L'Austria faccia la sua via. La deploro, ma non devo
inquietarmene.
Facendo il nostro dovere e governando fortemente l'Italia,
potremo a suo tempo aver ragione di dichiarare che non fu nostra
la colpa se le sorti dell'impero vicino precipiteranno.
Sempre agli ordini di V. M.
Il devotissimo servo
_F. Crispi_.»
Nel settembre un incidente del quale un suo collega del Ministero fu
piuttosto vittima che responsabile, contrariò vivamente Crispi e rese
inevitabile un provvedimento che lo addolorò molto.
In un banchetto offerto in Udine all'on. Seismit-Doda, ministro delle
Finanze, uno dei commensali, l'avv. Feder, brindando al Doda e
ricordando che nel 1848
«udita la rivoluzione di Vienna che fece scappare S. M.
Cattolica Apostolica Romana» da Trieste si recò a Venezia per
«partecipare a quell'Assemblea gloriosa che votò la resistenza
ad ogni costo», augurò che «Sua Eccellenza chiudesse la sua
laboriosa carriera.... con il viaggio inverso, su nave italiana,
col tricolore italico spiegato vittoriosamente al vento.»
L'on. Seismit-Doda sentì l'augurio e tacque; ma la stampa s'impossessò
dell'avvenimento e gli attribuì il valore che aveva, quello cioè di una
manifestazione irredentista, presente e presunto consenziente un
ministro del Re.
Crispi telegrafò subito al Doda meravigliandosi del suo contegno, e
rimproverandolo perchè lui e il prefetto non avevano abbandonato la sala
del banchetto.
«Rimanendo indifferenti -- soggiungeva -- avete implicitamente
aderito agli oratori e agli applausi. Capo del Governo, non devo
permettere che si dubiti della lealtà con la quale vengono
eseguiti i patti internazionali, nè far sospettare che uno solo
dei miei colleghi sia contrario alla mia politica.»
L'on. Seismit-Doda non poteva più rimanere ministro. Ma invece di
persuadersene s'irritò, fece comunicazioni ai giornali d'opposizione e
non si arrese all'invito amichevole di dar le dimissioni; cosicchè
Crispi fu costretto a proporre al Re un decreto di esonerazione
dall'ufficio.
La questione fu portata alla Camera e discussa nella tornata del 19
dicembre. Crispi reclamò un voto e la Camera, su di una mozione
presentata dall'on. Angelo Muratori, approvò la condotta di Crispi con
271 _sì_, contro 10 _no_ e 16 astenuti.
La sentenza della Corte suprema dell'Impero sullo scioglimento del _Pro
Patria_ fu pronunziata il 28 ottobre. Essa dette un colpo al cerchio e
l'altro alla botte: approvò l'ordinanza governativa, ma permise che la
Società disciolta si ricostituisse sotto la denominazione di _Lega
Nazionale_. In conclusione al decreto del 16 luglio si volle dare il
valore di un monito: che la Società italiana non si occupasse di
politica.
L'ultima fase dell'azione diplomatica di Crispi è rappresentata dai
seguenti telegrammi:
«_Ambasciata Italiana_,
Vienna.
Roma, 26 ottobre 1890.
(_Riservato_). Le parole dell'avvocato del governo imperiale
regio riferentisi società _Dante Alighieri_ innanzi al supremo
tribunale dell'Impero ed il giudizio dato sul signor Bonghi non
avrebbero grande importanza se fossero stati pronunciati da chi
non avesse avuto l'obbligo di conoscere le cose italiane. Dette
a Vienna producono fra noi impressione così strana da
costringerci a chiedere che almeno non ne resti traccia nella
sentenza che emanerà il 28 corrente il Tribunale contro il _Pro
Patria_. Il nostro onesto desiderio dovrebbe essere assecondato
poichè, altrimenti, il falso concetto ove si ripetesse in un
atto officiale, farebbe pessimo senso in Italia, specialmente in
questo momento. Del resto, lo stesso conte Kálnoky, parlando al
conte Nigra, avrebbe già riconosciuto l'errore di avere nella
questione del _Pro Patria_ citato la _Dante Alighieri_.
Nell'intrattenere d'urgenza su quanto precede il signor
Szögyeny, Ella vorrà inoltre adoperarsi perchè il _Fremdenblatt_
non continui co' suoi comunicati intorno la corrispondenza
vaticana col Nunzio Galimberti, poichè diversamente ci
troveremmo obbligati a pubblicare i documenti pontifici nella
loro integrità, il che nuocerebbe a tutti, salvochè a noi.
_Crispi_.»
«_S. E. Crispi_,
Roma.
Vienna, 26 ottobre 1890.
(_Riservato_). Ho comunicato a Szögyeny telegramma di V. E. di
iersera relativo nota _Fremdenblatt_. Szögyeny mi ha detto che
detta Nota era stata pubblicata soltanto per rispondere alle
domande che da varie parti erano state dirette al Ministero a
tale riguardo, e che essa non aveva altro scopo che di
constatare che qui non si aveva notizia alcuna della
corrispondenza scambiata tra il Vaticano e Monsignore
Galimberti. Szögyeny aggiunse che sarebbe stato dolentissimo se
si attribuisse un'intenzione qualsiasi sfavorevole verso
l'Italia al governo austro-ungarico, il quale non desiderava
punto ingerirsi in questione siffatta. Szögyeny mi pregò di
assicurare l'E. V. che, per quanto era in suo potere, avrebbe
provveduto a che pubblicazioni ufficiose in tal senso non
avessero luogo in avvenire.
_Avarna_.»
«_S. E. Crispi._
Vienna, 27 ottobre 1890.
(_Confidenziale_). Szögyeny è partito stamane di buon mattino
per la caccia e non sarà di ritorno che sul tardi nella sera.
La comunicazione, di cui Ella m'incarica, non potrà quindi
essergli fatta che domani.
Profitto occasione per sottometterle alcune considerazioni.
Il principale capo di accusa contro il _Pro Patria_ è.....(?) di
essa con la _Dante Alighieri_.
Questa accusa fu ribattuta dall'avvocato Lovisoni che difese
vittoriosamente la _Dante Alighieri_ e l'on. Bonghi, dimostrando
i loro scopi leali. Contro ciò il rappresentante del Governo
mantenne l'accusa con parole ch'Ella desidera non ne resti
traccia nella sentenza.
I passi di cui Ella m'incarica, ove fossero bene accolti,
metterebbero questo Governo in contradizione e
giustificherebbero la domanda sporta dal _Pro Patria_ di essere
riabilitato, ciò che il Governo austro-ungarico non sembra
disposto a fare.
Qualora l'E. V. giudicasse che, malgrado ciò, io faccia a
Szögyeny la comunicazione in discorso, io non mancherò di
eseguire col maggior impegno e premura le di Lei istruzioni. In
tal caso io la pregherei di telegrafarmi di urgenza i suoi
ordini.
_Avarna_.»
«_Ambasciata Italiana_,
Vienna.
Roma, 27 ottobre 1890.
(_Urgente_). Il fatto d'avere noi lasciato sussistere la _Dante
Alighieri_, dovrebbe bastare di prova a codesto Governo che
quella società non ha scopi politici, ma solamente letterari.
Altrimenti sarebbe stata sciolta come sciogliemmo altri
sodalizi. Voglia quindi dar corso alle mie istruzioni facendo
conoscere anche quanto precede al signor Szögyeny.
_Crispi_.»
«_S. E. Crispi_,
Roma.
Vienna, 28 ottobre 1890.
Ho comunicato a Szögyeny i due telegrammi di V. E. relativi alla
_Dante Alighieri_, esponendogli le varie considerazioni in essi
svolte. Szögyeny mi ha detto che Kálnoky non aveva mancato di
far conoscere a Taaffe il colloquio da esso avuto col R.
Ambasciatore relativamente ai falsi apprezzamenti qui portati
sopra la _Dante Alighieri_ e sopra l'onorevole Bonghi. Szögyeny
ha aggiunto che, siccome il Ministero degli Affari Esteri non
aveva alcuna azione diretta sul Presidente della Corte Suprema,
egli si sarebbe oggi stesso recato d'urgenza dal Conte Taaffe
per parlargli nel senso dei due telegrammi di V. E. da me
comunicatigli, manifestandogli il desiderio di lei. Szögyeny mi
ha detto che, a parer suo, la sentenza non conterrebbe alcuna
cosa che potesse essere spiacevole al governo del Re e alla E.
V.
_Avarna_.»
Le elezioni generali del dicembre 1890 venendo dopo un lungo periodo di
agitazioni promosse dal partito radicale, furono per questo una grande
sconfitta. Tra le felicitazioni giunte d'ogni parte a Crispi non
mancarono quelle austriache. Il conte Nigra in un telegramma dell'11
gennaio 1891, interessante anche perchè toccava altro argomento spinoso,
si faceva eco delle felicitazioni di Francesco Giuseppe:
«Ieri essendo a pranzo dall'Imperatore, S. M. si congratulò con
me delle ultime elezioni in Italia e rese in termini calorosi
testimonianza della fermezza e abilità con cui è condotta la
politica interna ed esterna dell'Italia. Le ripeto le stesse
frasi perchè l'Imperatore è in generale molto sobrio di
apprezzamenti. Aggiunse che la Triplice alleanza costava
sacrifici, ma che era riuscita ad ottenere il fine di preservare
la pace in Europa. Passato il discorso alla questione economica
spiegai a S. M. la vera ragione della prorogata facoltà di
denunciare il Trattato vigente, che è di dare ai due Governi la
possibilità di esaminare la nuova situazione quale uscirà dai
negoziati in corso fra l'Austria-Ungheria e la Germania allo
scopo di migliorare possibilmente il Trattato per ambo le parti.
L'Imperatore s'informò poi con interesse del Re e della Regina.
L'Imperatrice mi disse che era dolente di non avere avuto
occasione nel suo viaggio in Italia di far visita alla Regina,
della quale parlò nei termini i più lusinghieri e mi domandò se
le sarebbe possibile visitarla altrove che a Roma.
Io risposi che credevo che la Regina sarebbe stata per parte sua
sempre felice d'incontrarsi coll'Imperatrice in qualunque luogo,
ma che vi era qualche cosa più potente che la volontà dei Re e
delle Regine, e questa era la pubblica opinione del paese, la
quale non avrebbe approvato la visita altrove che a Roma.»
E quando pel voto di dispetto del 31 gennaio 1891 Crispi fu lasciato
andar via da chi avrebbe avuto dovere e interesse di mantenerlo al
governo, il Cancelliere d'Austria-Ungheria telegrafava al suo
ambasciatore a Roma, barone de Bruck, come segue:
«5 febbraio 1891.
Je prie V. E. de chercher sans tarder une occasion pour exprimer
à Mr. de Crispi mes plus vifs regrets sur sa decision de se
retirer et de lui dire que pendant tout le temps qu'il était au
pouvoir, la manière loyale et caracteristique d'un homme d'état
superieur avec laquelle il a su conduire d'une main énergique
les affaires politiques, était d'un avantage inappreciable pour
la cause de la paix européenne et pour les rapports entre nous
et l'Italie.
Je doute que l'Italie possède un autre homme d'état qui sache
juger et mener les affaires intérieures et extérieures de son
pays d'une façon aussi éminente que Mr. de Crispi, ce qui me
porte à admettre qu'il ne se retirera pas de la scène politique
sur laquelle il occupe un rôle aussi prépondérant.
_Kálnoky_.»
E l'organo della Cancelleria, il _Fremdenblatt_, dedicava
all'avvenimento un articolo di fondo (4 febbraio) di cui riferiamo
solamente le prime righe:
«Con Francesco Crispi è caduto un grande ministro. Crispi è uno dei più
eminenti fra i personaggi che nell'odierna Europa rappresentano una
parte politica; è una figura sorprendente, caratteristica, superiore.
Egli portò seco nella vita pubblica il temperamento del siciliano; uno
spirito vivace e bollente, ma insieme avveduto, calcolatore, che in lui
si accoppia a sommi talenti e ad una indomabile energia. È in questi
ultimi anni che il mondo imparò a conoscere in quest'uomo, che
fin'allora aveva sostenuta una parte soltanto nel ristretto cerchio
della politica interna italiana, un personaggio singolare ed
importante.»
In dicembre 1893 Crispi riassunse il governo del paese nelle note gravi
condizioni, e il barone de Bruck, tuttavia ambasciatore a Roma, fu tra i
primi a recargli, coi suoi, i saluti del Cancelliere Kálnoky e i
migliori augurii «pour la grande tâche» che si era addossata. E il conte
Nigra, ancora da Vienna con le «sincere congratulazioni per il suo
ritorno al potere» gli telegrafava:
«Vostra Eccellenza avrà visto che la di Lei presenza al Governo
è salutata con fiducia dall'opinione pubblica di questo paese,
conforme a quello del Governo imperiale.»
L'opera di Crispi per ristabilire l'ordine pubblico, turbato
specialmente in Sicilia e in Lunigiana, era seguìta con simpatia anche
in Austria; e quando in giugno 1894 l'energico ministro fu oggetto di un
secondo attentato, quello di Paolo Lega che gli sparò contro a
bruciapelo, fortunatamente senza colpirlo, il conte Nigra scrivendo al
Ministro degli affari esteri attestava che il fatto aveva suscitato
«l'indignazione contro l'assassino e la calorosa simpatia verso
l'illustre patriotta italiano».
Ma in ottobre di quell'anno, Crispi ebbe motivo di forte lagnanza contro
il governo imperiale per un'ordinanza che imponeva agl'italiani
dell'Istria l'uso delle iscrizioni e diciture anche in lingua croata,
facendo nascere una grande agitazione in tutti i paesi austriaci di
lingua italiana, la quale si ripercuoteva in Italia. Le difficoltà
contro le quali Crispi lottava allora strenuamente erano così gravi, che
la nuova vessazione austriaca l'irritò. Al conte Nigra egli scriveva in
lettera privata:
«Procediamo con difficoltà nel governo del paese, ma
procediamo.... Giunge intanto inopportuno il movimento
dell'Istria. Esso è argomento di agitazione per gli avversari
del Governo.... L'Austria intanto avrebbe potuto essere più
prudente. Impero poliglotta, la sua potenza verrebbe dal
rispetto di tutte le nazionalità, delle quali si compone lo
Stato. E poi parmi che mal cotesto Governo si fidi degli Slavi,
i quali tengon fissi gli sguardi a Pietroburgo. Aggiungasi, che
l'opera di annullare la lingua italiana nelle opposte sponde
adriatiche è difficile, e con la violenza diviene impossibile. È
più facile italianizzare gli Slavi, che slavizzare gl'Italiani.
Cotesta politica, praticata prima del 1848, aveva la sua ragione
d'essere. Oggi manca di scopo, perchè il Governo italiano
mantiene lealmente l'amicizia col vicino Impero.
Io non oso far proposte, ma se Ella potesse dire una buona
parola a Kálnoky, farebbe opera saggia. Accordino agl'Italiani
gli stessi diritti accordati alle altre nazionalità e
conserveranno la pace all'Impero, e l'eco dei disordini non si
ripercuoterà nella penisola nostra.»
Come in passato, dopo aver fatto direttamente al governo austriaco le
sue rimostranze, sul successo delle quali non poteva avere una fiducia
assoluta per lo spirito tenacemente sospettoso di quell'ambiente
governativo, Crispi chiese l'intervento a Vienna della potenza ch'era
interessata alle buone relazioni italo-austriache, e si rivolse
all'imperatore Guglielmo:
«_Conte Lanza Ambasciatore d'Italia_,
Berlino.
Roma, 5 novembre 1894.
La condotta del Governo austriaco nella Istria manca di ogni
buon senso.
L'Impero essendo poliglotta, è necessità di vita per esso
rispettare tutte le nazionalità e specialmente l'italiana e la
tedesca che sono le sole civili.
La preferenza per gli slavi è a danno suo e a danno di tutti.
Non devo nascondere che quella agitazione mette il Governo
italiano in una difficile situazione e rende nel popolo sempre
più antipatica la nostra alleanza con l'Austria, che non è punto
amata nel paese.
Io farò il mio dovere, ma non mi si ponga in condizione da
essere obbligato a dimettermi.
Vegga subito l'Imperatore e lo scongiuri ad interporsi perchè
cessi cotesta questione delle lingue e si rispetti l'italiana
come la slava.
_Crispi_.»
L'ambasciatore forse non indovinò l'animo di Crispi e gli parve che
l'incarico che gli veniva dato non potesse eseguirsi con la rapidità
richiestagli; certo, rispose in maniera che a Crispi parve accusasse
tepidezza:
«Non posso, naturalmente, vedere Imperatore quando voglio, ma
devo aspettare propizia occasione, oppure chiedere udienza, cosa
troppo insolita e lunga non essendo S. M. mai ferma.
In tutti i modi, se non direttamente almeno per mezzo
Cancelliere farò oggi pervenire orecchio S. M. Imperiale
condizioni in cui politica Austria-Ungheria in Istria mette
Italia.
Non dubito S. M. Imperiale farà, come meglio potrà, pervenire
consigli a Vienna.»
Crispi replicò:
«Dopo ventisette mesi che ella, generale del nostro esercito e
ambasciatore, è di residenza a Berlino, mi stupisce che non
abbia ottenuto il benefizio di vedere l'Imperatore tutte le
volte che l'esigenza della politica internazionale possa
richiederlo.
Non posso nasconderle che il di lei telegramma è molto
sconsolante.»
A questo brusco rimprovero l'ambasciatore inviò telegraficamente le sue
dimissioni. Crispi non le accettò: «Faccia il dover suo innanzi tutto e
poscia vedrò come convenga provvedere». Ma nel mentre si svolgeva questa
concitata corrispondenza, l'imperatore, informato, ordinava al conte
Eulenburg, ambasciatore germanico a Vienna che si trovava in quei giorni
a Berlino, di raggiungere subito la propria residenza e di dar consigli
nel senso desiderato da Crispi e nell'interesse della saldezza
dell'alleanza.
Il 7 novembre l'ambasciatore di Germania a Roma, de Bülow, si recava a
visitare Crispi per assicurarlo che l'imperatore aveva esaudito il di
lui desiderio. Lo pregava altresì a nome del suo Sovrano di non
accettare le dimissioni del Lanza. Il generale Lanza era molto stimato a
Berlino e l'imperatore ne apprezzava il tatto e le qualità di perfetto
gentiluomo. L'incidente fu risoluto come risulta dai seguenti
telegrammi:
«_S. E. Lanza_,
Berlino.
Stassera è venuto il signor De Bülow e mi ha pregato di non
accettare le di lei dimissioni. Ha soggiunto che lasciando lei a
Berlino avrei fatto un favore all'Imperatore. Ho risposto che
giammai ebbi in mente di fare cosa sgradita all'augusto sovrano
della Germania ed or dichiaro a lei che ciò mi è tanto più grato
inquantochè il fatto mi assicura ch'ella potrà essere utile al
nostro paese presso S. M. I. R.
_Crispi_.»
«_S. E. Crispi_,
Roma.
Berlino, 8 novembre 1894.
Ringrazio l'E. V. telegramma di questa notte, in seguito al
quale metto naturalmente ogni decisione nelle sue mani.
Segue lettera particolare.
_Lanza_.»
«_Generale Lanza Ambasciatore Italiano_,
Berlino.
Roma, 8 novembre 1894.
Quello che a me preme è soltanto questo, ch'ella mi faccia
conoscere i risultati delle sue pratiche di cui la incaricai col
mio telegramma del giorno 5.
_Crispi_.»
«_S. E. Crispi_,
Roma.
Berlino, 11 novembre 1894.
(_Riservato_). Avendo fatto esprimere a S. M. l'Imperatore mio
desiderio di parlargli, Egli, che oggi era a Potsdam, mi mandò
invito recarmi colà, e, cosa insolita, in giornata di festa. Mi
trattenne varie ore nel circolo di famiglia. Gli ripetei le cose
fattegli esporre dal Cancelliere. S. M. mi ha tenuto presso a
poco seguente discorso:
«Dite a Crispi che ammiro energia che spiega in servizio del Re
e della Patria rispetto patti internazionali. Deploro vivamente
difficoltà che gli suscita condotta Governo austro-ungarico in
Istria, come ne suscitò a me nelle provincie polacche. Vi ho
fatto già comunicare ordine che ho personalmente dato mio
ambasciatore a Vienna. Insisterò in quel senso, dolente non
potere, come vorrei, agire direttamente verso l'Imperatore
Austria, dal quale non soffrirei menomo accenno a mie cose
interne e al quale, quindi, non posso toccare argomento sua
politica interna. Continuerò, però, a fare quanto sta in me per
mettere Governo austro-ungarico in guardia contro pericoli che
la sua condotta verso nazionali italiani può fare correre
saldezza alleanza.
_Lanza_»
«_Conte Lanza Ambasciata Italiana_,
Berlino.
Roma, 12 novembre 1894.
La ringrazio del telegramma di stanotte, il quale mi prova che
io non avevo torto quando la spinsi a vedere l'Imperatore. Ella,
soldato e patriotta, mi comprende e spero che sempre andremo di
accordo.
Faccia arrivare allo Imperatore l'espressione dei miei
sentimenti di gratitudine e vedendolo o scrivendogli manifesti a
S. M. I. R. che la tranquillità delle provincie italiane dello
Impero austriaco è necessaria alla sicurezza dell'alleanza.
_Crispi_.»
È fuori di dubbio che facendo una politica interna severa e leale,
Crispi potè ottenere dall'Austria tutto quello che era possibile,
costringendo la stessa Cancelleria dell'Impero a temperare prevenzioni e
sistemi di polizia inveterati del governo austriaco. Quando il conte
Kálnoky giunse alla fine della sua carriera, abbandonando l'eminente
posizione tenuta durante i due periodi del governo di Crispi, espresse
al conte Nigra il giudizio ch'è riferito qui appresso:
«_S. E. Crispi_,
Roma.
Vienna, 18 maggio 1895.
_Caro signor Presidente_,
Il conte Kálnoky, nel prendere oggi congedo da me, mi incaricò
espressamente di farle sapere come esso porti il migliore
ricordo delle relazioni ufficiali e personali che ebbe con Lei.
Egli rese in termini commossi testimonianza della lealtà di
procedere del Governo da Lei diretto verso Austria-Ungheria, e
degli eminenti servizii che Ella rese e rende alla causa della
Triplice Alleanza, e a quella, che ne dipende, della
pacificazione europea, mediante la sua autorevole e ferma azione
all'interno e all'estero. «L'Imperatore, mi disse egli, divide
con me questo modo di vedere e posso assicurarvi che il mio
successore, interprete della volontà del suo sovrano, seguirà
verso l'Italia le tradizioni di amicizia sincera e di fiducia
reciproca, che formano uno dei principali legati della mia
successione».
Compio l'incarico affidatomi scrivendole queste proprie parole
del conte Kálnoky, e aggiungendo soltanto che esse hanno tanto
maggior valore, quanto più grande è, per indole, la riserva in
chi le pronunziò nell'abbondare in dimostrazioni di tal natura.
Voglia credermi, come le sono di cuore,
Dev.mo amico
_Nigra_.»