I.

O le rive del Tevere, di là da San Paolo, sino alle bocche di Ostia e di

Fiumicino! Io non ho mai navigato l'Addua cerulo tra i rosei fuochi del

vespero, e non so se altri fiumi d'Italia siano più lieti o più chiari o

più erbosi del Tevere; ma discendendo a questi meravigliosi giorni di

ottobre la corrente tiberina con una compagnia di vogatori e di poeti,

seduto a prua con le spalle rivolte al maggior poeta e la faccia al sole

nascente, ho sognato il mio ultimo sogno autunnale.

Passato sotto il giogo dell'ultimo ponte, il sacro fiume del Tevere si

riallarga usurpando dalle paludi e dai campi un maggior alveo. La sua

opera lustrale è compiuta. Purificata Roma con le acque derivate

dall'Umbria, corre a morire solennemente nel mare; e quella opacità sua

bigia e tranquilla dà l'imagine d'una sonnolenza secolare, non potuta

turbare dai tumulti di guerra che s'addensarono a queste rive. La barca,

sospinta dai vogatori, filava nel mezzo della corrente: i poeti a poppa,

ammirati, contemplavano. Già il tempio di Vesta, vituperato dalla

bestiale irreverenza dei nepoti, era scomparso: per tutto intorno non

altro si vedeva che il cielo e la campagna e il fiume, questi tre

testimoni delle leggende italiche armonizzati insieme, come tre toni

concordi, in una mite larghezza di linee. Io guardai il Tevere inconscio

e il Carducci, il più caldo e più amoroso celebratore dei fiumi italici,

che navigava meco al porto di Ostia. E pensavo quanto vigore di salute e

d'italianità i presenti mingherlini operai del verso e della prosa

potrebbero dedurre da un grande amor fluviale. Al remo! al remo! questa

generazione di rachitici, che si affannano faticosamente come un popolo

di formiche sulla steppa sterile in traccia dei granelli dell'arte. Un

esercizio di galera rafforzerebbe i muscoli di questa gente filacciosa;

e lo spettacolo dell'Aniene traboccante tra i salici nel Tevere,

tumultuario e sonoro e italico come quando l'antico pastore si recò alla

capanna nella cesta di vimini i due gemelli fondatori, e lo spettacolo

del padre fiume abbracciante l'isola sacra innamoratamente, come se

ancora sonasse sotto i passi d'un coro di vergini, richiamerebbero un

senso di pudore per l'incuria presente e il desiderio d'un maggiore

studio alle memorie della patria. Altro che acque di Montecatini, e

bagnature livornesi! Io vorrei vedere questi che cercano materia d'arte

e non ne trovano, questi che tentano invano il palpito della vita nei

polsi della patria arrancare sino alle bocche di Fiumicino e rompere col

petto il Tevere a Ponte Milvio. Cercano la vita mobile della città? E io

ho menato Giovanni Verga dal porto di Ripetta a San Paolo, e l'ho fatto

navigare tra la vecchia Roma papalina ed ebrea, che spande al sole tutti

i suoi cenci fetenti, che versa nel Tevere tutte le emanazioni de' suoi

cessi. Cercano il libero trionfo della natura? E io ho mostrato a

Giuseppe Giacosa il sole calante dietro Monte Mario, che con quei

cipressi dritti in sulla fronte pare un'acropoli fondata per difesa del

sacro fiume. Anche ho guidato una donna sull'Aniene; ma le femmine non

intendono e non sentono nulla. Io mi son fatto navicellaio per amore

dell'arte, e voglio traghettare tutta la letteratura italiana al

Teverone o ad Ostia. Qui venite, o voi che ricercate nei romanzi

francesi la parola dell'arte; e qui apprendete il senso della patria.

Ogni fiume, ogni monte, ogni mare d'Italia vi apprenderà qualche cosa; e

non cercate avventure nelle terre barbariche, prima di avere esplorata

la patria. Voi siete come una nidiata di pulcini irrequieti, che non

avendo ancora nè il becco nè le ali potenti vi avventate fuori dal nido

ai campi lontani. Dove diavolo andate a parare? Intorno a voi è tutta

una mèsse matura, e volate in cerca di granelli non sicuri, in paesi non

fertili? Imparate a beccare, per dio! e non vi buttate giù dall'albero

nativo sprovvedutamente. La conquista del mondo è bella; ma i nostri

padri più savi avventurieri di noi cominciarono dall'assicurarsi il

possesso della patria. Correte ai monti, ai fiumi, alle biblioteche

d'Italia; e se non siete buoni nè di vogare, nè di imparare, nè di amare

la nostra terra e la nostra vita, empite le barche di vostri faticosi

volumi; e annegatevi con essi insieme.

Queste cose io pensavo, guardando; e d'improvviso, a un gomito del

fiume, un branco di cavalle libere beventi con le zampe fisse in sulla

riva e i colli distesi all'acqua, si scoperse alla vista. Il Carducci,

non più tenuto dall'etichetta officiale, era ritornato barbaro e

maremmano e giovine, e, dritto a poppa, con gli occhi lampeggianti di

contentezza accennava esclamando altamente. Poi di nuovo le rive boscose

fuggirono dietro di noi permutando con varietà infinita la scena; ed

ecco, Maccarese ci apparve così fresco, così verde, così bello nel

selvaggio deserto delle sue paludi, e i bufali non mai aggiogati ci

contemplarono con un tanto strano sentimento amichevole, che il tempo

presente pareva fuggisse con le sponde del fiume, e noi navigassimo alle

prische età italiche. E bevendo col vino di Gabriele d'Annunzio al nume

del Tevere, facemmo, senza versi, un'ode barbara; e gittando alla

corrente le bottiglie infrante, mi tornava nella memoria il marchese

Colombi, che ha sudato più settimane per dimostrare ai lettori del

_Pungolo_ come la poesia del Carducci sia poco moderna. Al remo, al remo

anche voi, o gioviale marchese! e che un anno di galera tiberina vi

faccia una volta intendere la modernità, e la barbarie!

Intanto, Ostia si dimostrava da lunge: Ostia solitaria e selvaggia tra

il bosco e la palude, che specchia nel fiume le sue magnifiche rovine,

magnifiche singolarmente perchè non violate dalla vigilanza dei

_pizzardoni_ o d'altra qualunque più indegna custodia officiale. E,

discesi tutti a terra, e andando per quello stupendo stradone

fiancheggiato dagli avanzi dei magazzini antichi, io pensavo in me

medesimo non fosse forse opportuno picchiar forte con le larghe lastre

del basolato sulla cervice dura degli ultimi nepoti latini, per

inculcarvi il rispetto e l'amore degli avi costruttori di quei _docks_ e

di quel teatro, a cui ora mugghiano i bovi mezzo selvaggi e

s'appressano, guardinghi, i polledri male domati. E ritornando a quel

pensiero, mi pare ch'io non avessi torto, e che qualunque più illiberale

e violento modo di propagare fra la gioventù presente l'amore della

madre patria si avesse a celebrare come opera santa. A poco a poco, un

egoismo piccinino e bestiale ci vince, e ci adagiamo volentieri nella

contentezza della nostra miseria presente per odio d'ogni fastidio e

d'ogni fatica, come i contadini di certe regioni italiche s'appagano

d'un nutrimento di patate, pur di poter stare distesi per le piazze a

non far nulla. Per qualche tempo il rinato desiderio dell'indipendenza

nazionale fu agli italiani stimolo potentissimo a ricercare le

tradizioni patrie, e a richiamare e celebrare ogni gloria passata: ora,

fatto l'ultimo sforzo, ci siamo abbandonati come stanchi a una strana

incuranza, a una trista incuriosità della vita anteriore del nostro

popolo. Le correnti dell'attività italiana vanno sensibilmente scemando;

l'indolenza naturale di nuovo ci domina e ci fiacca; la politica,

l'industria, la coltura nazionale, queste grandi forze che sospingono le

genti su per la scala dell'evoluzione progressiva, stagnano.

Noi abbiamo ora un ministro dell'istruzione pubblica fanatico per

l'archeologia, e tutto penetrato da un caldo senso di romanità, e lo

stato delle nostre scuole ci ammonisce tristamente che la gioventù

d'Italia sempre più abborre dallo studio, e che non pure essa esce dalle

scuole ignorante in tutto di lingua e di letteratura greca, ma

pienamente innocente d'ogni peccato di coltura italiana e latina. Or non

è questo un segno, e insieme una causa irreparabile, di rovina? Onde le

generazioni che vengono su dovranno educare e rafforzare quel natural

senso d'amore per la razza propria e per la patria che è in tutti gli

uomini? I ragazzi d'Italia leggendo le tragedie alfieriane dicono che

quella è retorica, e ripetono una qualche conversazione del dottor

Verità contro il dramma storico; se poi sanno il francese, spegnendo il

sigaro ai muri del liceo prima di entrare in classe, dimandano ridendo:

— _Qui nous délivrera des Grecs et des Romains?_ E credono di aver fatto

una bella prodezza, presentando al maestro una traduzione da Tito Livio

copiata in qualche provvida biblioteca.

Le relazioni officiali, sebbene ogni anno si rinnovino i relatori,

concordano nel certificare un peggioramento continuo. Per qualche anno

fu relatore il Villari, e tanto era pessimista l'opinione sua collettiva

intorno allo stato della nostra coltura scolastica, che fu tacciata di

esagerazione. Quest'anno la pena della relazione è toccata al Tabarrini,

uomo, come tutti sanno, indulgente all'ottimismo e confidente

nell'avvenire della coltura patria: ebbene, il giudizio suo è stato

anche più severo di quello del Villari. Anche egli ha dovuto

apertamente, con molto dolore, confessare che la coltura classica nelle

nostre scuole è in un deperimento miserabile, e che la gioventù di

Italia dopo otto anni di studio esce dai licei senza sapere la lingua

italiana.

Onde questo proceda, e come, e perchè, sarebbe troppo lungo, e doloroso,

e forse non utile nè onorevole a dire. La ruina delle nostre scuole si

riallaccia logicamente a una universale ruina dello spirito italiano.

L'ideale dello studio e il diletto del sapere vanno di giorno in giorno

cadendo e disperdendosi sotto il bel sole italico. Le generazioni venute

su dopo il '60 si sono adagiate mollemente al rezzo dell'albero della

libertà; e con le mani al ventre e gli occhi intenti alle belle ghiande

d'oro che stan sospese tra il fogliame, si cullano e si dondolano e si

addormentano in una beatitudine accidiosa. Essi non sanno nulla e non

vogliono saper nulla e di nulla si curano che non sia il conseguimento

immediato di lor piccoli e brutali desidèri: essi non sentono più dentro

l'involucro organico smaniare lo spirito inquieto di levarsi su, su, su,

fuori della volgarità comune. Essi stanno bene giù nel ruscello della

strada, all'ombra di quell'albero conquistato dai padri. L'ombra è bella

e folta, e le ghiande dall'alto lusingano assai. Perchè moversi, perchè

togliersi a quell'annichilamento volontario di sè medesimi tanto dolce,

tanto dolce?

Così tutta l'Italia, in fatto di coltura generale, è in una condizione

veramente infantile: intorno ai quattro o cinque o sei, i quali per la

sicura e larga erudizione e pe'l contributo veramente efficace che

recano allo sviluppo generale del sapere sono più che italiani, ci è una

immensa moltitudine d'ignoranti, alla quale manca, non so dire se la

volontà o il modo d'imparare. Gli spropositi detti nel Congresso

letterario di Roma dell'anno scorso, e detti impunemente, in pubblica e

numerosa assemblea di persone facenti professione di letteratura, furono

tali da fare inorridire; le risposte date da uno che passa pe'l nostro

meno misero scrittore teatrale a chi lo interrogava intorno all'origine

e alla prima storia dei manoscritti miniati meritavano una qualche

severa pena corporale; gli errori incredibili intorno alle materie di

più volgare erudizione, onde sono seminati i discorsi dei più reputati

produttori d'arte, non si possono numerare. Di qualunque argomento si

tratti, chi ha occasione di partecipare ai ritrovi degli scrittori

odierni non può resistere al bisogno di qualche escandescenza violenta.

Mancano le nozioni più elementari e più necessarie, mancano i criteri

più comuni: pare, alle volte, parlando con qualche edificatore di

comedie o di critica o di romanzi, di essere davanti alla statua bruta

pensata dall'abate Condillac per risalire all'origine della percezione

sensitiva. L'esperienza del passato e del presente non immediatamente

sottoposto alla visione dei sensi, non esiste. Con quali mezzi dunque e

con quali speranze ci affanniamo noi fastidiosamente alla ricerca di un

qualche lontano porto di salute, d'una qualche non visibile terra

promessa, ove dai tralci giganteschi pendano i grappoli intatti per la

vendemmia d'una nuova arte italica? Se non sappiamo ciò che è dietro di

noi e intorno a noi, a quali mari vogliamo noi navigare?

Noi abbiamo, e quando dico noi comincio naturalmente da me, noi abbiamo

bisogno, sopratutto e prima di tutto, di manuali. Noi siamo, dicevo, in

una condizione di coltura veramente, e senza alcuna esagerazione,

infantile, e dobbiamo rifarci dal sillabario. Buona parte della

letteratura italiana, non saputa o saputa male, è stata in questi ultimi

anni, per virtù di quei cinque o sei, messa o rimessa in luce; ma a che

queste nobili fatiche possono giovare, quando di tutto quanto il nostro

patrimonio letterario la massa del popolo non sa nulla? Di più, quel

lavoro di escavazione reca in sè medesimo una causa di danno; poichè fa

prevalere questo sciocco criterio, che ogni disotterramento o

ripulimento sia un'insigne opera di critica; e alletta gl'imbecilli,

impotenti non pure a pensare qualcosa col cervello proprio, ma ad

acquistare il senso della selezione critica; a discreditare il metodo

della ricerca scientifica con loro pazze facchinaggini di amanuensi. Per

queste considerazioni, nelle quali ogni persona di buon senso vorrà

pienamente accordarsi meco, io ritorno sicuramente all'affermazione mia,

che, augurandoci il numero dei ricercatori intelligenti e sapienti,

cresca intorno al Carducci, al D'Ancona, all'Ascoli, al Comparetti e a

tutti quegli altri che della escavazione e della ripartizione del nostro

materiale letterario non fanno un ozioso e pomposo e noioso esercizio di

calligrafia per soddisfazione della propria piccina vanità vile, si

cominci una volta a pensare ai bisogni primi delle masse, e si

dichiarino gli elementi della coltura moderna. Poichè nella letteratura

moderna, e non solamente in Italia, si può osservare un fatto

tristissimo: che in arte, come nella scienza, accade da qualche tempo un

frazionarsi del materiale, e un isolarsi degli scrittori ciascuno nel

frammento attribuitosi. Non pure tutte le forme dell'arte si distaccano

le une dalle altre, e si segregano con distanze insuperabili, ma ogni

forma si frantuma in tante particelle minori che anch'esse pretendono di

vivere ciascuna di vita propria indipendenti le une dalle altre. Così

ogni faccetta della vita chiama un osservatore che la indaghi per ogni

molecola più minuta, e che non passi i confini della propria piccola

estensione. Or non sarebbe qui opportunamente ammonitrice la favola di

Menenio Agrippa? Il primo segno del disfacimento è appunto il

disgregarsi delle molecole organiche.

In vece, quando più si risale alle grandi tradizioni dell'intelletto

umano, si trova non pure una universale coerenza di tutta quanta la vita

alla intuizione dell'artista, ma una concordia meravigliosa di tutte

quante le forme dell'arte. Pensate a Dante trascorrente in trionfo dalla

lirica all'epopea, dalla musica alla retorica, dal racconto delle

proprie impressioni d'amore al comento delle proprie canzoni

scientifiche; pensate al Machiavelli tentante con pari fortuna

l'opusculo politico e la comedia, la storia e la novella, il libro

didascalico e la critica; pensate infine ai nostri artisti del

Cinquecento, che in un sol lume d'intelletto abbracciavano tutte quante

le arti plastiche, e qualche volta anche la poesia.

Ma, nel disgregamento dell'arte ci è un'altra ragione di miseria e di

decadimento; e sta nella diminuita necessità di coltura che ne segue.

Quando l'artista si delimita un piccioletto cantuccio di terra, e là

zappa, e là vanga, e là semina senza riguardo delle altre terre che gli

fruttificano intorno, l'opera sua è così ristretta in una angustia di

confini, è così stabilmente determinata e regolata, che diventa quasi un

lavoro meccanico, come di quegli operai che passano la vita a girare la

medesima manovella d'una medesima ruota d'una medesima macchina; e ogni

necessità d'ogni altra esperienza non immediata cessa. Ora, un'arte che

mena fatalmente all'ignoranza più bestiale e al più miserabile

impoverimento dello spirito, può essere seriamente considerata come

fruttifera e sana?

Questo può parere in contradizione con ciò che ho detto in principio; e

tutte le volte che ho saltuariamente propagato questi criterii

elementari, mi hanno mosso due accuse contradittorie: di poco o nessun

rispetto alle tradizioni della patria, e di fanatismo indigeno, anzi

territoriale. E sono ingiuste.

Per intenderci, bisogna premettere: che in questo libro si discorre

della più recente letteratura italiana, la quale è una materia bruta,

fabbricata penosamente da operai deficienti d'ogni preparazione, e quasi

inconsci, poichè di chiaro non hanno se non, dopo le prime prove, il

senso della inutilità di loro sudori: i quali non sapendo la letteratura

della patria, e non potendo in conseguenza rifare per proprio conto

tutta la strada percorsa dall'evoluzione dell'arte, fanno come quei

corridori fiacchi che aspettano a mezza strada i più forti; e, al

sopravvenire di questi, anch'essi si lanciano. E poichè i corridori più

agili negli ultimi tempi non sono stati italiani, gl'italiani presenti

attendono al varco tutti gli stranieri che galoppano via innanzi agli

altri. Questo libro dunque si propone di richiamare la parte più

intelligente e più ignorante d'Italia a raccogliersi in sè medesima per

vedere se, a poter concorrere nella universal lizza dello spirito

europeo, non siano necessarie due cose: di riacquistare il senso e

l'amore della patria, o in tutto cessati o in grandissima parte scemati;

di fare quella preparazione larga e solida che è oramai necessaria, non

pure alle opere scientifiche, ma e alle opere d'arte.

In tutta l'Europa l'abbassamento dello spirito, e quasi una reazione

contro i grandi slanci ch'esso ha fatti per più d'un secolo, sono

evidenti. Il periodo dell'abiezione incomincia. In tale condizione, per

non lasciarsi in tutto sopraffare, è necessario avere una cognizione

sicura e un retto giudizio delle cose. Prepararsi per l'avvenire, e non

appigliarsi disperatamente alle tavole del naufragio presente.

Vediamo dunque; e poichè siamo qui nella prosa borghesemente polita

della città, e non più il Tevere ci trascina barbaricamente alle rovine

ostiensi, lasciamo le imaginazioni, e mettiamoci alle dimostrazioni. E

cominciamo dai due ultimi libri di Victor Hugo, che sono: _I quattro

venti dello spirito_, e _Torquemada_.

Il libro di Don Chisciotte · 第 17 / 71 题