_Capitolo Decimo._ -- La crisi delle alleanze e degli accordi.
La politica estera dei successori di Crispi dal 1891 al 1893. --
Conseguenze immediate dell'inerzia italiana negli affari d'Oriente
avvertite dal Blanc. -- Germania e Austria desiderano il ritorno di
Crispi al governo. -- Colloqui di Crispi con gli ambasciatori di
Germania e d'Austria-Ungheria. -- I torbidi interni del 1893-94
deprimono il credito dell'Italia all'estero. -- Guglielmo II e Crispi.
-- Motivi del ritiro di Caprivi dalla Cancelleria germanica. -- Nomina
di Hohenlohe. -- Favorevoli disposizioni di Guglielmo II verso l'Italia.
-- Crispi e il dissidio anglo-germanico pel Transvaal. -- L'Italia nella
politica internazionale al principio del 1896. -- La crisi delle
alleanze e degli accordi. -- I tentativi per ristabilire le antiche
intelligenze con l'Inghilterra falliscono. -- Dal Diario di Crispi. --
Necessità di estendere i patti della Triplice alla protezione
degl'interessi italiani nel Mediterraneo e in Oriente. -- Energiche
rimostranze di Crispi. -- L'imperatore di Germania annunzia un suo
viaggio in Italia per conferire con Crispi, ma questi prima della venuta
dell'imperatore deve abbandonare il governo.
Abbiamo notato in questo stesso volume che quando riprese le redini del
Governo, Crispi trovò tutta mutata la posizione dell'Italia in Europa.
La Triplice era stata rinnovata, ma era tornata ad essere come nel primo
periodo, dal 1882 al 1887, un legame oneroso; e gli accordi speciali con
l'Inghilterra e con l'Austria-Ungheria, che formavano il complemento
della Triplice, erano caduti nel nulla.
Sia perchè mancasse ai successori di Francesco Crispi l'elemento
prezioso dell'autorità personale, sia perchè la loro azione fosse
pregiudicata da dichiarazioni pubbliche accennanti a preferenze per un
diverso orientamento della politica italiana, l'edificio innalzato con
tante fatiche crollò. Germania e Austria cominciarono a guardarci con
diffidenza; -- la Francia, tra le proteste di amicizia a lei e il
mantenimento dell'alleanza con le Potenze centrali, non vide chiaro e
continuò le sue ostilità; -- l'Inghilterra, convintasi della nostra
incostanza e debolezza, accentuò la sua tendenza a intendersi a tutti i
costi con la sua antica nemica, la Francia. Cosicchè si andò formando
questa situazione: le nostre alleanze ci garentivano l'integrità
territoriale, ma ci attiravano nello stesso tempo tutti i danni della
guerra tenace che i francesi, sapendoci indifesi, ci facevano dovunque;
e inoltre eravamo tenuti in disparte dalle combinazioni della grande
politica europea.
Uno dei nostri migliori diplomatici, il barone A. Blanc, che fu ministro
degli affari esteri nel secondo ministero Crispi, aveva veduto subito
nel 1891, dall'osservatorio importantissimo che era allora
Costantinopoli, i danni del nuovo indirizzo e li aveva segnalati:
«Terapia, 30 giugno 1891.
.... Non si può più dissimulare al pubblico, il quale qui
incomincia a scandalizzarsi dell'impotenza della diplomazia
anche per la protezione dei nazionali esteri, che, distruttosi
il concerto europeo, del che le ambasciate di Russia e di
Francia accusano le potenze alleate, non vi fu sostituita la
preponderanza effettiva di queste ultime, onde anarchia in un
governo che senza ingerenza europea non può compiere i suoi
obblighi interni ed internazionali. Il Sultano non crede il
gruppo anglo-austro-italiano capace d'una vera e seria azione
solidale; è convinto non potersi più riunire gli ambasciatori in
conferenze; li oppone, più che non potè far mai pel passato,
l'uno all'altro, sfidandoli, finchè osa, tutti.
I ministri ed il Palazzo in piena balìa di finanzieri, il
Sultano che investe personalmente in Inghilterra ed in America
quanti più capitali può, aspettano la preveduta fine; ed il
Sovrano diceva testè ad un suo famigliare: «Che direste se
accettassi la protezione russa?» Per ciò militarmente il Bosforo
è aperto alla Russia e i Dardanelli sono chiusi a noi. Non vi
sarebbe resistenza armata nè reazione di popolo contro la
Russia, se questa sbarcasse una divisione a tre ore dalla
capitale. Sarebbero allora in tempo le squadre inglesi o le
squadre alleate a rinnovare la dimostrazione fatta nel 1878 a
Santo Stefano? Non è probabile. O può dirsi che una volta a
Costantinopoli la Russia sarebbe in una trappola, in condizioni
insostenibili? Al punto di vista militare e navale, può darsi:
al punto di vista politico, da nessuno, neppure dagli uomini di
Stato bulgari si nega che intorno a Bisanzio, restituita alla
ortodossia, tutti gli Slavi dei Balcani saranno trascinati da
irresistibile impulso, come nel 1861 tutti gli Italiani si
unirono al grido di Roma capitale. Che avverrà allora
dell'ideale nostro delle autonomie, la cui unica guarentigia
sarebbe stata la preponderanza politica e navale
dell'Inghilterra e dell'Italia sui porti della Turchia europea?
Che avverrà allora della teoria germanica dell'inorientazione
dell'Austria-Ungheria? e della possibilità di soddisfazioni, a
meno d'un'altra gran guerra, nell'interesse anglo-italiano
d'equilibrio nel Mediterraneo? Non è forse abbastanza valutato
dalla Germania e dall'Austria-Ungheria il fatto che in certi
momenti la presenza d'un principe di loro fiducia a capo di tale
o tal altro Stato balcanico non è punto sufficiente ad impedire
rivolgimenti di volontà popolare? Basti ricordare come trionfò
la causa della riunione della Rumelia orientale, tanto avversata
e temuta a Vienna e a Berlino, per dimostrare che, anche in
Oriente, si deve pur tener conto delle tendenze dei popoli.
Questa regia ambasciata s'inspirò fin dal 1887 al convincimento
che a tale situazione è pericoloso applicare la massima _inertia
sapientia_; che la pace e lo _statu-quo_ legale non sospendono
il corso della evoluzione delle nazioni; che in piena pace, in
pieno regime d'alleanze, se l'Egitto diventò inglese e se il
versante sud dei Balcani diventò bulgaro, più facilmente ancora
possono stabilirsi nel Mediterraneo nuove condizioni propizie o
contrarie agli essenziali interessi italiani; che il programma
di pace essendo per sè negativo, non si doveva esporre l'Italia
a non vedere più altri scopi positivi per l'alleanza se non
quelli odiosi che le attribuiscono i nostri avversari, cioè un
appoggio cercato all'estero per le istituzioni monarchiche, o un
pegno preso sulla eredità d'una Francia minacciata di
smembramento; e che in conclusione, perchè l'alleanza diventasse
popolare e proficua, e fosse nella coscienza italiana non un
espediente necessario alla sicurezza, ma una base di fruttuosa
operosità, dovessimo, dopo aver rifiutato disgraziatamente quel
primo premio dell'alleanza che era l'Egitto, rifarci almeno con
una legittima influenza in Oriente, fondata sopra un liberale
sviluppo di autonomie nella penisola balcanica e sopra la
preponderanza navale e politica delle quattro potenze sugli
scali del Levante.
Perciò quest'ambasciata proponeva nel 1887 quelle intelligenze
che furono adottate senz'altro a Vienna e a Londra. Queste, che
i miei colleghi amici chiamarono il patto fondamentale della
nuova politica europea in Oriente, e che sir W. White diceva
segnare una data storica, colla quale si poneva termine al
secolo di guerra caratterizzato dagli spartimenti della Polonia
e della Turchia; questo punto di partenza d'una nuova êra
d'influenza, consentitaci in Oriente, ove col fatto si decide la
questione se una potenza sia grande o piccola, dall'Inghilterra
o dall'Austria-Ungheria, ambedue allora per ragioni diverse
disposte ad appoggiarci per ingerenze per noi più naturali e più
facili, a favore delle autonomie e della libertà degli stretti;
questo programma, infine, la cui pratica attuazione, studiata in
ogni particolare, ci avrebbe costato assai meno oro e meno forza
della nostra politica militare nel mar Rosso, è desso rimasto
finalmente lettera morta! Fin dal 1888 i miei colleghi
dichiaravano non spettar più all'iniziativa di essi e mia qui,
bensì a diretti concerti tra i gabinetti, la pacifica ma
efficace attuazione di quelle intelligenze. Havvi luogo ancora
di sperare che intervengano simili concetti, estesi, cioè, ad
altri interessi pacifici nel Mediterraneo, oltre a quelli della
sicurezza delle nostre coste!
Succede ora un fatto capitale, che fu appena avvertito in
Italia, il riparto virtuale dell'Africa tra l'Inghilterra,
Germania e Francia, le quali sole si inoltrano verso i decisivi
punti centrali, ove fra le sorgenti dei grandi fiumi verrà
decisa un giorno la preponderanza sul continente nero, -- mentre
la Tripolitania senza l'_hinterland_ non è più, per le relazioni
che a noi premono tra il Mediterraneo e l'Africa, che quasi un
_non valore_, secondo l'espressione del signor di Radovitz.
Mentre durano la pace e l'apparente _statu quo_, sipario calato
davanti agli spettatori, velo protettore dietro il quale altri
opera mutamenti di scena d'importanza mondiale, vedremo noi
troppo tardi verificarsi qui altre trasformazioni per noi non
meno gravi, di cui forse oggidì i preludi passano dalla nostra
diplomazia inosservati?»....
«Costantinopoli, 2 settembre 1891.
Il 26 luglio informavo Vostra Eccellenza che questo incaricato
d'affari d'Inghilterra aveva, d'ordine del _Foreign Office_,
avvisato la Porta che le condizioni dell'isola di Candia vanno
peggiorando pei numerosi misfatti; al punto da far temere che ne
approfitti a scopi politici chi è interessato a fomentare una
nuova insurrezione nell'Isola.
Il 20 agosto sir W. White, tornato da una breve escursione in
Germania, aveva con me un colloquio particolare nel quale egli
mi faceva prevedere che mi avrebbe diretto prossimamente una
comunicazione sugli affari cretesi in seguito ad «uno scambio
d'idee avvenuto tra i gabinetti di Londra e di Parigi». Egli era
in possesso della relativa corrispondenza, piuttosto voluminosa,
tra lord Salisbury ed il signor Ribot, non conosciuta dai nostri
rappresentanti a Parigi e a Londra. Il 23 agosto sir W. White
parlò pure al signor di Radovitz di una comunicazione che gli
avrebbe fra breve fatta circa le cose di Candia, ma senza
spiegarsi, che io sappia, altrimenti.
Per altro Vostra Eccellenza mi segnalava il 22 agosto la
coincidenza, che non le sembrava fortuita, tra l'annunzio a noi
fatto dal signor de Giers con dimostrazioni di fiducia, che la
Russia intende insistere presso la Porta per provvedimenti
acconci alle condizioni aggravate di Candia, e una domanda fatta
al regio Ministero da codesto Incaricato d'affari di Grecia, se
cioè l'Italia sarebbe disposta ad associarsi alle rimostranze di
alcune grandi potenze al Governo ottomano circa i casi di
Candia, anche quando Austria e Germania non vi prendessero
parte. Il rappresentante ellenico a Roma rinnovava l'invito il
26 agosto, chiedendo più precisamente a Vostra Eccellenza se
l'Italia avrebbe voluto associarsi non solo alla Russia, che ce
n'aveva avvisati, ma alla Francia e all'Inghilterra, che verso
di noi mantenevano il silenzio, per ottenere un migliore Governo
per Candia.
Vostra Eccellenza avendomi pregato il 28 agosto, in base a tali
comunicazioni della Russia e della Grecia, di assumere
informazioni circa la notizia pervenutale «da altra parte» che
l'Inghilterra, d'accordo colla Francia e
_coll'Austria-Ungheria_, aveva fatto passi presso la Porta a
favore di Candia, Le risposi ricordando che già il 26 luglio
precedente io aveva riferito a Vostra Eccellenza come
l'Inghilterra avesse fatto presso la Porta il passo che ho
accennato di nuovo più sopra, e non altro passo qualsiasi. Prima
e dopo di quelle date, il mio collega d'Austria-Ungheria non ha
comunicato alla Porta, mi dice egli, se non, come al solito, le
informazioni dei consoli locali austro-ungarici sulle cose
cretesi; anch'egli per altro aveva ricevuto l'annunzio da sir W.
White d'una prossima comunicazione sulle cose di Candia, e dopo
ciò sir W. White si era limitato, aggiungevami il barone di
Calice, a colloqui confidenziali coi soli ambasciatori di
Francia e di Germania. Così l'Austria-Ungheria dimostrava a noi
essere rimasta estranea a tutto il negoziato, cosa degna di nota
dopo le circostanze segnalate nel mio rapporto del 30 giugno
scorso, indicanti una diminuzione di fiducia dei gabinetti di
Londra e di Vienna verso la politica italiana.
Trovandomi il 28 a sera all'ambasciata d'Inghilterra, sir W.
White mi disse avere aspettato l'occasione d'incontrarmi per
notificarmi il risultato delle sue conferenze col collega di
Francia. Egli aveva avuto, in conformità d'istruzioni del suo
Governo, un ultimo colloquio col conte di Montebello sulle
presenti condizioni di Candia, la quale da recenti rapporti dei
consoli inglesi e francesi risultava un poco più tranquilla. Nè
egli, nè il conte di Montebello si erano trovati in grado di
proporre alcun passo che non si riducesse ad ufficiose
osservazioni alla Porta nel senso di conservare la pace e
l'ordine dell'isola. Il conte di Montebello avevagli dichiarato
non essere propenso ad alcuna ufficiale osservazione alla Porta,
disposizione questa nella quale sir W. White conveniva
pienamente. Quanto precede era stato portato a cognizione di
lord Salisbury. Sir W. White mi disse inoltre che per conto suo
non avrebbe fatto, salvo ordine del suo Governo, alcun passo
formale dopo quello già fatto, come le avevo riferito il 26
luglio, e aggiunse non poter prevedere se questi rappresentanti
di Francia e Austria-Ungheria avranno istruzioni per analoghi
passi più o meno confidenziali, ma ritenere che ad ogni modo
risulteranno passi isolati; non esservi luogo a concerti tra i
rappresentanti in Costantinopoli, ogni concerto al riguardo, non
potendo e non dovendo stabilirsi se non direttamente tra i
gabinetti stessi. Tutto ciò mi parve nuovo sintomo
dell'isolamento, conseguenza di anteriori divergenze di
indirizzo dell'Italia rispetto all'Inghilterra e
all'Austria-Ungheria, isolamento del quale volta per volta, ed
ultimamente col mio rapporto del 30 giugno, era stato mio dovere
segnalare le origini.
Il 29 agosto, ulteriori mie informazioni mi davano certezza che
l'ambasciata d'Austria-Ungheria, anzichè rimanere inoperosa
quando l'incaricato d'affari d'Inghilterra faceva il suaccennato
passo, aveva, nelle sue comunicazioni al Gran Visir, dimostrato
preoccupazioni perchè si fosse sguarnito Candia di truppe, e
desiderii perchè venissero rimosse le cagioni di complicazioni
provenienti da disordini nell'Isola; ed il signor di Radovitz mi
confermò poi avere il barone di Calice tenuto un tale linguaggio
«in espresso appoggio» al passo formale dato dall'incaricato
d'affari d'Inghilterra. Ne emergono due conclusioni per noi: in
primo luogo, la conferma delle notizie giunte all'Eccellenza
Vostra di intelligenze dell'Inghilterra non solo colla Francia,
ma coll'Austria-Ungheria per Candia, senza partecipazione al
regio Governo; in secondo luogo, la conformità del linguaggio
del barone di Calice con quello del signor de Giers, il quale,
secondochè fu telegrafato a Vostra Eccellenza da Pietroburgo, si
dimostrava preoccupato perchè il Governo ottomano continuava a
sguarnire Candia di truppe per portarle allo Yemen ove la
situazione si fa più critica, il Governo russo cercando di
rimuovere ogni cagione di complicazione internazionale circa
Candia.
Così risultava ad evidenza che le due potenze alle quali ci
eravamo legati con speciali intelligenze di massima per
interessi comuni nel Mediterraneo, l'Inghilterra e
l'Austria-Ungheria, si occupavano, insieme ai gabinetti di
Russia e di Francia, e senza che Vostra Eccellenza ne avesse
notizia se non da Pietroburgo e da Atene, delle cose di Candia.
In questo corpo diplomatico si spiegava ciò col fatto che in
seguito a conferenze avute dal signor Tricoupis a Sofia, il Re
di Grecia avesse ottenuto dai gabinetti di Londra e di Parigi,
notoriamente ravvicinatisi nei negoziati che precedettero la
visita della squadra francese a Portsmouth, un qualche compenso
in Candia ai progressi dei Bulgari in Macedonia; l'Inghilterra
era supposta non aliena dal favorire la concessione ai Candioti
d'un governatore cristiano personalmente grato alla Francia, la
quale così avrebbe desistito dal premere per lo sgombro
dell'Egitto; l'Austria-Ungheria poi era evidentemente desiderosa
ad un tempo di evitare ogni passo collettivo che ponesse, come
desideravano i Greci, la questione di Candia davanti all'Europa,
e di apparire ciò nullameno per conto proprio facilitare ai
Greci il vantaggio di un'influenza francese in Creta, vantaggio
anche per gli interessi austro-ungarici, poichè diventava così
meno esclusiva la preponderanza russa in Atene, aggiungendovisi
la francese.
Intanto mi giungeva inaspettatamente una lettera del signor di
Radovitz dalla quale emerge che, secondo il mio collega di
Germania, l'Italia potesse disinteressarsi insieme alla Germania
dai negoziati iniziati dalle altre grandi potenze circa Candia.
Vi era una tale coincidenza tra l'invito di lui a non unire
l'Italia ai passi dell'Inghilterra e dell'Austria-Ungheria in
una questione pur mediterranea, e le ripetute dichiarazioni di
sir W. White a me e al barone di Calice non avere più pratico
valore le intelligenze stabilite fra i tre gabinetti nel 1887,
che non esitai ad alludere a tal punto delicato nella mia
risposta al signor di Radovitz a proposito di lui evidente
tentativo d'isolare l'Italia nella questione di Candia, della
quale sole Russia e Grecia avevano fatto parola a Roma.
Sir W. White passò nell'ambasciata di Germania la serata del 29,
quando già il signor di Radovitz aveva in mano detta mia
lettera; e venne da me l'indomani mattina, a dirmi che credeva
non esservi nulla da fare per ora circa Candia. Io gli esternai
il desiderio di tenermi in ogni caso in intima relazione come
per il passato con lui e con il collega d'Austria-Ungheria, a
scopi comuni. Egli mi rispose non esservi base a concerti in tre
in tali questioni. Io m'ispirai allora al rapporto del conte
Nigra del 4 agosto, e dissi a sir W. White che il conte Kálnoky,
secondo le mie informazioni, continuava a credere che le
intelligenze prese nel 1887 coll'Inghilterra non solo debbono
essere considerate in pieno vigore, ma costituiscono una base
preziosa ed importante dell'azione eventuale delle tre potenze
alleate in Oriente. Sir W. White mi domandò se il conte Kálnoky
avesse fatto qualche speciale allusione all'una o all'altra
delle tante questioni che in Oriente sono criterio di una voluta
e sincera comunanza d'interessi ed intenti, la quale, se
manifestatasi nelle opere della pace, può tanto meglio poi
esternarsi negli eventuali periodi d'azione. Replicai io non
avere mai cessato dal segnalare non solo al mio governo, ma ai
colleghi d'Austria-Ungheria e di Germania, le occasioni ed i
mezzi di pacifica ed effettiva attuazione, per parte delle tre
potenze mediterranee amiche, del convenuto scopo di benefica ed
operosa preponderanza nostra comune; ma che delle tante
questioni presentatesi, economiche, religiose, o puramente
politiche, nelle quali antiche divergenze tra l'Italia e
Austria-Ungheria erano da togliersi di mezzo, ignoravo se alcuna
fosse stata trattata col conte Kálnoky, il quale menzionava
soltanto l'interesse della consolidazione del principe
Ferdinando, argomento sul quale in verità le tre potenze, come
le tre ambasciate, non hanno per un momento mancato di
dimostrare la più completa e favorevole comunanza
d'apprezzamento. Ma ad ogni modo, osservai io a sir W. White, le
anteriori asserzioni di lui stesso al barone di Calice e a me
circa la caducità delle intelligenze tra l'Italia, Inghilterra
ed Austria-Ungheria per le cose d'Oriente erano ritenute dal
conte Kálnoky non conformi alla realtà delle cose. Sir W. White
mi replicò dubitare che il conte Kálnoky avesse attualmente
confermato le intelligenze del 1887 quali vigenti ed esecutorie;
mi narrò aver egli, in una recente sua conversazione col conte
Kálnoky, chiamatane l'attenzione sui pericoli per la
conservazione dello _statu quo_ in Oriente del sistema di doppio
governo vigente qui, ove la Porta impotente è incaricata
d'intrattenere le volontarie illusioni delle potenze alleate,
mentre il solo vero potere è nel Palazzo, ostile alle potenze
stesse; nè avergli taciuto il suo pensiero, essere funesto il
sistema della diplomazia austro-ungherese di assicurare
l'impunità al Sultano e lusingarne l'arbitrario a scopi di
apparente influenza, ed a detrimento dei più essenziali
interessi comuni delle potenze amiche in Oriente.
Tali gravi affermazioni dell'ambasciata d'Inghilterra, alle
quali egli aggiungeva, all'indirizzo della politica italiana,
altri rimproveri, sui quali la mia precedente corrispondenza mi
dispensa dal ritornare, traevano per me chiaro significato da
amichevoli sue confidenze relative a quella questione di
Macedonia che, inseparabile per la Grecia dalla questione di
Candia, è tuttora il nodo delle difficoltà balcaniche. Sir W.
White deplorava che l'ambasciata d'Austria-Ungheria,
approfittando degli intrighi turco-russi del Palazzo contro lo
sviluppo degli interessi anche commerciali e ferroviari inglesi
ed italiani nella penisola balcanica, continuasse in Turchia la
politica di esclusivismo economico che le era mal riuscita in
Rumenia ed in Serbia; che a Vienna si fosse osteggiata la
riforma del Consiglio del debito ottomano e della banca
ottomana, istrumenti di monopolio politico-finanziario avverso
all'Inghilterra e all'Italia; favorito in Macedonia i Serbi
quando Re Milano era sul trono, i Bulgari solo dopo che il
principe Ferdinando venne a Sofia; sostenuto il principio
francese e russo delle protezioni religiose a pro di protezioni
austro-ungheresi sui cattolici dei Balcani, contrariamente al
principio anglo-italo-tedesco delle protezioni di ciascuno sui
propri nazionali; rifiutato di ammettere passi collettivi presso
la Porta contro il brigantaggio sulle ferrovie ottomane
sottoposte alla protezione austro-ungherese fino a
Costantinopoli ed a Salonicco; dimostrato inquietudini ad ogni
comparsa di squadre inglesi od italiane a Salonicco o a Smirne;
ammesso la teoria russa per il passaggio di truppe russe nel
Bosforo; evitato ogni adesione ai reclami inglesi e italiani
contro la complicità del Palazzo col brigantaggio e contro la
spoliazione sistematica dei rispettivi nazionali a beneficio
della lista civile, abusi coperti dalla incondizionata
protezione accordata dall'Austria-Ungheria al Sultano.
Pure malgrado tanti gravami, osservai io, l'Inghilterra aveva
negoziato coll'Austria-Ungheria per l'attuale situazione di
Candia, e coll'Italia no. Eravamo dunque in presenza di qualche
nuova combinazione a nostro danno, come nel Congresso di
Berlino? Sir W. White non rispose.
Anche il mio collega di Germania, come per dimostrarmi al pari
di sir W. White non essere diminuita la nostra reciproca fiducia
personale, si recò da me il 31 agosto ed intavolò francamente la
conversazione sul grave argomento delle scosse intelligenze fra
gli alleati in quanto all'Oriente. Sorvolando sulle divergenze
verificatesi fra i gabinetti di Roma e di Berlino circa gli
affari di Candia ed alludendo a disposizioni che negli ultimi
tempi si erano, secondo il signor di Radovitz, dimostrate a Roma
a favore della Russia, disse non potersi sperar nulla dal
collega di Austria-Ungheria ormai per gli interessi politici ed
i diritti privati compromessi dalla _curée finale_ che si fa in
Palazzo degli ultimi elementi di vitalità dell'impero ottomano;
il barone di Calice considerare successo bastante alla propria
situazione l'aver fatto prevalere nel recente incidente di Uskub
il principio di protezione religiosa non ammesso nè dalla
Germania, nè dall'Italia, nè dall'Inghilterra; non potersi
sperare il concorso del delegato austro-ungarico al disegno di
eliminare dal debito ottomano il noto sindacato speculatore;
perfino riguardo al brigantaggio, che assume nella Turchia la
stessa indole politica che in Creta, avere egli, Radovitz, quale
decano, in assenza del barone di Calice, chiesto al suo Governo
l'autorizzazione di riunire i rappresentanti delle grandi
potenze per deliberare circa i passi da farsi presso la Porta a
beneficio anche dei sudditi di potenze minori, ma essersi il
gabinetto di Vienna opposto a qualsiasi collettività anche
ristretta in proposito. Passando alla quistione di Candia il
signor di Radovitz mi confidò che le istruzioni di lord
Salisbury a sir W. White ordinavano a quest'ultimo non solo di
conferire col conte di Montebello ma «di trovar modo di porsi
d'accordo con lui», lo che produsse in essi, Radovitz e White,
profonda sorpresa e preoccupazione. Le mire delle rispettive
potenze essere così apparse tanto oscure che il signor di
Nelidow, sospettoso contro le tendenze francesi ad accordarsi
coll'Inghilterra, aveva consigliato al suo collega di Francia a
non spingere più oltre il negoziato. In conclusione il mio
collega di Germania aggiunse che la questione di Candia sarebbe
risorta fra breve, ma che per ora era meglio lasciarla cadere. E
questa conclusione è concorde col telegramma di Berlino che
Vostra Eccellenza mi comunicava iersera.
In sostanza, un principio d'accordo franco-inglese avendo avuto
luogo per gli affari di Candia quale compenso per l'occupazione
dell'Egitto, il regio Ministero venne escluso per volontà dei
nostri alleati da tutto il negoziato relativo. Tale fatto è
sintomo assai chiaro del ritorno alla situazione del 1884, nella
quale l'Italia, per aver sistematicamente agito negli affari
d'Egitto in senso contrario allo spirito delle alleanze da essa
concertate, vide sciogliersi di fatto il fascio delle alleanze
stesse e rimase nell'isolamento. Vengono anche confermate da
tale fatto le previsioni espresse nel mio rapporto del 30
giugno, circa la situazione disastrosa per i nostri interessi
mediterranei, che risulta per l'Italia dal tornare ad essere
lettera morta le intelligenze di massima coll'Inghilterra,
programma che io ho pur ordine, finora non revocato, di seguire
in Costantinopoli e sul quale non ho cessato di essere in pieno
accordo coi miei colleghi d'Inghilterra e di Germania....»
Alla fine del 1893 l'inerzia politica dell'Italia aveva già dato tutti i
suoi frutti, e non era facile cosa riprendere la posizione perduta e
rimuovere le altre potenze dalle nuove combinazioni nelle quali si erano
impegnate. Caprivi e Kálnoky, Cancellieri dei due imperi centrali quando
Crispi nel 1891 lasciò il governo d'Italia, erano tuttavia in carica e
si deve credere che desiderassero il ritorno di lui al potere, poichè
mentre Crispi ne sembrava ancora lontano, gli ambasciatori conte Solms e
barone De Brück gli recavano messaggi e voti.
Il Solms fece visita a Crispi il 13 ottobre 1893. Dal _Diario_ più volte
ricordato riferiamo qualche nota:
«L'ambasciatore germanico, dopo qualche accenno sulla politica
generale, mi racconta con visibile soddisfazione che
l'Imperatore lo aveva invitato a pranzo a Potsdam, e che con lui
ragionando delle sue relazioni col Papa, lo aveva incaricato di
riferirmi, appena tornato in Roma, che non aveva dimenticato le
osservazioni da me fattegli sulla politica pontificia e che non
si lascerebbe prendere dal Vaticano.
-- Il Papa -- dissi -- è nemico della Triplice perchè questa è
un ostacolo al ristabilimento del potere temporale ed assicura a
noi il possesso di Roma.
-- L'Imperatore non lo ignora e sa quello che fa. Avete visto
come l'Imperatore si è condotto col principe di Bismarck? In
Germania ha fatto magnifica impressione l'offerta che il nostro
Sovrano ha fatto al Principe di un Castello imperiale per
ristabilirsi in salute. È una riconciliazione tra l'Imperatore e
il suo antico Cancelliere che ha davvero consolato il popolo
tedesco. E voi che cosa fate? Continuerete con l'attuale
ministero? Quale sarà il vostro contegno?
-- Io? Sono fuori dalla politica militante....
-- Ma l'Italia non può continuare con un ministero come
l'attuale.
-- Non ho alcun giudizio da emettere. Sto a guardare!»
Il De Brück si recò da Crispi il 25 ottobre. Leggiamo nel _Diario_:
«Visita del barone De Brück alle 3.45 pom.
Il barone è preoccupato delle condizioni d'Italia. Soggiunge che
ne sono preoccupati anche a Vienna....
-- Bisogna che vi occupiate delle cose del vostro paese. Che
volete? Questo linguaggio parrà singolare in bocca di un
austriaco, ma tanto più dovete ascoltarlo. Noi abbiamo bisogno
che l'Italia sia ben governata e tranquilla; e lo stato attuale
c'inquieta.
-- Me ne duole; ma io non ho che farci. È la disgrazia d'Italia.
È il nostro un paese cui manca la continuità nella politica; ed
è la ragione per la quale all'estero non abbiamo la dovuta
considerazione. Ai tempi di Mancini, non ostante il trattato
della Triplice, il Principe di Bismarck non aveva fede in lui. A
Berlino ed a Vienna si cominciò ad aver fede nel governo
d'Italia con Robilant....
-- Dite piuttosto con voi. Con Robilant ci fu una fiducia
relativa. Con voi a Berlino ed a Vienna non si dubitò mai. E
bisogna che ritorniate al potere.
-- .... Io vengo dalla rivoluzione. Io ero repubblicano, ed
accettai la monarchia perchè con essa potevamo acquistare
l'unità. Sono stato fedele alla forma di governo che ho
adottato, e deputato e ministro non ho mancato ai miei doveri.
Il Re avrebbe dovuto comprendere tutto ciò, ed avrebbe dovuto
sentire l'importanza della mia devozione.... Se non amassi il
mio paese, mi sentirei legittimato a ritirarmi completamente
dalla politica....
-- E fareste male. Voi bisogna che continuiate a servire il Re
ed il vostro paese. Io non vedo un uomo che possa giovare
all'Italia e servirla come voi; ed il Re lo sa, e più d'una
volta me lo ha dichiarato....»
Affidando al barone Blanc il ministero degli Affari esteri, Crispi non
rinunziò ad avere una diretta ingerenza nella politica estera. Portare
nella trattazione delle maggiori questioni internazionali il suo
criterio e l'autorità del suo nome era un dovere ch'egli sentiva come
presidente del Consiglio, e non avrebbe saputo mancarvi anche perchè la
politica estera era stata sempre prediletto oggetto dei suoi studî.
Nei primi mesi del 1894 le condizioni interne d'Italia erano così gravi
che richiesero tutta la sua attenzione. In Parlamento non vi furono per
qualche tempo dissensi; le ambizioni tacevano; tutti i partiti, dominati
dal timore, seguivano ansiosamente l'azione di Crispi rapida, energica
contro un movimento anarchico che minacciava un caos sociale e politico.
Ristabilito l'ordine pubblico, risollevato il morale del paese e
restaurata la finanza, Crispi potè, nonostante che cominciassero ad
addentarlo le ire di parte, dedicarsi maggiormente alla situazione
internazionale.
La politica estera dell'Italia non poteva non risentirsi delle
difficoltà interne. Dovunque eravamo meno considerati. L'Ambasciatore a
Londra, conte Tornielli, scriveva l'8 gennaio 1894:
«Le notizie tendenziose della stampa francese, ripercosse nella
inglese, l'opera dei pochi corrispondenti speciali di
quest'ultima residenti in Italia, cospiravano negli ultimi mesi
ad accrescere le prevenzioni e le diffidenze alle quali il mio
linguaggio ufficiale e privato non bastava certamente a porre
argine. Poche volte Lord Rosebery mi parlò delle nostre
difficoltà interne e sempre con quella misura che gli è propria,
piuttosto, se ben io ne intesi l'intenzione, per dare a me
l'occasione di spiegare o di smentire le altrui esagerazioni.
Egli accolse sempre con benevolo interesse le spiegazioni e le
smentite mie.»
In Germania la fiduciosa amicizia degli anni del primo ministero Crispi,
che aveva avuto una manifestazione solenne nel 1889 in occasione del
viaggio a Berlino del Re Umberto, era un ricordo del passato. Il ritorno
di Crispi ridestò la speranza che potessero tornare i giorni della
intimità italo-germanica. «L'imperatore Guglielmo -- riferiva
l'Ambasciatore Lanza -- non dubita che passeggere sieno le nubi che
passano sulla nostra povera Italia, e che il senno del Re e l'energia
del suo governo sapranno presto dissiparle». In data 5 marzo lo stesso
generale Lanza riferiva:
«Ieri sera ad una rappresentazione di beneficenza ebbi l'onore
di conferire con S. M. l'Imperatore, che sedeva in palco a me
vicino.
S. M. si degnò esprimermi le sue felicitazioni per la vittoria
riportata dal Regio Governo nelle ultime discussioni
parlamentari, per la splendida votazione avuta in suo favore, ed
ebbe parole improntate, come sempre, a grande amicizia per la
famiglia Reale, a stima e benevolenza grandissima per l'Italia,
augurando che l'energia e l'autorità da lui molto apprezzate del
Capo attuale del Gabinetto, l'alto senno del Re, riescano a
superare tutte le difficoltà della crisi che attraversiamo.
S. M. ebbe anche parole di grande lode per la condotta
dell'esercito nelle luttuose circostanze in cui ebbe a trovarsi
in Sicilia, e nella Provincia di Massa e Carrara; mi parlò con
vivo compiacimento del valore dimostrato dai nostri nel
combattimento di Agordat, del quale, mi disse, si era fatto
spiegare tutti i particolari dal Capo del Grande Stato Maggiore,
particolari che egli infatti conosceva meglio di me.»
Ai primi di aprile Guglielmo e Umberto s'incontrarono a Venezia. Il Re
si compiacque di telegrafare a Crispi:
«_A S. E. Cav. Crispi_
_Presidente del Cons. dei Ministri._
S. M. l'Imperatore lascerà Venezia domattina portando seco la
migliore impressione di questa Città che ha così degnamente
rappresentato l'Italia nell'onorare l'augusto nostro alleato e
amico. L'Imperatore nei varî colloquî avuti con me mi ha parlato
di Lei e sempre con sentimenti di viva simpatia e di alta
considerazione.
Mi compiaccio di esprimerle la particolare e meritata
benevolenza di S. M. l'Imperatore e di confermarle la mia
cordiale amicizia.
Affezionatissimo
_Umberto_.»
In ottobre la Cancelleria germanica era in crisi. Il generale Caprivi,
il successore di Bismarck, col quale Crispi stava per riannodare i
rapporti che un'altra crisi, quella del 1891, aveva interrotti, si
dimise dall'altissimo ufficio. Le cause immediate che determinarono
quell'avvenimento furono narrate a Crispi nei seguenti termini:
«L'accordo fra il Cancelliere e il Ministero prussiano nella
questione delle misure da adottarsi per combattere i partiti
sovversivi era fatto; le misure stesse erano state concretate
(non se ne conoscono ancora i particolari), ed avevano ottenuto
l'approvazione dei Governi confederati, il decreto d'apertura
del Parlamento per il 15 novembre era già pubblicato; Sua Maestà
l'Imperatore doveva ripartire ieri sera per le caccie di
Blankenburg; quando nel pomeriggio egli riceveva successivamente
a Potsdam il Conte Eulenburg, Presidente del Ministero
Prussiano, e il Cancelliere Conte Caprivi, e dopo tali visite
contromandava la sua partenza. Nella sera si spargeva la notizia
che quei due alti funzionari avevano rassegnato le loro
dimissioni e queste erano accettate!! Che cosa era avvenuto?
Una breve conversazione avuta iersera col Conte Eulenburg che,
come se nulla fosse avvenuto, incontrai in una _soirée_, mi pone
in grado di desumere come siansi passate le cose.
Quando il Conte Caprivi, a proposito della legge scolastica,
lasciò la carica di Presidente del Ministero Prussiano, che fu
assunta dal Conte Eulenburg per deferenza ai voleri sovrani,
questi era già convinto che la separazione delle due cariche di
Cancelliere e di Ministro Presidente Prussiano non poteva durare
a lungo, come non durò ai tempi di Bismarck senza dar luogo ad
inconvenienti, ad attriti gravi. Questi attriti giunsero al
colmo, fra il Conte Caprivi e il Conte Eulenburg, a proposito
delle misure sovraccennate e solo per intromissione
dell'Imperatore un accordo fu possibile. Fu però un accordo, per
così dire, forzato, concluso il quale e terminata la
preparazione dei provvedimenti legislativi che ne erano la
conseguenza, ambedue posero subito ieri i loro portafogli a
disposizione di Sua Maestà. La quale dovette convincersi che
realmente si doveva venire ad una soluzione radicale prima della
convocazione del Parlamento. Non potendo naturalmente lasciar
partire il Conte Eulenburg senza profondamente ferire il partito
conservatore, già tanto ostile al Conte Caprivi, e d'altra parte
non sentendosi questi, che sì frequenti volte dimostrò desiderio
di ritirarsi, di assumere il peso delle due cariche, nè di
difendere davanti il Reichstag delle misure cui in massima si
era sempre mostrato ostile, Sua Maestà decise di dar corso alle
dimissioni di ambedue e mandò ad effetto, colla sua solita
rapidità di decisione, il provvedimento.
Il posto di Cancelliere dell'Impero e Ministro Presidente
Prussiano è stato offerto al principe Hohenlohe, attualmente
Governatore dell'Alsazia-Lorena. Se accetterà sarà il regno dei
_Segretari di Stato_, giacchè egli non ha più, a mio parere,
l'energia, la vigoria necessaria per sì alta e grave carica. Il
suo nome però, il suo passato, raccoglierà su di lui i voti dei
partiti conservativi e specialmente della nobiltà prussiana che
in Parlamento e fuori si mostrarono sì ostili al Conte Caprivi.»
Il 29 ottobre il principe di Hohenlohe fu nominato Cancelliere
dell'Impero e Presidente del ministero prussiano. Crispi inviò al Lanza
il seguente telegramma:
«Il nome di Hohenlohe, già amato in Italia, viene oggi salutato
con la più viva simpatia. Voglia far sentire al Gran Cancelliere
che il nostro paese si felicita insieme al Governo di una nomina
che siamo sicuri gioverà ai comuni interessi delle due nazioni.
_Crispi_.»
Hohenlohe mandò dapprima il barone Marschall, poi si recò lui stesso
dall'ambasciatore d'Italia a ricambiare il saluto:
«Hohenlohe -- telegrafava l'ambasciatore al ministro Blanc il 30
ottobre -- venuto in persona casa mia, vuole rinnovi a V. E. e
al Presidente del Consiglio vivi ringraziamenti e ricambi loro i
sentimenti espressigli, lieto poter cooperare interessi comuni
due paesi. Più che sue parole, la sua visita fattami oggi fra
tante altre cure e prima di aver potuto ricevere la mia e quella
di altri ambasciatori, dimostra il conto nel quale egli tiene il
capo del R. Governo che egli disse esser lieto già conoscere,
nonchè V. E. e ciò mi è di buon augurio per l'avvenire.»
Le buone disposizioni dell'Imperatore Guglielmo verso l'Italia erano
confermate dal Lanza in un suo rapporto del 5 marzo 1895, del quale
riferiamo questo interessante brano:
«Al suo ritorno da Vienna S. M. l'Imperatore mi onorò di una sua
visita personale per esprimermi, come disse, la sua
soddisfazione di aver potuto stringer la mano a S. A. R. il Duca
d'Aosta in occasione dei funerali dell'Arciduca Alberto. La
visita durò a lungo e S. M. parlò un po' di tutto.... Fermandosi
a discorrere specialmente dell'Austria, della sua impolitica
condotta nell'Istria, ecc., S. M. mi disse aver trovato il conte
Kálnoky meno inquieto per le nostre relazioni con la Francia, ma
pur sempre alquanto preoccupato, che noi possiamo considerare la
Triplice Alleanza non sufficientemente vantaggiosa per noi sol
perchè non ci dà subito in piena pace il mezzo di giungere alla
realizzazione dei nostri desiderii, delle nostre aspirazioni sui
territori del Nord africano e altri. Sua Maestà avendo
soggiunto: «Aspettate, lasciate che venga l'occasione e avrete
tutto quel che volete», mi affrettai, non volendo per avventura
che le parole del conte Kálnoky lasciassero cattiva impressione
sull'animo del mio Augusto interlocutore, ad osservare che S. M.
e il suo Governo conoscevano troppo bene la nostra politica,
l'attitudine presa dall'attuale Gabinetto verso l'Inghilterra
nelle cose d'Africa, il nostro desiderio di farci veramente il
tratto d'unione fra l'Inghilterra e le Potenze della Triplice
Alleanza, per dubitare che noi vogliamo con intempestivi conati
suscitare complicazioni, che anzi facciamo sacrifizî per
evitarle. Soggiunsi che siamo sempre stati e siamo consci dei
nostri doveri e dei nostri diritti, che ci premeva anzitutto lo
_statu quo_ nel Mediterraneo minacciato dalla Francia, e non
sapevo spiegarmi la preoccupazione del conte Kálnoky. Se ci
allarmiamo dei continui tentativi della Francia per estendersi
in Africa, questi allarmi non sono infondati, chè quei
tentativi, non mai ostacolati, potrebbero un giorno condurre ad
uno stato di fatti compiuti -- e citai il porto di Biserta --
cui la guerra sola, che vogliamo tutti scongiurare, potrebbe
riparare. S. M., che mi sembra persuasa di queste cose, apprezza
la nostra politica verso l'Inghilterra, è sempre disposta ad
appoggiarla, e fa voti perchè sotto i successori di Rosebery e
di Kimberley, i quali non possono tardare molto a venire al
potere, essa trovi quella favorevole accoglienza e quella
cooperazione che finora abbiamo indarno cercato....»
Le buone relazioni tra l'Inghilterra e la Germania erano state per molti
anni un elemento importantissimo della nostra situazione internazionale.
È noto che gli accordi nostri con l'Inghilterra pel mantenimento dello
_statu quo_ e la difesa dei comuni interessi nel Mediterraneo e in
Oriente, completavano le stipulazioni del trattato della Triplice
alleanza. La tendenza della politica inglese a comporre i dissidi
anglo-francesi mediante compensi nel Mediterraneo e a modificare in
Oriente il suo atteggiamento intransigente verso la Russia, allontanando
ogni giorno dippiù l'Inghilterra dalla Triplice, giustamente allarmava
il governo italiano. Il 1.º marzo 1894 Gladstone si ritirava
definitivamente dal governo in seguito al voto contrario della Camera
dei lords al progetto sull'_Home Rule_. Il suo ministero però rimaneva
sotto la presidenza di lord Rosebery, che cedeva il ministero degli
affari esteri a lord Kimberley. Il ritiro di Gladstone fu accolto con
soddisfazione nelle sfere governative di Berlino, presso le quali fece
poi anche buona impressione la caduta di Rosebery, avvenuta il 22 giugno
1895. Col ritorno al potere dei conservatori la Cancelleria germanica
concepì qualche speranza nella ripresa, da parte dell'Inghilterra,
dell'antica politica. Il barone Marschall, segretario di Stato al
ministero germanico degli Affari esteri, divideva tale speranza:
«Potremo -- diceva egli -- aver divergenze coll'Inghilterra, e
ne prevedo ancor molte nelle questioni coloniali, ma queste sono
cose secondarie che non impediranno mai l'accordo sui grandi
problemi che possono sorgere nel Mediterraneo e che toccano gli
interessi dei nostri alleati; quelle divergenze daranno ragione
all'Imperatore che, di recente, parlando con me su questi
argomenti diceva: _Bah! wer sich lieb hat, neckt sich_ (qui
s'aime, se querelle).»
Ma sorse poco dopo a creare malumori la questione del Transvaal, venne
il telegramma dell'imperatore Guglielmo al presidente Krüger nel quale
felicitava questi «che senza ricorrere all'aiuto delle Potenze amiche
fosse riuscito a ristabilire la pace contro le bande armate che avevano
invaso il suo paese e a difenderne l'indipendenza», venne l'acre
polemica tra la stampa inglese e la germanica. Crispi, a dimostrazione
di sentimenti amichevoli verso i due Stati, appena dichiaratosi il
dissidio che fortunatamente fu subito composto, aveva accennato a una
mediazione dell'Italia con questo telegramma all'ambasciatore a Berlino:
«Il dissidio anglo-tedesco è una sventura internazionale, e
bisogna trovar modo di comporlo. Esso giova ai nemici della
Triplice e nuoce a noi. Il nostro Augusto Sovrano se ne
preoccupa, e mi ha espresso il desiderio d'intervenire con una
parola amica fra le due parti, ove questa possa esser efficace.
Ne parli al barone Holstein in mio nome, e qualora egli le dia
speranza di successo, ne parli al Gran Cancelliere.
Qualunque sia il risultato delle nostre pratiche, avremmo per lo
meno dato prova della nostra buona volontà e della nostra
amicizia.»
Nei primi due mesi del 1896 apparve chiara la crisi delle alleanze e
degli accordi ai quali l'Italia aveva affidato la sua sicurezza e la
garanzia dei suoi interessi.
In breve, la situazione era la seguente: col peggioramento delle
relazioni anglo-germaniche la Germania nostra alleata, facendo una
politica a sè, riguardosa verso la Turchia, aveva agevolato alla Russia
la preponderanza a Costantinopoli, e verso la Francia aveva iniziato una
politica di concessioni, della quale uno dei frutti era stato l'accordo
franco-germanico, risultante dal protocollo firmato il 4 febbraio 1894,
che aveva riconosciuto l'_hinterland_ della Tripolitania nella sfera
d'influenza francese.
La Francia, che nel 1891 aveva iniziato trattative per la delimitazione
dei possedimenti franco-italiani nell'Africa Orientale e per una
convenzione che avrebbe assicurato nella Tunisia un regime economico
soddisfacente ai cittadini e ai commerci italiani, ritirò le sue
proposte quando e perchè fu rinnovato il trattato della Triplice
Alleanza; e continuava ad osteggiarci anche in Africa, inviando
all'Harrar e allo Scioa denari e armi che dovevano essere rivolte contro
di noi.
L'Inghilterra, lasciata libera di trascurare gli accordi che aveva con
l'Italia per l'Oriente e pel Mediterraneo, si preoccupava soltanto della
contestata sua posizione in Egitto e tendeva a cedere in Africa alla
Francia, in tutte le questioni nelle quali era interessata l'Italia,
così per l'Harrar e Zeila, come per Tunisi.
La Russia, come si era fatta guardiana degli Stretti, per difendere,
insieme al suo dominio incontrastato nel Mar Nero, la propria influenza
sulla Turchia, e aveva, rompendo il concerto europeo, impedito che anche
l'Italia riprendesse, a fianco dell'Inghilterra, posizione in Oriente,
intrigava, insieme alla Francia, in Abissinia, avanzando altresì la
pretesa di un protettorato ortodosso con lo scopo di ostacolare
l'influenza italiana.
L'Austria-Ungheria, infine, nonostante l'alleanza con l'Italia, si era
sentita così libera da iniziare trattative commerciali col governo
francese per la Tunisia, senza prevenirne nè informarne il governo
italiano.
Da questa situazione risultava che l'Italia legata all'Inghilterra, alla
Germania e all'Austria-Ungheria da convenzioni di reciproca garenzia,
era, a causa di quelle convenzioni, combattuta dalla Francia in
questioni vitali e, nella lotta, lasciata sola dalle alleate. Cosicchè
la Francia, pur non conoscendo i patti della Triplice alleanza, era
giunta con un processo intuitivo di eliminazione, a conoscerne la
portata, e procedeva quindi brutalmente nella sua guerra coperta a tutti
gl'interessi italiani, avendo la sicurezza di non incontrare ostacoli da
parte della Germania e dell'Austria-Ungheria. Si può anche aggiungere
che a nostre spese essa si era indennizzata della perdita
dell'Alsazia-Lorena, acquistando preponderanza in tutto il Mediterraneo
occidentale e negli _hinterlands_ delle regioni del Nord-Africa,
dall'Atlantico sino all'Alto Nilo.
Esposta per tal modo l'Italia nello stato di pace a tutti i danni della
guerra, al governo italiano, per la salvaguardia degl'interessi
nazionali, si presentavano due vie: sciogliersi dalla Triplice alleanza
cedendo alle pressioni francesi, o denunziare il trattato per
sostituirlo con un altro che non prevedesse soltanto la guerra, ma fosse
una garanzia per l'Italia anche nello stato di pace.
La prima via era irta di pericoli: seguendola, l'Italia sarebbe
ritornata nelle condizioni d'isolamento nelle quali si era trovata sino
al 1882, cioè prima della sua accessione all'alleanza austro-germanica,
in balìa delle sopraffazioni francesi e della irritazione delle
ex-alleate. La seconda via era più conveniente, e Crispi la preferì.
D'altronde, egli che non aveva mai ammesso che l'alleanza dell'Italia
con le potenze centrali fosse una dedizione degl'interessi italiani,
doveva nei precedenti della sua azione diplomatica attingere la fede di
potere rompere il ghiaccio del particolarismo austro-germanico formatosi
nei tre anni della sua lontananza dal Governo.
I documenti che seguono hanno un altissimo interesse storico: essi
contengono i termini del problema che s'imponeva, l'ansietà patriottica
del governo di Crispi e i suoi propositi.
_Diario -- 20 gennaio 1896._
Il barone Pasetti, ambasciatore d'Austria-Ungheria, giusta la
fatta domanda, giunse alle ore 15.
Egli cominciò a discorrere degli accordi del 1887, della
insufficienza dei medesimi per lo scopo cui si riferiscono. Il
barone si espresse con diffidenza del Ministero britannico, e si
lagnò del medesimo per aver agito a Pietroburgo senza averne
avvertito i due alleati. Soggiunse, che bisognerebbe render più
precisi gli accordi, modificandoli od ampliandoli, per renderli
più sicuri.
Risposi, rifacendo la storia dei fatti che ci condussero ai
suddetti accordi. Dissi che per me non hanno cessato di aver
vigore le obbligazioni allora assunte. Ricordai che essendo
stati trascurati tali accordi sotto Rosebery, all'avvento di
Salisbury abbiamo interpellato questi, e ci fu risposto ch'egli
riteneva ancora esistenti quegli accordi. Soggiunsi, che avevo
fede nel ministro inglese, quantunque incerto talora ed
esitante.
Il barone Pasetti fu lieto della opinione mia favorevole a lord
Salisbury. Ripetè che, nondimeno, era necessario dare alle note
del 1887 maggiore precisione. Espose dei dubbi sul contegno del
Governo tedesco.
A questa osservazione dovetti rispondere, che gli accordi del
1887 erano stati fatti coll'intesa di Berlino e conseguentemente
con l'approvazione del Principe di Bismarck, il quale dichiarò
che stava al di fuori degli accordi. Egli voleva che gli
obblighi fossero limitati tra l'Austria, l'Inghilterra e
l'Italia. La Germania, pel momento in disparte, entrerebbe
quando la Francia avesse preso parte diretta nelle cose
d'Oriente e del Mediterraneo.
Certamente oggi in Berlino non potrebbe prevalere una politica
diversa; e non bisogna diffidarne.
Conclusi, che noi stiamo fermi agli accordi del 1887; se giova
renderli più precisi, noi vi ci presteremo. In questo caso ne
avverta Vienna affinchè l'ambasciatore italiano e quello
dell'Austria-Ungheria a Londra facciano le pratiche necessarie
presso lord Salisbury.
Se lord Salisbury ha proceduto solo, ciò ha fatto per
precauzione, e nel dubbio che i due alleati non lo seguissero.
Non dobbiamo dimenticare la condotta nostra al 1878 ed al 1882.
Tanto nella guerra contro la Russia, quanto per la insurrezione
egiziana, l'Inghilterra fu lasciata sola. Aggiungete che in
questi ultimi anni, dopo il mio ritiro al 1891, dei tre Governi
ciascuno ha fatto a modo suo, e noi nelle quistioni del
Mediterraneo, a Tunisi per esempio e nell'Eritrea, ci siamo
trovati soli; la Francia ha fatto quello che ha voluto.
E che si è fatto in Oriente? Le flotte presenziarono le
carneficine turche, e nissuno se n'è impensierito. Anche
l'Austria fece da sè.
-- Dica al suo Governo, che l'Italia procederà lealmente coi
suoi alleati. Mettiamoci d'accordo, e il mio Governo non
mancherà al dover suo.
_Diario -- 21 gennaio._
Il conte Nigra ed il barone Blanc giungono a casa mia alle ore
15 e 10 minuti.
Il discorso si è aggirato su gli accordi del 1887. Dissi al
nostro ambasciatore come in fatto quegli accordi siano rimasti
inefficaci. Anche nella quistione orientale, tanto l'Inghilterra
quanto l'Austria, ciascuna ha agito isolatamente senza averne
prevenuto i due Governi alleati.
Riferii al conte Nigra il mio colloquio di ieri col Pasetti.
Il barone Pasetti manifestò che a Vienna diffidano di lord
Salisbury, e chiedono che agli accordi del 1887 si dia
precisione negli obblighi e negli scopi.
Osservai che, se vi è potenza che debba lagnarsi del modo come
si son condotte l'Inghilterra e l'Austria, è l'Italia. Il nostro
Governo, da parecchi anni in quà non ebbe l'ausilio dei due
alleati. Tanto dalla triplice continentale, quanto dalla
orientale, siamo stati lasciati soli. Ciò non avvenne mai prima
del 1891 e specialmente quando Bismarck era al potere. Accetto
quindi che gli accordi del 1887 si rivedano e si rendano più
precisi; ma chiedo innanzi tutto che i firmatarii eseguano
quanto avran pattuito.
Il conte Nigra affermò che non bisogna dubitare che l'Austria
possa avvicinarsi alla Russia, e n'è garentia il fatto che a
Vienna il ministro degli affari esteri è un polacco. Ciò posto,
dobbiamo ritenere che l'Austria è interessata a rispettare la
nostra alleanza.
Il ministro Blanc espose alcune sue osservazioni sulla condotta
dell'Austria verso di noi. Conchiuse anche lui che gioverebbe al
mantenimento della alleanza il rivedere gli accordi del 1887.
Partito Blanc verso le ore 15 e 45, siamo rimasti, Nigra ed io,
un'altra buona mezz'ora insieme.
Il conte perorò la buona fede dell'Austria verso di noi.
Ci rivedremo.
_Diario -- 22 gennaio._
Il barone de Bülow giunge alle ore 18.
Il barone cominciò col chiedere notizie dell'Africa,
felicitandosi della condotta dei nostri soldati. Venendo poi
alle cose di Europa, affermò che la Germania sarebbe stata
sempre con noi. Su questo feci qualche osservazione.
Dissi che dei beneficii dell'alleanza, io mi accorsi ai tempi di
Bismarck, non dopo coi successori. Prima del 1890 appena una
questione sorgeva, ne avvertivo Bismarck, ed egli, tanto in
Londra, quanto a Parigi faceva sentire la sua parola e tutto
andava pel meglio.[44] Della Triplice Alleanza noi soli abbiamo
sentito il peso. Alle frontiere della Francia, nostra accanita
nemica, noi abbiamo quotidianamente a provare fastidi d'ogni
genere.
[44] Il ricordo dell'aiuto efficace dal principe di Bismarck dato alla
politica italiana era per Crispi un argomento del quale i
successori del gran Cancelliere non potevano non tener conto. E
come qui sopra si legge se ne valeva.
Il Principe non trovò mai nè esagerate, nè fastidiose le domande
di Crispi, e l'animo suo sinceramente amico continuò a manifestare
anche quando ebbe lasciato la direzione politica della Germania.
Eccone qualche prova.
In una lettera del 26 dicembre 1891 (Crispi non era più ministro)
Bismarck gli scriveva:
«Je vous prie d'agréer mes voeux chaleureux, pour vous et pour
tout ce qui vous est cher, au début de la nouvelle année. Je
serais enchanté si l'année, dont nous allons franchir le seuil, me
pouvait fournir l'occasion de vous serrer la main et de vous
répéter de vive voix tous mes remerciments pour le cadeau que vous
m'avez fait des meilleurs produits de votre patrie ensoleillée....
Croyez toujours, cher ami, à mes sentiments les plus dévoués et
affectionnés, qui résultent de nos sympathies personnelles et
politiques.
Tout à vous de coeur
_v. Bismarck_.»
«Friedrichsruh, 31 dicembre 1895.
Agréez, cher et illustre ami, au jour de l'an, mes voeux les plus
sincères pour votre santé et pour vos succès politiques.
_v. Bismarck_.»
«Friedrichsruh, 22 febbraio 1896.
Très touché, cher ami, de ce que vous ne m'oubliez pas au milieu
de vos graves occupations, je vous remercie cordialement de
l'aimable envoi de votre vin excellent et vous prie d'agréer mes
meilleurs voeux pour le succès de votre politique et pour la
gloire de l'armée italienne.
_v. Bismarck_.»
Il barone non potè negarmi che ai tempi di Bismarck le cose
procedevano in miglior modo per noi. Soggiungeva però che il suo
Governo si interessa delle cose d'Italia, e che noi l'avremmo al
nostro fianco tutte le volte che ne sorgesse il bisogno.
Parlammo delle cose di Oriente, e non volli lasciar passare
l'occasione per dichiarargli che l'Europa, con le sue navi
tenute inerti nelle acque della Turchia, ha dato prova della sua
impotenza.
Ritornati alle cose di Francia, ripetei che gran danno noi
proviamo per gli odii di quella nazione e per le insidie di quel
Governo.
_Diario -- 9 febbraio, ore 17._
Sono andato dal barone de Bülow alle 5 pomeridiane. Lo scopo era
di parlargli delle relazioni tra l'Italia e la Francia.
Dissi all'ambasciatore tedesco:
-- Più di una volta ci son venuti consigli da Berlino perchè
trovassimo modo di accordarci con la Francia in tutte le
speciali quistioni che interessano i due paesi.
Non ci siamo riusciti! Sono pochi giorni ancora, avendo mandato
a Parigi un nostro funzionario, ci servimmo di questa occasione
per esplorare l'animo del signor Bourgeois, il quale, come
sapete, è il presidente dell'attuale Ministero francese. Questo
funzionario parlò delle varie quistioni pendenti tra noi e la
Francia, e disse che giammai come oggi potrebbe trovarsi un
accordo fra i due Governi, essendo Crispi al potere.
Il Bourgeois rispose a un dipresso nei seguenti termini:
«Un accordo tra i due paesi non è possibile, finchè l'Italia fa
parte della Triplice. Il popolo francese vi si ribellerebbe.
Tutti qui tengono gli occhi rivolti alle provincie perdute, e
sanno che l'Italia alleata della Germania è di ostacolo al
ritorno delle medesime alla madre patria. Assicuratevi che
finchè voi farete parte della Triplice non è possibile
intenderci».
Siccome vedete, caro barone, il signor Bourgeois fu molto
esplicito e noi vediamo in tutto il contegno di lui verso di noi
una asprezza tale che non lascia speranza di venire ad un
accordo.
La Francia ci fa la guerra dappertutto. In Europa ed in Africa
noi ci troviamo il Governo francese di fronte in ogni occasione
e sempre malevolo. Dicesi che la Triplice fu stipulata per
mantenere la pace. Per noi è il contrario. La Triplice per noi è
la guerra. In Italia siamo insidiati per mezzo del Vaticano, e
fuori con tutti i mezzi che può adoperare una diplomazia astiosa
e sottile. I nostri commerci sono interrotti, e nessun trattato
è possibile, nè in Tunisia, nè tra Francia ed Italia.
Sventuratamente la Francia è alle nostre frontiere, e non
possiamo fare a meno di avere rapporti con essa.
Ai tempi di Bismarck le cose erano meno difficili, perchè la
parola del principe spesso si faceva sentire a Parigi.
E tutto ciò avviene perchè ci s'imputa a colpa di far parte
della Triplice. Vi prego scriverne al principe di Hohenlohe, e
far giungere queste mie dichiarazioni all'Imperatore. È una
posizione intollerabile la nostra. Ve lo ripeto, per noi questo
stato di cose è peggiore della guerra.
Il barone de Bülow parve impressionato delle mie parole e mi
promise che ne avrebbe scritto a Berlino.
Crispi all'ambasciatore d'Italia a Berlino:
«Roma, 9 febbraio 1896.
_Signor Ambasciatore,_
Parmi utile che Vostra Eccellenza abbia notizia di una
conversazione da me avuta oggi stesso con questo ambasciatore di
Germania.
Ho creduto conveniente che il rappresentante di S. M.
l'Imperatore Guglielmo in Roma fosse, al pari del rappresentante
di S. M. il Re in Berlino, a perfetta conoscenza del pensiero
del Governo italiano sulla situazione che ci è creata dalla
ostilità della Francia e insieme dalla triplice alleanza. A
conforto quindi di quanto già il barone Blanc aveva avuto
occasione di esporre al signor de Bülow, ho richiamato sopra
tale situazione l'attenzione del signor de Bülow stesso.
Gli dissi che, desiderosi anche noi, come sempre, di evitare
complicazioni e di consolidare la pace, avevamo completamente
diviso il modo di vedere, espressoci replicatamente dal Governo
germanico, circa alla convenienza di venire tra Francia ed
Italia ad accordi sopra le speciali questioni riguardanti i due
paesi. Il regio ambasciatore a Parigi aveva quindi ricevuto
istruzione di cogliere -- ed aveva colto infatti -- tutte le
occasioni per rendere noti al Governo francese i nostri
intendimenti più concilianti. Così è che, approfittando delle
espressioni di simpatia e quasi di solidarietà civile contro la
barbarie, dirette al regio ambasciatore dal presidente del
Consiglio, dal ministro degli affari esteri e dal Presidente
della Repubblica Francese a proposito della nostra guerra
d'Africa, il Conte Tornielli era stato autorizzato a lasciar
comprendere, ancora una volta, il nostro desiderio di venire ad
accordi concreti per tutte le questioni ancora insolute tra
Francia ed Italia, come la delimitazione nell'Africa orientale,
il regime commerciale e personale in Tunisia, ecc.
Ancora una volta il Governo francese aveva mostrato a tutta
prima di comprendere e di apprezzare il valore delle
importantissime concessioni che noi ci chiarivamo disposti a
fare; ma, ancora una volta, al momento di venire a qualche
conclusione positiva, il Governo francese ne declinava ogni
possibilità.
Aggiunsi al signor de Bülow che, mentre il Governo italiano
aveva fatto così quanto gli era ufficialmente possibile, per
venire agli accordi che la stessa Germania aveva mostrato di
desiderare, io non aveva voluto darmi per vinto; e,
approfittando della circostanza che un mio alto ed egregio
funzionario, godente insieme di tutta la mia fiducia e
dell'amicizia personale del signor Bourgeois, da lui stesso
altra volta presentatomi, si recava a Parigi incaricato di una
missione tecnica, gli avevo detto che, vedendo il Presidente del
Consiglio francese, ne approfittasse per fargli presente che il
momento non avrebbe potuto essere più favorevole per risolvere,
d'accordo col Governo italiano, ogni questione irritante; che
egli sapeva essere il Governo italiano in ottime disposizioni
per ciò, mentre, d'altro lato, il paese avrebbe accettato, a
questo proposito, da un Ministero da me presieduto, anche ciò
che con altri Ministeri gli sarebbe sembrato costituire un atto
di debolezza.
Ora, la risposta del signor Bourgeois era stata questa:
«Sentite, gli animi di tutti i Francesi sono sempre volti alle
Provincie perdute, e nulla, checchè avvenga, varrà mai a
distornerli; nessuno accetterà mai la separazione dell'Alsazia e
Lorena dalla Francia come un fatto definitivo ed irrimediabile;
a quella separazione tutti i Francesi riferiranno sempre le
altre questioni; non vi potrà dunque essere mai accordo alcuno
tra noi e l'Italia, finchè questa, essendo alleata della
Germania, contribuirà a quella separazione».
Il signor de Bülow parve molto impressionato da ciò che io gli
esponeva. Gli feci allora considerare come tutti gli sforzi
nostri per la consolidazione della pace s'infrangessero contro
una volontà che è stata ed è in Francia comune a tutti i
ministri e a tutti i gabinetti; che fatti e dichiarazioni
l'hanno patentemente chiarito; e come quella volontà annullasse
per noi quei benefici della pace che ci dovevano essere
garantiti dalla triplice alleanza, poichè, per la triplice
appunto, la Francia si credeva in diritto di considerarsi di
fatto in guerra con noi e ce lo dimostrava in ogni questione,
col maggiore nostro danno; quanto è avvenuto e quanto avviene
ora in Abissinia non ne era che un esempio.
Ricordai a questo proposito al signor de Bülow che, mentre era
cancelliere dell'Impero il principe di Bismarck, quando i
rapporti franco-italiani minacciavano di peggiorare vieppiù per
le intolleranze, la indebita ingerenza e l'ostilità della
Francia, il Governo germanico non esitava a far comprendere a
Parigi che non si doveva passare il segno; e a Parigi lo si
comprendeva. Così avevano potuto risolversi pacificamente,
secondo il diritto e la convenienza internazionale, incidenti
come quelli dei Greci di Massaua, del consolato francese di
Firenze, della spedizione Atchinoff, delle istituzioni italiane
in Tunisia, ecc. Il Governo francese aveva allora dovuto
persuadersi che l'alleanza italo-germanica era un patto efficace
non solo pel caso di guerra, ma per prevenire la guerra,
garantendo anche in tempo di pace alle potenze alleate la difesa
reciproca dei rispettivi interessi.
Ora, aggiunsi, sembra che la Francia siasi formata della
triplice e specialmente dell'alleanza italo-germanica un
concetto tutto diverso: un concetto, cioè, per cui la Francia
potrebbe offendere impunemente l'Italia, perchè alleata della
Germania, sicura, d'altro lato, che la Germania non le
opporrebbe ostacolo di sorta.
Quindi, io conclusi, desideravo che il signor de Bülow facesse
presente tutto questo a S. M. l'Imperatore e a S. A. il
cancelliere, avendo io la fiducia che tutto ciò sarebbe tenuto
da essi in amichevole considerazione.
Queste mie dichiarazioni mi parvero tanto più opportune, visto
che ci avviciniamo al mese di maggio, all'epoca, cioè, in cui si
dovrà da una parte e dall'altra decidere sulla opportunità di
confermare o meno, puramente e semplicemente, il trattato di
alleanza.
Del linguaggio da me tenuto al signor de Bülow Vostra Eccellenza
potrà mostrarsi edotta presso codesto Governo.
_Crispi._»
I negoziati intavolati a Londra per stabilire un'intesa concreta negli
affari di Oriente e nel Mediterraneo tra l'Italia, l'Austria-Ungheria o
l'Inghilterra, erano paralleli alle rimostranze che Crispi faceva alla
Germania. Se i primi fossero riusciti, le seconde sarebbero divenute
meno urgenti e perentorie, poichè l'Italia avrebbe trovato nella
solidarietà inglese una garenzia degli interessi ai quali era estranea
la triplice alleanza. In verità, la Cancelleria germanica esercitò tutta
la sua abilità per indurre lord Salisbury a ritornare alla politica
anteriore al 1891; l'ambasciatore Hatzfeldt in quei giorni era
continuamente al _Foreign-Office_, ma v'incontrava sempre il signor de
Courcel, ambasciatore francese. L'esito del duello tra la triplice e la
duplice franco-russa fu favorevole a quest'ultima: lord Salisbury
confermò il mutamento della politica estera britannica. Il 10 febbraio,
infatti, il conte Nigra telegrafava:
«Goluchowski mi ha detto essere stato informato da Deym che
Salisbury gli ha dichiarato lealmente che non poteva assumere
coll'Austria-Ungheria e coll'Italia nessun impegno più preciso
di quello del 1887».
Il che voleva dire che non s'intendeva dare pratico seguito a
quell'impegno, dimostratosi inefficace quando sopraggiunse la cattiva
volontà, e solo per cortesia si esprimeva una platonica intenzione di
procedere d'accordo, la quale non escludeva ogni dissenso.
Non rimaneva al governo italiano che rivolgersi agli alleati. Ma in
Germania si era poco ben disposti a considerare la difficile posizione
dell'Italia; anzi il vecchio e stanco principe di Hohenlohe[45] si
mostrava allarmato delle esigenze di Crispi. Da Berlino si scriveva:
[45] A titolo d'onore per Crispi citiamo le seguenti parole del Diario
del principe di Hohenlohe:
«Le Ministère Crispi, inquiète aussi bien Caprivi que Marschall et
Holstein, parce qu'on ne peut prévoir ce dont cet homme agité est
capable; à cela s'ajoute qu'il a choisi une tête chaude comme
Blanc pour ministre des Affaires étrangères. Pour le moment, il
s'agit d'envoyer à Rome un ambassadeur habile, et Holstein me
paraît très sensé en songeant a Bernard Bülow pour ce poste.»
(Cfr. _Mémoires du prince Clovis de Hohenlohe_, volume III.)
«Il timore che si ha qui che noi cerchiamo di forzar la mano
alla Germania, contribuisce certo a rendere il Governo Imperiale
più restìo a parlar alto a Parigi a tutela dei nostri interessi.
Io mi sono astenuto dal parlar di _diritti_ nostri e di doveri
della Germania nello stretto senso della parola, ma non ho
tralasciato d'insistere sul fatto che tutte le difficoltà che
incontriamo a Parigi, tutte quelle che ci vengono create in
Abissinia, dipendono dall'essere noi membri della Triplice
Alleanza e il solo fra quei membri sul quale i nemici di essa
possano sfogare le loro ire. Il barone Marschall, che di ciò
conviene meco pienamente, si dimostra anche disposto ad
assisterci; ma come farlo efficacemente senza andar incontro a
pericoli, a danni maggiori e d'ordine generale? A Pietroburgo
gli ordini dati al Principe Radolin, le recenti dichiarazioni
stesse del Principe Lobanoff circa il Leontieff, non lasciano
dubbio che quel rappresentante germanico agisce, con prudenza ed
energia, in nostro favore, d'accordo col conte Maffei. Ma più
che a Pietroburgo noi vorremmo, noi avremmo bisogno che la
parola autorevole della Germania si facesse sentire sulla Senna
e qui cominciano le _dolenti note_. Ho avuto lunghe e ripetute
conversazioni col barone Marschall e col barone Holstein in
tutti questi ultimi giorni; essi hanno studiato, con amichevole
premura devo dirlo, la questione sotto tutti i rapporti, ma la
risposta che mi si fa è sempre la stessa: «A Parigi non si
ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa
benissimo che la Francia non potrebbe attaccar l'Italia senza
che la Germania accorra in sua difesa; ma intervenire ora, _fare
pressioni_ sulla Francia in questioni come quelle delle
trattative per le delimitazioni in Africa, per le relazioni
commerciali in Tunisi, senza la certezza che quell'intervento
sorta immediato effetto favorevole, la Germania non può. In
altri tempi, come quelli cui allude S. E. Crispi, in cui
esisteva in Germania una forte corrente per la guerra, e la
Francia non era forte come oggi, nè resa più baldanzosa dallo
appoggio della Russia, poteva la Germania permettersi di _tenir
le verbe haut_. Esporsi ora ad un rifiuto o ad una semplice _fin
de non recevoir_ per parte della Francia, la Germania non può; e
non deve, senza essere esposta a subirne le conseguenze e
rompere _en visière_ col Governo della Repubblica. Il Presidente
del Consiglio italiano e il barone Blanc, concludeva il barone
Marschall, da veri uomini di Stato, devono comprendere quanto
sia delicata la posizione della Germania verso la Francia e come
un nulla possa turbare le nostre relazioni con essa e provocare
complicazioni che è anche interesse dell'Italia di evitare.
Alle obiezioni, delle quali si faceva organo l'ambasciatore Lanza,
rispondeva Crispi:
«Il barone Blanc mi comunica la di Lei lettera del 23 corr.
nella quale è fatto cenno della mia del giorno 9....
Noi possiamo comprendere la delicatezza della posizione che la
Germania deve considerare di fronte alla Francia, nella attuale
condizione di cose internazionali; il fatto che non esiste più
in Germania una forte corrente per la guerra, che la Francia è
oggi più forte di un tempo e resa più baldanzosa dall'appoggio
della Russia, non ci pare dispensi la Germania dal dover
considerare il danno che alla forza ed alla autorità della
triplice alleanza deriva da tutto ciò che viene a colpire
l'Italia, ad onta della triplice stessa, e può ben dirsi pel
fatto della sua esistenza.
Non ho d'uopo di ripeterle che, in realtà, le difficoltà contro
cui dobbiamo ora combattere ci derivano in gran parte dai
vincoli che ci uniscono alla Germania; e se non è pensier nostro
pretendere dalla lettera e dallo spirito del trattato di
alleanza conseguenze che a Berlino possano sembrare eccessive,
non è men vero che noi dobbiamo chiederci ora più che mai se ed
in qual grado e modo tuteli i nostri interessi un trattato che
ha bensì lo scopo principale di prevenire ed impedire la guerra
in Europa, ma che non si dovrebbe veramente poter considerare
come estraneo a ciò che, in forma più o meno larvata, equivalga
ad una guerra mossa fuori di Europa all'una o all'altra delle
potenze alleate.
A Parigi -- le si è detto dal barone Marschall e dal barone
Holstein -- non si ignorano le simpatie della Germania per
l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccare
l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa. Ma il
fatto certo è che questi attacchi della Francia non sono più una
ipotesi da considerarsi per un incerto futuro, sono un fatto
ormai esistente, che mira, non solo a combattere l'Italia in
Africa, ma ad indebolirla in Europa.
Non comprendo come possa ritenersi a Berlino che ciò sia in
realtà destinato a rimanere senza influenza su quella situazione
internazionale che ha la sua base principale per la Germania
stessa nella potenza della triplice, poichè indirettamente i due
imperi non possono non risentirsi di ciò che tocca la forza
dell'Italia; come l'Italia si risentirebbe di ciò che in Europa
o fuori d'Europa toccasse alla forza della Germania e
dell'Austria-Ungheria. Comunque, se a Berlino si è risoluti a
non escire assolutamente da quella riserva che induce la Francia
a ritenere di poter considerare l'Italia come isolata, è ben
naturale che da noi si consideri il trattato di alleanza nei
suoi rapporti, non più soltanto di una conflagrazione generale,
ma benanche della situazione speciale che esso produce fra
Italia e Francia isolatamente.
E poichè s'avvicina il momento in cui una decisione sul patto
che le unisce può esser presa dalle tre potenze alleate, ho
voluto richiamare sul grave argomento tutta l'attenzione di V.
E. perchè Ella ne prendesse norma nel suo linguaggio presso
codesto Governo e anche presso S. M. l'Imperatore.
Ella mi si dichiara profondamente convinto dell'importanza e
dell'utilità del trattato, anzi, della sua necessità, malgrado
gl'inconvenienti che possa avere. Su ciò le ho espresso già in
parte il mio pensiero, e mi riservo di scrivere ancora all'E. V.
Un trattato di alleanza, sia pure concluso allo scopo d'impedire
la guerra, perde gran parte del suo valore quando si dimostra
nella pace inetto a tutelare gl'interessi dei contrattanti.
Senza dire che nella mente dell'Italia e degli Italiani, oltre e
più che di un patto scritto e limitato a certe date evenienze,
si tratta di una solidarietà morale e politica, che, trovando la
sua ragione nella storia, nella geografia, nella logica
internazionale, ha fatto sì che quel patto non avesse quasi
oppositori, mentre se tale solidarietà venisse a mancare per
parte della Germania, il giudizio sulla convenienza di quel
patto verrebbe certo a modificarsi in molta parte del popolo
nostro.
Ora, non può ignorarsi a Berlino la forza che oggi deriva ai
patti diplomatici dal suffragio delle masse; tanto più quando
quei patti implicano la reciproca fratellanza delle armi e del
sangue. Le alleanze hanno infatti oggi tanto maggiore efficacia,
quanto più sono popolari, e non possono essere popolari se non
si dimostrano utili.
Il popolo italiano non è ancora disilluso dell'alleanza con la
Germania; ma chi può assicurare che non lo sarà domani, così
seguitando le cose? E se il Governo italiano venisse dalle
circostanze chiamato all'adempimento dei suoi impegni verso la
Germania, quando l'alleanza fosse divenuta impopolare, certo
esso non mancherebbe ai suoi doveri internazionali, qualunque
fossero gli uomini al potere; ma esso si sentirebbe ben debole
di fronte al suo stesso paese, e lo sarebbe per conseguenza
anche di fronte al suo alleato.
Non posso quindi a meno d'insistere sopra la gravità di uno
stato di cose che si fa per noi sempre meno tollerabile, poichè
facendoci subire in una pace formale i danni di una guerra a cui
l'alleanza non provvede, senza gli eventuali vantaggi che in una
guerra dichiarata l'alleanza dovrebbe assicurarci, rende incerta
e mal sicura la base stessa della nostra posizione
internazionale».
Il problema era posto in tali termini che l'Imperatore stesso sentì
l'opportunità di studiarlo per cercare una soluzione. E poichè aveva
grande stima di Crispi, decise di venire in Italia per conferire con
lui:
«Berlino, 29 febbraio 1896.
«S. M. l'Imperatore venne oggi casa mia per pregarmi far
conoscere al Re suo vivo desiderio incontrarsi con lui
profittando occasione per far prima un viaggio in mare coste
italiane che i medici giudicano necessario per salute
Imperatrice. S. M. l'Imperatore avrebbe quindi progettato
giungere con S. M. l'Imperatrice a Genova nel più stretto
incognito ed imbarcarsi subito colà nel suo _yacht_. Da Genova
andrebbe a Napoli a visitare fratello, quindi coste Sicilia e di
là a Venezia. A Venezia potrebbe essere non più incognito e aver
luogo, se S. M. il Re consente, ricevimento e incontro
ufficiale.
_Lanza_.»
Disgraziatamente, tre giorni dopo Francesco Crispi era obbligato ad
abbandonare il Governo.
Scomparso il ministero Crispi per una battaglia perduta in Africa, cadde
nel nulla anche il suo programma di politica estera. I patti della
Triplice alleanza non furono modificati secondo la nuova situazione
internazionale, e i ministeri italiani che seguirono si abbandonarono a
quella politica di concessioni e di compensazioni che fruttò soltanto
sospetti, danni e nessun vantaggio. Vennero le convenzioni
franco-italiane per la Tunisia del 28 settembre 1896, le quali non
garentirono i nostri interessi economici e morali, e la convenzione
marittima del 1.º ottobre, che giovò soltanto alla marina mercantile
della Francia; venne «la pace commerciale», del 21 novembre 1898, che fu
difesa con la «ragione politica» e che in realtà fece riprendere al
commercio francese parte del terreno perduto, e ben poco giovò al
commercio italiano. Poi, il primo viaggio all'estero del nuovo Re
d'Italia, dopo la tragedia di Monza, ebbe per méta Pietroburgo e non
Berlino. Poi, ancora, l'Italia accettò l'egemonia francese al Marocco,
in cambio di una ipotetica libertà d'azione in Libia, col conseguenziale
contegno ad Algesiras, favorevole alla Francia, nel conflitto sollevato
dalla Germania.
Il principe di Bülow parlò a proposito della condotta della nostra
diplomazia alla Conferenza di Algesiras, dei _tours de walzer_
dell'Italia. Ma la sua ironia non fu equa. I _tours de walzer_ erano
stati consigliati dalla Germania, siccome abbiamo documentato, per
sottrarsi al ballo essa medesima. E dettero quella garenzia che potevano
dare agl'interessi dell'Italia nel Mediterraneo.