E Derby allora: _C'est toujours un gage_.
E Bismarck: _Si l'Albanie ne vous plaît pas, prenez une autre
terre turque sur l'Adriatique_.
Il senso delle parole dei due uomini di Stato era chiaro a me
che avevo motivato il mio rifiuto di dare all'Austria la Bosnia
e l'Erzegovina, dal punto di vista della difesa militare
dell'Italia. Le frontiere orientali sono aperte all'invasione
nemica, e rinforzando l'Austria con nuovi territorii il danno
era tutto nostro.
Ma se realmente Crispi non ebbe nel suo programma positivo l'annessione
dell'Albania all'Italia, neppure ammetteva che quel territorio turco
potesse cadere nel dominio di un'altra potenza. In un suo scritto del
1.º maggio 1900, egli manifestò la sua mente su tale argomento colle
seguenti parole:
«In questi ultimi tempi si è asserito, con molta leggerezza, che
la diplomazia viennese meditava l'occupazione dell'Albania.
L'asserzione è delle più singolari. L'Albania non è slava; è una
nazione che ha una personalità propria, che ha lingua ed usi a
sè, ricordanti le origini pelasgiche.
Così essendo, si comprenderebbe che, accogliendo un lungo ed
antico voto, si consentisse all'Albania di proclamare la sua
indipendenza -- ma sarebbe gravissimo errore pretendere di
incorporarla con i paesi slavi d'Europa.
L'Albania fu quella che, più d'ogni altra, resistette alle
occupazioni turche. E se al secolo XV, dopo la morte di Giorgio
Castriota, vinta, dovette subire il giogo ottomano, essa non fu
mai doma; e in questo secolo fu la prima ad insorgere
vigorosamente. Albanesi sono le più nobili figure degli eroi che
illustrarono il risorgimento ellenico -- e se la Grecia avesse
avuto virtù di assimilazione, queste popolazioni, che tanti
punti di contatto avevano con essa per aspirazioni politiche e
per fede religiosa, oggi forse farebbero parte della Grecia.
Invece, gran numero di Albanesi venne a prendere stanza
nell'Italia meridionale e in Sicilia.
Concedere oggi l'annessione dell'Albania all'Austria non sarebbe
un vantaggio per questo impero e sarebbe, invece, un danno
incalcolabile per l'Italia che vedrebbe così cancellata e per
sempre ogni traccia di sua influenza sull'Adriatico. Tanta
offesa alle nostre ragioni, ai nostri diritti che una gloriosa e
secolare tradizione consacra, non sarà compiuta.
L'Albania ha in sè tutti gli elementi per uno Stato autonomo,
meglio che non li avessero Serbia e Bulgaria -- e consentendole
uguale autonomia di governo, l'Europa compirebbe opera civile.
Le relazioni di intima e cordiale amicizia, coltivate per ben
cinque secoli, la rendono assai più affine a noi che non
all'Impero austriaco, dove l'annessione sua non farebbe che
aumentare dissidii di razze e confusione di lingue.»
Tuttavia, in varie epoche, a Crispi sono dall'Albania pervenute
invocazioni senza che egli le incoraggiasse o anche mostrasse di
gradirle. Ne citiamo una sola registrata nella seguente lettera:
«Jannina, 6 gennaio 96.
_Signor Ambasciatore_,
In questi giorni è ritornato da Argirocastro, dove si era recato
per affari professionali, il Dr. Fanti, nativo di Argirocastro e
regio suddito. Il Dr. Fanti, appena di ritorno dal suo viaggio,
mi fece chiedere un colloquio, nel quale mi manifestò quanto
segue:
Egli mi disse che non appena giunto in Argirocastro venne tosto
visitato dalla maggior parte dei bey albanesi, non solo
mussulmani, ma bensì cristiani, i quali lo pregarono caldamente,
appena ritornato in Jannina di recarsi tosto dal Cav. Millelire
perchè egli volesse far giungere sino al Governo Italiano le
loro idee.
I bey albanesi dissero al Fanti che oramai non vi era più dubbio
come le sorti della Turchia fossero per precipitare, e che in
mezzo allo sfacelo imminente gli occhi di tutti i veri albanesi,
sia mussulmani che cristiani, sono incessantemente rivolti al di
là dello Adriatico, all'Italia. Essi hanno pure dichiarato che
giammai si uniranno alla Grecia, che piuttosto bruceranno il
paese ed uccideranno i loro figli; che tutte le loro
aspettazioni, i loro desiderii sono concentrati nei fratelli
italiani, a capo dei quali sta la degna persona di S. E. Crispi,
di cui già conoscono la energia, l'abilità ed il cuore albanese.
Aggiunsero ancora che il giorno in cui il vessillo italiano
apparisse sulle sponde dell'Epiro, un grido di gioia all'unisono
accoglierebbe lo stendardo di civiltà e che i fratelli italiani
dovunque sarebbero accolti colle braccia aperte.
Credo mio dovere di sottomettere a V. E. quanto mi fu trasmesso
dai bey albanesi per mezzo del Dr. Fanti, per iscarico di ogni
mia responsabilità. Io però non ho ad essi trasmesso in risposta
che parole vaghe e generiche, onde non impegnare in modo
qualsiasi nè la mia azione, nè quella del R. Governo.
Il R. Console
_Millelire_.»
Nell'ottobre del 1896 fu celebrato in Roma con solenni festeggiamenti il
matrimonio tra il principe di Napoli, erede della Corona d'Italia, e la
principessa Elena del Montenegro, ora felicemente regnanti.
Il primo pensiero di cotesto matrimonio era stato di Francesco Crispi;
rimontava al 1894 e fu forse l'unico legato della politica sua che il
successore, marchese di Rudinì, non abbia cercato di mandare in malora.
Al Rudinì, anzi, ne fu attribuito il merito, e nella circostanza delle
nozze gli fu conferita dal re Umberto la suprema onorificenza italiana,
cioè il Collare dell'Annunziata.
Perchè tra le possibili spose delle case reali d'Europa la scelta di
Crispi cadesse su Elena Petrovich, è scritto nel _Diario_ brevemente e
lucidamente.
Il 5 dicembre 1896 Crispi visitò il re Umberto.
«Dopo pochi minuti di attesa entrai nel gabinetto del Re.
Il Re mi baciò ed abbracciò, ed io presi a discorrere:
-- Ricevuto il libro sul Montenegro, che Vostra Maestà si è
degnato mandarmi, ho sentito il bisogno di venirla a ringraziare
del prezioso dono e nel tempo stesso a spiegarle i motivi pei
quali io proposi il matrimonio della principessa Elena con
l'augusto figlio di V. M., il principe di Napoli.