_Capitolo Quinto._ -- Le relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896.
L'ambiente e gli statisti in Francia. -- Gli ambasciatori De Moüy e
Mariani e il ministro Spuller. -- Come fu ricevuto il signor Billot. --
La sua _azione conciliante_. -- Il varo della _Sardegna_ e la mancata
visita della squadra francese alla Spezia. -- Illusioni francesi su
l'on. di Rudinì. -- La Triplice alleanza rinnovata. -- Secondo Ministero
Crispi. -- Strascico dei fatti di Aigues-Mortes. -- Politica di
conciliazione. -- Una missione segreta di Maurizio Rouvier. --
Corrispondenza dell'ambasciatore Ressman. -- Il richiamo di Ressman e le
sue vere ragioni.
Sino al 1890 le relazioni franco-italiane erano state difficili.
L'ostilità della Francia per la nostra alleanza con la Germania si era
manifestata in tutti i modi e in tutti i campi, cagionando incidenti che
avevano sempre più rafforzato la posizione dell'Italia in Europa e
stretto i vincoli che la legavano ai due imperi centrali pel trattato
rinnovato il 20 maggio 1887.
Deve però riconoscersi che nella lotta accanita che il governo francese
aveva fatto ad ogni interesse italiano, gli uomini erano stati talvolta
sospinti agli eccessi dall'ambiente, esagitato da una stampa che non
ignorava alcuna intemperanza. L'ambasciatore conte de Moüy, ponendo fine
alla sua missione a Roma, scriveva privatamente a Crispi, da Parigi, il
6 aprile 1889:
«J'avais à Rome la conviction d'avoir obtenu votre sympathie et
votre estime: vous avez toujours compris, au cours des affaires
que j'ai été chargé de suivre, _combien souvent ma tâche m'était
pénible, et combien aussi je m'efforçais d'y apporter de
conciliation et cordialité_.... Je n'oublierai jamais nos
derniers entretiens qui m'ont si vivement ému; mon eloignement
de Rome a été la grande douleur de ma vie diplomatique.»
Il de Moüy era stato il rappresentante di una politica irritante che nel
1888 s'impersonò nel ministro Goblet, del quale lo stesso de Moüy
scrisse in un suo libro[26] ch'era «mal preparé, par son caractère raide
et irascible, au maniement des choses diplomatiques qu'il traitait pour
la première fois; on lui reprochait ses opinions anguleuses et son style
peu engageant».
[26] Cfr. _Souvenirs et causeries d'un diplomate_. Paris, Plon, 1909,
pag. 257-258.
E. Spuller, che succedette al Goblet come ministro degli affari esteri
(febbraio 1889) e il Mariani che venne a Roma dopo il richiamo del de
Moüy, non riuscirono ad agire contro la corrente ostile che in Francia
travolgeva tutti,[27] ma non si astennero da dichiarazioni ch'erano la
condanna di quell'ostilità senza misura.
[27] Per la storia della interruzione delle relazioni commerciali
franco-italiane è interessante conoscere anche il seguente
telegramma 7 marzo 1889 dell'ambasciatore Menabrea:
«(_Riservato_). A mente del telegramma quattro corrente informai
ieri il sig. Spuller delle favorevoli disposizioni di V. E. per
aprire nuove trattative, se non per un trattato di commercio,
almeno per un accordo circa un «modus vivendi» proprio a
migliorare i rapporti di commercio dei due paesi conformemente a
quanto si era fatto con la convenzione del 15 gennaio 1879.
Spuller si mostrò disposto a secondare le mire di V. E. nei limiti
del possibile senza dover ricorrere al Parlamento che diventa ogni
giorno più protezionista, se non per convinzione, per ragioni
elettorali. Spuller mette però per condizione ai nuovi accordi per
il commercio che questi siano subordinati alla regolarizzazione
della questione tunisina. Al che io risposi che le due questioni
erano del tutto distinte e che io non aveva mandato per trattare
quella riflettente Tunisi; che tuttavia avrei informato V. E. di
questa esigenza. Spuller tosto mi rispose non intendere che l'una
fosse subordinata all'altra, ma che fossero trattate
simultaneamente. Non credetti dover insistere su quell'argomento;
mi limitai a ricordare al sig. Spuller i precedenti della nostra
posizione in Tunisia di fronte al protettorato che vi si è
attribuito la Francia. Da quell'inaspettata esigenza del sig.
Spuller io vedo comparire di nuovo la medesima influenza che ci
prometteva un aiuto per occupare definitivamente Tripoli in cambio
di alcune nostre concessioni a Tunisi. Quel sistema rimonta al
sig. Ferry quando, per ben due volte, ci offriva l'aiuto della
Francia per occupare la Tripolitania alla condizione di rinunziare
ai nostri diritti in Tunisia.
Scriverò a V. E. risposta ufficiale sul colloquio, nel quale
Spuller si mostrò assai benevolo, ma però obbediente ad una
pressione.
_Menabrea._»
Nel diario dei ricevimenti diplomatici di Crispi, sotto la data del 5
gennaio 1890 è scritto:
«Il signor Mariani mi legge una lettera dello Spuller. Il
ministro scrive all'ambasciatore di dirmi ch'egli è rimasto
sensibile alle parole da me pronunziate in Parlamento in
occasione della legge che aboliva le tariffe differenziali.
Incaricò quindi il Mariani di volermi ringraziare.
Lo Spuller desidera che le relazioni fra i due paesi divengano
cordiali, ed egli farà tutto il possibile perchè le cose
migliorino nel campo economico.
Il Mariani mi lesse una lettera fatta da lui a Spuller contro il
corrispondente dell'_Havas_ in Roma. Egli ne rileva il contegno
strano, e fa considerare al suo ministro come cotesto sia un
metodo che non può riuscire a vantaggio dei due paesi.
Il signor Lavallette, oltre essere qui per l'_Havas_, è qui pel
_Matin_, di cui tutti riconoscono il contegno ostile all'Italia.
Il Mariani vorrebbe che il detto individuo servendo un'agenzia
semi-ufficiale, lasciasse di collaborare in un giornale a noi
nemico.»
Lo stesso Spuller, ricevendo il 10 ottobre precedente l'ambasciatore
italiano a Parigi, aveva inveito «in termini violentissimi» contro il
giornalismo francese,[28] e il 4 dicembre seguente non aveva taciuto al
generale Menabrea i suoi sentimenti:
[28] Cfr. _Francesco Crispi_: _Politica Estera_, pag. 344.
«Parigi, 5-12-1889, ore 2.10 s.
Il telegramma del 1.º corr. che mi riferisce la conversazione di
V. E. col Mariani, venne da questi confermato allo Spuller, il
quale me ne espresse ieri la di lui viva soddisfazione. Egli mi
disse essere vivamente contrastato da un partito che lo vorrebbe
rovesciare coll'accusarlo di mostrare troppa condiscendenza
verso l'Italia a detrimento della Francia stessa. Cionondimeno
egli non tralascerà di lavorare attivamente per migliorare i
rapporti fra i due paesi e stabilire fra loro un _modus
vivendi_, proprio a soddisfare i rispettivi interessi. Un
violento articolo del _Figaro_ di oggi si fa interprete dei
sentimenti ostili che sono tuttora attizzati contro l'Italia;
tuttavia, contro il gruppo opposizionista, che ci è il più
contrario, sorge un nuovo gruppo assai più mite, capitanato da
Léon Say, che propugna una politica economica più liberale!
_Menabrea_.»
Il signor A. Billot, nominato dallo Spuller ambasciatore a Roma alla
morte del Mariani, aveva ricevuto istruzioni di adoperarsi ad «appianare
ogni screzio». Egli ha narrato in un libro[29] non scevro di
prevenzioni, di errori e di reticenze, le vicende della vita politica
italiana dal 1881 al 1899. Appena giunto fu informato che il giorno
precedente erano stati espulsi dall'Italia i corrispondenti
dell'_Agenzia Havas_ e del _Figaro_ (uno, il Lavallette, era appunto
quello la cui condotta era stata biasimata dal Mariani) e cotesto atto
di rigore gli fece cattiva impressione, sebbene contemporaneamente fosse
stato espulso anche un giornalista tedesco.[30] Il Billot manifesta
ingenuamente con quale animo mettesse il piede in Roma raccogliendo la
malignità che non fosse estraneo alla decisione di Crispi il fatto che
quei giornalisti avevano annunziato il fallimento «d'une banque
particulière, à la prospérité de laquelle Crispi, disait-on, avait des
motifs de s'intéresser. C'en était assez pour motiver leur
expulsion!»[31]
[29] _La France et l'Italie. Histoire des années troubles._ Paris,
Plon, 1905.
[30] Il Sindacato della Stampa parigina mandò una sua delegazione a
reclamare presso il ministro degli affari esteri, Ribot, contro
quella misura di rigore adottata dal governo italiano. Ribot
dovette rispondere non esservi luogo ad azione diplomatica; ma
ricevendo il Ressman, incaricato d'affari d'Italia, lo intrattenne
sulle circostanze nelle quali avvenne l'espulsione del
corrispondente dell'_Agenzia Havas_. Il Ressman rispose che da
lungo tempo erano state segnalate al governo francese le tendenze
ostili di quel corrispondente e che ogni avvertenza essendosi
dimostrata inutile, la misura di rigore s'imponeva; soggiunse per
parte sua esser più di quei calunniatori pagati degni di
compatimento i numerosissimi italiani che giornalmente e d'un
tratto, per condanne lievissime, si espellevano dalla Francia dopo
lunghi anni di residenza, lasciando le loro famiglie nella
miseria.
[31] _Ibid._, pag. 177.
Il nuovo ambasciatore chiese udienza e fu ricevuto il giorno stesso del
suo arrivo. L'on. Crispi informava di cotesta visita l'ambasciata a
Parigi col seguente telegramma:
«_Ambasciata Italiana_,
Parigi.
Roma, 13 aprile 1890.
Il signor Billot è giunto questa mattina; mi ha subito domandato
udienza e l'ho ricevuto alle cinque.
Mi narrò le vicende della sua nomina, spiegando il ritardo della
sua venuta a Roma. Disse aver esposto a Ribot ciò che si
proponeva di dire a Spuller quanto alla sua linea di condotta
verso l'Italia: circa la politica coloniale italiana, non
intralciare la nostra espansione; circa la questione tunisina
far sì che gli Italiani dovessero trovarsi nella Reggenza ed
esservi trattati come a casa loro. Su tutte le altre questioni
disse proporsi di procedere amichevolmente per appianare ogni
screzio, nel quale compito la via gli era stata facilitata da
Mariani, alla cui memoria era grato. Gli dissi, a mia volta, che
ero animato da intenzioni identiche alle sue; che la stampa
francese non ci era amica, il che non mi impedisce di amar la
Francia, di amarla anzi come un francese, senza cessare di
essere conscio dei doveri che mi impone la mia qualità di
Ministro, ossia di difensore degli interessi italiani. Gli
ricordai che ho trovata la Triplice Alleanza fatta e che da uomo
onesto devo esservi fedele. Gli dissi che mi si imputavano colpe
che non sono mie, come gli incidenti di Firenze e di Massaua,
nei quali la ragione era nostra, come tutta Europa riconobbe.
Gli narrai come nel 1877, essendo non ministro, ma presidente
della Camera, fossi andato a Berlino ed a Gastein per vedervi il
Principe di Bismarck, con cui avevo già rapporti; come, per
andarvi, fossi passato per Parigi e là avessi veduto Gambetta;
come Gambetta mi avesse pregato di far aperture a Bismarck in
vista di un disarmo; come, tornando dalla Germania, fossi
nuovamente passato da Parigi ed avessi riferito a Gambetta, a
Emilio di Girardin e ad altri quanto avevo detto ed udito, e
che, circa al disarmo, Bismarck lo avrebbe desiderato, ma non lo
riteneva possibile. Soggiunsi che, venuto al potere, il mio
desiderio e la mia speranza erano stati di poter servire di
tratto d'unione tra la Francia e la Germania e di curare che la
Triplice Alleanza non riuscisse alla Francia di pregiudizio; che
queste erano tuttora le mie intenzioni e che egli mi troverebbe
sempre disposto a far tutto il possibile per riavvicinare
maggiormente l'Italia alla Francia, a cui sarebbe follìa voler
muovere guerra e che, come ogni italiano, considero necessaria
all'Europa ed al nostro paese, per la sua posizione geografica,
per le sue tradizioni, per la sua affinità con noi, ecc. Ho
trovato nel signor Billot una persona ammodo e simpatica, e
credo non errare dicendo che ci lasciammo egualmente soddisfatti
l'uno dell'altro.
_Crispi_.»
In realtà la politica francese verso l'Italia non accennò a mutare
sebbene Crispi non tralasciasse occasione di manifestare le sue
intenzioni amichevoli, e l'ambasciatore Billot non fece nulla per
eliminare gli screzi, non solo, ma s'impose il compito ch'egli stesso
confessa nel suo libro:
«Le discours de Florence[32] laissait l'impression générale que Crispi
était plus que jamais convaincu de la nécessité de la Triple-Alliance et
décidé dès lors à en renouveler les engagements à l'échéance ou même
auparavant.... Tant que Crispi resterait aux affaires, notre diplomatie
n'aurait qu'à s'appliquer patiemment, par une _action conciliante, à
faciliter l'évolution_ que les intérêts réussiraient sans doute à
déterminer avec le temps.»[33]
[32] Dell'8 ottobre.
[33] _Ibid._, pag. 248.
_L'azione conciliante_ fu dimostrata dalla diplomazia francese in tutte
le questioni che si presentarono, a cominciare dalla conferenza
anti-schiavista di Bruxelles, dove non si prese la pena di dissimulare
il suo astio per la posizione che l'Italia aveva acquistato in Etiopia;
e quanto a _facilitare l'evoluzione_, il Billot non esitò a ricorrere a
mezzi poco corretti, dei quali Crispi si lagnava nel seguente telegramma
del 12 novembre 1890:
«_General Menabrea Ambasciata Italiana_,
Parigi.
Il Governo francese, continuando le tradizioni della prima
Repubblica, fa propaganda repubblicana in Italia, spendendo
danari per la stampa ostile a noi. Al palazzo Farnese vanno
continuamente a confabulare giornalisti nemici della Monarchia e
da parecchi mesi vengono da Parigi emissarii a scopo di favorire
coloro che combattono le istituzioni. Ultimamente è venuto anche
il signor _M...._ della _P...._ il cui contegno fu assai
biasimevole.
La mia condotta corretta, irreprensibile verso i Bonaparte
congiunti della nostra famiglia reale, quando le discordie
politiche in Francia erano ardenti, prova che io non uso di armi
insidiose contro il Governo della Repubblica.»
Il Billot, naturalmente, afferma che il governo italiano non secondasse
il desiderio del governo francese di rannodare relazioni di benevolenza
e di affari, e cita, a prova della sua asserzione, l'incidente del varo
della _Sardegna_.
Il varo di questa corazzata -- egli racconta -- doveva farsi a Spezia
nella seconda metà del settembre; i giornali italiani avevano annunziato
che probabilmente vi avrebbe assistito il Re. Il ministero francese
volendo ricambiare la visita a Tolone di una squadra italiana, fatta in
occasione della presenza colà del Presidente della Repubblica, «decise
prontamente» di mandare a Spezia, per ossequiare il Re Umberto, una
squadra francese; e il 28 agosto l'ambasciatore di Francia fece analoga
comunicazione alla Consulta, domandando quale fosse la data fissata pel
varo. Ma Crispi si affrettò a rispondere «qu'il ne croyait pas que sa
Majesté eût l'intention» di recarsi alla Spezia e tre giorni dopo faceva
pubblicare dall'Agenzia Stefani il seguente comunicato:
«Spezia, 31 agosto.
Il varo della _Sardegna_ avrà luogo il 21 settembre.
S. M. il Re, dovendosi trovare in quel tempo a Firenze per
assistervi, come fu già annunziato, all'inaugurazione del
monumento di Re Vittorio Emanuele, ha delegato a rappresentarlo
al varo della _Sardegna_ S. A. R. il Duca di Genova.»
Il Billot nel trascrivere questo comunicato salta le parole «come fu già
annunziato». E registra tutte le ipotesi che furono fatte in Francia e
in Italia per spiegare «la decisione improvvisa di Crispi», mostrandosi
incerto se credere a quella che accennava al proposito di evitare un
avvenimento favorevole al ravvicinamento franco-italiano per non fare
dispiacere alla Germania, o all'altra che si riferiva a considerazioni
di politica interna. Comunque, egli conclude, «personne n'hésitait à en
rejeter sur Crispi la responsabilité exclusive».
La verità non è quella narrata dal Billot. Il governo italiano sarebbe
stato lieto dell'atto di cortesia della Francia, ed era assurdo credere
altrimenti, dopochè l'Italia aveva spontaneamente per la prima mandato
una squadra a Tolone. Quello che dispiacque al Re fu la discussione
fatta dalla stampa francese circa l'opportunità di quell'atto,
discussione nella quale l'idea della visita era stata aspramente
criticata, e, come allora soleva, le ingiurie all'Italia e al suo Re
erano state dispensate a piene mani.
Quando il governo francese annunziò la sua decisione, questa era passata
attraverso tali dissensi che aveva perduto il profumo della spontaneità;
non era la prima volta che i giornali rendevano un cattivo servizio alla
politica della Francia. E fu proprio il Re, senza alcun suggerimento di
Crispi, che decise di non recarsi al varo della _Sardegna_. Infatti è
del 27 agosto -- e non del 28, come narra il Billot -- la domanda che
questi fece alla Consulta, e porta la data del 27 il seguente
telegramma:
«_S. E. generale Pallavicini, primo aiutante di campo di
S. M._
Montechiari.
Ambasciatore di Francia mi ha fatto chiedere epoca nella quale
S. M. il Re si troverebbe alla Spezia, accennando intenzione suo
Governo di mandarvi parte squadra francese per ossequiare la
Maestà Sua. Attendo gli ordini di S. M, per la risposta da dare
al signor Billot.
_Crispi_.»
Questo telegramma era appena partito quando giunse a Crispi una lettera
del Rattazzi, ministro della real Casa, datata da Montechiari, 26
agosto, nella quale riferiva in questa guisa la volontà del Re:
«I giornali francesi continuano a discorrere della visita della
squadra francese alla Spezia in occasione del varo della
_Sardegna_. Per norma di V. E., è intenzione di S. M. di
astenersi dall'assistere al varo della _Sardegna_.»
Crispi approvò la decisione del Re di non recarsi alla Spezia, ne fece
avvertito il Billot e telegrafò a Parigi il 28:
«_Ambasciata Italiana_,
Parigi.
Ringraziando il signor Ribot della cortese intenzione, Ella può
prevenirlo -- quando le occorra vederlo -- che S. M. il Re non è
per recarsi alla Spezia per il varo della _Sardegna_, nè che a
tale gita potrebbero offrire occasione le manovre della nostra
flotta, essendo queste terminate.
_Crispi_.»
Il ritiro dell'on. Crispi dal governo pel voto parlamentare del 21
gennaio 1891, se fu salutato unanimemente dalla stampa francese come un
fausto avvenimento, non migliorò punto la condotta della Francia verso
l'Italia. Non era da attendersi il ritorno immediato ai rapporti
commerciali convenzionali tra i due paesi, poichè sussisteva nel
protezionismo dominante in Francia l'ostacolo che aveva reso
impossibile, al principio del 1888, la stipulazione di un nuovo trattato
di commercio; ma una prova di migliori disposizioni e un incoraggiamento
alla presunta francofilia del Ministero Rudinì poteva esser data con la
rinunzia alle tariffe differenziali che Crispi aveva abolito, per parte
nostra, sin dal 1.º gennaio 1890. La Francia, in fondo, attraverso
Crispi, aveva combattuta l'Italia perchè alleata con la Germania, e non
era disposta a contentarsi delle dichiarazioni amichevoli del nuovo
gabinetto italiano, come non si era arresa alle ripetute dichiarazioni
amichevoli di Crispi; essa esigeva che l'Italia si ritirasse dalla
Triplice alleanza. E il suo ambasciatore a Roma aspettava fidente la
scadenza del trattato, cioè il 20 maggio 1892:
«Si M. Rudinì s'abstenait, par une réserve bien explicable, de
manifester ses intentions relativement à la prolongation de la
_Triplice_, divers motifs permettaient de supposer qu'il était,
au fond, d'accord avec ceux qui désiraient, à l'échéance, rendre
à l'Italie sa complète liberté d'action.»[34]
[34] _Ibid._, pag. 287.
Ma l'illusione non fu di lunga durata; l'on Rudinì, che aveva chiamato
alla Consulta come suo collaboratore il conte d'Arco, anti-triplicista
dichiarato, dopo qualche mese di ambiguità rinnovò (giugno 1891) il
trattato che aveva ancora quasi un anno di vita.
Rinnovato il trattato del 1887 senza portarvi alcuna modificazione.
l'on. Rudinì iniziò quella politica «in partita doppia» il cui primo
effetto fu di alienarci l'appoggio incondizionato degli alleati, senza
disarmare l'inimicizia della Francia. L'unico vantaggio raggiunto da
questa politica fu di mitigare il linguaggio della stampa francese; ma
lo spirito pubblico in Francia non mutò a nostro riguardo, e i
deplorevoli eccessi di Aigues-Mortes lo dimostrarono. Perchè i nostri
vicini d'oltre Alpi ci guardassero con occhio meno arcigno, l'Italia
dovette abbandonare senza compensi la difesa dei suoi diritti in
Tunisia, e fu l'on. Rudinì che si assunse questa responsabilità tra il
primo e il secondo suo ministero, con la rinunzia al nostro veto per le
fortificazioni di Biserta e con le convenzioni italo-tunisine del 28
settembre 1896.
Sembra che facesse dippiù. Il 13 ottobre 1891 il signor Giers,
Cancelliere russo, trovandosi di passaggio in Italia fu invitato dal Re
Umberto a recarsi a Monza. Presente al colloquio era il marchese di
Rudinì. Si discorse della situazione politica europea e della necessità
di adoperarsi al mantenimento della pace. Il Re avrebbe detto al barone
Blanc che si sarebbe convenuto in quell'incontro l'intervento della
Russia in nostro favore, ove mai avvenisse un _casus foederis_. Non si
comprende bene la possibilità di un tale intervento se non supponendo
che l'Italia, offesa dalla Francia, rinunziasse al _casus foederis_ in
vantaggio dei suoi alleati, o che questi facessero altrettanto nel caso
che il _casus foederis_ si verificasse nel loro interesse. Nell'un caso
o nell'altro la Russia interverrebbe come mediatrice e sarebbe l'arbitra
della pace in Europa. Ma è da osservarsi che si sarebbe fatta astrazione
dall'importanza del litigio, e la pacificazione sarebbe sempre a danno
del più debole.
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Crispi compose il suo secondo ministero in dicembre 1893, all'indomani
dei tristi fatti di Aigues-Mortes, dove molti operai italiani erano
stati uccisi o feriti determinando in Italia un vivo risentimento,
accresciutosi dipoi pel verdetto della Corte di Angoulême che assolse
gli uccisori. Si presentò subito una questione delicata per l'indennità
dovuta alle vittime o alle loro famiglie. Il governo francese si
dichiarò pronto a presentare alle Camere un progetto di legge pel
pagamento della somma di 420 000 franchi, ma esigeva che anche da parte
del governo italiano si riconoscesse dovuta una indennità di 30 000
franchi ai cittadini francesi residenti in Italia, i quali erano stati
danneggiati durante le dimostrazioni popolari provocate da quei fatti.
Cotesta esigenza era ingiustificata, e senza precedenti; tuttavia, per
troncare l'increscioso incidente, Crispi ordinò che i 30 000 franchi
fossero pagati, senza indagare circa l'esistenza degli asseriti danni.
L'emozione prodotta in Italia per le manifestazioni di odio che avevano
determinato e accompagnato le uccisioni di Aigues-Mortes, dette
occasione al governo francese ad apprestamenti militari alla frontiera
italiana. E quando Crispi fu obbligato, appena ripreso il potere, a
richiamare una classe sotto le armi e a rimandare in Sicilia navi della
R. Marina, che aveva dapprima richiamate, per ristabilire l'ordine
pubblico gravemente compromesso, la stampa francese volle vedere in
quelle misure nientemeno che i prodromi di una prossima dichiarazione di
guerra! L'ambasciata d'Italia a Parigi riferiva che la nuova campagna
giornalistica suscitava inquietudini anche nei circoli parlamentari
francesi, e Crispi dovette far dire direttamente e per mezzo delle
Cancellerie delle potenze amiche che quelle inquietudini erano davvero
assurde e quasi puerili.
Il 19 marzo 1894 il duca di Cambridge, il venerando capo dell'esercito
britannico, trovandosi di passaggio a Madrid, esprimeva all'ambasciatore
Maffei la profonda impressione che aveva ricevuto osservando sulla
frontiera franco-italiana alle Alpi marittime «uno straordinario aumento
di truppe in pieno assetto di guerra» come se quel paese, da Cannes a
Ventimiglia, «fosse attualmente oggetto di una occupazione militare».
Il portafoglio degli affari esteri era stato affidato al barone Blanc,
già ambasciatore a Costantinopoli e bene al corrente della situazione
internazionale. La Francia, come si è detto, stava tuttavia in armi,
mentre le relazioni con la Germania, l'Austria-Ungheria e l'Inghilterra,
da ottime che erano state sino al 1891, si erano fatte tepide durante i
tre anni seguenti. Pur cercando, per quanto era possibile, di rinnovare
la intimità che aveva dato eccellenti risultati governando in Germania
il principe di Bismarck, l'on. Blanc volle fare il tentativo di troncare
la politica di dispetti della Francia, mostrandole il sincero desiderio
nostro di amicizia.
Occorreva per ciò un ambasciatore di grande autorità a Parigi, e l'on.
Blanc ebbe l'idea che cotesto rappresentante potesse essere il conte
Nigra, il quale si trovava a Vienna, ed era stato ambasciatore in
Francia per lunghi anni, sotto l'Impero e anche con la Repubblica, sino
al 1876. La corrispondenza che segue fa testimonianza del proposito del
Blanc, cui non mancò l'appoggio di Crispi:
«_Conte Nigra Ambasciata Italiana_,
Vienna.
Roma, 18-3-1894.
(_Personale_). D'accordo col Presidente del Consiglio, La prego
rendere un grande servizio al Re e al Paese accettando di
ritornare a Parigi. Conoscendo il Suo alto patriottismo sono
convinto che nessuna considerazione secondaria la farà esitare,
potendo Ella meglio di chicchessia assecondarci in una opera di
pacificazione che richiede speciale autorevolezza. Pensi alle
gravi circostanze del Paese che più che mai domandano
l'incondizionata abnegazione già da Lei tante volte dimostrata
per il bene pubblico.
_Blanc._»
«_S. E. Blanc_,
Roma.
Vienna, 18-3-1894.
(_Personale_). Se fossi persuaso che la mia presenza a Parigi
potesse giovare all'opera di pacificazione che è nelle
intenzioni del R. Governo, non esiterei, malgrado ogni
convenienza personale, ad accettare la proposta fattami in
termini così lusinghieri; ma io sono convinto che i miei
precedenti ben noti devono precludermi per sempre l'ambasciata a
Parigi. Le ricorderò che questi stessi precedenti impegnarono il
Ministero Depretis nel 1876 a richiamarmi da quel posto. In tale
convinzione, debbo ricusare un incarico che io so positivamente
di non potere disimpegnare. Ho poi qualche ragione di credere
che il mio trasloco farebbe cattiva impressione qui dove la mia
azione sembra essere apprezzata. Non insisto su quest'ultimo
motivo non avendo io la presunzione di credere che altri non
possa fare in questo posto quanto io fo. Insisto invece sulla
mia incompatibilità a Parigi, circa la quale la mia convinzione
è inconcussa.
_Nigra_.»
«_Conte Nigra Ambasciata Italiana_,
Vienna.
19-3-94.
(_Personale_). Sua accettazione avrebbe alto valore di
confermare programma suo e del Conte Kálnoky che alleanze
pacifiche sono conciliabili con buone relazioni con Francia come
con Russia. Suo rifiuto porrebbe in gran dubbio possibilità di
tale programma.
Il Governo, giudice delle necessità attuali, deve insistere nel
fare appello al suo patriottismo ed alla sua deferenza ai
desideri di Sua Maestà.
_Crispi_.»
«_A S. E. Crispi_,
Roma.
Vienna, 19-3-1894.
(_Personale_). Il programma cui Ella accenna può e dev'essere
tentato, ma appunto perchè l'esito è difficile e dubbio conviene
scegliere per un tale tentativo la persona adatta. Io non sono
questa persona e i miei precedenti mi rendono incompatibile col
posto di Parigi. Voglia farmi l'onore di credermi perchè so
positivamente ciò che le affermo. Sarei lieto se potessi
impiegare le forze che mi restano nel modo desiderato dal Re e
da Lei, ma il mio ritorno a Parigi è da me considerato come una
impossibilità storica e morale e nuocerebbe anzichè giovare
all'attuazione del programma che si ha in vista. Scrivo questo
all'amico più che al ministro. La prego di non insistere e di
non rendermi più dolorosa la necessità in cui Ella mi mette di
negarle qualche cosa. Io la servo qui con fedeltà e devozione e
amo credere con soddisfazione dei due Governi.
_Nigra_.»
Il proposito del ministero Crispi di migliorare le relazioni
franco-italiane era ben accetto a taluni uomini politici influenti della
Francia, quali Léon Say e Maurizio Rouvier, ex-ministri.
In aprile il Rouvier venne segretamente a Roma, ed ebbe due colloqui con
Crispi, il 14 e il 16 di quel mese, nei quali fu convenuta un'azione
simultanea a Parigi per indurre il governo francese e la stampa parigina
a cooperarsi per un riavvicinamento tra le due nazioni, il quale avrebbe
avuto per base la riattivazione dei rapporti commerciali mediante la
concessione reciproca della condizione della nazione più favorita, e la
cessione della ferrovia Tunisi-Goletta alla Francia. Naturalmente, il
primo ostacolo da superarsi era l'ostilità dell'opinione pubblica
francese, della quale era schiavo il governo, presieduto allora dal
signor Casimir-Perier. Questi, informato dal Rouvier dei colloqui avuti
con Crispi, si dichiarò favorevole in massima; disse anzi al suo
interlocutore: «la politica che noi seguiamo non ha altro risultato che
di _éterniser et aggraver la Triplice_, la quale non è causa, ma
conseguenza dei malintesi. «E aggiunse che se a stipulare un accordo
poteva rattenerlo prima la considerazione ch'esso avrebbe rafforzato la
posizione di un uomo considerato in Francia come gallofobo, doveva ora
convenire che tale prevenzione era vinta dal procedere leale di Crispi e
riconoscere che questi poteva fare in Italia ciò che altri non avrebbe
potuto, nè osato. Circa l'accordo commerciale il Casimir-Perier disse
che la corrente protezionista in Francia aveva ecceduto i limiti, e che
v'era qualcosa da fare per modificare un indirizzo anche politicamente
nocivo; ma che temeva l'opposizione dei meridionali per i vini. Concluse
che era necessario assicurarsi della Camera.
Il gabinetto Casimir-Perier rimase in minoranza alla Camera il 30
maggio; lo sostituì un gabinetto Dupuy, nel quale il signor Hanotaux
ebbe la direzione degli affari esteri. Il 24 giugno un anarchico
italiano, Caserio, uccise a Lione il presidente della Repubblica, Sadi
Carnot. Il governo e il popolo d'Italia, sinceramente commossi per quel
delitto, manifestarono il loro cordoglio con tale solennità che a molti
in Francia parve rivelare sentimenti non sospettati. Disgraziatamente,
il buon effetto di quella manifestazione fu in gran parte perduto per i
maltrattamenti usati in Francia a italiani colà residenti e per la
ripercussione che essi ebbero in Italia.
In luglio il Rouvier riprese l'opera sua presso il ministro Hanotaux,
dal quale ebbe la promessa che durante le prossime vacanze parlamentari
gli si sarebbe affidata la missione di venire in Italia per discutere
con Crispi le basi di un accordo. Ma quando venne a concretare i suoi
_desiderata_, l'Hanotaux chiese che l'Italia riconoscesse senza
restrizioni il protettorato francese in Tunisia e accettasse una
convenzione per la neutralizzazione dell'Harrar. Come corrispettivo
offriva di non sollevare questioni per l'occupazione italiana di
Kassala, che non interessava la Francia, e di non prendere partito in
Etiopia nè pro, nè contro l'Italia. Nulla circa le relazioni
commerciali; nulla circa la Tripolitania.
Il signor Rouvier pensò bene che non si voleva un accordo con l'Italia e
rinunziò alla propria iniziativa.
Sulla politica francese verso l'Italia gettano luce le lettere private
che a Crispi scriveva il Ressman, succeduto al generale Menabrea come
ambasciatore a Parigi. Ne riferiamo alcuni brani, avvertendo che il
Ressman, per la sua lunga permanenza in Francia e pel suo carattere
conciliante, era un ottimista:
«Qui la situazione è molto chiara. La Francia non vuole per ora
la guerra. In tutti i casi, non avendo un Trattato formale colla
Russia, avendo soltanto o la fede, o la promessa d'essere
assistita dalla Russia se fosse attaccata, non vuole attaccare
ed evita possibilmente ogni provocazione. Profondamente turbata
da un continuo lavorio sotterraneo, essa guarda da ogni parte, è
facile ai sospetti e sospetta noi più di tutti. Su Lei in
ispecie ha fermi gli occhi, diffidando ma non sapendo ancora se
debba sperare o temere. Epperò le più strane interpretazioni di
ogni suo atto sono ammesse, discusse e influiscono talvolta
sullo stesso atteggiamento degli uomini del Governo» (_24
gennaio 1894_).
«_Illustre Presidente ed amico carissimo_,
Non volli dopo il mio ritorno a Parigi attediarla con lettere
vuote e non Le scrissi, ma agii indefessamente con anima, per
secondare nel limite delle mie attribuzioni l'opera di
pacificazione ch'Ella sì magistralmente va compiendo all'interno
e che deve anche nei rapporti con questo paese produrre i
risultati ai quali mira la Sua politica. Non v'è dubbio che
l'orizzonte qui, verso il confine italiano, si rischiara a poco
a poco, che v'è intransigenza molto minore e che si comincia a
renderle giustizia, l'ingiustizia in fondo non essendo mai
consistita che nei timori che in diverse circostanze il suo
patriottismo ed il suo valore ispiravano. Fu un buon sintomo
anche il modo con cui le due Camere votarono l'accordo
monetario. In altri tempi sarebbe bastata l'idea che ciò potesse
giovare all'Italia per suscitare proteste.
Già un paio di volte, in conversazioni puramente confidenziali
col signor Casimir-Perier, esprimendogli il voto che si potesse
qui darci qualche prova di buon volere lo condussi a parlarmi
per il primo dei rapporti commerciali. La sua personale
influenza sulla Camera è grande, e le sue intenzioni sono buone.
Ne ho la prova anche dal fatto che in un recente convegno coi
Ministri delle Finanze, del Commercio e dell'Agricoltura, egli
accampò la questione se fosse possibile di trovare una
maggioranza in caso d'accordi con noi, almeno parziali, sulla
base della tariffa minima. Senza parlarmi di questo convegno,
egli ieri mi disse che non si fiderebbe di presentare alla
Camera un accordo con noi, se non fosse preceduto un accordo più
facilmente accettabile con altra Potenza (la Svizzera), e che
rispetto a noi una insormontabile difficoltà verrebbe sempre dai
vini, giacchè coll'eccesso della presente produzione nel
mezzogiorno della Francia tutti i viticoltori si alzerebbero
come un solo uomo contro il Ministro che proponesse di riaprire
più larghe le porte della concorrenza italiana.
Gli risposi che forse a questo punto, abbassando pure alquanto
la tariffa massima, potrebbe esservi modo d'intendersi mediante
altri compensi. A questo proposito Vostra Eccellenza stimerà
senza dubbio utile, come lo chiesi costì al conte Antonelli, di
far studiare in confronto della tariffa minima francese le
concessioni da noi offribili nell'eventualità di una futura
trattativa. A me, ora per allora, gioverebbe d'essere informato
delle intenzioni del E. Governo e del limite delle possibili sue
concessioni.
Il signor Casimir-Perier, che ha agito in un senso conciliante
verso di noi sopra una buona parte della stampa, mi disse
d'avere visti personalmente otto Direttori a tal fine e
m'espresse il suo compiacimento per il linguaggio che ora tien
verso la Francia la stampa italiana. A ciò il Quai d'Orsay bada
molto» (_22 marzo_).
«Malgrado l'atteggiamento preso da questa miserabile stampa
nella questione economica dopo il viaggio del Re a Venezia e
dopo la delusa speranza di vederci ridurre l'esercito, malgrado
le dichiarazioni mezze negative e mezze dilatorie fattemi da
Casimir-Perier, io non rinuncio alla speranza di approdare ad un
accordo commerciale quando le nostre più gravi questioni interne
saranno regolate. Abbiamo nel Consiglio qualche ministro
favorevolissimo, e più di tutti Burdeau. Egli già da tempo
incaricò il Direttore generale della dogana di preparargli uno
studio comparativo della nostra tariffa convenzionale colla
tariffa _minimum_ francese. Il Direttore signor Pallain che lo
fece e me ne informò confidenzialmente, mi disse che secondo i
suoi calcoli la tariffa minima francese sarebbe notevolmente più
vantaggiosa per noi, che la nostra convenzionale per la Francia.
E mi espresse l'avviso che in previsione della possibilità di
future trattative gioverebbe che un lavoro simile fosse
preparato anche da noi. Ella vedrà se non convenga seguire il
consiglio per essere pronti se mai.... matureranno le nespole.
Ad ogni modo, si perde il tempo anche peggio negli uffici.
Intanto spinge attivamente ad un'intesa anche Rouvier, che de'
suoi convegni con Lei riportò qui la migliore e la più utile
impressione. Oltre ai protezionisti arrabbiati ed agli
_chauvins_, abbiamo da lottare anche contro ogni specie
d'intrighi stranieri, d'ordine politico e d'ordine economico.
Gli Svizzeri e gli Spagnuoli tengono l'orecchio alle porte.
Bisognerà dunque, venuta l'ora, fare presto e segretamente e
fino a tanto che venga mi augurerei che la nostra stampa, la
quale già abbastanza accentuò il voto del nostro paese e le
buone disposizioni del nostro Governo, serbasse un prudente e
dignitoso silenzio. M'illudo forse persistendo a credere alla
possibilità d'una non lontanissima intesa; ma so quanto
facilmente qui si passa dal bianco al nero e l'ardente mio
desiderio di mettere questa vittoria al Suo attivo mi mostra gli
ostacoli meno insormontabili che taluno non creda.
E quantunque in questo Gabinetto vi sia un paio di giannizzeri
di Méline (i ministri del commercio e dell'agricoltura, questo
secondo ferocissimo), a noi conviene desiderare che si mantenga
il Presidente del Consiglio, essendo uomo di pronta risoluzione
e in tali disposizioni che la parte a noi più favorevole potrà
trascinarlo. Pur troppo, già battuto in breccia dai socialisti e
dai radicali, egli ora deludendo nei clericali le speranze che
la proclamazione dello «spirito nuovo» di Spuller aveva fatte
risorgere, si espone anche alle congiure pretine.
I nostri nemici vollero sfruttare contro di noi anche gli atti
addebitati al Generale Goggia, l'arresto e l'espulsione del
quale fecero qui non poca impressione. Ma fra otto giorni
nessuno ne parlerà più ed il savio e giustissimo linguaggio di
Lei nella nostra Camera fu un'opportuna prova che non cerchiamo
discussioni irritanti....
L'altr'ieri ho messo in vettura il nostro Verdi che si diportò
qui come un uomo di quaranta anni e fu instancabile dalla prima
ora all'ultima. Ogni pomeriggio, durante cinque ore, egli
dirigeva le ripetizioni del suo _Falstaff_, e quando lo ebbe
condotto in buon porto e ottenuto un vero trionfo, volle darsi
anche un po' di divertimento e salì fino alla lanterna della
Torre Eiffel! È vero che nella lanterna il celebre ingegnere
aveva fatto mettere fino dal 1889 un pianoforte in previsione di
visite simili. Nell'aprile del prossimo 1895 il grande maestro
farà dare qui il suo _Otello_ e spera di ritornare a metterlo in
scena. Non si potè dargli, come pure si sarebbe voluto, il Gran
Cordone della Legion d'Onore perchè non lo ebbe mai nessun
maestro nazionale. E Rossini morì semplice «commendatore
dell'ordine rosso» (_26 aprile_).
«Ho ringraziato Iddio con tutta l'anima di averla anche questa
volta preservata dal colpo d'un miserabile assassino e di non
aver lasciato distruggere da una palla la rinascente speranza
del nostro paese. Se potè esservi nell'istante dello scoppio un
baleno di amarezza nel suo cuore, se Ella sentì, una volta di
più, a quanta ingratitudine le imbecilli passioni possono far
scendere la bestia umana, ho per certo che grande deve essere la
Sua consolazione, immenso il Suo conforto vedendo come
dall'insano attentato scaturisca un vero plebiscito europeo che
proclama e consacra la sua altissima missione e trova rispetto
anche nelle file degli avversari.
Ho immediatamente ringraziato, nei termini stessi del Suo
telegramma, il Presidente del Consiglio ed il Ministro degli
affari esteri della Repubblica.
Il primo mi aveva espressamente detto che nel felicitarla lo
faceva in nome di tutto il Governo francese. Vari altri Ministri
che incontrai ieri alle corse di Longchamp, ov'era invitato da
Carnot al pari degli altri membri del Corpo diplomatico, mi
manifestarono anche individualmente sentimenti di simpatia per
Vostra Eccellenza.
Non contento di averle telegrafato, il Conte d'Aquila venne pure
a pregarmi di felicitarla scrivendole. E così fece Lord Dufferin
che serba il migliore ricordo dei rapporti avuti con Lei» (_18
giugno_).
«Jersera il Presidente della Repubblica[35] invitò a pranzo
tutti i Rappresentanti esteri qui accreditati e gl'inviati
speciali ch'erano stati incaricati dai loro Sovrani
d'intervenire in nome loro ai funerali Carnot. Sedendo alla
sinistra del Presidente, che continua a trattarmi da amico,
parlai a lungo con lui cercando con ogni parola ad agire
sull'animo suo nel senso dei voti da Lei espressi nel telegramma
direttomi in data del 29 giugno. Il signor Casimir-Perier è uomo
di mente molto aperta, uomo di iniziativa e di risoluzione, e lo
ha già provato. È sincero nel desiderio che i nostri due paesi
si ravvicinino. È sensibile al favore col quale la sua nomina fu
accolta in Italia. (E credo sarà buona politica quella
d'inspirare alla nostra stampa note simpatiche per lui e gli
elogi che merita il suo atteggiamento). Mi parlò con
apprezzamenti giusti ed in termini eccellenti dell'opera già da
Lei compita e ch'Ella andava continuando. Confessò che nello
scorso dicembre non avrebbe osato credere ad una sì felice
riuscita. Le rese ampia giustizia» (_4 luglio_).
[35] Casimir-Perier fu eletto presidente della Repubblica il 27 giugno
1894.
«L'occasione di discorrere delle cose nostre col Presidente
della Repubblica s'è offerta naturalmente e l'ho afferrata a
volo. Invitato da lui, andai ieri a Pont-sur-Seine (due ore e
mezza di ferrovia da Parigi), ove passa le sue vacanze in una
vasta e splendida proprietà di sua madre, per presentargli la
risposta del Re alla lettera notificante la sua elezione e per
riverirlo prima della mia partenza in congedo. Fu meco quant'era
possibile gentile e cordiale, mi tenne a colazione e dall'ora
del mio arrivo fino a quella della mia partenza, dalle 11 ½ fino
alle 4 ½ non mi lasciò un momento, compiacendosi a farmi
visitare da un'estremità all'altra l'esteso dominio (seicento
ettari) di casa Perier.
Le do in poche parole il sunto della parte politica de' nostri
lunghi colloqui. Il Presidente non vede nessun punto nero
pericoloso all'orizzonte e confida nel mantenimento della pace.
Egli constata con soddisfazione il procedere corretto e cortese
della Germania verso la Francia e ne attribuisce il merito,
oltrechè alla saviezza dell'Imperatore, alle concilianti
disposizioni del mio vecchio collega ed amico Münster, sempre
disposto ad evitare attriti. Non è ancora ufficialmente
informato di chi succederà all'ambasciatore d'Austria-Ungheria,
conte Hoyos, che per ragioni di famiglia decise di ritirarsi
nella vita privata, ma crede anch'egli probabile la nomina di
Wolkestein, ora ambasciatore austriaco a Pietroburgo.
Di Vostra Eccellenza mi parlò rendendo omaggio all'opera da Lei
compita, riconoscendo quali fossero le difficoltà di questa e
notando come anche la stampa ostile, soggiogata dai fatti, poco
a poco disarmava di fronte a Lei. Caddero pure tra noi alcune
parole sulla visita fattagli da Bonghi, il quale non gli lasciò
una.... grande impressione. Fece un'allusione, ma senza rancore,
alla frase allora attribuitagli circa la triplice alleanza,
mostrandosi contento che Bonghi stesso la avesse poi smentita.
I due capitoli principali su cui mi premeva di conoscere il
sentimento presente del signor Casimir-Perier erano, s'intende,
la questione commerciale e quella della delimitazione africana.
Come in conversazioni confidenziali recenti già me l'avevano
detto il Ministro degli affari esteri e il Direttore generale
delle Dogane, così anche il Presidente crede che sarà possibile,
prima che finisca l'anno, di rifare un accordo commerciale colla
Svizzera, una buona parte degli stessi meno arrabbiati
protezionisti desiderandolo. Il Direttore delle Dogane, come
altre volte lo scrissi all'Eccellenza Vostra, era stato
personalmente d'avviso che intavolando prima trattative
coll'Italia si avrebbe più facilmente ragione delle esigenze
della Svizzera; ma il Governo segue la corrente dell'opinione
parlamentare e non si fida di poterla dirigere o non osa
tentarlo. «Quantunque sia più facile un accordo colla Svizzera,
mi disse il Presidente, le condizioni politiche esistenti fra le
due repubbliche consigliandolo anch'essa, non dovete credere che
per motivo politico si indugi a trattare coll'Italia: le
difficoltà sono veramente e puramente d'ordine economico e
dipendenti da ragioni di concorrenza». E menzionò ad esempio il
vino. Gli risposi che considerando da un lato quanto sia
protezionista la stessa tariffa _minima_ francese e osservando
d'altra parte che la Francia l'applica ormai a quasi tutti gli
Stati, sarebbe tanto più difficile di vedere sole ragioni
economiche nell'esclusione dell'Italia inquantochè il danno
economico era reciproco. E gli citai, in quanto al vino, le
continue rimostranze della Camera di commercio francese di
Milano la quale in più articoli del suo bollettino diede la
prova del vantaggio che vi sarebbe per la Francia di prendere in
Italia, anzichè in Ispagna, quel vino di cui pur sempre
abbisognava l'industria di Bordeaux.
Quand'egli era Ministro degli affari esteri, io già tante volte
aveva espresso di mia iniziativa al signor Casimir-Perier il
desiderio che mediante una concordata delimitazione intorno ad
Obock fosse eliminata la possibilità d'attriti fra noi in
Africa, che un nuovo mio suggerimento a tal fine non poteva nè
sorprenderlo, nè parergli inopportuno. Gli raccontai ciò che da
ultimo era accaduto tra il signor Hanotaux e me e come la
questione fosse rimasta in sospeso, non senza mostrargli i
pericoli d'una situazione abbandonata al caso o alle conseguenze
di fatti compiuti. Gli dissi che per il Ministro degli affari
esteri di Francia le vacanze parlamentari mi sembravano
specialmente favorevoli per iniziare una trattativa senza la
pressione quotidiana della Commissione coloniale ed aggiunsi
d'essere certo che le entrature non sarebbero respinte da Vostra
Eccellenza. Il Presidente non si addentrò in una discussione, nè
recriminò contro il protocollo anglo-italiano; mostrò invece
buona volontà e prese l'impegno di parlarne con Hanotaux. Non
dubito che lo farà e che lo farà con buona intenzione; ma
Hanotaux già in precedenza m'aveva dichiarato che prima di
trattare egli avrebbe voluto assicurarsi della possibilità di
un'intesa. Allora egli non era preparato a formolare un
programma e disse che avrebbe ripresa la questione in serio
esame: ma se il risultato di quest'esame lo condusse a scoprire
un diritto della Francia sulla _città_ di Harrar, come
recentemente affermò a Lord Dufferin, prevedo che la buona
volontà del Presidente della Repubblica lascierà il tempo che
trova. Non è però meno vero che la persistente migliore
intuonazione della stampa francese a nostro riguardo rende poco
a poco il terreno più arabile, e se con ciò le tendenze generali
si modificheranno, crescerà pure l'influenza più benefica degli
amici nostri e degli uomini savii sui politicanti _chauvins_ e
intransigenti.
Per ora la grande preoccupazione del Governo francese sono gli
anarchici. Si avvedono un po' tardi d'aver lasciato fare al male
progressi enormi. Le minacce piovono su tutti i membri del
Governo e ciò che rivelano arresti, perquisizioni ed
interrogatorii non diminuisce le apprensioni. La sua naturale
arditezza e noncuranza del pericolo espone l'attuale Presidente
molto più che non fosse esposto l'infelice suo predecessore»
(_24 agosto_).
«Profittai dell'occasione per invocare il suo intervento presso
il Ministro degli affari esteri cui la dimane (come difatti ieri
feci) io doveva parlare degli intrighi sempre continuati dei
signori Chefneux e consorti in Etiopia. Gliene potei discorrere
tanto meglio inquantochè già sovente, quand'era Ministro degli
affari esteri, io mi era con lui querelato di quegli intrighi.
Protestò, come sempre fece, che il Governo non c'entrava per
nulla e non incoraggiava punto i maneggi di alcuni speculatori o
negozianti, e mi promise di raccomandare al signor Hanotaux ogni
possibile vigilanza.
La gioia del vecchio amico di Verdi, del signor Ambroise Thomas,
nel ricevere dalle mie mani il Gran Cordone Mauriziano che
Vostra Eccellenza m'inviò per lui, non ebbe limiti. Egli mi creò
perfino _barone_ nella lettera di ringraziamento che mi pregò e
che ho l'onore di trasmetterle qui unita. Peccato che non sia
più vegeto, e con ciò più capace di propaganda attiva, il caldo
amico francese che Ella ha nell'illustre decano di questi
compositori.
Sapendo di fare cosa grata a Verdi, io suggerii a questo
Ministro dell'Estero di dare la croce anche a Ricordi ed a
Boito. La mia proposta fu immediatamente accolta, talchè sono in
fatto compensate anche le decorazioni da Lei accordate ai
Direttori ed al Capo d'orchestra dell'Opera» (_1 novembre_).
Molti francesi vennero in quell'anno 1894 a Roma e furono ricevuti da
Crispi: i deputati Deloncle, Mermeix, Pichon, Léon Bourgeois, Ferdinando
Brunetière, il senatore R. Waddington, Emilio Zola e altri. Tutti
promisero di adoperarsi presso i loro amici per una pacificazione tra la
Francia e l'Italia, ma tornati in patria o non tennero parola o
constatarono la loro impotenza. «Il Billot -- scrisse Crispi nel suo
diario -- invece di aiutare l'opera mia, ha cospirato e continua a
cospirare coi miei nemici. Egli fa al suo governo dei rapporti
velenosi.»
In gennaio 1895 sollevò grande scalpore il richiamo da Parigi
dell'ambasciatore italiano. Il Ressman era da lunghi anni devoto
personalmente a Crispi; maggiore fu quindi il rammarico di questi quando
dovette constatare che dinanzi alla condotta malevola e insidiosa
dell'Hanotaux, l'azione del Ressman era inefficace. Nel diario di
Crispi, sotto la data di _giovedì, 6 gennaio 1895_, si legge:
«Del resto, sono otto mesi da che Ressman doveva essere
allontanato da Parigi. Io l'ho impedito difendendolo presso il
barone Blanc. Ora ho dovuto convincermi che Ressman non poteva
rendere utili servigi all'Italia.... Egli non ha influenza
presso il Governo francese.»
Il Billot, nel libro più volte citato[36], ha scritto a proposito del
richiamo del Ressman molte inesattezze. Lo ha attribuito a Crispi --
«car nul ne songeait à imputer au baron Blanc la responsabilité de la
décision prise» -- e per motivi personali, cioè perchè il Ressman non
seppe ottenere dal governo francese soddisfazione per alcuni articoli
del _Temps_ ingiuriosi contro il presidente del ministero italiano. È
certo che Crispi fu irritato dell'ingerenza di quel giornale ufficioso
del governo francese nella campagna personale condotta allora contro di
lui dal Cavallotti e compagni, ingerenza la quale gli confermava che
quella campagna di denigrazione aveva ispiratori e collaboratori
francesi. Egli aveva rilevato in uno degli articoli del _Temps_ talune
dichiarazioni fatte imprudentemente in Roma, con parole quasi identiche,
dal Billot, il 13 dicembre precedente, a un collega del corpo
diplomatico che glie le aveva riferite. A conferma di cotesto legittimo
risentimento valga il seguente telegramma:
[36] _France et Italie_, vol. II, pag. 96 e seguenti.
«_Ressman ambasciatore Italia_
Parigi.
Roma, 1.º gennaio 1895.
Il _Temps_ del 30 dicembre conferma la mala volontà ed il
contegno in questi ultimi tempi dell'ambasciatore di Francia in
Roma. Il signor Billot è stato una eccezione nella diplomazia
straniera presso il Quirinale, cospirando coi nostri avversarii
e riferendo cose strane al suo Governo. Il suo linguaggio con
alcuni suoi colleghi è stato sconveniente, e prova che nulla è
possibile tra la Francia e l'Italia quando coloro che dovrebbero
cooperarsi ad un accordo fra i due paesi lavorano a sempre più
inimicarli.
Vi scrivo ciò per vostra norma, convinto come io sono che anche
voi sarete impotente nella missione conciliatrice che vi avevo
affidata.
Sbagliano però Billot ed il suo Governo nei loro giudizii e
nelle opere loro; il Governo italiano resisterà alle congiure
comunque favorite dallo straniero.
_Crispi_.»
Ma se in quella circostanza la debolezza del Ressman potè dispiacere a
Crispi, le ragioni del richiamo erano più lontane e furono
sostanzialmente quelle indicate nel brano di diario qui avanti riferito.
È poi insussistente, anzi è contrario al vero, ciò che il Billot ha
affermato circa la cattiva impressione che il provvedimento del governo
italiano avrebbe prodotto presso gli _alleati_ e circa i consigli di
prudenza che da essi sarebbero stati dati.
Nel _Diario_ di Crispi troviamo:
«_6 gennaio ore 16 ½_ -- Visita del barone de Bülow.
Felicitazioni per richiamo di Ressman. Non godeva la fiducia nè
dell'ambasciatore inglese, nè del germanico.»
Al posto del Ressman fu inviato a Parigi il conte Tornielli,
ambasciatore a Londra, il quale il 18 febbraio 1895 presentò le lettere
credenziali al Presidente della Repubblica, Félix Faure, succeduto a
Casimir-Perier, dimissionario il 15 gennaio di quello stesso anno. Il
Tornielli, ricevuto con freddezza, potè grazie al suo tatto vincere
dappoi le diffidenze e tenere degnamente la rappresentanza del suo
paese. Le relazioni italo-francesi non mutarono, sebbene si evitassero
nuovi incidenti. L'alleanza franco-russa, proclamata per la prima volta
il 10 giugno alla tribuna parlamentare dai ministri Hanotaux e Ribot,
non giovò davvero a ispirare idee pacifiche alla politica della Francia,
la quale divenne più che mai altezzosa e attivamente malefica in Etiopia
agl'interessi italiani.
Di quest'azione parleremo altrove.
_Capitolo Sesto._ -- La Francia contro il credito italiano.
Tutto il mondo finanziario francese ostile. -- La guerra ai titoli
italiani. -- Crispi chiede l'intervento della finanza germanica. --
Bismarck e gli accordi del 1888. -- La campagna al ribasso del 1889. --
La stampa francese unanime consiglia l'espulsione dalla Francia dei
titoli italiani. -- Nuove difese dei banchieri tedeschi che si uniscono
in Sindacato nel 1890. -- Fondazione dell'_Istituto Italiano di Credito
Fondiario_. -- Fondazione della _Banca Commerciale Italiana_ sotto gli
auspicii di Crispi.
Una delle armi, la maggiore forse, che l'ostilità francese adoperasse
per punire l'Italia di essersi alleata alla Germania, fu il discredito
col quale colpì il Consolidato e gli altri valori italiani quotati alla
Borsa di Parigi.
La cospirazione ai nostri danni si estendeva a tutto il mondo
finanziario francese, ed era popolarizzata da una letteratura
impressionista che descriveva sui giornali la miseria delle popolazioni
italiane, _costrette ad emigrare in massa quando erano stanche di
nutrirsi d'erba_, e contristate dal brigantaggio; denunziava la
precarietà delle condizioni del Tesoro italiano, che affermava prossimo
al fallimento; e attribuiva tale stato spaventevole alle spese militari,
imposte da una politica estera anti-francese.
La speranza di «prenderci per fame», come dicevano, di costringerci ad
abbandonare la Triplice Alleanza col ritiro dei capitali investiti in
valori italiani e di determinare la sfiducia internazionale verso
l'Italia, era sicuramente mal fondata. Ma il danno di questa guerra
senza quartiere raggiungeva proporzioni considerevoli, poichè, dagli
inizii del Regno, la finanza nostra era orientata verso Parigi, e in
mani francesi si trovavano miliardi di rendita italiana. Gli avversari
interni dell'alleanza italo-germanica si giovavano, naturalmente, del
malumore che ne derivava e che si aggiungeva all'altro provocato dalla
rottura del trattato di commercio e dall'applicazione di tariffe
differenziali quasi proibitive. Il Governo italiano aveva il dovere di
preoccuparsene e di esigere che il Governo germanico si adoperasse a
neutralizzare, nella misura del possibile, questo effetto doloroso per
l'Italia di una politica che alla Germania non arrecava che beneficii.
Il principe di Bismarck interessato dall'on. Crispi nei primi mesi del
1888, influì premurosamente a decidere l'alta banca germanica a
intervenire in favore dei valori italiani. In una lettera del 18
febbraio di quell'anno il ministro Magliani scriveva a Crispi:
«Non ho risposto subito perchè desidero vedere la comunicazione
fatta dai banchieri berlinesi alla nostra Banca Nazionale.
Questa non è ancora giunta. Frattanto mi pare che possa
rispondersi mostrando la soddisfazione del nostro Governo, e
dichiarando che saranno prontamente spediti articoli, documenti
e notizie perchè la stampa tedesca faccia una campagna a favore
del credito italiano, e che si farà anche nota la forma che a
noi sembra più conveniente per un'operazione finanziaria a
Berlino.
Indicheremo con precisione l'opinione nostra, dal punto di vista
tecnico, su quello che meglio corrisponde allo scopo nelle
condizioni attuali. Fin d'ora si può dire che mezzi efficaci
sono:
1.º Ricomprare sul mercato di Parigi quanto più sia possibile di
rendita italiana;
2.º Indurre le Banche tedesche a scontare gli effetti cambiarii
del commercio italiano, mostrando di avere in noi la fiducia che
la Francia ci nega nel momento attuale.