestamente moritura prosa che si scriva ora, cominciamo

con una necrologia.

Nel 1841 apparve un'epistola in rima di Ferdinando Freiligrath a un

giovine scrittore wurtemberghese noto per alcuni romanzi filosofici e

per parecchi racconti rusticani che avevano levato un qualche rumore.

Quel giovine, che non aveva ancora trent'anni, si chiamava Bertoldo

Auerbach; e il Freiligrath gli era largo di tante lodi, che tutti gli

occhi della Germania furono subitamente conversi a lui, nè d'allora in

poi se ne rimossero mai. Era naturale: tramontato a poco a poco il

meriggio luminoso della grande letteratura tedesca, parevano imminenti

le più fosche tenebre. Sembrò dunque un miracolo, che sorgesse ancora

uno scrittore, al quale Ferdinando Freiligrath potesse dire con

coscienza: _il tuo è un libro davvero_; e il miracolo parve tanto più

lieto e tanto maggiore, che la Germania, la quale nel dramma osò lottare

con l'Inghilterra, nella lirica con l'Italia, nella critica filosofica e

filologica con tutta l'Europa, non aveva altri romanzi famosi che quelli

di Goethe e di Gian Paolo Richter. Le _Dorfgeschichten_ si levarono

dunque come uno stormo di cicogne pellegrinante dal Danubio al Reno,

salutate da applausi senza fine; poi valicarono il Reno, e viaggiarono

tutta quanta l'Europa e l'America, portando da per tutto il nome di

Bertoldo Auerbach.

Costui era nato trent'anni innanzi a Nordstetten, tra le forre più belle

e più selvagge dello Schwarz-Wald, ed era un ebreo. Studiò

giurisprudenza a Tubinga; poi, convertito da David Strauss alla

filosofia, seguì a Monaco il corso dello Schelling e quello del Daub in

Heidelberg. Imprigionato a Monaco nel 1835, nell'irrompere dei lieviti

rivoluzionari fra gli studenti, escito appena di carcere si accapigliò

col Menzel che combatteva la _Giovine Alemagna_ heiniana. Aveva seguìto

con diligenza i corsi dello Schelling e del Daub nella persuasione di

esser nato con buone attitudini filosofiche; ma come si trovò nella

maturità e nella libertà piena delle forze, quella persuasione cominciò

a mancare, e i primi passi lo spaventarono. In quel dubbio, si pose per

una via falsa: volle predicare col romanzo la filosofia del suo maestro,

volle spremere il succo dello Spinoza, e condirne degli scritti

popolari.

La serie dei romanzi filosofici dell'Auerbach è lunga assai, e darne un

elenco sarebbe cosa troppo vana e noiosa: rassomigliano un poco alle

comedie a tesi; ma non sono insopportabili; anzi parecchi di essi, come

_La Scalza_, _Auf der Höhe_, _Edelweiss_, piacquero anche in Italia e in

Francia, ove l'odio per ogni sistema filosofico è fiero ed universale.

Nuoce ad essi il preconcetto didascalico, e il calore e il colore si

smorzano nella monotonia della dimostrazione. Ma questo i critici

tedeschi non rimproverarono all'Auerbach, perchè in Germania, ove pure

la teorica dell'arte per l'arte ebbe in Heine il maggior suo

predicatore, il romanzo di rado è libero da preconcetti filosofici. I

critici tedeschi gli rimproverarono molte altre cose che noi non gli

rimproveriamo, perchè il tempo farà giustizia da sè e seppellirà i

romanzi filosofici dell'Auerbach, dei quali una ristampa compiuta in

molti volumi deve esser escita o prossima ad escire in luce.

Le prime _Storie del villaggio_ apparvero nell'_Europische Revue_ del

Lewald, alla quale l'Auerbach collaborò assiduamente ne' due anni che

rimase a Frankfurt sul Meno. Passò di là a Bonn e a Magonza, ove

tradusse in tedesco tutte le opere dello Spinoza. Seguitò così sino alla

fine la sua vita pellegrina, senza fermarsi mai a lungo in una città: fu

a Vienna, affatto decaduta dallo splendore antico e non più sogno dei

principianti, a Lipsia che era allora come tuttavia è l'emporio e

l'officina della coltura tedesca, a Dresda, a Berlino, a Breslavia, ove

si ammogliò. Con la moglie fece il viaggio di nozze per le province

meridionali, e più lungamente si fermò in Heidelberg, ove gli

sorridevano molti ricordi della sua vita universitaria. Rimasto vedovo,

ricominciò a pellegrinare, ed entrò in Vienna tra le fiamme della

rivoluzione del '48; poi visse per qualche anno nella solitudine

silenziosa d'un villaggio dell'Harz. Ma, infastidito anche della

solitudine, e rigermogliando in lui il desiderio d'una vita più romorosa

e più laboriosa, si riammogliò a Dresda e andò a fermarsi a Berlino, ove

ottenne un posto d'insegnante nelle scuole della Società operaia. Nella

guerra del 1870-'71 fu addetto al quartier generale del granduca di

Baden, e partecipò all'assedio di Strasburgo; due anni a dietro avea

fatto un viaggio in Olanda in cerca di materiali per uno studio sullo

Spinoza. Ma la reputazione di Auerbach riposa sulle due serie delle

_Dorfgeschichten_, su queste storielle semplici che hanno un odor di

timo e un sapore di birra wurtemberghese.

Dopo tanta orgia idealistica una riazione era desiderabile: dopo

Hoffmann bisognava augurarsi un narratore poco fantastico, un narratore

borghese che dèsse alla Germania delle novelle non fondate in quel regno

dei sogni ove con tanto poco lume profetico disse Heine essere il

dominio del popolo tedesco. Questo narratore fu Auerbach, intorno al

quale sorsero Paul Heise, Sacher-Masoch, Spielhagen.

Noi abbiamo veduto l'Auerbach errante per la Germania senza riposo: egli

non viaggiava solo per una certa irrequietudine innata in lui e per la

smania del vagabondaggio: volle studiare e rappresentare tutta quanta la

vita tedesca, tanto variamente colorita di sfumature digradanti, tanto

popolata di tipi di costumi e di paesaggi dissimili, dai terrapieni che

cingono le casematte di Berlino e dalle maree di Koenigsberg alle

schiene audaci delle Alpi tirolesi e alle risaie di Szegedin, predilette

dalla Theiss. Nelle storielle campestri dell'Auerbach si sente sempre il

compiacimento di ritrovarsi in mezzo a quella vita desiderata, sicchè un

caldo soffio tibulliano spira di pagina in pagina, e finalmente riesce

stanchevole. I suoi tipi maschili e femminili esteriormente sono sempre

veri, ma nella loro vita interiore assai spesso sono falsi: il pievano

Ivo, per citare un esempio, ne' suoi amori con Emmerenza e nella sua

vita di scolaro a Horb e a Heiningen è intuito e rappresentato

stupendamente; ma quando disputa di teoriche spinoziane con un vaccaro,

ma quando in seminario si abbandona alle più strane e più torbide

fantasie ascetiche e metafisiche, allora tutti quanti gli artifizi di

una penna abile non riescono a conferirgli colore di verità. L'Auerbach

ricalcò la vecchia via romantica, e si accontentò delle apparenze della

verità, difetto ch'egli ha comune con gli altri moderni novellieri

tedeschi, specie coll'Heise. L'Auerbach aborre dalla lussuria del colore

e dall'abuso del paesaggio, che nella moderna letteratura germanica,

come in tutte quante le letterature moderne, sono una vera malattia:

nelle _Storie del villaggio_ il colore predominante è il verde, diffuso

con una misura degna del grande maestro Goethe; e il paesaggio non si

affaccia prepotente e petulante a sopraffare la vita delle figure umane,

ma solamente appare accennato e sfumato in lontananza; sicchè queste

storielle hanno un movimento gaio e una vivacità drammatica affatto

nuova; e anche della novella italiana ritraggono quel lievito d'ironia

pullulante e sprizzante naturalmente dall'osservazione acuta degli

uomini e delle cose.

L'Auerbach tentò pure la scena, ma senza fortuna. Caldo ancora delle

impressioni della rivoluzione viennese, scrisse una tragedia: _Andrea

Hofer_, ch'era un tentativo d'introdurre il realismo nel dramma; ma le

tradizioni schilleriane erano troppo fresche e troppo profondamente

radicate perchè quel tentativo potesse riescire a buon fine, e la

tragedia fu condannata. Nemmeno nella commedia, la quale in Germania

pare non possa attecchire, l'Auerbach fu fortunato, e il suo

_Wahrspruch_ cadde fra il silenzio e gli sbadigli d'un uditorio poco

difficile e avvezzo ai pasticci del Kotzebue. Fortunatissimo invece fu

nel _pamphlet_ politico. Il suo _Wiener Tagbuch_, ove molto vivacemente

erano schizzate e colorite le vicende della rivoluzione, fu letto da

tutti i Tedeschi che sapevano leggere; il suo _Wieder Unser_, a

proposito dell'Alsazia riconquistata, stampato a Stoccarda nel '71 fra

il primo tripudio della vittoria, suscitò un entusiasmo immenso; e

specialmente le lettere sull'assedio di Strasburgo parvero miracolose.

Così di un foglio volante pubblicato dall'Auerbach sul primo scoppiar

della guerra si vendettero tre o quattrocentomila esemplari. In questo

foglio, come negli altri scritti politici, l'Auerbach si dimostrò quale

veramente era, un tedesco puro e fanatico, una specie di Atta-Troll

wurtemberghese, ma non un Atta-Troll politico. In arte, come egli stesso

scrisse ad un Italiano, seguiva in tutto il grande maestro Goethe, il

quale sognava una letteratura internazionale. Così, mentre un novelliere

mezzo tedesco mezzo slavo, il Sacher-Masoch, fondava a Lipsia una

rivista panslavista, Bertoldo Auerbach combatteva il panslavismo

risorgente e ribattagliante intorno al corso superiore dell'Oder; mentre

a Monaco Paul Heise, lontano dai rumori del mondo, placidamente

traduceva le poesie del Giusti e del Leopardi, Bertoldo Auerbach, questo

mite e rozzo indigeno della Selva Nera, dagli accampamenti del Granduca

di Baden sparpagliava una prosa piena di fiamme, attizzando nei petti

tedeschi le ire, i desidèri e l'amore della Germania.

Le storielle di Auerbach non solo in Germania ebbero fortuna; ma,

tradotte in molte lingue, piacquero in tutto il mondo, e, cosa strana,

conferirono non poco allo sviluppo eccessivo del paesaggio. Perchè

accadde quel che quelli, i quali dopo di lui scrissero racconti

rusticani, non ebbero dell'elemento umano quella intuizione acuta che

ebbe l'Auerbach; ma più volentieri si fermarono all'elemento esteriore.

Sacher-Masoch, il californiano Bret-Harte, parecchi in Italia, spesso

lottano con lui non senza onore, e qualche volta riescono più forti e

più veri; ma nella freschezza, ma nella moderazione, ma nella sanità

della visione e della forma, l'Auerbach sta sopra tutti: egli è sempre

eguale a sè stesso, placido semplice schietto, col suo risolino ironico

di buon vecchio _Gevaltermann_ e di spinoziano giubilato. Se dalla prosa

sua si levano certi vapori tiepidi e rosati che annebbiano la sincerità

della rappresentazione, bisogna essergli indulgenti: egli visse tra le

ruine del romanticismo, e raccolse nella prosa tedesca l'eredità di

Richter, di Hoffmann, di Chamisso.

Resta, con Paul Heise, Leopoldo di Sacher-Masoch, il quale è un tipo

strano assai. Popolare in Francia quasi quanto il Turghenief, mena in

Germania una vita avventurosa tra la furia delle lotte politiche, delle

polemiche letterarie, degli assalti di spada. L'anno scorso i giornali

tedeschi annunziavano il suo ultimo duello, che ebbe appiglio da un

fatto curioso. Egli dirige a Lipsia una rassegna panslavista, intitolata

_Auf der Höhe, In Alto_, alla quale, con altre scrittrici, coopera la

moglie di un maggiore Herder; ora, essendosi il Sacher-Masoch presa la

libertà di scorciare un articolo troppo prolisso della signora Herder,

il maggiore senza altro lo mandò a sfidare. Come la cosa sia andata a

finire, non so; ma so che il Sacher-Masoch è un temibile spadaccino, e

che quando, uscito degli Archivi viennesi, prima di conseguire la

catedra di storia nell'Università di Gratz, incominciò a fare il privato

docente, aveva già combattuto in trentadue scontri a Praga e a Vienna; e

allora aveva poco più di ventiquattro anni.

I Sacher in origine erano spagnoli: andarono in Germania a battersi

contro la lega smalkaldica, e finirono con acclimatarvisi e trapiantarvi

la sede della famiglia; passarono in Galizia quando già questo lembo di

terra slava, nello smembramento della Polonia, era stato assorbito

dall'Austria. Il padre del romanziere, pur avendo vive simpatie per la

Polonia sacrificata, servì fedelmente il governo imperiale, fu

consigliere aulico e capo della polizia di Lwow, o Lemberg. Così

Leopoldo, nato il 27 gennaio 1835, crebbe in un uffizio di questura, fra

l'irrompere delle rivoluzioni polacche e delle sedizioni contadinesche.

Sua madre era una galiziana, alla quale bolliva nelle vene puro e fresco

il sangue degli Huzuli e delle tribù cosacche della Piccola Russia; egli

dunque al cognome spagnolo paterno di Sacher accoppiò quello slavo di

Masoch, ereditato dalla madre, e per tutta la vita portò stampate nella

memoria le impressioni e le imagini raccolte nell'infanzia: i ceffi dei

briganti incatenati coi cospiratori polacchi, le facce verdi degli ebrei

e i profili audaci delle contadine slave, le leggende del buon tempo

antico e i processi politici, le mormorazioni e le insurrezioni contro

il giogo imperiale.

I suoi primi anni scorsero, s'è detto, tra le fiamme delle guerre civili

in Galizia e in Boemia; egli si affaticò assai e si fortificò con tutti

quanti gli esercizi del corpo, respirò a lungo e largamente l'aria

libera delle campagne, si popolò la memoria di molte favole

contadinesche, e fu anche filodrammatico di _belle speranze_; ma studiò

poco e male, e a vent'anni, senza saper come, si ritrovò dottore in

legge, e impiegato presso gli Archivi di Stato di Vienna. Ottenne di poi

una catedra di storia nell'Università di Gratz, ma fu un cattivo

professore: in compenso rappresentò nel _Conte Donski_ con molta

vivacità drammatica e con molta intensità di colore e di calore le

rivoluzioni polacche divampate intorno alla sua prima e torbida

adolescenza. Questo libro, scritto per consiglio di una vecchia signora,

piacque allo scrittore nella prima foga della composizione, e piacque al

pubblico mentre duravano tuttavia impressi nella memoria universale i

ricordi della ribellione e i fantasmi dei ribelli generosi; ma, dopo

qualche altra prova, il professore si avvide che quei libri, i quali

parimente aborrivano dalle severità della storia e dalla genialità

fantastica del romanzo, non lo avrebbero condotto molto lontano, nè

molto in alto, e mutò strada. E prima ricalcò le orme di Walter Scott,

il quale ancora in Germania ha una corte numerosa di adoratori e di

imitatori; poi tentò la commedia storica, il romanzo sociale, il romanzo

di costumi. Finalmente, indottovi dal Kürnberger, si acconciò ad un uso

comune nelle letterature slave moderne; si rinserrò nei termini della

sua provincia senza più escirne; cessò dalle scorrerie disordinate sul

terreno altrui, e incominciò a scavare e a sconvolgere le viscere delle

steppe galiziane, fertili di ginestre e d'inspirazioni fresche. Egli

cedette al consiglio di Kürnberger senza molte speranze, e

impensatamente si trovò sotto mano una miniera inesauribile, sulla quale

si avventò con quella avidità medesima, con la quale i minatori delle

novelle di Bret-Harte si gittano sui filoni californiani. Sacher-Masoch

abbandonò la sua catedra per andare a combattere, e partecipò alle

guerre del 1866; poi viaggiò a lungo in Italia, in Francia, in Spagna; e

finalmente andò a fermarsi a Lipsia, ove sposò una scrittrice, Aurora di

Rümelin, nota sotto il pseudonimo di Vanda von Dunaief, che lo aiuta

tuttavia validamente a combattere le tendenze invaditrici della

Germania, alla quale egli fu sempre nemico.

Leggendo le novelle galiziane di Sacher-Masoch, subito nella mente del

critico e del lettore che rifletta a quello che legge si affaccia un

dubbio: questi racconti, come tutte le cose galiziane di Sacher-Masoch,

fanno parte della letteratura tedesca, o vanno collocati in una delle

molte provincie della letteratura slava? Vanno paragonati coi racconti

di Auerbach, di Spielhagen, di Heise, o con quelli del Gogol e del

Turghenief? La soluzione del problema non è facile, e forse il

Sacher-Masoch medesimo, interrogato, si troverebbe in imbarazzo. Egli è

nato in una provincia slava soggetta al dominio austriaco; ha nelle vene

sangue latino, sangue tedesco, sangue czeco, sangue polacco; studiò qua

e là, in Galizia, in Boemia, in Austria; fu impiegato del governo

austriaco, e ora fa il giornalista in Germania. I suoi racconti sono, è

vero, di argomento slavo; ma sono scritti in lingua tedesca, ma sono

inzuppati di filosofia tedesca, ma sbocciarono fra il rigoglio

dell'ultimo romanticismo tedesco. Noi, poichè la questione è di

pochissimo momento, la lasceremo insoluta.

La Piccola Russia, che ha una lingua a parte, diversa dalla russa quasi

quanto la czeca, la bulgara, la croata, la serba, fu feconda di

novellieri, dei quali ricorderò solamente il Gogol già citato, Giorgio

Kritka, e due donne, la Cokhanohvskaja e la Vofcek. Il Sacher-Masoch ha

col Gogol parentela più prossima: ambedue scrissero in una lingua

diversa dalla loro, ambedue subirono le istesse influenze occidentali.

Qualche centinaio d'Italiani avrà letto il _Tarass Bulba_ di Gogol, la

storia di quei tre Cosacchi che cavalcano tra gli orrori della guerra,

per le steppe rimbombanti di fucilate, tra l'incendio dei villaggi

crollanti, con una serenità feroce, con una tenacità selvaggia di lupi

affamati; ebbene, nei _Racconti galiziani_ molta parte di quella vita si

ritrova dipinta coi colori del Gogol. Tuttavia non si può dire che il

Sacher-Masoch discenda direttamente dal Gogol. Quello ch'essi hanno di

comune è il punto di partenza onde mossero l'uno verso l'oriente e

l'altro verso l'occidente. La prosa del Gogol rassomiglia alla rapsodia

antica, ed anche quando si assottiglia piegandosi all'analisi più fine,

serba un riflesso epico e le vibrazioni larghe d'una sinfonia. La prosa

di Sacher-Masoch è più borghese: qualche volta ha una lieve intonazione

idillica, più spesso fermenta con un lievito di umorismo amaro; ma non

ha nè gli ampi ondeggiamenti, nè gli scoppi aspri del Gogol.

Più difficile sarebbe determinare con una certa esattezza i punti di

contatto che Sacher-Masoch ha col Turghenief, il quale non è uno

scrittore tutto d'un pezzo, come Emilio Zola, che abbia sempre

ostinatamente battuta la medesima via; ma fece vibrare tutta quanta la

tastiera delle inspirazioni moderne, e dal realismo gaio e cortese delle

_Acque di primavera_ si ridusse a poco a poco alle temerità torbida e

scorbutiche della _Terra vergine_. Tuttavia qualche profilo, abbozzato

fuggevolmente dalle matita lussureggiante del novelliere russo, nei

_Racconti galiziani_ si ritrova meglio accarezzato e colorito. Così, se

la memoria non mi tradisce, la figura del tiranno femminile, che

Sacher-Masoch predilige e rimpasta a sazietà, nelle _Acque di primavera_

si affaccia sfumata stupendamente; così nel _Vatasceco_ mi par di

sentire un'eco dei _Racconti del cacciatore_. Ma come il Turghenief e

come il Gogol, il Sacher-Masoch foggia la sua prosa intorno a un

preconcetto politico. Quelli intesero coi loro scritti a tener vivo in

Russia l'ideale della civiltà moderna; questi nel cuore della Germania

combatte per l'indipendenza degli Slavi meridionali. D'altra parte,

l'educazione tedesca ha non poco conferito a questo novelliere.

Nell'_Haydamak_, la piccola scena di Dzvinka che cede alla piena della

passione per Dobosch e gli stende i piedi perchè le tolga le pantofole,

come una sposa la sera delle nozze, pare schizzata dalla penna

wurtemberghese di Bertoldo Auerbach; così nell'_Aldona_, quella

solennità dell'inverno candido e silenzioso che gravita intorno alla

bella freddolosa appartiene all'Auerbach; come dall'Auerbach sono tolte

a prestito quella fisionomia casalinga, quella bonarietà maliziosa di

_Gevattermann_ antico, che ride placidamente in molti di questi

racconti. Abe Nahum Wasserkrug, quel mite e vigliacco ebreo di

Brzosteck, il quale per liberare l'ultimo superstite de' suoi sette

figliuoli, diventa di botto un eroe, e con un dispaccio in mano, a dosso

d'un cavallaccio moribondo, si precipita in mezzo alle fiamme della

guerra civile, è una macchietta simile a molte altre macchiette che si

trovano disseminate nei racconti del wurtemberghese non gravidi di

teoriche spinoziane. All'Auerbach specialmente il Sacher-Masoch si

accosta nelle rappresentazioni esteriori e nei tipi mascolini;

rassomiglia lontanamente all'Heise nei tipi femminili. Tutti tre hanno

una sottigliezza amabile di osservazione; ma nella prosa dell'Auerbach

quasi sempre fluttua una vaporosità rosea e calda, quella dell'Heise

guizza troppo spesso e si slancia con una elasticità affatto lirica: la

prosa del Sacher-Masoch è più drammatica.

Sacher-Masoch popola con tanta vivacità l'ambiente campagnolo, ch'esso

sembra dileguare nel movimento e nella vita delle figure umane, le quali

però spesso paiono collocate a forza in mezzo all'ossigeno della

campagna troppo sottile e troppo vivo pei loro polmoni.

Questo senso di malessere e di malcontento è evidente sopratutto nelle

donne. Polacche o galiziane, zingare, signore o contadine, esse sono

quasi tutte delle spostate alle quali fermenta nelle vene un lievito di

ribellione. Tale è Elena di Festenburg, nel _Matrimonio di Valeriano

Koscianski_, che insorge contro il positivismo paterno e si fa rapire

dal suo maestro d'italiano; tale è quella calda e lussuriosa Aldona, che

sbadiglia accanto al gran fuoco di Natale, leggendo un romanzo,

divincolandosi selvaticamente contro gli assalti di un uomo che l'adora;

e poi, appena questi è partito sconfitto, si precipita a traverso una

nevicata terribile, a traverso la notte paurosa, a traverso i boschi di

abeti pieganti e crocchianti all'urto della tramontana, dinanzi a un

branco di lupi affamati, flagellando i cavalli rotti dalla fatica, per

raggiungere quell'uomo e abbandonarglisi ai piedi svenuta; tale è la

baronessa Celina Kauwigka, nel _Vatasceko_; tale è Eva Kvirinowa la

strega, che tradisce un cavallaro adorato, per la speranza di ascendere

a un talamo baronale, e poi, caduta quella speranza, arde sè stessa e il

barone tra i vimini della sua capanna; tale è la mugnaia Teodosia, che

ama bestialmente Cirillo il ladro, e ogni notte lo inebria di baci, ma

non vuole sposarlo perchè è uno spiantato, e passa di marito in marito;

tale è Dzvinka, l'ambiziosa amante di Dobosch, ultimo degli _Haydamak_

leggendari.

Queste femmine si aggirano pei racconti galiziani mosse da una

irrequietezza nervosa che conferisce loro un aspetto malaticcio e

strano. Sono modellate abilmente, ma riescono stucchevoli per

l'eccessiva monotonia del colore. In fondo, i tipi non sono che due: la

contadina ambiziosa, ricca, malcontenta, e la signora annoiata, superba,

lussuriosa, con un'eterna sigaretta fra le labbra rosse, con le manine

adunche di sparviere eternamente sprofondate nelle tasche della

_kasabaika_ impellicciata. Gli esemplari maschili sono più numerosi e

più vari, dal polacco scialacquatore e scettico al brigante galiziano

generoso, valoroso, superstizioso; ma tanto gli uomini come le donne

popolano vivamente quella scena mutabile di steppe fiorite, di balze

carpaziane scottate dalle vampe del sole estivo e dai geli invernali, di

villaggi perduti nelle pianure erbose o fra le selve secolari, di

piccole città provinciali piene di turbolenze di mormorazioni e di

pettegolezzi.

Or dopo questo minuto esame, facciamo una domanda collettiva. La rapida

propagazione del romanzo campestre e regionale non pare ai miei lettori

un segno di povertà? Quando non si sa che altro innovare o permutare nel

macchinismo nello spirito nella materia del racconto, si muta la scena.

Così la novella si riaccosta alla narrazione di viaggio. E, pur troppo,

la più gran novità tentata da qualche tempo in Italia, è appunto questa.

È dunque proprio urgente il bisogno di andare a caccia sulle terre

barbariche? La selvaggina non mi par troppo lusinghevole.

Il libro di Don Chisciotte · 第 20 / 71 题