_Capitolo Nono._ -- Le stragi d'Armenia e il concerto europeo.
Gladstone e le stragi d'Armenia. -- Le Potenze esigono un'inchiesta
internazionale. -- L'Italia e la Commissione d'inchiesta. -- Il Sultano
scongiura che i delegati delle Potenze non interroghino i testimoni. --
Risultati dell'inchiesta e rifiuto del Sultano di concedere le riforme
propostegli. -- La Russia si oppone alle misure coercitive contro il
Sultano. -- Nuovi massacri. -- Gli ambasciatori chiedono un secondo
stazionario a Costantinopoli. -- Le squadre europee in Levante. --
L'Inghilterra vorrebbe spodestare il Sultano. -- Le stragi rimangono
impunite; la Russia protegge il Sultano.
Le stragi d'Armenia del 1894-96 riempirono il mondo di orrore. Guglielmo
Gladstone -- la cui voce potente tuonò contro ogni tirannide -- scrisse
essere sue opinioni:
«che l'Assassino (e non i suoi sudditi maomettani) è stato
l'autore deliberato delle stragi armene dal principio alla fine:
che queste atrocità non hanno confronto nella storia recente:
che il concerto dell'Europa di fronte alla Turchia è stato una
miserabile, una brutta irrisione; che il metodo delle
rimostranze a cui si attengono le potenze di fronte all'evidenza
estrema che non si può riuscire a nulla senza la forza, è stato
una colpa morale ed uno sbaglio politico: che alcuni sovrani e
governi hanno protetto apertamente e sostenuto l'Assassino e che
la presenza delle ambasciate a Costantinopoli in sostanza si
rivolvette in uno scherno ed appoggio dato a lui ed a' suoi
misfatti: che la coercizione da un pezzo si sarebbe dovuta
adoperare e potrebbe anche oggi riescire ad evitare un'altra
serie di eccidii peggiori ancora di quelli di cui già fummo
spettatori.»
Di quelle stragi un chiaro pubblicista italiano, in una relazione
presentata a Crispi in dicembre 1895 sulla situazione della Turchia,
scriveva:
«V. E. sa meglio di me che le stragi d'Armenia, come quelle di
Bulgaria nel 1875, sono un natural portato della politica
tradizionale turca, la quale ogni volta che ha visto gli
elementi cristiani in qualche parte dell'impero prevalere su
quelli turchi pel numero, per la ricchezza o per la cultura, ha
ristabilito l'equilibrio col metodo primitivo della decimazione.
Quando l'applicazione del regolamento di Midhat-pascià, che
aveva fatto del vilayet di Bulgaria un paese amministrativamente
quasi autonomo, portò i suoi frutti, e i bulgari cominciarono a
fondare scuole, a mandare i loro figli a studiare in Europa, e
accennarono per altre vie a svegliarsi e a riscuotersi dalla
barbarie, venne da Costantinopoli la parola d'ordine; e
cominciarono i massacri che condussero alla guerra turco-russa e
alla liberazione della Bulgaria.
Lo stesso è accaduto in Armenia. Appena per la trasformazione
del Patriarcato in una istituzione elettiva e per la
costituzione a Londra di un Comitato armeno che propugnava
l'idea, se non della indipendenza politica, almeno
dell'autonomia amministrativa, il Sultano ha incominciato a
vedere che gli armeni, i quali avevano già nelle loro mani i tre
quarti della ricchezza dell'impero, acquistavano la coscienza
della loro superiorità morale sui turchi e dei loro diritti,
l'idea del massacro si è presentata al suo spirito.»
Alla fine del 1894 l'opinione pubblica di Europa, esasperata per le
notizie d'immani eccidi di cristiani commessi dai Kurdi in Armenia --
notizie che trapelavano nonostante il terrore e gli sforzi delle
autorità ottomane -- reclamò l'intervento delle potenze e una inchiesta
internazionale.
Il governo inglese era il più designato per presentare il reclamo; gli
armeni erano i protetti dell'Inghilterra, avendone questa, con la
convenzione anglo-turca seguita al Trattato di Berlino, assunto
ufficialmente la tutela. D'altronde il Comitato anglo-armeno di Londra,
del quale facevano parte parecchie notabilità britanniche, era riuscito
a creare un movimento del quale il Governo non poteva non tener conto.
La Sublime Porta, soltanto con lo scopo di gettare polvere negli occhi,
mandò in Armenia dei funzionari ottomani per fare un'inchiesta. Ma
poichè s'accorse subito che nessuno avrebbe prestato fede ai risultati
di essa, Said-pascià cominciò coll'offrire al ministro degli Stati Uniti
a Costantinopoli di aggregare un americano alla Commissione ottomana;
poi, si dichiarò pronto ad accettare anche un vice-console inglese.
Ma il Governo d'Inghilterra impose che la Commissione fosse
internazionale e consigliò alla Porta d'invitare la Francia e la Russia
a parteciparvi con loro delegati. L'invito fu fatto e i Governi di
Pietroburgo e di Parigi l'accettarono. Il Governo italiano, allora,
domandò che della Commissione facesse parte anche un suo console.
L'ambasciatore d'Italia, Catalani, telegrafava il 15 dicembre:
«Nel nostro colloquio, Nelidow [ambasciatore russo] si è
espresso nel modo più deciso contro la partecipazione Console
d'Italia inchiesta. Ha detto che Italia non ha interessi in
Armenia, che il nostro concorso darebbe carattere politico
all'inchiesta, ed ecciterebbe popolazioni ad insorgere. Ho
ribattuto inutilmente argomenti trattandosi di risoluzione già
presa.»
Se l'Italia non aveva interessi diretti in Armenia, il suo concorso
all'inchiesta era, per questa considerazione, più indicato, poichè dava
maggior guarentigia alle popolazioni, alla Porta e all'Europa,
d'imparzialità e di giustizia. D'altronde il Catalani, sapendo che la
partecipazione dell'Italia era desiderata dall'Inghilterra, insistette
e, nonostante gli intrighi russi e francesi presso Said-pascià, riuscì
nell'intento di fare aggregare alla Commissione un proprio delegato.
Era stato convenuto tra gli ambasciatori d'Inghilterra, di Russia e di
Francia che i Consoli europei ad Erzerum avrebbero fatto accompagnare la
Commissione d'inchiesta turca da loro delegati; a questi era data
facoltà d'indicare alla Commissione i luoghi da visitare e le persone da
interrogare e, in casi speciali, d'interrogare essi stessi i testimoni.
Il 20 dicembre Catalani telegrafava:
«Sublime Porta non ha sinora risposto alla nota identica dei tre
ambasciatori e nulla è quindi concluso circa rapporti che
dovranno avere i delegati colla Commissione turca. Jeri Sultano
inviò un ex-Gran Visir dall'ambasciatore di Francia dichiarando
essere pronto a destituire immediatamente tutte le autorità
implicate nei recenti massacri, a condizione che i delegati non
accompagnino Commissione turca od almeno che non abbiano facoltà
d'interrogare in caso di bisogno i testimoni. Il fatto è che il
Sultano teme che Zechi pascià, comandante in capo delle truppe,
non produca firmano col quale ricevette da S. M. ordine dei
massacri. Proposta del Sultano è stata respinta. Tre
ambasciatori hanno invitato Sublime Porta ordinare Commissione
turca fermarsi dovunque essa si trovi, dichiarando nulla e non
avvenuta inchiesta fatta senza presenza delegati. Ambasciatore
d'Inghilterra crede che saranno necessarie due settimane prima
che delegati possano raggiungere Commissione.»
I tre ambasciatori non potevano infatti -- neppure quelli di Russia e di
Francia più favorevoli al Governo ottomano -- decentemente cedere; e il
Sultano, temendo che l'Inghilterra sarebbe rimasta sola e avrebbe fatto
una inchiesta per suo conto, non parlò oltre di limitazioni ai poteri
dei delegati europei.
In seguito all'inchiesta, che assodò responsabilità gravissime delle
autorità ottomane e del sistema, fu redatto dagli ambasciatori un
progetto di riforme e proposta una Commissione europea di controllo per
l'applicazione delle medesime. Il delegato italiano fece una inchiesta
indipendente pel suo Governo.
Che cosa fece il Governo ottomano? Si affrettò ad accogliere i saggi
consigli che gli si davano?
Il 4 giugno 1895 Catalani[43] telegrafava:
[43] L'ambasciatore Tommaso Catalani morì improvvisamente a Terapia il
28 luglio. Era uomo accorto ed energico, profondo conoscitore così
delle finalità palesi e dissimulate della politica delle grandi
potenze, come di tutte le risorse del giuoco diplomatico; e la
inaspettata sua scomparsa fu grave danno. Aveva percorso la
carriera grado a grado, accaparrandosi dovunque esercitò il suo
ufficio simpatia e fiducia. Il lungo soggiorno in Inghilterra
(1869-1889) temprando il suo carattere e affinando le naturali sue
qualità, aveva contribuito a far di lui uno dei migliori
rappresentanti che l'Italia avesse all'estero. Crispi lo stimava e
l'amava moltissimo.
«Contrariamente ad ogni aspettazione, risposta Sultano ai tre
ambasciatori fu un rifiuto. Sua Maestà dichiara che le riforme
da lui promulgate anteriormente saranno applicate a tutta
l'Armenia, ma senza alcun controllo estero. Tre ambasciatori
decisero ieri sera riferire risposta ai loro governi ed
aspettare istruzioni.»
Il 17 giugno la Porta assicurò che le riforme sarebbero state attuate in
base all'art. 61 del Trattato di Berlino, sotto la sorveglianza di un
Alto Commissario «degno di fiducia» -- e che alle ambasciate sarebbero
state date informazioni circa l'esecuzione delle riforme medesime.
La Russia e la Francia, che avevano accettato di partecipare
all'inchiesta soltanto per sorvegliare l'Inghilterra, furono felici di
separarsi da questa nell'apprezzamento dell'affronto ricevuto. «Mentre
l'ambasciatore britannico è molto irritato -- si telegrafava a Roma --
l'ambasciatore di Russia prende la cosa quasi con indifferenza». E a
lord Salisbury -- ritornato allora al Governo -- non rimase che
raccomandarsi a Berlino affinchè l'ambasciatore di Germania a
Costantinopoli suggerisse alla Sublime Porta l'accettazione del maggior
numero possibile delle riforme proposte «per non rendere difficile la
situazione del nuovo Gabinetto inglese di fronte all'opinione pubblica».
Nel dissenso delle Potenze è naturale che il Governo turco continuasse
nel suo sistema di mancare alle promesse. Il 1.º di ottobre una
moltitudine di armeni, riunitasi al Patriarcato armeno di
Costantinopoli, si diresse per varie vie alla Sublime Porta con lo scopo
di presentare un memoriale relativo alle riforme. In vari punti di
Stambul la gendarmeria assalì quella gente pacifica, ferendo e uccidendo
parecchi, e facendo numerosi arresti.
Dall'ambasciata d'Italia si mandavano a Roma queste informazioni:
«Folla armeni continua stazionare presso Patriarcato protestando
non volere disperdersi se non hanno garanzie per loro sicurezza.
Nuovi particolari sui fatti di ieri confermano ferocia
repressione, prigionieri trattati con crudeltà inaudita. Oggi
altri fatti isolati si produssero in diversi punti della città.
Anche in Galata situazione considerata assai grave.»
Le ambasciate delle grandi potenze furono di nuovo concordi nel
richiamare l'attenzione della Porta sulla eccezionale gravità di quel
che avveniva sotto i suoi occhi, affermando risultare loro da
informazioni sicure «che privati musulmani hanno percosso e ucciso dei
prigionieri armeni condotti da agenti di polizia, senzacchè questi vi si
opponessero, -- che si sono prodotti attacchi di privati contro persone
assolutamente inoffensive, -- che i prigionieri feriti furono uccisi a
sangue freddo nelle corti della polizia e nelle prigioni».
Il 4 ottobre il Patriarca armeno invocava la protezione degli
ambasciatori per i suoi connazionali terrorizzati; egli affermava di non
potere persuaderli ad uscire dalle chiese ove si erano rifugiati. In
seguito a questo appello, gli ambasciatori presentavano alla Porta una
nota collettiva nella quale, insistendo sulla gravità degli avvenimenti
passati, si chiedeva al Governo ottomano quali misure contasse di
prendere per calmare l'agitazione musulmana e armena, prevenire il
ripetersi dei deplorati incidenti e proteggere cristiani e stranieri.
Reclamavano inoltre una inchiesta immediata e severa; e frattanto
risolvevano di far avvicinare a Costantinopoli le navi stazionarie.
L'8 e il 10 ottobre da Trebisonda telegrafavano:
«Terribile massacro Armeni; tutt'oggi città in balìa del popolo
turco armato, truppa scarsissima impotente lasciò fare, anzi
soldati presero parte massacro e saccheggio. Vittime molte.
Consolato, chiesa, scuola protette, ma pericolo ancora immenso.
Indispensabile immediato invio truppa da Costantinopoli.»
«Massacro ieri l'altro durato dalle undici alle quattro, seguìto
completo saccheggio case, negozi armeni. Morti sopra cinquecento
(?). Notte seguente, lo stesso accadde villaggi armeni vicini.
Ieri, calma relativa salvo nuovo panico rumore sparso arte;
Consolati tuttora quantità rifugiati. Positivamente, massacri
concertati connivenza autorità civili e militari. Valì, contro
formale promessa, chiese truppa solo dopo massacro. Jersera,
arrivò battaglione con maggior generale nominato presidente
tribunale guerra. Stato d'assedio oggi proclamato. Aspettasi
corazzata russa.»
Diminuita, ma non sedata l'agitazione, la Sublime Porta si persuase a
riprendere il programma, proposto dai tre ambasciatori, delle riforme
armene, le quali il 17 ottobre furono promulgate con un _iradè_ del
Sultano. Non erano tutte le riforme sulle quali l'Inghilterra
specialmente aveva insistito, ma lord Salisbury dovette pel momento
contentarsene, sebbene senza speranza che raggiungessero lo scopo della
pacificazione.
La comunicazione del testo delle riforme deliberate era stata fatta
ufficialmente soltanto ai tre ambasciatori. L'Italia, insieme alla
Germania e all'Austria-Ungheria, dovette reclamare in base al Trattato
di Berlino uguale trattamento, per trovarsi sullo stesso terreno delle
altre potenze nella sorveglianza dell'adempimento da parte della Porta
degl'impegni assunti dinanzi all'Europa.
La questione, in verità, era tutt'altro che chiusa: i massacri di
cristiani continuavano in Armenia; fu proposto un altro passo collettivo
delle Potenze presso la Porta per invitarla ad esercitare la sua
autorità pel mantenimento dell'ordine pubblico; ma gli ambasciatori
russo e francese dissentirono, giudicando quel passo inutile e
inopportuno. In realtà il Governo imperiale, dopo avere scatenati gli
odii e il fanatismo religioso, era impotente a trattenerli; e il peggio
era che l'anarchia si estendeva in altre provincie dell'Impero ottomano.
Le cose giunsero al punto che i sei ambasciatori non poterono, dinanzi
ai pericoli che sovrastavano, non accordarsi in un atto di protesta, che
fu una diffida. Il Sultano licenziò tutti i ministri, allontanò
Kiamil-pascià, di cui diffidava, relegandolo ad Aleppo; ma con la scelta
dei nuovi suoi consiglieri accrebbe le diffidenze sulle sue intenzioni.
Che cosa di Abdul-Hamid si pensasse in quel momento (novembre 1895)
nelle sfere diplomatiche di Costantinopoli, si legge in queste righe:
«Ambasciatore di Germania a Costantinopoli opina che il Sultano
si sostiene soltanto per rete inestricabile spionaggio,
organizzato da tutte le parti, che rende tutti reciprocamente
diffidenti, ed impedisce congiure. Marschall ritiene situazione
sempre più grave. Russia ed Inghilterra assicurano non volere
intervenire, ma avvenendo catastrofe, possono eventi essere
superiori buon volere. Si prevede eventualità di dover
spodestare Sultano attuale e mettere al posto successore
naturale. Ad ogni modo Marschall confida nella stretta unione
delle Potenze della triplice alleanza.»
Intanto, mentre il nuovo ambasciatore italiano in Turchia, Pansa,
telegrafava:
«Kiamil partito oggi per Smirne, ove ottenne essere destinato,
invece di Aleppo. Corre voce possibili nuovi cambiamenti
ministeriali. Temesi ripetizione dimostrazione armena in Pera,
il che creerebbe gravissimo pericolo. Sultano in preda morbosa
esaltazione, che rende possibile qualunque sorpresa. Tutti gli
ambasciatori si sono oggi riuniti per combinare misure eventuale
protezione.»
Crispi ordinava l'invio della flotta italiana nelle acque turche.
Contemporaneamente il Governo francese decideva che una divisione della
sua squadra del Mediterraneo si recasse in Levante.
Le navi _Re Umberto_, _Doria_, _Stromboli_, _Etruria_, _Partenope_
partirono da Napoli il 16 novembre.
Frattanto gli ambasciatori presso il Sultano telegrafavano ai rispettivi
Governi che, in vista del crescente malcontento dei turchi e di qualche
possibile catastrofe a Palazzo, era opportuna la presenza nel Bosforo di
un secondo stazionario, con marinai da sbarco per la protezione delle
ambasciate. Avutane l'autorizzazione, gli ambasciatori richiesero il
_firmano_ per l'entrata negli Stretti della seconda nave; ma, nonostante
il parere del Consiglio dei Ministri, il Sultano, temendo che l'Europa
preparasse la sua deposizione, rifiutò di accordarlo. Riunitisi i
rappresentanti delle grandi potenze, quello d'Inghilterra, Currie,
propose che se il _firmano_ richiesto non fosse accordato, i secondi
stazionarii entrassero nei Dardanelli sotto la protezione delle squadre;
dissentirono gli ambasciatori di Russia e di Francia dichiarando di non
avere istruzioni dai loro Governi.
La proposta di Currie combinava col parere del Cancelliere
austro-ungarico, conte Goluchowski, comunicato ai Gabinetti delle
Potenze il 15 novembre. Il Goluchowski opinava che tutte le Potenze
tenessero in Levante squadre, dalle quali gli ambasciatori a
Costantinopoli potessero in breve tempo distaccare navi per la
protezione della vita e della proprietà dei connazionali. Non si sarebbe
dovuto, in caso di necessità, fermarsi dinanzi alle proteste della Porta
per l'entrata delle navi da guerra nei Dardanelli.
Vi fu allora un vivo scambio di comunicazioni tra i Gabinetti, il cui
risultato fu che la Russia, temendo che Inghilterra, Austria e Italia
avrebbero agito ugualmente, finì col dare ordine al proprio ambasciatore
di associarsi alla intimazione proposta. La Francia, che in tutta la
questione seguiva fedelmente la condotta della Russia, fece altrettanto.
E il 10 dicembre i firmani imperiali erano concessi a tutte le sei
grandi Potenze.
Ma il Governo russo non mancò di far sapere che non sarebbe andato più
oltre, e non si sarebbe associato ad altre misure di coercizione, come
quelle indicate da Goluchowski, sostenendo che bisognava sorreggere il
prestigio del Sultano e non indebolirlo, se si voleva che egli riuscisse
a ristabilire l'ordine nell'Impero.
Rotto così il concerto europeo, Crispi avrebbe voluto che in Oriente,
come nel Mediterraneo, la politica dell'Inghilterra, dell'Austria e
dell'Italia riprendesse il corso che aveva avuto durante il suo primo
Ministero, in base agli accordi del 1887.
Della decisione di Crispi a prender parte in prima linea ad un'azione
contro il malgoverno ottomano, che alla metà del novembre 1895 sembrò
inevitabile, abbiamo più di un documento.
L'Italia, cercando di procedere d'accordo con l'Inghilterra, si era
dichiarata pronta ad unire le proprie forze navali a quelle britanniche.
Quando la squadra italiana al comando del vice-ammiraglio Accinni ebbe
ordine di salpare per il Levante, l'on. Crispi ricevendo (16 novembre)
l'Accinni e l'on. Bettolo, allora capitano di vascello, fece loro
augurii di vittoria:
«Facciamo il dover nostro -- egli disse -- e teniamo alta la
bandiera d'Italia. Ho piena fede in voi. La bandiera nazionale è
affidata in buone mani. Iddio vi benedica.»
Nello stesso _Diario_, dal quale trascriviamo queste parole, Crispi
prese le seguenti note:
«_21 novembre._ -- Alle 9.15 i Reali giungono a Roma provenienti
da Monza. Avendomi il Re invitato a recarmi da lui al Quirinale,
sono ricevuto alle 10.
Espongo al Re lo stato delle cose in Oriente. Le potenze sono
d'accordo nella loro azione verso la Porta Ottomana. Il passo
dell'Austria fu inopportuno. Non era possibile che la Russia
consentisse il passaggio degli Stretti alle flotte europee. Essa
non poteva permettere un condominio, anche temporaneo, nel Mar
Nero. Doveva quindi rifiutarsi. Il rifiuto però non ha rotto gli
accordi. La posizione del Sultano è grave. Si trova tra due
fuochi: il fanatismo musulmano e la volontà dell'Europa
decisamente espressa. Sarà gran fortuna per lui e per le grandi
potenze, se giungerà a ristabilire l'ordine nel suo impero.
La nostra flotta è a Smirne. Il vice-ammiraglio Accinni ebbe
ordine di essere cortesissimo coi Francesi. L'ammiraglio Seymour
offrì alla nostra squadra un comodo ancoraggio a Salonicco. Non
ne abbiamo ancora profittato. Lord Salisbury dichiarò di
ritenere in vigore gli accordi del 1887. Dichiarò che vuol
procedere d'accordo con noi e che in caso di occupazione dei
Dardanelli toccherebbe all'Italia la espugnazione delle fortezze
turche.
Spero nella pace, ma ho preveduto il possibile caso della
guerra.»
Delineatosi il dissenso tra le Potenze, lord Salisbury visse e fece
vivere giorni di grande indecisione. Mentre il 15 novembre egli
dichiarava all'ambasciatore d'Italia, generale Ferrero, di «voler
profittare, anche in prossime evenienze, della nostra collaborazione» --
mentre il barone Marschall assicurava risultargli da rapporti giuntigli
da Londra che il nobile lord era «deciso ormai a rientrare nella linea
della sua antica politica», e il 17 l'ammiraglio sir Seymour, comandante
della squadra inglese ancorata a Salonicco, faceva premure affinchè lo
raggiungesse colà la squadra italiana -- quando, pel rifiuto russo di
associarsi ad una dimostrazione negli Stretti, sembrava che pel suo
precedente atteggiamento l'Inghilterra avrebbe dovuto passar oltre, --
lord Salisbury non solo non si risolvette a muoversi coi suoi alleati,
ma alla fine di novembre avanzò a Pietroburgo, isolatamente, senza
prevenirne i Gabinetti di Roma e di Vienna, una proposta formale per
stabilire una specie di tutela sull'Impero ottomano, che il Governo
russo declinò.
Data da quell'epoca la lenta conversione dell'Inghilterra verso la
duplice alleanza.