_Capitolo Quarto._ -- Le relazioni italo-austriache e l'irredentismo.
Come nacque l'irredentismo anti-austriaco. -- La campagna del 1866. --
Il punto di vista di Andrássy e il compito della diplomazia. -- Il
movimento irredentista nel 1889. -- Dichiarazioni parlamentari e
parallela azione diplomatica di Crispi. -- Scioglimento del «Comitato
per Trento e Trieste». -- Un giudizio di Francesco Giuseppe su Crispi.
-- L'imperatore deplora di non poter venire a Roma. -- Il processo
Ulmann; come fu abbandonato dal governo austriaco. -- Lo scioglimento
della Società _Pro Patria_ e la _Dante Alighieri_. -- Protesta di
Crispi. -- Corrispondenza Crispi-Nigra. -- Agitazioni irredentiste. --
Scioglimento dei Circoli _Oberdank_ e _Barsanti_. -- La Società _Pro
Patria_ può ricostituirsi sotto il nome di _Lega Nazionale_. -- Le
dimissioni di Crispi nel 1891 e l'Austria. -- L'agitazione dell'Istria
nel 1894. -- Crispi domanda l'intervento dell'imperatore Guglielmo e
l'ottiene. -- L'ambasciatore Lanza. -- Il ritiro di Kálnoky.
L'irredentismo anti-austriaco nacque all'indomani della disgraziata
campagna del 1866. Ognuno sa che il 25 luglio di quell'anno Garibaldi fu
fermato sulle balze del Trentino e obbligato a ripassare la frontiera da
un telegramma del Capo dello Stato Maggiore, e ministro presso il Re,
generale Lamarmora, nel quale era detto che «considerazioni politiche
esigevano imperiosamente la conclusione dell'armistizio» e il ritiro dal
Tirolo delle schiere garibaldine. Garibaldi obbedì a malincuore e nel
paese rimase l'impressione che si sarebbero allora ottenuti i confini
naturali d'Italia alle Alpi Giulie se la guerra non fosse stata condotta
con incoerenza inesplicabile e se la pace non fosse stata conclusa
affrettatamente.
«Una sera -- ha lasciato scritto Crispi -- il discorso cadde
sulla guerra del 1866. Io gli chiesi [al principe di Bismarck]
perchè non levò la sua voce per fare avere all'Italia il
Trentino. Egli mi rispose: la questione della cessione dei
territorii fu trattata e definita tra i due imperatori,
Napoleone e Francesco Giuseppe, prima della conchiusione della
pace, senza il nostro intervento.
Appare chiarissimo -- soggiunge Crispi -- che l'intervento di
Napoleone nelle cose nostre fu anche nel 1866 funesto all'opera
della unificazione italiana. Nè noi, nè la Prussia potemmo
spiegare la nostra volontà. Fu dato il Veneto entro i limiti
delle frontiere amministrative impedendoci di ottenere le Alpi
orientali.»
Altrove abbiamo narrato le vicende del movimento irredentista, che ebbe
dapprima (1868) a suo centro il comune di Palmanova presso la frontiera
austriaca, e un giornale, _Il Confine orientale d'Italia_, che cominciò
le sue pubblicazioni a Udine in gennaio 1870; abbiamo altresì accennato
incidentalmente all'azione esercitata da Crispi in favore dei sudditi
austriaci di nazionalità italiana. Qui vogliamo documentare con dati
precisi l'accorgimento col quale l'on. Crispi regolò durante il suo
governo le relazioni italo-austriache, difficili e delicate tra le
agitazioni irredentiste e le esorbitanze della polizia politica
dell'Austria.
Non si deve tacere che Crispi non pensò mai che gl'italiani potessero
rinunziare ad ottenere la loro frontiera naturale coll'impero austriaco.
Egli pensava che è debole uno Stato le cui frontiere sieno aperte e
deplorò più volte che i ministeri italiani non avessero saputo cogliere
le occasioni favorevoli per definire la questione rimasta insoluta nel
1866. Una lettera privata del 1.º luglio 1891 ci rivela che Crispi
contava di affrontare quella questione in occasione del rinnovamento del
trattato della Triplice Alleanza. Dopo avere risollevato il prestigio
dell'Italia e acquistato personalmente autorità e fiducia presso il
governo austriaco, Crispi sperava di riuscire. Ma, come è noto, egli
lasciò il governo (31 gennaio 1891) circa un anno e mezzo prima che il
trattato scadesse (30 maggio 1892). Nella citata lettera Crispi
scriveva:
«Al 1882 non ci volevano nella lega perchè non avevamo un
esercito importante; perchè si diffidava di noi, e per gli
elementi irredentisti nel gabinetto e pei ricordi del 1866.
Oggi ci vogliono, e l'alleanza con l'Italia è festeggiata a
Berlino e Vienna. Perchè? Pel milione dugentomila soldati che
possiamo mettere in campo, e per la sicurezza che faremo il
nostro dovere.
Nel rinnovamento del trattato potevamo far sentire il peso delle
nostre forze. Lo si poteva e si doveva, chiedendo per compenso
almeno una rettificazione delle frontiere. E l'avremmo potuto
ottenere, sapendo agire. A Vienna se l'aspettavano; e Berlino
avrebbe pesato sopra Vienna.»
È certo che l'Austria non rinunzierà al Tirolo italiano se non sotto la
pressione di circostanze eccezionali. Ma al 1891 quando Crispi cedette
all'on. di Rudinì la direzione della politica estera si era già lontani
nelle sfere ufficiali austriache da quello stato d'animo che ispirava al
Cancelliere dell'Impero, conte Andrássy, la lettera del 24 marzo 1874
all'ambasciatore imperiale a Roma, conte Wimpffen.
In essa l'Andrássy scriveva:
«Rapporti provenienti da fonti diverse ci hanno segnalato il
partito preso col quale certi giornali italiani incoraggiano le
speranze di alcuni malcontenti a Trieste e nel paese di Trento.
Il colloquio che recentemente avete avuto col signor
Visconti-Venosta sull'argomento e del quale m'informate nella
vostra lettera particolare del 18 aprile offrendomene
l'occasione, ne profitto per indicarvi le mie vedute.
Io sono convintissimo della riprovazione che incontra e
incontrerà in avvenire, tanto presso il Re che presso i
ministri, ogni velleità d'annessione, e noi non possiamo che
essere riconoscenti al Governo italiano della premura messa
nello sconfessare qualsiasi agitazione in tal senso. Non mi
sembrerebbe meno conforme al nostro comune interesse
d'intenderci per impedire un movimento sostenuto da una parte
della stampa italiana, del quale uno dei più grandi
inconvenienti è di fornire le armi al partito che non vede di
buon occhio il consolidamento dei rapporti d'amicizia tra
l'Austria-Ungheria e l'Italia.
Trattando di tale argomento con gli uomini di Stato italiani, mi
sembra opportuno che noi ci poniamo non al nostro punto di
vista, ma a quello dell'Italia. È questo lato della questione
che tengo a chiarire con le osservazioni che seguono.
Il partito esaltato in Italia, sperando di ottenere un
rimaneggiamento territoriale a spese nostre, sembra che confonda
la situazione esistente quando fu compiuta l'unificazione
dell'Italia, con quella oggi esistente.
Dal tempo in cui l'imperatore Napoleone era sul trono e dava la
mano alle aspirazioni nazionali, allorchè l'Austria, trovandosi
isolata, senza alleanze, di fronte ad una Prussia mal disposta e
ad una Russia ancora irritata per la nostra attitudine durante
la guerra di Crimea, era obbligata a difendere contro il
sentimento nazionale le Provincie che possedeva in Italia, non
era difficile provocare una crociata contro l'occupazione
straniera, la quale, si diceva, calpestava il suolo della
patria, e la parola d'ordine dell'Italia libera sino al mare
poteva infiammare gli spiriti anche oltre i confini della
Penisola.
Di tutti i motori che alimentavano allora tale movimento, non ne
esiste più alcuno. Non occorre entrare in spiegazioni minute per
mostrare che la situazione è cambiata da cima a fondo.
L'Austria-Ungheria, da parte sua, non pensa a rivendicare i suoi
antichi possessi italiani.
Oggi le relazioni fra i due paesi riposano sul mutuo
riconoscimento delle circoscrizioni territoriali quali sono
state stabilite dai trattati. Bene o male che siano stati
tracciati, i confini esistenti sono la base invariabile della
conservazione dei buoni rapporti fra i due paesi. Se un partito
qualsiasi, col pretesto della comunanza di lingua, volesse
domandare la cessione del Tirolo meridionale o d'una parte del
nostro litorale, non sarebbe l'Austria anch'essa in diritto di
reclamare il quadrilatero come indispensabile alla buona difesa
del suo territorio? Ritornare su tale questione significherebbe
dare _a priori_ ragione al diritto del più forte.
Dinanzi ad una situazione così pienamente mutata, la persistenza
d'una agitazione simile a quella che il Governo imperiale e
reale dovette combattere in altri tempi, non è più motivata nè
dai bisogni, nè dagli interessi dell'Italia.
Ciononostante, non è ancora raro veder sorgere delle opinioni
che denotano una tendenza a disconoscere l'inviolabilità del
nuovo stato territoriale. Taluni giornali, specialmente, sembra
che si propongano lo scopo d'incoraggiare le velleità di coloro
che guardano con occhio di cupidigia una contrada situata al di
qua delle nostre frontiere.
Taluno di questi giornali, è vero, fa appello non già ad una
soluzione con la forza, ma ad un accomodamento amichevole. Ma
anche per questa via, è necessario ch'io dica che non potremmo
consentire a modificare l'ordine di cose consacrato dai
trattati? Ce lo impedirebbe, innanzi tutto, il principio stesso
che sarebbe messo in questione. Il giorno che ammettessimo un
mutamento siffatto sulla base di una delimitazione etnografica,
analoghe pretese sorgerebbero e sarebbe quasi impossibile
respingerle. Non potremmo infatti cedere all'Italia popolazioni
affini per lingua senza provocare artificialmente, presso le
nazionalità poste sulle frontiere dell'Impero, un movimento
centrifugo verso le nazionalità sorelle prossime ai nostri
Stati. Cotesto movimento ci porrebbe nell'alternativa di
rassegnarci alla perdita di quelle provincie, ovvero, sempre
conformemente al sistema delle nazionalità, d'incorporare nella
monarchia le contrade limitrofe. Consentire ad un principio
siffatto sarebbe lo stesso che sacrificare l'integrità della
monarchia o essere trascinati a deviare dalla politica di
conservazione della pace e dello _statu-quo_ che seguiamo
nell'interesse nostro e dell'Europa in generale.
Si consideri, d'altronde, dove condurrebbe l'idea delle
frontiere etnografiche se potesse generalizzarsi. Se una
questione di tale natura si volesse sollevarla tra
l'Austria-Ungheria e la Germania, dove si troverebbe il _punto
d'arresto_, e non sarebbe una sorgente dei più gravi conflitti?
Che cosa avverrebbe se delle rivendicazioni analoghe nascessero
tra la Germania e la Russia, tra le razze slave incuneate nello
stesso territorio tedesco, tra le popolazioni di diversa origine
che abitano nell'Impero ottomano, le quali, _frazionate_ e
commiste come sono, formano le configurazioni territoriali più
bizzarre e più ribelli a qualsiasi tracciato di una razionale
frontiera? Evidentemente la guerra di tutti contro tutti sarebbe
la conseguenza di simili discussioni.
Un lavoro di decomposizione e di ricostituzione, quale lo
sognano taluni utopisti non farebbe altro adunque che dar campo
a innumerevoli competizioni e comprometterebbe, così, il riposo
e la sicurezza generale.
Certamente, la corrente da cui sono derivate le grandi
agglomerazioni nazionali, ha avuto la sua ragion d'essere; ma se
oggi ch'esse sono costituite si pretendesse riprendere questo
lavoro _en sous oeuvre_ e proseguire, sino nei minimi dettagli,
l'applicazione dell'etnologia alla politica, si metterebbe
imprudentemente in questione l'ordine europeo formatosi
attraverso tanti dolori e si evocherebbe il caos.
Gli uomini di Stato che trovansi ora al potere in Italia sono
troppo illuminati perchè occorra entrare con essi in ampie
spiegazioni su tale argomento.
Oggi che non esiste in Austria-Ungheria nessun partito
importante che aspiri a rivendicare le antiche possessioni
italiane dell'Impero; oggi che tutti nel nostro paese, obliando
i dissensi del passato, riconoscono l'Italia unita quale esiste
attualmente, come una garanzia essenziale della pace e
dell'equilibrio europeo; oggi quello di cui l'Italia potesse
voler appropriarsi a nostre spese, non potrebbe avere per essa
un valore comparabile ai vantaggi assicuratile dalle buone
intelligenze con la Monarchia austro-ungarica. Io ho la
convinzione che S. M. il Re, al pari de' suoi consiglieri, si
trovino in quest'ordine d'idee. E quindi non v'è ombra di
rimprovero al loro indirizzo nelle osservazioni che precedono.
Vi ho insistito unicamente per impegnarli a unirsi a noi nello
scopo di combattere d'accordo i pericoli derivanti dalle
agitazioni annessioniste per il mantenimento dei buoni rapporti
tra i due paesi.
Noi siamo lontani dal chiedere garanzie contro siffatte
agitazioni al Governo italiano: la nostra Monarchia trova nelle
sue proprie forze il rimedio contro il male ch'esse potrebbero
cagionare. E neppure pensiamo a imputare al Governo del Re il
linguaggio della stampa indipendente: sappiamo per esperienza
che sarebbe irragionevole prendersela con le autorità di un
paese per tutte le aberrazioni dei giornali che vi si
pubblicano.
Tutto quello che noi desideriamo è, che i ministri italiani,
nella misura dell'influenza che sono in grado di esercitare su
taluni organi, vogliano adoperarsi a far cessare le agitazioni
di cui si tratta. Io penso che basterà di richiamare la loro
attenzione sulle considerazioni che ho segnalate, perchè
provvedano ai mezzi d'imprimere allo spirito pubblico una
direzione conforme alla nuova situazione.»
L'argomentazione del conte Andrássy non era senza valore dinanzi alle
rivendicazioni più larghe dell'irredentismo, a quelle cioè che si
estendono a tutti i paesi di lingua italiana dell'Impero; era, invece,
poco efficace dinanzi al reclamo del confine che la natura stessa ha
segnato all'Italia.[23] E Crispi riteneva che su questa base più
limitata l'intransigenza di un tempo non esistesse più, e che fosse
possibile alla diplomazia italiana di condurre l'Austria a una
considerazione più equa del problema, gli eventi aiutando.
[23] Giova osservare, circa la _unità_ geografico-storica del paese
oggidì denominato «Tirolo», che questa unità non ha mai esistito.
Ben altra è l'_unità politica_, la quale data appena dal 1802,
quando si fece la grande razzia dei principati ecclesiastici e fu
interrotta dal 1808 al 1815, durante gli anni nei quali il
Trentino fu annesso al napoleonico regno d'Italia, sotto la
denominazione di «Dipartimento dell'Alto Adige». Nel 1180 la casa
bavarese dei Wittelsbach teneva il Tirolo tedesco, cioè il Tirolo
propriamente detto, ed esercitava l'_avvocatura_, quindi non la
sovranità, pei principi vescovi di Trento e di Bressanone. Nel
1363 il Tirolo tedesco passava ad Alberto III d'Absburgo e suoi
fratelli per successione di Margherita Maultache; nel 1395 al duca
Federico IV del ramo di Stiria; nel 1496 all'imperatore
Massimiliano I, finchè chiamata all'impero la linea Stiria-Tirolo
(1619), nel 1665 restò definitivamente all'imperatore Leopoldo I.
In tutti questi passaggi di dominazione non havvi mai parola del
Trentino, nè come parte integrante, nè come dipendenza del Tirolo,
al quale paese fu annesso, come s'è detto, appena nel 1802 nella
ricordata soppressione dei principati ecclesiastici. È opportuno
avvertire che nel medesimo incontro l'Austria acquistava anche il
principato arcivescovile di Salisburgo, ma invece di incorporarlo
al finitimo arciducato d'Austria, ne conservò il territorio, a
differenza dei principati vescovili di Trento e Bressanone, come
dominio o provincia autonoma, quale è tuttodì, con Dieta propria e
propria amministrazione. Infine, a sempre più dimostrare che il
Trentino non fu mai prima del 1802 considerato, nè
geograficamente, nè politicamente, siccome parte integrante del
Tirolo, è da aggiungersi che nell'art. 93 del Trattato finale di
Vienna del 1815, enumerandosi le provincie e territori, dei quali
si riconosceva la sovranità nell'imperatore d'Austria, suoi eredi
e successori, sono citati separatamente e singolarmente, non già
come un corpo solo, «i principati di Bressanone e Trento e la
Contea del Tirolo».
Ma se egli assegnava alla diplomazia cotesto compito, era ben convinto
che le agitazioni popolari allontanavano la soluzione desiderata,
compromettendo interessi superiori. E combattè l'irredentismo
irresponsabile, non soltanto nelle sue rumorose manifestazioni e nei
suoi disegni segreti, ma anche negli eccitamenti che spesso, per
reazione, venivano dall'Austria stessa, da una polizia politica
irritante e poco accorta. Ispirando fiducia nella fermezza e nella
lealtà del governo italiano, Crispi lavorava a realizzare l'obbiettivo
di un illuminato patriottismo.
Nel 1889 il movimento irredentista, traendo pretesto da ogni incidente e
impulso dagli atti di rigore o di arbitrio delle autorità austriache,
dilagò in buona parte d'Italia. Centri dell'attiva propaganda erano Roma
e Milano, e ad essa partecipavano i più noti del partito radicale; ma,
taluni per amore all'idea di nazionalità, altri, francofili a tutti i
costi, per la speranza di creare tra l'Italia e l'Austria tali antipatie
e dissensi che imponessero lo scioglimento della Triplice Alleanza.
In maggio e in giugno i deputati Imbriani e Cavallotti trovarono modo di
fare per alcuni giorni dell'irredentismo dalla tribuna parlamentare a
proposito della condotta tenuta dal Console generale a Trieste, Durando,
verso un notaio italiano. Avendo l'on. Crispi ordinata un'inchiesta,
sulla relazione di essa si discusse lungamente alla Camera nella tornata
del 10 giugno, e poichè gli oratori d'opposizione avevano toccato
abilmente la corda patriottica e l'assemblea ne era impressionata,
Crispi credette opportuno che la discussione terminasse con un voto
chiaro ed esplicito, il quale ebbe luogo su di una mozione di fiducia
nella politica del governo, presentata dal venerando deputato
Cavalletto. La prudenza dell'uomo di Stato e l'intimo sentimento di
Crispi risaltano nei brani seguenti del discorso ch'egli pronunziò in
quella occasione:[24]
[24] Cfr. Atti parlamentari.
«... Gli onorevoli autori della mozione comprenderanno dalla
lettura di questa risposta del Piccoli, come cada interamente
l'accusa che si faceva al Durando.
Essi sono dolenti dei risultati negativi. Avrebbero voluto, e
non so con qual beneficio, che il Durando fosse apparso
delatore, e che il Piccoli fosse appunto un irredentista.
La questione tra il Durando e il Piccoli non è questione di
fiscalità; e benissimo disse il Piccoli che neppure il Durando,
in quel dissidio, era animato da venalità.
La questione, o signori, è questione giurisdizionale. Trattavasi
di vedere se, rispetto ai nostri cittadini morti all'estero,
debba reggere la legge italiana o la legge del luogo. Questa è
la tesi e la vera tesi. (_Commenti._)
Con la Convenzione del 15 maggio 1874, che i predecessori del
Durando fecero male a non applicare, era stabilito ed è
stabilito (del resto, uguali convenzioni consolari abbiamo con
tutte le potenze del mondo) che quando un cittadino muore
nell'Impero austro-ungarico, agli atti di apertura della
successione e agli atti consecutivi debba essere presente il
console, o chi lo sostituisca, e gli atti debbano farsi in
concorrenza con lui, il quale ha la suprema tutela dei nostri
concittadini.
Che cosa si voleva dalla parte opposta? Che la legge austriaca
(e questo per fine di uguaglianza) debba imperare anche sui
cittadini italiani. Bel sistema d'irredentismo, o signori, e
proprio mi congratulo con coloro che difendono questa tesi! Ma
per i principii generali di diritto, per il principio della
dignità nazionale, in tutte le questioni in cui è impegnato lo
stato personale, è la legge del paese di origine quella che
impera. _Civis romanus sum_ in qualunque parte del mondo che io
sia, è la legge nazionale che deve essere rispettata, e il
console Durando, in questo caso, difendeva l'Italia e le leggi
sue. (_Bene!_)
.... Il corpo consolare ha, in parte, abitudini che non posso
tutte lodare. Vi sono in esso dei valorosi, degli intelligenti,
degli uomini i quali sentono la dignità nazionale e
s'interessano, come ogni altro italiano, alle cose nostre. Ve ne
sono di quelli che hanno abitudini antiche e antichi pregiudizi.
Il nostro corpo consolare, signori, nelle sue varie persone,
discende in parte dagli antichi corpi consolari delle distrutte
amministrazioni italiane, nelle quali ebbe un'educazione che non
è la nostra. Quindi non v'è nulla di strano che vi sia in esso
chi possa commettere, credendo di essere zelante, e di fare
opera utile nei paesi dove sia accreditato, atti che offrano il
fianco a qualche censura. (_Commenti._)
Quante di queste false abitudini non ho trovato, che io ho fatto
di tutto per distruggere!
Al Ministero degli Esteri non si parlava che francese prima che
io vi arrivassi. Era francese il cifrario, francesi le
corrispondenze. Cominciai per distruggere tutto ciò: il cifrario
è ora italiano, le corrispondenze sono italiane: ed in questo io
non faccio che seguire quello che fanno le altre potenze:
gl'inglesi, i tedeschi, gli spagnuoli, tutti scrivono nella loro
lingua; è giusto che noi scriviamo nella nostra.
I cifrari della Germania e delle altre potenze, sono nelle loro
lingue rispettive, è regolare che anche il nostro sia nella
lingua che possediamo.
Questo riguarda la forma, ma è una forma la quale tiene alla
sostanza. La lingua nazionale è il gran fattore della
nazionalità. L'obbligo di scriverla ricorda anche ai nostri
rappresentanti la loro patria nella sua forma più nobile e più
grande, che è quella della lingua. (_Benissimo!_) Vado un poco
più in là, o signori.
In alcuni luoghi i nostri consoli, i nostri rappresentanti,
danno educazione non italiana ai loro figli, li mandano in
collegi stranieri, e capirete benissimo come, dopo ciò,
difficilmente possano avere sentimenti italiani.
.... La pace dell'Europa ha base nei trattati. Noi, da uomini
onesti, rispetteremo questi trattati, e, se avvenga che qualcuno
li violi, sapremo fare il nostro dovere.
L'illustre Marco Minghetti, sedendo su questi banchi, in una
discussione politica alla quale ei fu chiamato e nella quale
seppe rispondere con fulgore di parola e con quella chiarezza
d'idee che gli erano particolari, disse che per la questione
della nazionalità bisogna scegliere tempi ed anche momenti
opportuni, ma che, se mai questa questione risorgesse, se mai le
guerre portassero a modificare la carta geografica di Europa,
non sarebbe l'Italia quella che dovrebbe temere, perchè noi
nulla abbiamo a dare, molto potremmo avere a raccogliere.
(_Bene! Bravo!_)
Ma, se questi sono i principii che devono animare ogni patriota,
segga a quei banchi [accenna ai banchi dei deputati] od a questi
[accenna a quelli dei ministri], la virtù principale, e degli
Stati, e degli uomini politici, è la prudenza. (_Bene! Bravo! a
Destra e al Centro._)
_Marselli_: -- E la fede.
_Crispi_, _presidente del Consiglio_: -- La virtù della prudenza
è quella che ci condusse a Roma; (_Bene! Bravo! a Destra e al
Centro_) la virtù della prudenza è quella che valse a costituire
questa grande unità che tutti invidiano, e non tutti oggi ancora
rispettano. Noi abbiamo molti nemici che insidiano la nostra
posizione; e ne abbiamo uno più operoso di tutti, che è nel seno
stesso della patria nostra, e che sarebbe lieto se, con le arti
sue, potesse giungere a rompere quel fascio delle tre potenze
che mantiene la pace del mondo. È un lavoro continuo, è una
insidia implacabile che ci viene da quel lato; e,
sventuratamente, talora, ha le lusinghe, e talora gli aiuti di
qualche potenza. (_Commenti, interruzioni_).
Aspettiamo dunque gli eventi, e, aspettandoli, rispettiamo i
trattati, che sono la base della pace del mondo. Questo è il
nostro primo dovere: lo abbiamo adempiuto e lo adempiremo.
(_Bravo! Bene! Vive approvazioni._)»[25]
[25] La mozione dell'on. Cavalletto era del seguente tenore:
«La Camera confida che il Governo, seguendo l'impulso già dato,
provvederà a che i nostri rappresentanti ed agenti consolari
all'estero, coltivando l'amicizia degli Stati presso i quali sono
accreditati, esercitino incessantemente sui nostri connazionali
quella efficace tutela e quella benefica e giusta influenza che li
mantengano sempre fiduciosi e affezionati alla madre-patria.»
Altra discussione fu fatta alla Camera nella tornata dell'8 luglio, su
interpellanza del Cavallotti. Questi si occupò specialmente di due
fatti: del divieto posto dalle autorità austriache di Riva di Trento
allo sbarco di una comitiva di gitanti italiani, e dell'arresto
prolungato di un giornalista, certo Ulmann. Al discorso violento del
Cavallotti il presidente del Consiglio rispose calmo, conciso. Non aveva
notizie esatte sull'Ulmann, che affermò essere suddito austriaco, mentre
aveva ottenuto la cittadinanza italiana; giustificò il divieto opposto
allo sbarco dei gitanti perchè, secondo un telegramma dell'ambasciatore
Nigra, una comitiva di essi, sbarcata a Riva il 23 giugno, non aveva
rispettato le leggi del luogo gridando per le vie della città «Viva la
repubblica. Viva Trento e Trieste irredente». Ma mentre pubblicamente
scagionava la condotta del governo austriaco dalle accuse, comunque
esagerate, che gli si muovevano, e affermava il dovere della dignità e
della prudenza ricordando che l'on. Cavallotti aveva «cantato in versi e
in prosa, prima e dopo il 1875 l'alleanza con la Germania, e nel 9
aprile 1878 aveva consigliato al conte Corti un'alleanza con l'Austria»,
l'on. Crispi non rinunziava a compiere il suo dovere patriottico presso
il governo austriaco:
«2 luglio 1889.»
_Ambasciata Italiana_
Vienna.
(_Riservato_). I giornali pubblicano essere stato proibito lo
sbarco a Riva di Trento ad una comitiva di regnicoli,
organizzata a scopo di gita di piacere. Questo fatto essendo
contemporaneo a quello della sospensione delle corse dei vapori
tra Venezia e Trieste preoccupa sfavorevolmente la pubblica
opinione in Italia e non è certo l'Austria che ci guadagna;
mette inoltre il Governo del Re in una difficile posizione,
tanto più se verrà portato innanzi alla Camera. Voglia dunque
chiedere schiarimenti intorno al medesimo, e qualora i relativi
ordini sieno stati dati da Vienna, voglia fare i passi opportuni
perchè la proibizione sia revocata. Sono atti di polizia che
ricordano tempi che io credeva per sempre tramontati. Il Governo
del Re ha lasciato correre atti ben altrimenti importanti, come
le manifestazioni a favore del papa-re.
Gradirò una pronta risposta.
_Crispi_.»
«Vienna, 13 luglio 1889.»
(_Personale_). Ho chiesto a Kálnoky di procurare informazioni
sull'andamento del processo Ulmann. Egli mi ha promesso
domandarle al Ministero di Grazia e Giustizia e di
comunicarmele, ma mi ha fatto osservare che i consoli,
all'infuori del levante, non hanno diritto di chiedere alle
autorità giudiziarie comunicazioni di processi criminali
pendenti. Quanto alle ragioni svolte nel telegramma di V. E., io
le esposi amichevolmente al conte Kálnoky, il quale si rende
perfettamente conto della situazione e apprezza gli sforzi da
Lei fatti per fare cessare agitazioni irredentistiche, ma
d'altra parte egli mi disse che sarebbe ingiusto e di pessimo
esempio risparmiare i rei unicamente perchè protetti dal partito
ostile all'alleanza.
_Nigra_».
Il 17 luglio il Comitato irredentista radicale per Trento e Trieste
diramò il seguente manifesto firmato da Giovanni Bovio, Matteo Imbriani,
Antonio Fratti e da altri:
«_Italiani!_
Quando governi e parlamenti -- obbliano i diritti ed i doveri
della Nazione -- dalla grande anima del popolo sorge una voce,
che i diritti ed i doveri tutti del presente raccoglie e
compendia in un motto: _Trieste e Trento_.
È l'istinto dell'ente collettivo, è la coscienza nazionale, che
proclama alto questi nomi, nel momento storico necessario.
E il pericolo è grave, immediato.
Patti che non conosciamo ci vincolano. Sappiamo solamente che
una odiosa alleanza ci lega ai nemici nostri.
L'Italia è minacciata da una guerra che dovrebbe sostenere per
interessi di altri -- contro i proprî -- e dalla quale, vinta o
vincitrice, uscirebbe mancipio dello straniero.
E frattanto mancipii viviamo, quasi fossimo condannati a servire
sempre.
Ma dei fatti nostri noi soli siamo arbitri.
Avvaliamoci di tutti i mezzi che ci vengono consentiti;
l'opinione pubblica può impedire grandi sciagure -- la volontà
determinata del popolo s'imporrà a tutti.
Scongiuriamo i pericoli sovrastanti; stringiamoci in un patto
nei sacri nomi di Trieste e Trento. -- Questo motto e grido che
scuote -- è squillo che unisce -- è monito che avverte.
_Roma, 17 luglio 1889._
_Avvertenze._
Le associazioni operaie, patriottiche e politiche, le Società
dei Veterani e reduci dalle patrie battaglie, Circoli popolari e
quanti fra i patrioti curanti la causa nazionale aderiscono al
presente appello, sono vivamente pregati d'inviare sollecita
dichiarazione e di costituire immediatamente nelle rispettive
località Comitati e nuclei con identico programma, mettendosi
tutti in diretta comunicazione con questo Comitato di Roma, per
le opportuna intelligenze sul lavoro da compiersi in comune.
Tutte le comunicazioni dovranno essere inviate al seguente
esclusivo indirizzo: