«smembrò la Rumania, tradì la Grecia, ruppe il fascio delle
forze rivoluzionarie le quali sin dal giugno 1875 si erano
levate per la redenzione della razza slava. Al 1878, come al
1875, fu disconosciuta la ragione dei popoli. Quello che si
volle e si convenne nella capitale tedesca fu detto nel
Parlamento inglese. Lord Beaconsfield, questa incarnazione del
vecchio spirito britannico, dichiarò alla Camera dei Pari che i
congregati sentirono la necessità di mantenere ancora il dominio
degli Osmani. Ma neanco questo è definitivo, esso è piuttosto un
componimento provvisorio e -- siccome scriveva Lord Salisbury
nella sua circolare la quale era unita al trattato -- dipenderà
dai ministri del Sultano se sapranno usare degli accordi
conclusi, o se sprecheranno questa probabilmente ultima
opportunità offerta alla Turchia.
E tutti prevedono che la Turchia non farà senno, e che tosto o
tardi verrà scossa da nuove convulsioni, ond'essa andrà
irremissibilmente a rovina. Pertanto l'Inghilterra si è
impossessata di Cipro, la Russia riprese la Bessarabia, e
l'Austria occuperà l'Erzegovina e la Bosnia. Sono tre potenti
stazioni militari, le quali mentre indicano la reciproca
diffidenza dei gabinetti di Londra, Pietroburgo e Vienna, fanno
presumere un forzato compromesso, cioè che nulla verrà stabilito
nell'Oriente senza il loro consenso. È chiaro che sono nelle
mani di coteste potenze i termini della grave questione, e che
dipenderà dalla prudenza dei tre governi la fortuna delle
popolazioni, le quali vivono nella penisola balcanica.»
In altra circostanza Crispi disse:
«Al 1878 l'Europa ebbe una tregua e non la pace. In Oriente il
problema nazionale è ancora insoluto. Si dice: o la Russia sino
all'Adriatico, o l'Austria sino all'Egeo. Non accetto il
dilemma. L'Italia deve essere amica dell'Austria e della Russia,
ma non dobbiamo voler mai che l'una o l'altra escano dai loro
confini. L'Austria ebbe a Berlino con la Bosnia e l'Erzegovina
una invulnerabile frontiera all'Oriente[39] e dev'esserne
contenta.»
[39] Questo giudizio sul valore delle due provincie fu dato anche dal
giornale ufficioso della Cancelleria austro-ungarica, il
_Fremdenblatt_:
«Allorchè avremo reso la Bosnia e l'Erzegovina un baluardo ed un
antemurale dell'Austria-Ungheria, la Serbia ed il Montenegro non
ci potranno più dar noia».
A questo programma Crispi rimase fedele anche da Ministro. Ostacolò i
tentativi della Russia di esercitare un'influenza preponderante in
Bulgaria e in Rumania, temperando il russofilismo del principe di
Bismarck, e legò l'Austria all'impegno di garantire lo _statu-quo_ nei
Balcani. Tale politica ha mantenuto la pace ed ha dato tempo ai popoli
balcanici di prepararsi a risolvere la loro partita secolare con la
Turchia, con le proprie forze e nel proprio interesse. Oggi la Russia
non può più pensare ad alcuna supremazia sugli Stati balcanici, usciti
con quest'ultima guerra dalla minore età, nè a stabilirsi a
Costantinopoli; e neppure l'Austria può ragionevolmente coltivare ancora
la speranza d'inorientarsi. È finalmente avvenuto quello che Crispi
auspicava nel 1879: le genti balcaniche, postesi sulla grande via del
progresso civile, costituiscono oggi un baluardo insuperabile alle
ambizioni russe e austriache.
Quello che Crispi pensasse della politica russa in Oriente, e come
agisse per ostacolarla, risulta dai colloqui col principe di Bismarck e
dai documenti sulle questioni bulgara e rumena da noi pubblicati in un
precedente volume.[40]
[40] Cfr. _Francesco Crispi_: _Politica Estera_.
Qui riproduciamo dal _Diario_ di Crispi tre dialoghi ancora inediti tra
il gran Cancelliere e Crispi del maggio 1889. In quel mese, come è noto,
il re Umberto, accompagnato dal suo primo ministro, si recò a Berlino a
restituire la visita ricevuta dall'imperatore Guglielmo l'anno innanzi:
_22 maggio._ -- Alle 4.45 pom. vo dal principe di Bismarck.
Trovo nel salone il Re, il quale conversa con la principessa di
Bismarck. Dopo 5 o 6 minuti il Re si congeda con queste parole:
«Vi lascio col signor Crispi».
Il principe ritorna al discorso fatto altre volte sulla Russia,
e sui suoi progetti nella penisola balcanica.
-- Bisogna -- egli dice -- non impedire alla Russia di andare a
Costantinopoli. Collocata quale è oggi, essa è inattacabile. Sul
Bosforo diverrebbe debole e potrebbe facilmente esser battuta.
-- E la Rumania e la Bulgaria diverrebbero sua preda. Comprendo
che, con un Sultano russofilo, l'impresa sarebbe facile; ma
l'Europa ci perderebbe.
-- Lasciando la Russia libera, la Francia se ne distaccherebbe;
ed avremmo anche evitato una grande guerra. Al contrario, se non
si lasciasse alla Russia di avanzarsi, essa entrerebbe in
Galizia, ed avremmo una crisi generale.
-- Quanta è la truppa russa sulle frontiere?
-- 200 mila uomini sono verso la nostra frontiera, 300 mila
verso i possedimenti austriaci, nulla verso la Rumania. Siete
stato mai alla caccia? Bisogna attendere gli animali al varco
per ucciderli. Non abbiate fretta, e lasciate che le cose si
svolgano da sè. La Russia vuol Costantinopoli, e bisogna lasciar
che ci vada. Del resto, non vale la pena di occuparci del
Sultano. Che si lasci al suo destino. Una volta i Russi a
Costantinopoli, il Sultano si contenterà del loro protettorato;
purchè gli lascino l'harem egli non domanderà altro.
-- Sarebbe un danno pei piccoli Stati danubiani, i quali
sarebbero assorbiti.
-- No, la Russia non li toccherebbe. Il suo proponimento è
quello soltanto di avere dei principi ortodossi.
-- Ed in Rumania pare che si avvii a ciò, la potenza del
principe Carlo essendo scossa ed il partito russofilo
manifestando l'antico desiderio di mettere sul trono uno degli
antichi ospodari.
-- I rumeni vanno anche più in là; distruggerebbero l'unità, e
rifarebbero i due piccoli Stati con Jassy e Bucarest capitali.
Mentre il principe pronunziava le ultime parole, l'orologio
segnava le 5.30 pomeridiane.
Mi alzo, pregandolo a permettermi di riprender domani il
discorso. Alle 6 essendovi il gran pranzo a Corte, ero costretto
ad andarmene.
_23 maggio._ -- Alle 2 e mezzo giungo alla casa del principe di
Bismarck. Egli era in un salone del pian terreno.
Chiesi scusa di esser giunto mezz'ora dopo dell'ora stabilita.
Il principe rispose che nulla vi era di male, egli dovendo
restare tutta la giornata in casa.
Entrai subito in argomento, e ripresi il discorso al punto in
cui ieri era stato interrotto.
-- Orbene, Altezza, le cose dettemi ieri io le sapeva. Me ne
avete parlato altre volte. Ora vi domando: le avete mai fatte
conoscere a Lord Salisbury?
-- No; ma ne ho parlato all'Imperatore d'Austria.
-- E quale è stata la sua risposta?
-- L'Imperatore crede che non bisogna lasciar passare la Russia,
ma impedirle di andare a Costantinopoli. L'Imperatore teme degli
Ungheresi, i quali sono contrarii a che la Russia si stabilisca
sul Bosforo. Ed han torto! La Russia sul Bosforo
s'indebolirebbe, finirebbe come tutti gli altri che vi stettero
altre volte.
-- Ma gl'Imperatori romani vi stettero per molti secoli, ed il
Turco v'impera anche da secoli, e quantunque debole, nissuno ha
potuto spodestarlo.
-- Non l'han voluto spodestare, perchè l'Europa si è sempre
opposta alla marcia dei Russi. La Russia questa volta non andrà
per terra a Costantinopoli. Essa farà una spedizione per mare.
-- Credete voi, che la flotta russa sia forte nel mar Nero?
-- Lo diviene; e fra un paio d'anni avrà raddoppiato il suo
naviglio. Essa potrà riunire subito da 30 mila a 40 mila uomini
e gettarli in Rumelia. Bisogna lasciarla fare, e porre
l'Inghilterra in condizione da gettarsi nella lotta.
-- Ma voi non ignorate che ci siamo concordati con l'Inghilterra
di non permettere alcun mutamento allo _statu-quo_ del
Mediterraneo e dello Egeo.
-- Non basta. L'Inghilterra potrebbe trovar modo a sfuggire
all'adempimento delle fatte promesse. Bisogna comprometterla, ed
allora, essendo impegnata a far la guerra, saremo in quattro.
-- Credete voi, che la Francia farà presto la guerra?
-- Non lo credo. Non è pronta. La sua polvere non dura sei mesi.
-- Ma l'Inghilterra anch'essa ha bisogno di tempo. Avrà bisogno
di 3 o 4 anni per compiere il naviglio.
-- Basterà un paio d'anni. Ma avendola anche oggi con noi, le
nostre navi riunite alle inglesi potranno tener fronte alla
squadra francese.
-- Conoscete un signor Tachard?
-- Lo conosco. Stette da me alcuni giorni. Le mie signore lo
chiamavano sempre _Crachard_, perchè sputava sempre, anche sui
tappeti.
-- Che ne dite del suo progetto, di fare dell'Alsazia e della
Lorena uno Stato autonomo neutrale.
-- Per darlo a chi?
-- Anche ad uno dei vostri principi.
-- È finito il tempo degli Stati neutrali. Lo vedete con la
Svizzera, la quale arresta i miei agenti. Bisogna che lo Stato,
come l'uomo, sia responsabile degli atti suoi.
-- Si toglierebbe un motivo di guerra con l'Alsazia e la Lorena
neutrali. Che ne dicono in Francia?
-- Il Governo francese l'accetterebbe; ma anche con questo, la
guerra non sarebbe evitata. Sarebbe tolto a noi di attaccare la
Francia per terra, mentre la Francia ci attaccherebbe per mare.
-- Avete fede nel Governo austriaco?
-- Ho fede nell'Imperatore. Ma non certamente nel Conte Taaffe.
-- Taaffe non è amico vostro, siccome non è amico mio.
-- Bisogna aggiungere che in Austria son molte le simpatie per
la Francia, e si fa tutto il possibile per distaccarla
dall'Italia e dalla Germania.
-- L'Austria vivrà finchè sarà con voi. L'Imperatore tiene alla
nostra alleanza, perchè tiene all'esistenza dell'impero. Lo Czar
sarebbe contento del distacco dell'Austria; egli non vorrebbe
che la nostra neutralità, ed allora l'Austria sarebbe distrutta.
La sua posizione non è come la vostra e la nostra. L'Italia e la
Germania vivono delle forze proprie, perchè hanno il cemento
della nazionalità.
-- Lo comprendo. Ma l'Austria com'essa è, è necessaria
all'equilibrio europeo, e giova mantenerla.
-- Anch'io sono di questo avviso. Ed ho lavorato sempre a
mantenerla. Al 1866 non volli annientarla. Oggi dobbiamo
mantenerla.
-- Sta bene, ma è necessario che quel Governo non turbi la
nostra esistenza.
-- L'Imperatore lo sa; e con lui nulla havvi da temere.
-- Taaffe è troppo cattolico, e per poco che s'intenda con la
Francia, potrebbe suscitarci molestie. Globet negli ultimi
giorni del suo governo tentò di risuscitare la Convenzione di
settembre.
-- Globet non è un uomo abile; ma parmi inverosimile che abbia
potuto usare un tal contegno. Il domandare il ristabilimento
della Convenzione di settembre sarebbe lo stesso che far
occupare una parte del territorio italiano con un esercito.
Sarebbe la guerra; e la Francia non commetterebbe cotesto
errore.
_25 maggio._ -- Alle 5 e mezzo pomeridiane il principe di
Bismarck è venuto a trovarmi. Il discorso versò sull'argomento
del giorno, cioè il ritorno del Re in Italia, e perciò sulla via
da seguire.
-- Siccome saprete, disse il principe, tutto è accomodato.
L'Imperatore, spontaneamente, ha rinunziato al viaggio a
Strasburgo; solamente ha espresso il desiderio che restiate fino
a domani, domenica, e credo che S. M. il Re avrà consentito.
-- Vi ringrazio della presa risoluzione. Io ho bisogno di
ritornar presto a Roma; le Camere sono aperte, ed il lavoro, che
ci resta ancora, è molto.
-- Domani, domenica, credete voi che il Re abbia bisogno di un
prete?
-- È un affare che lo riguarda ed in materia di religione io non
entro. Quando siamo a viaggiare in Italia nei palazzi reali è la
cappella, e Re e Regina vanno a messa. A Roma, la domenica, vedo
il Re dalle 10 alle 12 per la firma dei decreti e delle leggi; e
non mi occupo d'altro.
-- Avete ancora questioni col Turco?
-- Quegli è una bestia; e non sa quello che fa.
-- Avete ragione; ma le bestie bisogna addomesticarle e non
batterle.
-- E i suoi governatori bestie come lui....
-- No, più di lui; ma non bisogna tenerne conto. Quando avrete
bastonato un cane, sarete per ciò più forte di prima?
-- Io credo che sono mal consigliati quei governatori, perchè li
trovo sempre insolenti ad ogni occasione, e suscitano brighe
senza motivo alcuno. Nell'affare di Hodeida mi tennero a bada
per oltre due anni. Avevamo convenuto che per la ingiuria fatta
al mio console, il governatore avrebbe dato soddisfazione. Un
giorno ebbi da Costantinopoli la notizia che tutto era finito,
che la soddisfazione era stata data. Io, per togliere nuovi
contatti tra il governatore ed il console, richiamai
quest'ultimo. Quale non fu la delusione! Ero stato ingannato;
era una menzogna quello che mi era stato assicurato dalla Porta
Ottomana. Più tardi nel gennaio di quest'anno, alcuni artiglieri
turchi scompongono la tomba di un cittadino italiano e ne
violano il cadavere. Reclamiamo e ci vien risposto che si
aspettano ordini dal Governo centrale. Domandiamo che li
sollecitino per telegrafo e ci vien detto che il telegrafo era
rotto. Anche questa era una menzogna. Allora diedi l'ordine al
general Baldissera che mandasse le navi. Nel mar Rosso non
potevo permettere che l'Italia fosse trattata così male. La
Turchia, con le sue follìe, può essere scusata altrove, ma non
nel mar Rosso.
-- Andrete in Africa?
-- Sventuratamente vi siamo, Altezza. Soltanto bisogna trovar
modo di starvi bene. All'Asmara, nel paese dei Bogos e altrove
vi sono terreni da coltivare; e anche potremo avere una
frontiera naturalmente strategica.
-- Gl'inglesi però, dopo aver conquistato l'Abissinia,
l'abbandonarono. Se fosse stato possibile colonizzarla, vi
sarebbero rimasti.
-- Agl'inglesi bastò di imporvi il segno della loro potenza, e
non ebbero altro scopo con la loro spedizione. Noi, l'Italia e
la Germania, siamo venuti tardi. Abbiamo trovate occupate
nell'Asia, nell'Africa e nell'America le regioni coltivabili e
ci resta poco a fare.
-- Volete comperarvi i possedimenti tedeschi dell'Africa?
-- Altezza, io sono pronto a vendervi i possedimenti italiani!»
Se la Bulgaria ha potuto ordinarsi e sviluppare le sue risorse sotto il
savio governo di Ferdinando di Coburgo, non piccolo merito spetta a
Crispi che, dal giorno dell'elezione di quel principe, sostenne con
successo nei consigli d'Europa il _non-intervento_, in omaggio al
principio di nazionalità. L'Inghilterra dapprima si era disinteressata
delle sorti dell'elezione fatta dall'assemblea bulgara di Tirnovo, e non
si opponeva alla pretesa russa che il Sultano rifiutasse di confermarla,
come, mancando il consenso unanime delle grandi potenze, gliene dava
diritto il trattato di Berlino. Mutò atteggiamento dipoi, associandosi
alla proposta italiana che si rispettasse il volere del popolo bulgaro.
Senza riprodurre qui documenti già da noi pubblicati, giova tuttavia, a
esporre esattamente il pensiero di Crispi, che ricordiamo poche frasi
contenute in telegrammi di quel tempo:
Crispi al Re (16 agosto 1887):
.... Aggiungerò che l'Italia per essere fedele alle sue
tradizioni, ai suoi principii, ai suoi interessi, deve mirare a
che la Bulgaria, come tutti gli Stati balcanici, si avvii
all'indipendenza.»
Crispi all'ambasciatore italiano a Costantinopoli (18 agosto):
«Due fini essenzialmente ci proponiamo: l'uno immediato, cioè il
mantenimento della pace; l'altro mediato ed a più lunga
scadenza, che è l'assetto definitivo su basi salde e razionali,
di popolazioni europee e cristiane non ancora costituite a
nazioni, benchè aventi tutti gli elementi etnici e morali che
valgono a determinare la nazionalità.»
Crispi all'ambasciatore italiano a Costantinopoli (31 agosto):
«I bulgari, sotto un principe di loro scelta, il quale, malgrado
gli errori che ha potuto commettere, dispone certamente di un
partito non indifferente, sono in procinto di organizzare un
governo. Il meglio è di non intralciare l'opera loro. Un
tentativo d'ingerenza, o peggio d'intervento, esporrebbe
l'Europa o a dover confessare la propria impotenza a dar
soluzione alla crisi, oppure, se si ricorresse alla violenza, a
provocare essa stessa il conflitto che si vuole appunto
evitare.»
La questione non ebbe termine nel 1887; ma alla fine di quell'anno
l'_entente_ italo-anglo-austriaca era un fatto compiuto ed esercitava a
Costantinopoli una grande influenza. Quello che avvenne dipoi, tra la
Russia irritata e irremovibile nella sua avversione al principe
Ferdinando e le tre potenze concordi nel mandare a monte i suoi disegni,
fu un giuoco di abilità dal quale la Russia non trasse alcun vantaggio.
Il governo russo non volendo confessare il vero motivo del suo contegno,
si lagnava di pretese relazioni esistenti tra i capi del potere a Sofia
ed i nihilisti. Il signor Stambuloff stesso, presidente del gabinetto
bulgaro, era accusato di essere stato espulso dal seminario di Odessa a
cagione dei suoi principii ultra-socialisti; e si affermava altresì la
scoperta di una corrispondenza tra un membro del medesimo gabinetto e un
ufficiale di marina compromesso in un attentato contro la vita dello
Czar. Tali accuse venivano considerate come molto pericolose per la pace
europea, poichè lo spettro del nihilismo era agitato nello intento di
mantenere viva l'ansietà dello Czar e di spingerlo a risoluzioni
estreme.
Il terreno legale sul quale la Russia si era posta, era questo. La
Turchia, invitata ad agire, esitava per due ragioni: 1.ª perchè mancava
l'unanimità delle Potenze; 2.ª perchè si preoccupava di quello che
sarebbe avvenuto in Bulgaria tanto se il principe di Coburgo avesse
obbedito all'intimazione di ritirarsi, quanto se avesse disobbedito.
Il Cancelliere russo non ammetteva che potesse esservi divergenza tra le
potenze sul primo punto. Il trattato di Berlino era stato violato dal
Principe il quale aveva assunto la carica prima che la sua elezione
fosse confermata. Su ciò nessuna potenza dissentendo, a tutte
s'imponeva, all'infuori di ogni altra considerazione, l'obbligo di
ristabilire l'ordine giuridico e di manifestare la loro solidarietà a
Costantinopoli.
Sulla seconda ragione delle esitazioni del Sultano, il Cancelliere Giers
si limitava a protestare che le intenzioni della Russia erano pacifiche:
lo Czar non voleva spingere il Sultano a misure militari, nè ricorrervi
esso medesimo. La dichiarazione che si chiedeva al Sultano di fare a
Sofia avrebbe raggiunto pacificamente lo scopo di togliere alla
questione ciò che aveva di minaccioso per la penisola balcanica e per la
pace europea.
Appare evidentemente evasiva la risposta che la Cancelleria di
Pietroburgo dava al secondo quesito.
Il 17 e il 19 febbraio 1888 l'ambasciatore di Russia sig. Uxkull,
conferiva sul detto argomento con Crispi. Leggiamo nel _Diario_ di
questi:
«Viene d'ordine del suo Governo a chiedere che l'ambasciatore
italiano a Costantinopoli si associ all'ambasciatore russo di
quella città allo scopo di ottenere dal Sultano che dichiari al
principe Ferdinando illegale il suo soggiorno in Bulgaria.
Rispondo che l'Italia ritenne sempre legale l'elezione del
principe Ferdinando, illegale la sua presenza sul trono bulgaro.
In quanto alla domanda russa soggiungo non comprenderne lo
scopo. Chiedo tempo a rispondere. Stabiliamo d'accordo che ci
saremmo riveduti domenica 19.»
«Uxkull viene a chiedermi la risposta promessagli venerdì.
Rispondo: vi ripeto che noi riteniamo legale l'elezione del
principe Ferdinando, illegale la sua presenza in Bulgaria.
Questa mia opinione l'ho manifestata alla Turchia, verbalmente
dicendola a Photiadès-pascià, e per nota scrivendola sin dal 17
agosto 1887 al barone Blanc, che la comunicò alla Porta. Mi par
inutile, ozioso, ripeterla oggi e non so comprendere lo scopo
cui mira la Russia.
-- La chiediamo perchè senza l'assentimento di tutte le potenze,
la Porta non farebbe la dichiarazione.
-- Ma quando la Porta avrà fatto cotesta dichiarazione, quale
conseguenza ne trarrete? Prima di decidermi, avrei bisogno di
conoscere quali sarebbero gli ulteriori propositi della Russia.
Voi lo sapete: noi siamo contrari a qualunque azione militare in
Bulgaria.
-- Noi non intendiamo agire con la forza contro il principe
Ferdinando.
-- Benissimo. E allora è inutile l'opera mia in Costantinopoli.
Mi deciderò quando avrò conosciuto le vostre intenzioni. Ma
perchè non convocate una conferenza? Sarebbe il solo modo di
uscire dall'imbarazzo.
-- Le conferenze non riescono senza un accordo preventivo.
-- È vero. Ma io non vedo nulla di meglio.»
«Londra, 18 febbraio 1888.
L'ambasciatore di Russia ha fatto oggi a Salisbury una
comunicazione verbale analoga a quella fatta a V. E. Salisbury
ha risposto che prendeva in considerazione la domanda russa, ma
che si riservava di rispondervi. Egli sin d'ora credeva che
l'allontanamento del principe Ferdinando potrebbe avere le più
gravi conseguenze e produrre dei disordini in Bulgaria.
Occorrerebbe d'altronde sapere chi la Russia proporrebbe di
mettere al posto del Principe.
_Catalani_.»
«Londra, 19 febbraio.
Ho comunicato a Salisbury il telegramma di V. E. di ier sera.
Sua Signoria mi ha risposto come segue: «Aspetto di conoscere la
maniera di vedere di Crispi e di Kálnoky, che ho consultati
oggi, ma io son disposto a far sapere in sostanza alla Russia
che il Governo inglese non può rispondere alla sua proposta
senza conoscere che cosa il Gabinetto di Pietroburgo conti di
proporre nel caso in cui, come risultato dell'azione delle
potenze, il principe Ferdinando sia mandato via e la Bulgaria
rimanga senza governo.»
_Catalani_.»
Il conte Kálnoky dette alla comunicazione russa, fattagli
dall'ambasciatore principe Lobanow, risposta preliminare analoga a
quella di Crispi e di Salisbury, che sviluppò dipoi in una nota. In essa
il gabinetto imperiale e reale, dopo essersi associato con sincera
soddisfazione e con spirito di conciliazione al desiderio espresso dal
Governo della Russia di ricercare una soluzione pacifica della questione
bulgara basata sull'autorità del diritto e sul corso naturale delle
cose, e con esclusione di qualsiasi impiego di forza, chiedeva che le
potenze s'intendessero su questi due punti:
«1.º Dato il caso che il principe Ferdinando abbandonasse il
paese, quale sarebbe il governo provvisorio e la reggenza che
sarebbero riconosciuti e dichiarati legali sino all'elezione di
un principe?
2.º Dato il caso che il principe Ferdinando e il suo governo
resistessero o minacciassero di proclamare l'indipendenza della
Bulgaria, che cosa si dovrebbe fare per ovviare ai pericoli
reali che ne risulterebbero per la Turchia e per la pace
d'Oriente? Escluso l'impiego della forza militare, come
potrebbero le potenze esporsi a una sfida della Bulgaria, senza
far valere la loro autorità?»
La risposta del signor Giers alle obbiezioni austriache, comunicata a
Crispi dal barone Uxkull, fu la seguente:
«Sulla prima, il Governo russo è convinto che la dichiarazione
categorica della Porta, appoggiata dai rappresentanti delle
potenze a Sofia, finirà con l'indurre il principe Ferdinando a
ritirarsi. In caso contrario, la Russia riserverà la sua
attitudine cercando, se occorresse, d'intendersi con le potenze
circa i passi ulteriori.
Sulla seconda: il Governo russo dichiara non avere alcuna
intenzione d'imporre i suoi partigiani al governo provvisorio, e
regolerà la propria attitudine in conformità delle disposizioni
che tale governo gli dimostrerà.»
Crispi precisò la sua risposta con la nota seguente:
«In conformità a ciò che il Ministro degli affari esteri ha di
già avuto l'onore di far conoscere a S. E. l'ambasciatore di
Russia in data 17 e 19 corrente, il Governo del Re ha
dichiarato, sin dal mese di agosto decorso, per mezzo
dell'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli, che secondo la sua
opinione, il principe Ferdinando prendendo possesso del trono
bulgaro ha contravvenuto alle prescrizioni del trattato di
Berlino, l'elezione di cotesto principe non avendo avuto
preventivamente l'approvazione della Porta, nè il consenso delle
Potenze.
Ciò premesso, si tratta ora di esaminare se, pronunziata la
dichiarazione d'illegalità, l'allontanamento del Principe potrà
avvenire senza un'azione militare, sia della Porta, sia di altra
potenza, e se potrà stabilirsi facilmente in Bulgaria un nuovo
governo, secondo la volontà del popolo liberamente manifestata.
Delle due previsioni, quella che la partenza moralmente o
materialmente forzata del principe Ferdinando provocherebbe
disordini in Bulgaria, è ai nostri occhi molto più fondata che
l'altra di una soluzione pacifica della questione. In
conseguenza, il Governo del Re, giustamente preoccupandosi di
quel che può seguirne, non crede di dover prestare il suo
concorso a un passo diretto contro uno stato di cose, il quale,
sebbene difetti di legalità, ha garentito sin'ora al principato
un'amministrazione relativamente organizzata.
In ogni caso il Governo del Re prende atto con la più viva
soddisfazione delle assicurazioni date dal Governo imperiale di
astenersi dall'impiego di qualsiasi mezzo coercitivo contro i
bulgari e che la volontà di S. M. l'Imperatore è di vedere la
questione risolversi pacificamente.»
Dopo pochi giorni l'ambasciatore russo a Costantinopoli fece, d'ordine
del suo governo, la seguente comunicazione alla Porta Ottomana:
«L'assentiment des Puissances prévu par le traité de Berlin n'a
pas été obtenu pour la confirmation du Prince Ferdinand de
Coburg comme Prince de Bulgarie. Dès lors, la présence à la tête
de la Principauté vassale est illégale et contraire au traité de
Berlin. Le Gouvernement Imperial de Russie demande en
conséquence à la Sublime Porte de notifier officiellement ce qui
précède au Gouvernement bulgare et de porter officiellement
cette notification à la connaissance des grandes Puissances.»
Questa comunicazione fu appoggiata dagli ambasciatori di Germania e di
Francia, in omaggio al trattato di Berlino. Il principe di Bismarck non
negò la platonica assistenza chiestagli dalla Russia, alla quale aveva
interesse di dar prove di amicizia; ma è legittimo pensare ch'egli la
concedesse sapendo che non poteva nuocere alla politica seguita
dall'entente italo-anglo-austriaca, che aveva incoraggiato a formarsi.
Alla comunicazione russa, seguì una dichiarazione di Said-pascià, così
concepita:
«_Son Altesse le Grand Vézir_
_à Monsieur Stambouloff_,
Sofia.
Lors de l'arrivée en Bulgarie du Prince Ferdinand de Cobourg,
j'ai déclaré a Son Altesse par un télégramme en date du 22
Chewal 1887 que son élection par l'Assemblée Générale Bulgare
n'ayant pas réuni l'assentiment de toutes les Puissances
signataires du Traité de Berlin et que cette élection n'ayant
pas été sanctionnée par la Sublime Porte, sa présence en
Bulgarie était contraire au Traité de Berlin et n'était pas
légale.
Aujourd'hui, je viens déclarer au Gouvernement Bulgare, qu'aux
yeux du Gouvernement Impérial, la situation est toujours la
même, c'est-à-dire que la présence du Prince Ferdinand à la tête
de la Principauté est illégale et contraire au Traité de Berlin.
Je vous prie de porter ce télégramme à la connaissance du
Gouvernement auprès duquel vous êtes accrédité.
_Said_.»
Photiadès-pascià portando a conoscenza di Crispi questa dichiarazione,
lo assicurò che la Porta non avrebbe fatto altri passi senza essersi
prima intesa con tutte le potenze.
Tutte le potenze presero atto puro e semplice della dichiarazione di
Said-pascià, la quale lasciò il tempo che trovò.
Il principe Ferdinando non si mosse; il suo governo, presieduto
dall'energico Stambuloff, si limitò a sorvegliare e colpire i numerosi
agitatori e rifugiati russi i quali lavoravano a fomentare sollevazioni,
sventando così l'accusa, la quale sarebbe stata portata dinanzi
all'Europa, che la Bulgaria fosse in preda all'anarchia.
Per qualche tempo dipoi la questione bulgara cessò dall'essere
preoccupante per le Cancelliere delle grandi potenze: il governo
principesco continuò a organizzare il paese; la Russia, pur non
dichiarandosi vinta, prese un'attitudine di attesa. Alla fine del 1889
qualche timore risorse. Il mancato riconoscimento del principe
Ferdinando indispettiva i patriotti bulgari e nuoceva al prestigio della
Bulgaria specialmente presso i popoli vicini, allora diffidenti e ostili
verso il nuovo Stato. Si attribuiva al governo del signor Stambuloff
l'intenzione di proclamare la legalità della costituzione e
l'indipendenza del suo paese, e questo atto era considerato come una
sfida alla Russia e ancora inopportuno. Crispi, sebbene ritenesse che la
situazione anormale della Bulgaria si dovesse regolare, non credeva ne
fosse giunto il momento, e dette a Sofia il consiglio di attendere. Egli
credeva preferibile il tentare di persuadere il governo russo a
desistere dalla sua opposizione. Infatti il 1.º novembre 1889
telegrafava:
«_R. Ambasciata_,
Pietroburgo.
Nel colloquio col Barone Uxkull essendosi parlato della Bulgaria
e del principe Ferdinando, espressi il convincimento del R.
Governo che non si debba mutare lo _statu-quo_, ma non nascosi
che l'esperimento fatto dal Principe ci sembra soddisfacente,
avendo egli dimostrato contegno serio e saputo governare con
lode il Principato in circostanze difficili.
_Crispi_.»
Del resto, nulla vi era nella situazione che consigliasse di affrettare
una soluzione che non avrebbe potuto mancare. Appunto al principio di
novembre i Cancellieri imperiali di Austria-Ungheria e di Germania
avevano avuto la consueta conferenza annuale e avevano fatto le
constatazioni che risultano dal seguente telegramma:
«Vienna, 10-11-1889.
Kálnoky non ha potuto ricevermi che oggi soltanto, dopo il suo
ritorno da Friedrichsruhe. Egli mi ha detto che aveva trovato il
principe di Bismarck in ottime condizioni di salute e che era
molto soddisfatto dei colloqui con lui avuti, ed aggiunse che
essi si trovavano in perfetto accordo in tutte le questioni
pendenti. Il principe di Bismarck si era compiaciuto che gli
sforzi delle potenze alleate avessero potuto assicurare la pace
per un anno e sperava che avrebbero continuato ad assicurarla
anche in seguito. Però Kálnoky aggiunse che Bismarck aveva
riconosciuto con lui che la situazione non era cambiata e che,
quantunque pacifica, poteva dar luogo da un momento all'altro a
nuove inquietudini. In quanto alla Bulgaria, Bismarck aveva
ammesso che bisognava conservare un piede nel Principato,
cercare di mantenerlo dal nostro lato per impedire che la Russia
vi sorgesse di nuovo. Per quanto riguarda la Grecia, la
situazione sembrava tendere a divenire alquanto critica, perchè
si cercava di fare risorgere la questione di Candia. Tricupis
accennava ad agire e ad assumere un contegno ostile contro la
Turchia, verso la quale dichiarava voler mettersi in istato di
guerra. Kálnoky spera che egli verrà a migliori consigli. Sua
Eccellenza aggiunse che lo stesso imperatore Guglielmo, nella
sua recente dimora ad Atene, aveva dato a Tricupis dei consigli
di moderazione e che i governi di Germania e di Austria-Ungheria
avevano fatto altrettanto; ed egli non dubita che V. E. farà
altresì parlare in questo senso ad Atene. In quanto alla Serbia
e alla Rumania, Kálnoky disse che le questioni che potrebbero
per avventura sorgervi non sembravano tali da far temere per la
pace europea e che era da sperarsi che avrebbero potuto essere
localizzate.
_Avarna_.»
In gennaio 1891 Crispi ebbe nuova occasione di dimostrare il suo
interessamento alla Bulgaria. Il governo russo si lagnava che la maggior
parte degli anarchici russi che riuscivano ad emigrare, trovassero buona
accoglienza in Bulgaria, ed anche degli impieghi. L'ambasciatore Uxkull
fu incaricato di un passo confidenziale e amichevole presso Crispi. «Noi
non dubitiamo -- così scrivevano da Pietroburgo all'ambasciatore --
dell'effetto salutare che raccomandazioni energiche provenienti da Roma
eserciteranno a Sofia, per metter fine ad uno stato di cose che sarebbe
impossibile lasciar sussistere senza prevederne conseguenze funeste.»
Crispi non indugiò a secondare il desiderio del governo russo, e inviò
questa lettera al Ministro d'Italia a Sofia, Gerbaix de Sonnaz:
«Roma, il 16 gennaio 1891.
_Signor Conte_,
Il barone Uxkull, nel ricevimento ebdomadario dell'11 corrente
mi partecipò le lagnanze del suo Governo contro il Ministero
bulgaro per la protezione usata da costui verso alcuni
nichilisti russi. Il giorno 13, ritornando sullo stesso
argomento, mi diede notizia officiosa di un dispaccio.
Cotesti emigrati non solamente godrebbero i favori del Governo
di Sofia, ma parecchi sarebbero stati impiegati nella
amministrazione del Principato.
Nelle condizioni politiche nelle quali è la Bulgaria, prudenza
esige che si allontani una nuova causa di malumori tra il
Principato ed il potente Impero, al quale cotesto paese deve la
sua indipendenza. Veda il signor Stambuloff e veda anche il
principe Ferdinando e li consigli a liberarsi di cotesti ospiti
incomodi.
La parola di un Governo amico e disinteressato, quale il nostro,
dovrà giunger gradita a cotesti signori. Noi, sin dalla
costituzione del Principato, abbiamo esercitato a Sofia con
amicizia cordiale un'opera di pace; e tale sarà il nostro
compito anche in avvenire.
Le ho telegrafato nei medesimi sensi.
_Crispi_.»
Quando Crispi alla fine del 1893 tornò al potere, il riconoscimento del
principe Ferdinando da parte delle potenze non era ancora avvenuto.
Crispi ebbe occasione di accennare alla Bulgaria nella discussione del
bilancio degli affari esteri fattasi alla Camera in maggio 1894, e ne
parlò con simpatia. Le sue parole provocarono lo scambio dei seguenti
telegrammi:
«_Mr. Crispi_
_Président du Conseil des Ministres_,
Sofia, 6 mai 1894.
Le discours prononcé par Votre Excellence dans la Chambre à
l'occasion de la discussion du budget du Ministère des affaires
étrangères a produit une grande joie parmi le peuple Bulgare qui
a vu que dans les moments difficiles et critiques que notre
patrie a traversé le gouvernement italien, ayant à sa tête un
champion éprouvé dans les luttes pour l'indépendance et l'unité
de l'Italie, a pris la défense des droits d'un Etat qui venait
d'être appelé à une vie politique, en le sauvegardant de
l'intervention étrangère dans ses affaires intérieures. Je
remplis un agréable devoir en présentant en cette occasion à
Votre Excellence les remerciements sincères et chaleureux du
Gouvernement Bulgare et je prie le Gouvernement de Sa Majesté le
Roi d'Italie de continuer à l'avenir son bienveillant soutien à
un peuple qui lutte pour son existence dans l'unique but de son
paisible développement.
Le Président du Conseil des Ministres
_Stambuloff_.»
«_Son Excellence M.r Stambuloff_
_Président du Conseil des Ministres_,
Sophia.
Rome, le 5 mai 1894.
Je remercie Votre Excellence de son télégramme, heureux de
savoir appréciés les sentiments que j'éprouve pour le peuple
bulgare et les principes que j'ai invoqués en sa faveur.
_Crispi_.»
Stambuloff cadde dal governo poco dopo, si disse per influenza
dell'Austria alla quale dava ombra la politica attiva che quell'eminente
uomo di Stato faceva in Macedonia. Quello che fece traboccare il vaso
dell'indignazione austriaca sembra fosse la coincidenza tra lo scambio
di felicitazioni sopra riferito tra Stambuloff e Crispi -- quest'ultimo
sospettato a Vienna di mene nei Balcani -- e il vanto che lo Stambuloff
si faceva di avere con la nomina di vescovi bulgari in Macedonia,
ottenuta dalla Sublime Porta, assicurato l'avvenire della Macedonia
stessa alla Bulgaria.
Un anno dopo (luglio 1895) lo Stambuloff venne assassinato per vendetta
politica.
Lo stato provvisorio del principato bulgaro ebbe termine nel 1896, senza
ulteriori lotte. La Russia, siccome Crispi aveva sperato, disarmò per
stanchezza. Era impossibile negare che la Bulgaria sotto il governo del
principe Ferdinando fosse diventata un elemento d'ordine nella penisola
balcanica e che progredisse mirabilmente. Dovendo rinunziare al
proposito di dominarla, parve saggio consiglio al governo russo
adattarsi alle mutate circostanze e limitarsi a una politica più
modesta. La Bulgaria non voleva essere una provincia russa, ma era
disposta a dimostrare alla Russia tutta la deferenza dovutale,
specialmente per essere stata da essa sottratta al giogo turco.
Alla tranquillità e all'interesse dello Stato il principe Ferdinando
sacrificò la sua fede religiosa, aderendo alla conversione
all'ortodossia del suo primogenito, Boris. Venne a Roma il 27 gennaio
1896, fu ricevuto dal Papa e ottenne la licenza che invocava. L'8
febbraio lo Czar telegrafava al Principe per felicitarlo della
«patriottica risoluzione» comunicatagli e per dirgli che accettava di
essere padrino al battesimo di Boris. Lo stesso giorno l'organo
ufficiale russo dichiarava cessato il conflitto con la Bulgaria,
osservando che «la conversione del principe Boris alla ortodossia
dimostrava aver la nazione bulgara compreso la necessità di affermare la
sua fede religiosa come pegno dei legami spirituali che la univano alla
Russia emancipatrice».
Conseguenza naturale di questo mutamento della Russia, fu l'invito della
Sublime Porta alle Potenze di volere riconoscere il principe di Bulgaria
in conformità dell'articolo 3.º del Trattato di Berlino. Tutte le
Potenze aderirono: l'Italia potè rispondere che l'adesione dell'Italia a
cotesto riconoscimento da parte della Turchia era acquisita sin dal
1887, da quando cioè dichiarò di considerare valida la manifestazione
della volontà del popolo bulgaro.
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In tutto l'Oriente europeo il nome di Francesco Crispi si identificò per
lungo tempo con le aspirazioni all'indipendenza dei popoli oppressi dal
Turco. Egli difese tutte le nazionalità, una dopo l'altra; fu capo di
Comitati filelleni e parlò in ogni occasione, dalla tribuna parlamentare
e nei comizii, in favore di una più grande Grecia; propugnò l'autonomia
e l'indipendenza dell'Albania; cercò e trovò nell'eroico Montenegro la
sposa del principe ereditario d'Italia; fece, da ministro, quanto potè
per sottrarre Candia e l'Armenia ai periodici massacri turchi.
Merita in questo momento storico in cui l'idea della federazione
militare dei popoli balcanici si è concretata nel fatto, speciale
menzione l'ausilio chiesto a Crispi da un Sillogo ateniese per la
Confederazione Orientale, con le seguenti due lettere le quali portano
una firma illustre: