Le notizie ch'ella mi dà col suo telegramma di ieri non sono
segrete: esse furono contemporaneamente mandate col telegrafo ai
giornali di Roma.
Ringrazio S. M. Fedelissima delle comunicazioni di cui l'ha
incaricato. Ma non posso nascondere che ciò ch'è accaduto è
abbastanza deplorevole, e non sarebbe avvenuto se il Governo
portoghese avesse ben valutato il progetto del viaggio del Re in
Italia, ed avesse saputo prevederne le conseguenze.
La spiegazione che S. M. ha voluto dare del mancato viaggio, se
testimonia della sua personale delicatezza e del suo desiderio
di evitare penose impressioni in Italia, dopo le polemiche delle
quali da dieci giorni sono pieni i giornali di tutta Europa non
può contentare la pubblica opinione in Italia.
E fatalmente ieri stesso, dal Gabinetto di S. M. il Re Carlo,
usciva una conversazione, riferita dai giornali di qui, che la
spiegazione sovrana mette un po' in dubbio.
Un complesso di circostanze, come si espresse S. M. di
Portogallo, ma tutte all'infuori di noi, hanno reso la posizione
assai difficile.
Per quanto personalmente deferente alla persona di Re Carlo, io
devo preoccuparmi della pubblica opinione del mio paese, la
quale nello sgradevole incidente non può non vedere offeso il
sentimento nazionale.
_Crispi_.»
L'intervista alla quale alludeva Crispi era stata accordata dal ministro
di Portogallo a Parigi e dal Segretario particolare del re Carlo al
corrispondente della _Tribuna_ di Roma, e in essa i due personaggi
avevano dichiarato che il re Carlo non faceva l'annunziata visita in
Italia perchè non poteva prolungare la sua assenza dal Portogallo.
D'altronde, il Nunzio pontificio a Lisbona aveva fatto sapere ai
giornali cattolici di quella capitale il vero motivo della decisione del
Sovrano portoghese.
Un grave fermento si notava frattanto in Portogallo che faceva temere
delle sorti della dinastia. Nella stampa, anche in quella più ligia alle
istituzioni monarchiche, e nei circoli politici della capitale
portoghese, il biasimo diveniva ogni giorno più acerbo. Il _Jornal do
Commercio_, autorevole e diffuso organo del partito
monarchico-progressista, pubblicava nei numeri del 15, 16 e 18 ottobre
articoli violenti, dei quali citiamo qualche brano:
«.... Abbiamo posto in dubbio, fin da principio, la convenienza
politica di tal viaggio, ma eravamo lungi dal poter prevedere
gli incidenti, che si vanno manifestando e che non sono solo un
disdoro pel Re, ma altresì un obbrobrio per la Nazione che egli
rappresenta.
Chi lasciò partire così alla ventura di quanto potesse
succedere, il Re di Portogallo?
Chi doveva essere, se non questo Governo senza scrupoli...?
Giacchè consigliò il viaggio reale o lo consentì, gli incombeva
di formularne il programma di completo accordo coi Governi delle
Nazioni che il Re proponevasi di visitare.
Non fece ciò, lo trascurò interamente, ed il risultato eccolo,
senza parlare del rimanente: -- un conflitto col proprio zio
Umberto, o col Santo Padre, a scelta, il quale può tosto
risolversi in una rottura di relazioni, o, nel migliore dei
casi, in un _fiasco_ di più pel Portogallo; e, questa volta,
ricadendo sulla stessa corona del suo Sovrano, al cospetto
dell'intera Europa.»
«.... Il Governo non ha neppure il decoro di tentare una difesa;
e neppure ha l'alterezza di assumere le rispettive
responsabilità.
Aspettavamo oggi alcune spiegazioni alla vergognosa situazione
in cui trovasi il real viaggio, tanto preconizzato, allorchè fu
annunziato, come sommamente benefico pel paese.... Il Governo
nega l'esistenza dell'incidente diplomatico nel quale si avvolse
colla Curia e col Governo del Quirinale, non si difende della
propria imprevidenza, non assume la minima particella di
responsabilità, ed al contrario, la scarica sopra.... chi? Sul
Re, sullo stesso Re.
Dubitate?
Aprite il _Diario de Noticias_ e leggete:
«Nulla è ancora deciso circa l'andata di S. M. il Re a Roma,
questo viaggio dipendendo dai piani che farà Sua Maestà....»
Ciò che sembra incredibile, è scritto, e scritto col tono di una
informazione ufficiale. E, infatti, è noto essere il _Diario de
Noticias_ uno dei ricettacoli delle informazioni del signor
Presidente del Consiglio.
In detta piccola notizia, d'apparenza così innocente, contiensi
tuttavia questa enormità: _di ciò che succede, la colpa non è
del Governo, poichè i piani del viaggio non sono suoi, ma del
Re_.
Sono del Re?
Lo saranno! Il _Diario de Noticias_ che lo afferma, lo saprà ed
in tal caso è da deplorarsi che il Re non sia stato all'altezza
da delinearli. Ma non è a lui che legalmente si possono far
risalire responsabilità, poichè l'articolo della Carta che lo fa
irresponsabile è tra quelli che la Dittatura non revocò....»
«.... I sorrisi ironici cominciano già a spuntare nella stampa
straniera, diretti specialmente contro i consiglieri
responsabili del Re di Portogallo, i quali gli preparano
quest'avventura, ma striscianti già sulla stessa persona del
Capo della Nazione Portoghese, per modo che potrà benissimo
avvenire quanto prima, che i cronisti parigini comincino a
ingrandire la già troppo pesante leggenda della _gaité_ delle
cose portoghesi.
Ma il Governo più nulla sente di ciò...!
Sconcertato dall'inatteso incidente, conscio del suo grave
errore e delle sue enormi responsabilità, sta come se fosse
stato spaventato da un fulmine; perdette la facoltà di sentire,
di pensare, di deliberare e di procedere.
È in stato di completa paralisi, di sincope; e per quanto si
riuniscano a consiglio i dittatori, poco più conseguono, che di
guardarsi gli uni gli altri, e di grattarsi automaticamente la
testa, senza che ciò valga a dissipare la prostrazione in cui
trovasi il suo contenuto.
E mentre i ministri non risolvono, il Re Don Carlos, in attesa
che risolvano, si mantiene in Parigi, nel non interrotto
rinnovarsi di caccie, corse e teatri, come se estraneo agli
avvenimenti, nei quali è implicata la sua personalità, ed in una
evidenza, in faccia all'Europa, secondo noi poco propizia ai
suoi interessi ed a quelli del Paese.
È indispensabile dunque, che il Governo si svegli, e prenda una
deliberazione, che tronchi prontamente l'incidente, il quale se
non può ormai essere soppresso, conviene non ingrossi e non si
protragga, poichè il Portogallo ed il suo Sovrano nulla hanno da
guadagnare in ciò; al contrario.
Il male è fatto, lo scandalo è dato e tutto ciò è ormai
irrimediabile; il Re non può andare in Italia....»
Il governo portoghese, in realtà, rimase per parecchi giorni indeciso
sulla via da prendere; o meglio, deciso a non affrontare le ire del
Vaticano, non sapeva quali potessero essere le «spiegazioni amichevoli»
che il re Carlo avevagli ordinato di dare a Crispi. Il 17 ottobre,
l'Incaricato d'affari italiano a Lisbona si recò dal ministro degli
affari esteri per domandargli quanto vi fosse di vero nell'affermazione
di parecchi giornali che S. M. Fedelissima avesse deciso di astenersi
dalla sua visita a Roma. Il signor de Soveral rispose che «l'idea del
viaggio a Roma non era definitivamente abbandonata» e affermò che «il
Governo portoghese non si era impegnato con la S. Sede a rinunziarvi».
Ed esprimendo il profondo rammarico suo per le spiacevoli complicazioni
sorte dal viaggio del Re, aggiunse che quel viaggio aveva «una grande
importanza politica, specialmente nei rapporti con la Germania e
l'Inghilterra, date le pendenti questioni coloniali».
Poco tempo prima il de Soveral aveva assicurato il rappresentante di
un'altra grande potenza che il Re si era messo in viaggio «per
distrarsi»!
Due giorni dopo un giornale ufficioso del gabinetto portoghese, _La
Tarde_, pubblicava un comunicato del tenore seguente:
«Ci consta che il Re non andrà per adesso in Italia, proseguendo
invece il suo viaggio per la Germania e l'Inghilterra.»
Il _Diario de Noticias_, anch'esso governativo, riproduceva cotesto
comunicato facendolo seguire da un telegramma del suo corrispondente
parigino così redatto:
«Parigi 19. -- Essendo stato impossibile ottenere dal Governo
italiano che il Re di Portogallo fosse ricevuto altrove che a
Roma, e visto l'atteggiamento del Papa, Sua Maestà ha deciso di
rinunziare alla sua visita in Italia, proseguendo da qui per la
Germania. È giunto il signor Visconte de Pindella (Ministro di
Portogallo a Berlino) il quale accompagnerà il Re a Berlino».
L'ispirazione ufficiale di questa notizia era indiscutibile, ma intanto
la Legazione italiana non riceveva alcuna comunicazione. Il ministro de
Soveral era così imbarazzato, che per qualche giorno rimase invisibile
al Ministero degli Affari esteri oltrecchè al di Cariati, anche ai
rappresentanti degli altri Stati. La partecipazione dell'abbandono del
viaggio a Roma fu fatta il 21 ottobre, contemporaneamente a Lisbona e
alla Consulta.
Il governo italiano non volle aggravare la situazione. Speciali riguardi
erano da esso dovuti alla Corte portoghese imparentata con la Casa reale
d'Italia, ma non poteva d'altronde rinunziare a precisare dinanzi
all'opinione pubblica italiana ed all'Europa come lo spiacevole
incidente fosse nato e si fosse svolto. Cosicchè quando il 21 ottobre il
ministro Carvalho diresse una nota al nostro Ministro degli Affari
esteri nella quale si partecipava che la visita del re Carlo era
aggiornata indefinitamente «per l'assenza da Roma del re Umberto e per
l'impegno del re Carlo di trovarsi a giorno fisso presso altra Corte»,
Crispi dovette, a salvaguardia della responsabilità e dignità del
governo italiano, esporre in un comunicato dell'_Agenzia Stefani_ la
verità e annunziare che all'Incaricato d'affari d'Italia a Lisbona era
stato dato l'ordine di interrompere le relazioni diplomatiche col
governo portoghese e di limitarsi alla trattazione degli affari
correnti. Una frase del comunicato fece impressione, quella che
«augurava cordialmente al Portogallo di recuperare la propria
indipendenza».[38]
[38] Le relazioni diplomatiche tra Italia e Portogallo furono
ristabilite in ottobre 1896 dal Ministero Rudinì, in occasione del
matrimonio del Principe di Napoli. Nessuna soddisfazione dette il
Portogallo per l'incidente dell'anno prima, nè forse poteva darne
continuando il governo di quello Stato ad appoggiarsi sul partito
clericale. La causa della rottura delle relazioni fu dimenticata
dinanzi ad un avvenimento dinastico.
Nel _Diario_ di Crispi, sotto la data del _21 ottobre ore 21 ½_ si
legge:
«Visita di Carvalho e Vasconcellos in casa mia. Il Vasconcellos
è una mia vecchia conoscenza. Lo conobbi a Lisbona nell'ottobre
1858. Dopo i saluti consueti, egli accennò all'incidente del
viaggio del Re Carlo. Risposi:
-- Quello che è avvenuto è deplorevole. Amico vostro sin dal
1858, vi ricevo quale amico e non quale ministro di S. M.
Fedelissima presso il Re d'Italia.
E quale amico vi dirò che il vostro Governo ha agito con molta
leggerezza. Noi non avevamo chiesta la visita del vostro Re, e
non ce n'era bisogno.
-- È vero, e sono io che il primo ottobre venni a comunicare
l'avviso ufficiale al sottosegretario di Stato, Adamoli. Venni
qui da voi, ma non vi trovai. Andai poscia a Monza per darne
partecipazione a S. M. il Re Umberto.
-- Or bene, fatto ciò, il vostro Governo doveva andare sino al
fondo, e non doveva cedere alle minaccie del Papa. Voi lo
sapete, il Vaticano fa guerra alla monarchia italiana, non
ostante il nostro contegno benevolo e corretto verso il
medesimo. È una questione interna italiana, e voi vi avete dato
carattere internazionale.
Noi non ci adonteremo per questo. Ma innanzi al mondo, voi avete
preferito il Papa al Re d'Italia, avete soddisfatto il nostro
nemico, il quale ritiene l'azione negativa di Re Carlo quale
vittoria della Santa Sede. Per ora ci limitiamo a non mandarvi
alcun ministro. Vedremo dappoi quello che a noi converrà.
-- Fo appello alla vostra amicizia di comporre il dissidio. Non
ve lo domando per me, ma pel mio povero paese.
-- Comprendo la vostra premura; ma nulla ho che fare per ora. Ve
lo ripeto, quale ministro del Portogallo non avrei dovuto
ricevervi. Vi ho ricevuto e parlato come amico e questo nostro
colloquio non ha nulla di ufficiale.
Dopo un breve silenzio, il Vasconcellos si è levato e ci siamo
divisi cordialmente.»
La rottura delle relazioni diplomatiche con l'Italia ferì l'amor proprio
del popolo portoghese e fu un grave colpo al prestigio del Governo e
della Dinastia. Il _veto_ del Vaticano raggiunse lo scopo di turbare
ancor più un paese le cui condizioni interne erano già difficili. Il
Papato, il quale non si preoccupò del male che sapeva di fare, fornì la
prova della sua politica nefasta che ogni considerazione subordinava
alla cieca ostilità all'Italia. Ma nessun giornale portoghese potè
dolersi della decisione del governo italiano. I fogli liberali, al
contrario, giustificarono questo con un linguaggio che non era mai stato
adoperato. Il _Jornal do Commercio_ interpretava fedelmente il
sentimento della grande maggioranza del suo paese nel seguente articolo
del 26 ottobre:
«Si è veduta mai maggiore incoscienza?
Il Governo di S. M. il Re d'Italia, di un Sovrano che è nè più
nè meno che fratello di S. M. la Regina Donna Maria Pia,
interrompe le sue relazioni col nostro Governo.
E qual è l'atteggiamento del Governo Portoghese?
Si limita a far inserire nel giornale officioso _La Tarde_
quanto segue:
«Il _Diario de Noticias_ che accenna a questa nota la commenta
nei termini seguenti:
.... «Sembra pertanto dal modo in cui la stessa stampa italiana
apprezza i fatti, che questo raffreddamento sarà di breve
durata».
«Concordano pienamente colle nostre le informazioni del nostro
collega».
Questo, in poche parole, vuol dire semplicemente quanto segue:
«Il Governo italiano sta di cattivo umore? Non c'è da
preoccuparsene: gli passerà!»
Tali sono le soddisfazioni che il Governo crede di dare al Re
Umberto, cioè al monarca più strettamente imparentato col Re Don
Carlos, per la sconvenienza [semcerimonia] del procedimento che
adoperò verso di Lui.
Perchè la verità è questa: Il Governo portoghese -- secondo le
sue dichiarazioni -- volle usare verso il Re d'Italia ogni
cortesia ed amabilità, ma -- in conclusione -- ciò che si
osserva è che l'effetto di tale cortesia e di tale amabilità fu
semplicemente quello di lasciare il monarca italiano
perfettamente paralizzato dinanzi al Papa e di far constare che
Roma è appena la capitale d'Italia.... _in partibus_.
Ciò fatto, il Governo portoghese poco si cura del giustissimo
risentimento dell'Italia e telegrafa al Re di Portogallo che non
se ne dia pensiero, che il risentimento dell'Augusto suo zio non
è che un capriccio infantile perchè non fu fatta la sua volontà,
che il capriccio gli passerà e che, frattanto, Sua Maestà può
continuare a divertirsi per avere una distrazione dai mali che
il paese sta soffrendo e per non preoccuparsi soverchiamente
delle notizie che ci giungono dall'Affrica e dalle Indie.
Lo diciamo in coscienza: tanta insensatezza, tanto sconoscimento
dei proprii doveri, tanta inconsideratezza, verso il paese e pei
sagrificii che esso fa, non possono che essere precursori di
gravi avvenimenti perchè sono sintomi indubitabili di uno stato
di dissoluzione dei poteri dirigenti che ne preannunziano già
chiaramente l'ora estrema.
No! Le cose non possono continuare così. Il paese può pagare col
suo danaro e col suo sangue le aberrazioni dei suoi governanti,
ma non può tollerare che in faccia all'Europa, la sua onestà, il
suo decoro, la sua dignità, la sua fierezza siano resi solidali
delle spregevoli manovre nelle quali si tenta involgerlo.
No! l'opinione protesta ed è necessario che il Re intenda, ed
intenda bene, che se acconsente a lasciarsi trascinare alla
sconsiderazione universale alla quale lo conducono gli errori
dei suoi Ministri ed i suoi propri errori, il paese -- lo stesso
paese monarchico -- non vuol essere travolto in questa fiumana
ed altamente protesta contro questi procedimenti di governo e di
diplomazia, nei quali l'illegalità, la violenza, la leggerezza
ed il solo desiderio di godere -- al coperto della più pazza
incoscienza -- si dànno la mano per annichilirci e disonorarci.
Noi non vogliamo mancare al rispetto dovuto al Re, ma è
indispensabile convincerlo che questo stato di cose non può
continuare. Non v'è una voce sola che non lo dichiari. Nobili e
plebei, vecchi e giovani, ricchi e poveri, tutti sono unanimi
nel riconoscere e nel lamentare che il Re ed il suo Governo non
soddisfano le aspirazioni politiche e morali della nazione.
Il tedio incomincia ad invadere tutte le classi, già spunta il
disprezzo e se il Re non capisce l'urgenza di retrocedere sulla
via che ha presa liberandosi dal nefasto suo governo ed
ispirandosi a migliori e più serii esempi, male gliene avverrà,
rovinerà nel dispregio pubblico e sè stesso e la Corona gloriosa
di cui fu erede.
Lunedì scorso partì per l'India la spedizione comandata dal
proprio fratello del Re e le tristi notizie che ci giungono da
Goa non sono tali che possiamo avere piena fiducia sull'esito
finale della lotta e dei sacrificii cui vanno incontro i nostri
soldati.
Non sarebbe stata questa una propizia occasione perchè il Re
tornasse direttamente in Portogallo, ponendo a tempo un termine
dignitoso all'incidente italiano?
Tutto lo indicava, ma tanto il Re quanto il suo Governo, ciechi
l'uno al par dell'altro, non lo videro, e la vigilia di quella
giornata grave e penosa Sua Maestà non trovò nulla di più
opportuno che di andarsi a distrarre nel teatro della «Gaité»
dagli alti suoi doveri di capo dello Stato, e di rammentare le
pagine della nostra epopea indiana.... ascoltando i «couplets»
dei «Vingt huit jours de Clairette».
Che ufficiali e soldati abbandonino le loro famiglie, offrendo
in sacrificio alla patria la miglior parte del loro sangue; che
il contribuente sparga il suo sudore per soddisfare le esigenze
della nazione....
In cima a tutto ciò passa trionfante il Re di Portogallo,
violando i suoi giuramenti, calpestando le leggi, senz'altro
pensiero ostensibile se non quello di menar vita allegra e senza
fastidi.
Per quanto sia duro a dirsi, vi sono due cose che nessuno
negherà: cioè la verità fotografica del quadro che abbiamo
tracciato, l'opportunità di gridare ad alta e chiara voce ciò
che tutti nell'intimità riconoscono.
Siccome non chiediamo dalla Corona la soddisfazione di alcuna
ambizione e poichè, al contrario, siamo mossi da un
irresistibile impulso di civico dovere, assumiamo di buon grado
questa ingrata missione di dire la verità al Re, e non la
tradiremo perchè non siamo mossi da odii, nè da timore.
Monarchici e conservatori liberali quali siamo, noi sappiamo che
il nostro posto è questo!»
La soluzione data all'incidente dal Governo italiano fu giudicata
favorevolmente da quasi tutta Europa (fece eccezione, naturalmente, la
stampa clericale), e raffreddò le accoglienze che il re Carlo ebbe in
Germania e in Inghilterra.
Da Berlino, l'ambasciatore conte Lanza scriveva in data 20 e 31 ottobre:
«.... Il barone Marschall si espresse, fin d'allora, meco in
termini sdegnosi per l'incapacità, la debolezza, del resto ben
note, del Gabinetto di Lisbona. S. M. Fedelissima arriverà qui
il 1.º novembre. Essa aveva fatto chiedere di anticipare di una
settimana il suo arrivo, ma S. M. l'Imperatore rispose che non
poteva riceverlo prima di quell'epoca, già precedentemente
fissata. Di feste a Corte non si parla finora e Sua Maestà non
farà col re Carlos, che si tratterrà qui pochi giorni, molti
complimenti, tanto più dopo l'incidente del viaggio a Roma....»
«Segretario di Stato dipartimento Esteri quasi volendo scusare
ricevimento Re del Portogallo, mi disse iersera
confidenzialmente che, stante l'incidente viaggio Roma, feste
sono state ridotte stretto limite convenienza, non vi sarà
ricevimento ufficiale Berlino, ma solo al _Neuen Palais_ a
Potsdam ove Re del Portogallo alloggia. Sabato pranzo a Potsdam
senza invito Corpo diplomatico. Domenica Loro Maestà
interverranno _Opera_ ove avrà luogo non la così detta
rappresentazione di gala, ma soltanto teatro _paré_. Giornali
parlano appena arrivo Re del Portogallo.»
Al teatro l'Imperatore fece rappresentare l'opera _Rienzi_, divertendosi
a far vedere al suo ospite Roma sulla scena.
In Inghilterra non fu meno avvertito il danno che l'incidente aveva
prodotto, e l'ambasciatore Ferrero riferiva:
«Salisbury, mostrandosi vivamente preoccupato di quanto potrebbe
avvenire in Portogallo, qualora nel Parlamento italiano qualche
interrogazione intorno al noto incidente della visita suscitasse
espressioni vivaci, mi ha chiesto caldamente di pregare il Regio
Governo di evitare possibilmente ogni interpellanza al riguardo
nella Camera. Egli giunge perfino a temere che il contraccolpo
nel Parlamento portoghese potrebbe condurre alla caduta di
quella dinastia.»
Alla caduta della monarchia portoghese, avvenuta dopo l'inaudita strage
della famiglia reale, non fu estranea la supina subordinazione dello
Stato all'influenza clericale, che determinò l'incidente del quale
abbiamo narrato le fasi. È giustizia ricordare che il malcontento
popolare aveva origini remote, ed era andato sempre crescendo. Quando
penetrò nell'esercito decise delle sorti del regime monarchico.
Sin dal dicembre 1889 si scriveva a Crispi da Berlino:
«Fortunatamente non esiste alcun generale abbastanza in vista
per mettersi, come al Brasile, alla testa di un pronunciamento
simile a quello che ha rovesciato Don Pietro II con un colpo di
mano che ha avuto quasi le proporzioni di un _escamotage_.
Altrimenti, al primo tentativo di adoperare a Lisbona un tale
procedimento, la Dinastia «crollerebbe come un castello di
carta». Una rivoluzione popolare sembra in Portogallo tanto poco
inverosimile come era a Rio de Janeiro; l'esercito, nel suo
insieme, è senza dubbio animato da sentimenti di onore e di
disciplina, ma a condizione che abbia un capo di sua fiducia.
Del resto, la rivoluzione o evoluzione operatasi recentemente
nel Brasile prova che i mestatori non hanno bisogno del concorso
delle masse, purchè dispongano di generali come i capi del
_pronunciamento_ brasiliano. Importa quindi che il Sovrano
sappia guadagnare le simpatie dell'esercito, circondarsi di
ufficiali di provata fedeltà, e sopratutto ch'egli possa fare
assegnamento sul comandante militare di Lisbona....
Se il movimento repubblicano avesse, come al Brasile, trionfo in
Portogallo, e in seguito forse anche in Spagna, tale avvenimento
sarebbe un danno grave per il principio monarchico in Europa e
un vantaggio per le istituzioni della Francia, che vorrebbe
trovare dappertutto alleati contro la Germania e l'Italia.»
Crispi non aveva mancato di dare consigli al governo portoghese, e si
era adoperato con successo presso l'Inghilterra per una soluzione
amichevole del conflitto sorto per le colonie anglo-portoghesi
nell'Africa occidentale. In una lettera -- si noti -- dell'11 gennaio
1891, il ministro d'Italia a Lisbona scriveva a Crispi:
«Dopo il mio ritorno fui ricevuto in udienza particolare da S.
M. il Re, il quale mi espresse il suo gradimento pei buoni
uffici prestati da V. E. al Portogallo nella sua vertenza
coll'Inghilterra.
Il Ministro degli affari Esteri mi incaricò di ringraziare V. E.
pel benevolo e costante concorso prestato dal R. Governo in
questi difficili momenti al Governo Portoghese.
Colsi l'occasione per eseguire le istruzioni datemi verbalmente
da V. E. ed esposi al signor Du Bocage la penosa impressione che
desta la soverchia indulgenza del Governo Portoghese verso il
partito repubblicano per gli inconvenienti che ne possono
risultare a danno delle istituzioni, e sovratutto per la
rilassatezza della disciplina nell'esercito.
Il Ministro mi assicurò che la condizione interna si era molto
migliorata e che il Gabinetto si studiava di mantenere l'ordine
e che il partito repubblicano non era da temersi che in caso di
nuovi aggravii da parte dell'Inghilterra, che desterebbero
grande irritazione nel paese, la quale sarebbe poi sfruttata a
suo pro dal partito repubblicano. Le notizie poi circa allo
spirito dell'esercito essere esagerate.
Non devo celare a V. E. che il mio discorso non sortì molto
effetto. Il signor Du Bocage accolse le mie parole come
espressione della premura che dimostra il R. Governo verso il
Portogallo, ma parmi che egli non si renda conto dei pericoli di
una simile condizione di cose. Tale è la fiacchezza degli ordini
di Governo e dei costumi politici in questo paese, che ben
difficilmente si muteranno le cose ed il mio collega di Spagna,
il quale, per incarico del suo Governo, tenne un simile
linguaggio, ha la stessa opinione.
Il Re mi parve maggiormente impressionato e mi disse, e forse
con ragione, essere ora assai difficile di prendere
provvedimenti contro ufficiali, ai quali finora si era lasciata
la più sconfinata libertà di parola e di azione.
Intanto, malgrado che gli spiriti siano ora più calmi e che i
partiti apparentemente mettano a tacere i loro dissensi, il
partito repubblicano continua la sua propaganda.
Si tenne in questi giorni un Congresso del partito repubblicano
a Lisbona, con piena libertà, e si addivenne alla nomina di un
nuovo Direttorio, nel quale figurano due Maggiori Generali in
servizio attivo, sebbene non provvisti di comando di truppe, i
signori Latino Coelho e Souza Brandão.
Altro sintomo poco rassicurante circa la disciplina
dell'esercito si è l'adesione di molti ufficiali
all'associazione della «Lega Liberale», fondata sotto parvenza
di un'associazione patriottica dal signor Fuschini, deputato del
gruppo parlamentare detto della Sinistra dinastica.
L'associazione non ha carattere repubblicano, ma è certo cosa
poco consentanea allo spirito di disciplina militare questa
partecipazione di ufficiali a manifestazioni politiche.
Nel riferire le condizioni attuali del Portogallo mi giova
ripetere quanto ho già esposto nella mia corrispondenza in
proposito, cioè che i costumi e l'indole di questo popolo
attenuano la gravità della situazione e rendono forse più remoto
lo svolgimento di avvenimenti che altrove sarebbero la
conseguenza immediata delle cause di pericoli per le istituzioni
da me enunciate.
Il componimento della vertenza colla Gran Bretagna gioverà molto
a rendere più sicuro il mantenimento dell'ordine vigente e
toglierà al partito repubblicano l'arma più potente di cui
dispone per agitare il paese.»
Date le cause molteplici del malcontento del paese contro la dinastia,
la propaganda repubblicana, facilitata dalla debolezza del governo,
doveva portare i frutti che ha portato.