28 agosto 1890.

L'Austria faccia la sua via. La deploro, ma non devo

inquietarmene.

Facendo il nostro dovere e governando fortemente l'Italia,

potremo a suo tempo aver ragione di dichiarare che non fu nostra

la colpa se le sorti dell'impero vicino precipiteranno.

Sempre agli ordini di V. M.

Il devotissimo servo

_F. Crispi_.»

Nel settembre un incidente del quale un suo collega del Ministero fu

piuttosto vittima che responsabile, contrariò vivamente Crispi e rese

inevitabile un provvedimento che lo addolorò molto.

In un banchetto offerto in Udine all'on. Seismit-Doda, ministro delle

Finanze, uno dei commensali, l'avv. Feder, brindando al Doda e

ricordando che nel 1848

«udita la rivoluzione di Vienna che fece scappare S. M.

Cattolica Apostolica Romana» da Trieste si recò a Venezia per

«partecipare a quell'Assemblea gloriosa che votò la resistenza

ad ogni costo», augurò che «Sua Eccellenza chiudesse la sua

laboriosa carriera.... con il viaggio inverso, su nave italiana,

col tricolore italico spiegato vittoriosamente al vento.»

L'on. Seismit-Doda sentì l'augurio e tacque; ma la stampa s'impossessò

dell'avvenimento e gli attribuì il valore che aveva, quello cioè di una

manifestazione irredentista, presente e presunto consenziente un

ministro del Re.

Crispi telegrafò subito al Doda meravigliandosi del suo contegno, e

rimproverandolo perchè lui e il prefetto non avevano abbandonato la sala

del banchetto.

«Rimanendo indifferenti -- soggiungeva -- avete implicitamente

aderito agli oratori e agli applausi. Capo del Governo, non devo

permettere che si dubiti della lealtà con la quale vengono

eseguiti i patti internazionali, nè far sospettare che uno solo

dei miei colleghi sia contrario alla mia politica.»

L'on. Seismit-Doda non poteva più rimanere ministro. Ma invece di

persuadersene s'irritò, fece comunicazioni ai giornali d'opposizione e

non si arrese all'invito amichevole di dar le dimissioni; cosicchè

Crispi fu costretto a proporre al Re un decreto di esonerazione

dall'ufficio.

La questione fu portata alla Camera e discussa nella tornata del 19

dicembre. Crispi reclamò un voto e la Camera, su di una mozione

presentata dall'on. Angelo Muratori, approvò la condotta di Crispi con

271 _sì_, contro 10 _no_ e 16 astenuti.

La sentenza della Corte suprema dell'Impero sullo scioglimento del _Pro

Patria_ fu pronunziata il 28 ottobre. Essa dette un colpo al cerchio e

l'altro alla botte: approvò l'ordinanza governativa, ma permise che la

Società disciolta si ricostituisse sotto la denominazione di _Lega

Nazionale_. In conclusione al decreto del 16 luglio si volle dare il

valore di un monito: che la Società italiana non si occupasse di

politica.

L'ultima fase dell'azione diplomatica di Crispi è rappresentata dai

seguenti telegrammi:

«_Ambasciata Italiana_,

Vienna.

Roma, 26 ottobre 1890.

(_Riservato_). Le parole dell'avvocato del governo imperiale

regio riferentisi società _Dante Alighieri_ innanzi al supremo

tribunale dell'Impero ed il giudizio dato sul signor Bonghi non

avrebbero grande importanza se fossero stati pronunciati da chi

non avesse avuto l'obbligo di conoscere le cose italiane. Dette

a Vienna producono fra noi impressione così strana da

costringerci a chiedere che almeno non ne resti traccia nella

sentenza che emanerà il 28 corrente il Tribunale contro il _Pro

Patria_. Il nostro onesto desiderio dovrebbe essere assecondato

poichè, altrimenti, il falso concetto ove si ripetesse in un

atto officiale, farebbe pessimo senso in Italia, specialmente in

questo momento. Del resto, lo stesso conte Kálnoky, parlando al

conte Nigra, avrebbe già riconosciuto l'errore di avere nella

questione del _Pro Patria_ citato la _Dante Alighieri_.

Nell'intrattenere d'urgenza su quanto precede il signor

Szögyeny, Ella vorrà inoltre adoperarsi perchè il _Fremdenblatt_

non continui co' suoi comunicati intorno la corrispondenza

vaticana col Nunzio Galimberti, poichè diversamente ci

troveremmo obbligati a pubblicare i documenti pontifici nella

loro integrità, il che nuocerebbe a tutti, salvochè a noi.

_Crispi_.»

«_S. E. Crispi_,

Roma.

Vienna, 26 ottobre 1890.

(_Riservato_). Ho comunicato a Szögyeny telegramma di V. E. di

iersera relativo nota _Fremdenblatt_. Szögyeny mi ha detto che

detta Nota era stata pubblicata soltanto per rispondere alle

domande che da varie parti erano state dirette al Ministero a

tale riguardo, e che essa non aveva altro scopo che di

constatare che qui non si aveva notizia alcuna della

corrispondenza scambiata tra il Vaticano e Monsignore

Galimberti. Szögyeny aggiunse che sarebbe stato dolentissimo se

si attribuisse un'intenzione qualsiasi sfavorevole verso

l'Italia al governo austro-ungarico, il quale non desiderava

punto ingerirsi in questione siffatta. Szögyeny mi pregò di

assicurare l'E. V. che, per quanto era in suo potere, avrebbe

provveduto a che pubblicazioni ufficiose in tal senso non

avessero luogo in avvenire.

_Avarna_.»

«_S. E. Crispi._

Vienna, 27 ottobre 1890.

(_Confidenziale_). Szögyeny è partito stamane di buon mattino

per la caccia e non sarà di ritorno che sul tardi nella sera.

La comunicazione, di cui Ella m'incarica, non potrà quindi

essergli fatta che domani.

Profitto occasione per sottometterle alcune considerazioni.

Il principale capo di accusa contro il _Pro Patria_ è.....(?) di

essa con la _Dante Alighieri_.

Questa accusa fu ribattuta dall'avvocato Lovisoni che difese

vittoriosamente la _Dante Alighieri_ e l'on. Bonghi, dimostrando

i loro scopi leali. Contro ciò il rappresentante del Governo

mantenne l'accusa con parole ch'Ella desidera non ne resti

traccia nella sentenza.

I passi di cui Ella m'incarica, ove fossero bene accolti,

metterebbero questo Governo in contradizione e

giustificherebbero la domanda sporta dal _Pro Patria_ di essere

riabilitato, ciò che il Governo austro-ungarico non sembra

disposto a fare.

Qualora l'E. V. giudicasse che, malgrado ciò, io faccia a

Szögyeny la comunicazione in discorso, io non mancherò di

eseguire col maggior impegno e premura le di Lei istruzioni. In

tal caso io la pregherei di telegrafarmi di urgenza i suoi

ordini.

_Avarna_.»

«_Ambasciata Italiana_,

Vienna.

Roma, 27 ottobre 1890.

(_Urgente_). Il fatto d'avere noi lasciato sussistere la _Dante

Alighieri_, dovrebbe bastare di prova a codesto Governo che

quella società non ha scopi politici, ma solamente letterari.

Altrimenti sarebbe stata sciolta come sciogliemmo altri

sodalizi. Voglia quindi dar corso alle mie istruzioni facendo

conoscere anche quanto precede al signor Szögyeny.

_Crispi_.»

«_S. E. Crispi_,

Roma.

Vienna, 28 ottobre 1890.

Ho comunicato a Szögyeny i due telegrammi di V. E. relativi alla

_Dante Alighieri_, esponendogli le varie considerazioni in essi

svolte. Szögyeny mi ha detto che Kálnoky non aveva mancato di

far conoscere a Taaffe il colloquio da esso avuto col R.

Ambasciatore relativamente ai falsi apprezzamenti qui portati

sopra la _Dante Alighieri_ e sopra l'onorevole Bonghi. Szögyeny

ha aggiunto che, siccome il Ministero degli Affari Esteri non

aveva alcuna azione diretta sul Presidente della Corte Suprema,

egli si sarebbe oggi stesso recato d'urgenza dal Conte Taaffe

per parlargli nel senso dei due telegrammi di V. E. da me

comunicatigli, manifestandogli il desiderio di lei. Szögyeny mi

ha detto che, a parer suo, la sentenza non conterrebbe alcuna

cosa che potesse essere spiacevole al governo del Re e alla E.

V.

_Avarna_.»

Le elezioni generali del dicembre 1890 venendo dopo un lungo periodo di

agitazioni promosse dal partito radicale, furono per questo una grande

sconfitta. Tra le felicitazioni giunte d'ogni parte a Crispi non

mancarono quelle austriache. Il conte Nigra in un telegramma dell'11

gennaio 1891, interessante anche perchè toccava altro argomento spinoso,

si faceva eco delle felicitazioni di Francesco Giuseppe:

«Ieri essendo a pranzo dall'Imperatore, S. M. si congratulò con

me delle ultime elezioni in Italia e rese in termini calorosi

testimonianza della fermezza e abilità con cui è condotta la

politica interna ed esterna dell'Italia. Le ripeto le stesse

frasi perchè l'Imperatore è in generale molto sobrio di

apprezzamenti. Aggiunse che la Triplice alleanza costava

sacrifici, ma che era riuscita ad ottenere il fine di preservare

la pace in Europa. Passato il discorso alla questione economica

spiegai a S. M. la vera ragione della prorogata facoltà di

denunciare il Trattato vigente, che è di dare ai due Governi la

possibilità di esaminare la nuova situazione quale uscirà dai

negoziati in corso fra l'Austria-Ungheria e la Germania allo

scopo di migliorare possibilmente il Trattato per ambo le parti.

L'Imperatore s'informò poi con interesse del Re e della Regina.

L'Imperatrice mi disse che era dolente di non avere avuto

occasione nel suo viaggio in Italia di far visita alla Regina,

della quale parlò nei termini i più lusinghieri e mi domandò se

le sarebbe possibile visitarla altrove che a Roma.

Io risposi che credevo che la Regina sarebbe stata per parte sua

sempre felice d'incontrarsi coll'Imperatrice in qualunque luogo,

ma che vi era qualche cosa più potente che la volontà dei Re e

delle Regine, e questa era la pubblica opinione del paese, la

quale non avrebbe approvato la visita altrove che a Roma.»

E quando pel voto di dispetto del 31 gennaio 1891 Crispi fu lasciato

andar via da chi avrebbe avuto dovere e interesse di mantenerlo al

governo, il Cancelliere d'Austria-Ungheria telegrafava al suo

ambasciatore a Roma, barone de Bruck, come segue:

«5 febbraio 1891.

Je prie V. E. de chercher sans tarder une occasion pour exprimer

à Mr. de Crispi mes plus vifs regrets sur sa decision de se

retirer et de lui dire que pendant tout le temps qu'il était au

pouvoir, la manière loyale et caracteristique d'un homme d'état

superieur avec laquelle il a su conduire d'une main énergique

les affaires politiques, était d'un avantage inappreciable pour

la cause de la paix européenne et pour les rapports entre nous

et l'Italie.

Je doute que l'Italie possède un autre homme d'état qui sache

juger et mener les affaires intérieures et extérieures de son

pays d'une façon aussi éminente que Mr. de Crispi, ce qui me

porte à admettre qu'il ne se retirera pas de la scène politique

sur laquelle il occupe un rôle aussi prépondérant.

_Kálnoky_.»

E l'organo della Cancelleria, il _Fremdenblatt_, dedicava

all'avvenimento un articolo di fondo (4 febbraio) di cui riferiamo

solamente le prime righe:

«Con Francesco Crispi è caduto un grande ministro. Crispi è uno dei più

eminenti fra i personaggi che nell'odierna Europa rappresentano una

parte politica; è una figura sorprendente, caratteristica, superiore.

Egli portò seco nella vita pubblica il temperamento del siciliano; uno

spirito vivace e bollente, ma insieme avveduto, calcolatore, che in lui

si accoppia a sommi talenti e ad una indomabile energia. È in questi

ultimi anni che il mondo imparò a conoscere in quest'uomo, che

fin'allora aveva sostenuta una parte soltanto nel ristretto cerchio

della politica interna italiana, un personaggio singolare ed

importante.»

In dicembre 1893 Crispi riassunse il governo del paese nelle note gravi

condizioni, e il barone de Bruck, tuttavia ambasciatore a Roma, fu tra i

primi a recargli, coi suoi, i saluti del Cancelliere Kálnoky e i

migliori augurii «pour la grande tâche» che si era addossata. E il conte

Nigra, ancora da Vienna con le «sincere congratulazioni per il suo

ritorno al potere» gli telegrafava:

«Vostra Eccellenza avrà visto che la di Lei presenza al Governo

è salutata con fiducia dall'opinione pubblica di questo paese,

conforme a quello del Governo imperiale.»

L'opera di Crispi per ristabilire l'ordine pubblico, turbato

specialmente in Sicilia e in Lunigiana, era seguìta con simpatia anche

in Austria; e quando in giugno 1894 l'energico ministro fu oggetto di un

secondo attentato, quello di Paolo Lega che gli sparò contro a

bruciapelo, fortunatamente senza colpirlo, il conte Nigra scrivendo al

Ministro degli affari esteri attestava che il fatto aveva suscitato

«l'indignazione contro l'assassino e la calorosa simpatia verso

l'illustre patriotta italiano».

Ma in ottobre di quell'anno, Crispi ebbe motivo di forte lagnanza contro

il governo imperiale per un'ordinanza che imponeva agl'italiani

dell'Istria l'uso delle iscrizioni e diciture anche in lingua croata,

facendo nascere una grande agitazione in tutti i paesi austriaci di

lingua italiana, la quale si ripercuoteva in Italia. Le difficoltà

contro le quali Crispi lottava allora strenuamente erano così gravi, che

la nuova vessazione austriaca l'irritò. Al conte Nigra egli scriveva in

lettera privata:

«Procediamo con difficoltà nel governo del paese, ma

procediamo.... Giunge intanto inopportuno il movimento

dell'Istria. Esso è argomento di agitazione per gli avversari

del Governo.... L'Austria intanto avrebbe potuto essere più

prudente. Impero poliglotta, la sua potenza verrebbe dal

rispetto di tutte le nazionalità, delle quali si compone lo

Stato. E poi parmi che mal cotesto Governo si fidi degli Slavi,

i quali tengon fissi gli sguardi a Pietroburgo. Aggiungasi, che

l'opera di annullare la lingua italiana nelle opposte sponde

adriatiche è difficile, e con la violenza diviene impossibile. È

più facile italianizzare gli Slavi, che slavizzare gl'Italiani.

Cotesta politica, praticata prima del 1848, aveva la sua ragione

d'essere. Oggi manca di scopo, perchè il Governo italiano

mantiene lealmente l'amicizia col vicino Impero.

Io non oso far proposte, ma se Ella potesse dire una buona

parola a Kálnoky, farebbe opera saggia. Accordino agl'Italiani

gli stessi diritti accordati alle altre nazionalità e

conserveranno la pace all'Impero, e l'eco dei disordini non si

ripercuoterà nella penisola nostra.»

Come in passato, dopo aver fatto direttamente al governo austriaco le

sue rimostranze, sul successo delle quali non poteva avere una fiducia

assoluta per lo spirito tenacemente sospettoso di quell'ambiente

governativo, Crispi chiese l'intervento a Vienna della potenza ch'era

interessata alle buone relazioni italo-austriache, e si rivolse

all'imperatore Guglielmo:

«_Conte Lanza Ambasciatore d'Italia_,

Berlino.

Roma, 5 novembre 1894.

La condotta del Governo austriaco nella Istria manca di ogni

buon senso.

L'Impero essendo poliglotta, è necessità di vita per esso

rispettare tutte le nazionalità e specialmente l'italiana e la

tedesca che sono le sole civili.

La preferenza per gli slavi è a danno suo e a danno di tutti.

Non devo nascondere che quella agitazione mette il Governo

italiano in una difficile situazione e rende nel popolo sempre

più antipatica la nostra alleanza con l'Austria, che non è punto

amata nel paese.

Io farò il mio dovere, ma non mi si ponga in condizione da

essere obbligato a dimettermi.

Vegga subito l'Imperatore e lo scongiuri ad interporsi perchè

cessi cotesta questione delle lingue e si rispetti l'italiana

come la slava.

_Crispi_.»

L'ambasciatore forse non indovinò l'animo di Crispi e gli parve che

l'incarico che gli veniva dato non potesse eseguirsi con la rapidità

richiestagli; certo, rispose in maniera che a Crispi parve accusasse

tepidezza:

«Non posso, naturalmente, vedere Imperatore quando voglio, ma

devo aspettare propizia occasione, oppure chiedere udienza, cosa

troppo insolita e lunga non essendo S. M. mai ferma.

In tutti i modi, se non direttamente almeno per mezzo

Cancelliere farò oggi pervenire orecchio S. M. Imperiale

condizioni in cui politica Austria-Ungheria in Istria mette

Italia.

Non dubito S. M. Imperiale farà, come meglio potrà, pervenire

consigli a Vienna.»

Crispi replicò:

«Dopo ventisette mesi che ella, generale del nostro esercito e

ambasciatore, è di residenza a Berlino, mi stupisce che non

abbia ottenuto il benefizio di vedere l'Imperatore tutte le

volte che l'esigenza della politica internazionale possa

richiederlo.

Non posso nasconderle che il di lei telegramma è molto

sconsolante.»

A questo brusco rimprovero l'ambasciatore inviò telegraficamente le sue

dimissioni. Crispi non le accettò: «Faccia il dover suo innanzi tutto e

poscia vedrò come convenga provvedere». Ma nel mentre si svolgeva questa

concitata corrispondenza, l'imperatore, informato, ordinava al conte

Eulenburg, ambasciatore germanico a Vienna che si trovava in quei giorni

a Berlino, di raggiungere subito la propria residenza e di dar consigli

nel senso desiderato da Crispi e nell'interesse della saldezza

dell'alleanza.

Il 7 novembre l'ambasciatore di Germania a Roma, de Bülow, si recava a

visitare Crispi per assicurarlo che l'imperatore aveva esaudito il di

lui desiderio. Lo pregava altresì a nome del suo Sovrano di non

accettare le dimissioni del Lanza. Il generale Lanza era molto stimato a

Berlino e l'imperatore ne apprezzava il tatto e le qualità di perfetto

gentiluomo. L'incidente fu risoluto come risulta dai seguenti

telegrammi:

«_S. E. Lanza_,

Berlino.

Stassera è venuto il signor De Bülow e mi ha pregato di non

accettare le di lei dimissioni. Ha soggiunto che lasciando lei a

Berlino avrei fatto un favore all'Imperatore. Ho risposto che

giammai ebbi in mente di fare cosa sgradita all'augusto sovrano

della Germania ed or dichiaro a lei che ciò mi è tanto più grato

inquantochè il fatto mi assicura ch'ella potrà essere utile al

nostro paese presso S. M. I. R.

_Crispi_.»

«_S. E. Crispi_,

Roma.

Berlino, 8 novembre 1894.

Ringrazio l'E. V. telegramma di questa notte, in seguito al

quale metto naturalmente ogni decisione nelle sue mani.

Segue lettera particolare.

_Lanza_.»

«_Generale Lanza Ambasciatore Italiano_,

Berlino.

Roma, 8 novembre 1894.

Quello che a me preme è soltanto questo, ch'ella mi faccia

conoscere i risultati delle sue pratiche di cui la incaricai col

mio telegramma del giorno 5.

_Crispi_.»

«_S. E. Crispi_,

Roma.

Berlino, 11 novembre 1894.

(_Riservato_). Avendo fatto esprimere a S. M. l'Imperatore mio

desiderio di parlargli, Egli, che oggi era a Potsdam, mi mandò

invito recarmi colà, e, cosa insolita, in giornata di festa. Mi

trattenne varie ore nel circolo di famiglia. Gli ripetei le cose

fattegli esporre dal Cancelliere. S. M. mi ha tenuto presso a

poco seguente discorso:

«Dite a Crispi che ammiro energia che spiega in servizio del Re

e della Patria rispetto patti internazionali. Deploro vivamente

difficoltà che gli suscita condotta Governo austro-ungarico in

Istria, come ne suscitò a me nelle provincie polacche. Vi ho

fatto già comunicare ordine che ho personalmente dato mio

ambasciatore a Vienna. Insisterò in quel senso, dolente non

potere, come vorrei, agire direttamente verso l'Imperatore

Austria, dal quale non soffrirei menomo accenno a mie cose

interne e al quale, quindi, non posso toccare argomento sua

politica interna. Continuerò, però, a fare quanto sta in me per

mettere Governo austro-ungarico in guardia contro pericoli che

la sua condotta verso nazionali italiani può fare correre

saldezza alleanza.

_Lanza_»

«_Conte Lanza Ambasciata Italiana_,

Berlino.

Roma, 12 novembre 1894.

La ringrazio del telegramma di stanotte, il quale mi prova che

io non avevo torto quando la spinsi a vedere l'Imperatore. Ella,

soldato e patriotta, mi comprende e spero che sempre andremo di

accordo.

Faccia arrivare allo Imperatore l'espressione dei miei

sentimenti di gratitudine e vedendolo o scrivendogli manifesti a

S. M. I. R. che la tranquillità delle provincie italiane dello

Impero austriaco è necessaria alla sicurezza dell'alleanza.

_Crispi_.»

È fuori di dubbio che facendo una politica interna severa e leale,

Crispi potè ottenere dall'Austria tutto quello che era possibile,

costringendo la stessa Cancelleria dell'Impero a temperare prevenzioni e

sistemi di polizia inveterati del governo austriaco. Quando il conte

Kálnoky giunse alla fine della sua carriera, abbandonando l'eminente

posizione tenuta durante i due periodi del governo di Crispi, espresse

al conte Nigra il giudizio ch'è riferito qui appresso:

«_S. E. Crispi_,

Roma.

Vienna, 18 maggio 1895.

_Caro signor Presidente_,

Il conte Kálnoky, nel prendere oggi congedo da me, mi incaricò

espressamente di farle sapere come esso porti il migliore

ricordo delle relazioni ufficiali e personali che ebbe con Lei.

Egli rese in termini commossi testimonianza della lealtà di

procedere del Governo da Lei diretto verso Austria-Ungheria, e

degli eminenti servizii che Ella rese e rende alla causa della

Triplice Alleanza, e a quella, che ne dipende, della

pacificazione europea, mediante la sua autorevole e ferma azione

all'interno e all'estero. «L'Imperatore, mi disse egli, divide

con me questo modo di vedere e posso assicurarvi che il mio

successore, interprete della volontà del suo sovrano, seguirà

verso l'Italia le tradizioni di amicizia sincera e di fiducia

reciproca, che formano uno dei principali legati della mia

successione».

Compio l'incarico affidatomi scrivendole queste proprie parole

del conte Kálnoky, e aggiungendo soltanto che esse hanno tanto

maggior valore, quanto più grande è, per indole, la riserva in

chi le pronunziò nell'abbondare in dimostrazioni di tal natura.

Voglia credermi, come le sono di cuore,

Dev.mo amico

_Nigra_.»

Questioni internazionali · 第 23 / 37 题